Frate Francesco, nella «Valle Santa»
presso a quel lago dove un giorno i pesci,
con a fior d'acqua i grandi occhi stupiti,
udirono le tue dolci parole,
dove tu, perduto in Dio, vagavi,
con la tua scalza povertà serena,
io, che molto non chiesi al mondo vano,
ereditai dal mio Padre operoso
un'ampia terra dove ondeggia il grano.
E qualche volta io t'ho veduto ancora
scendere dalla costa aspra di Greccio
dalle querce di Fonte Colombo.
Andavi al Poggio, all'altro romitorio
passando in mezzo ai miei campi dorati
e sotto l'ombra dei miei lunghi pioppi.
E nel passare con un gesto lieve
benedicevi i grandi bovi bianchi,
la gente curva lungo i solchi neri,
la rondinella che sfiorava il prato.
Ma forse me, non mi vedevi, assiso
al ponticello di Santa Susanna;
non vedevi il padrone della terra
che vegliava sui suoi campi operosi,
proseguivi la tua lunga strada
benedicendo ad un bifolco stanco
che arava all'altra parte della via.
Ed una sera io me gli feci incontro
lungo i miei pioppi a mezzo della strada.
Gli stetti innanzi e lo guardai, sereno,
con gli occhi calmi dentro agli occhi santi.
Benedici anche me, Frate Francesco. –
Egli mi riguardò dolce e stupito
con la mano sospesa a mezzo il gesto.
Benedici anche me, Frate Francesco :
se benedici agli alberi ed al grano
se benedici ai frutti della terra
se benedici anche me che la fecondo
col mio pensiero e con il mio lavoro. –
Egli si volse al povero bifolco
che si piegava sul pesante aratro.
Frate Francesco, non con il lavoro
uguale e stanco della mano breve,
ma con quello che pensa e che dispone,
ma con quello che medita e che crea
moltiplicando sulla terra il pane
come Gesù sul lago di Giudea.
Benedici alla mia terra. Io la tolgo
giorno per giorno alla palude guasta,
benedici il mio grano che coltivo
per molto più del poco che mi basta.
Vedi il mio grano? È di semenza eletta,
ogni chicco vagliato in mezzo a mille.
La spiga è pesa che granisce a pieno,
ma lo stelo è robusto e non si piega.
Ed è nutrito di materie strane
tolte ai monti lontani, all'aria lieve.
Gonfi la spiga sulla paglia breve,
e a molte genti doni il molto pane:
pane a chi pensa e non sa fare il pane,
pane a chi lotta e non sa fare il pane,
pane a chi canta e non sa fare il pane!
E le tortori tue, Frate Francesco,
figlie di quelle cui facesti il nido
discendono da Greccio in sull'aurora
e dentro i lunghi solchi delle stoppie
trovano ancora tanti chicchi d'oro! –
Veniva verso noi la mietitrice
roteando le sue braccia volanti
con un leggero ticchettio di ferri.
Falciava con la sua falce segreta,
con le mani invisibili stringeva
in un fruscio leggero le mannelle,
con le sue dita magiche di ferro
via via legava i bei covoni gialli
e li gettava in fila dentro i solchi.
Egli guardava in tacito stupore
con la mano sospesa a mezzo il gesto.
Frate Francesco, lungo il fiume azzurro
sulla terra torbosa e malfeconda
ho piantato una gran selva di pioppi
gli aironi v'hanno fatto il nido.
Adesso danno l'ombra a chi riposa,
ma poi, mietuti come messe immensa,
daranno travi a mille casolari.
Frate Francesco, senti quel ronzio
ininterrotto al margine del prato?
È l'idrovora ansante e infaticata
che attinge l'acqua per la terra arsita .
Ha tanta sete la sorella terra.
Le dono la sorella acqua preziosa
ed essa dona un'altra primavera,
pel mio pensiero e per il mio lavoro.
Frate Francesco, tu come Maria,
ti riserbasti la più dolce parte
lo gettasti il duro oro pesante,
sfiorando appena questa terra oscura.
Ma benedici a chi dell'oro grave
fa la potenza che congegna e crea,
fa la potenza che trasforma il mondo,
per il pane dei figli ancor non nati. –
Di nuovo mi guardò, guardò la messe
con la mano sospesa a mezzo il gesto.
E all'improvviso mi mostrò con gli occhi
Madonna Povertà che spigolava
e raccoglieva grandi mazzi d'oro
dietro al frusciare della mietitrice.
La benedisse muto di lontano
e poi si volse, alzò la mano bianca
con il rosso sigillo entra la palma,
mi fece in alto il segno della Croce.
Ed io levai la destra a salutarlo
col saluto di Roma antico e nuovo. 
