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Lame dei Tarot: Sul significato simbolico di alcune lame dei tarocchi
Argomento:Letture d'Esoterismo

Letture d'EsoterismoDopo una breve introduzione riguardante la storia e le origini mitiche dei Tarocchi, ci soffermeremo brevemente sul significato alchemico di alcune lame degli arcani maggiori: il Bagatto, il Matto, gli Amanti e la Morte.

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Sul significato simbolico di alcune lame dei tarocchi

di Alessandro Orlandi

prodotto per Esonet.it


Dopo una breve introduzione riguardante la storia e le origini mitiche dei Tarocchi, ci soffermeremo brevemente sul significato alchemico di alcune lame degli arcani maggiori: il Bagatto, il Matto, gli Amanti e la Morte.

 

Introduzione

Il mazzo dei Tarocchi è costituito da 78 carte, 56 carte suddivise in quattro semi (ai mazzi di 52 carte noti in precedenza vennero aggiunte le quattro regine) e 22 Arcani Maggiori: (il Matto, il Bagatto, la Papessa, l'Imperatrice, l'Imperatore, il Papa, gli Amanti, il Carro, la Giustizia, l'Eremita, la Ruota della Fortuna, la Forza, l'Appeso, la Morte, la Temperanza, il Diavolo, la Torre, la Stella, la Luna, il Sole, l'Angelo, il Mondo).

Eruditi ed esoteristi circondarono la nascita di questo gioco con un romantico alone di leggenda. Alla fine del 700' Court De Gebelin riteneva i 22 arcani maggiori un libro sapienziale egizio "…l'unico sopravvissuto alla distruzione delle biblioteche di quella civiltà..." e faceva derivare il termine tarocchi dall'egiziano antico tar - rog : "il sentiero Reale della vita". Questa tesi fu ripresa nell'800 da Eliphas Levi , Etteila, Postel e Papus i quali costruirono complicati sistemi di corrispondenze astrologiche, alfabetiche, numeriche e simboliche. Alcuni sostennero che l'autore del libro era Ermete Trismegisto o il dio egizio Toth, altri che i tarocchi fossero il risultato di una riunione tra saggi provenienti da tutta la terra, accordatisi per affidare alle illustrazioni degli arcani maggiori i segreti del cielo e della terra, della vita e della morte.

In particolare i tarocchi furono accostati a uno dei testi fondamentali della Cabala, il Sepher Yezirath o libro della Formazione, un libo attribuito dai cabalisti allo stesso Abramo, che avrebbe contenuto la scienza necessaria per creare e distruggere il mondo. Le ventidue lettere dell'alfabeto ebraico, secondo il libro, contengono il potere dei dieci princìpi formatori di cui Dio si servì per creare l'universo, e corrispondono ai dodici segni dello zodiaco, alle varie parti del corpo umano e ai principali fenomeni naturali, mentre i quattro semi [denari (terra), coppe (acqua), spade (aria) e bastoni (fuoco)] rimandano ai quattro elementi. Le ventidue lame degli arcani maggiori, più che uno strumento di divinazione, diventavano così un mezzo per collegare microcosmo e macrocosmo, una chiave per realizzare il dominio dell'uomo sulle cose visibili e invisibili.

Per ciò che riguarda la realtà storica, le carte da gioco vennero introdotte in Spagna, provenienti dal mondo islamico e poi nel resto d'Europa nel 1370 circa.

Il primo mazzo conosciuto di carte, costituito da 56 carte suddivise in 4 semi, 14 per seme, è arabo. Le prime tracce dei Tarocchi veri e propri, invece, risalgono alla prima metà del XV secolo, nell'Italia del nord, (inizialmente le carte da gioco erano 52 e le quattro regine vennero aggiunte solo in un secondo momento) e quindi si ritiene che l'inventore di questo gioco sia stato italiano. Il gioco conobbe diverse varianti e, tra il '400 e il '500, si diffuse praticamente presso tutte le corti europee. Venne praticato soprattutto dall'aristocrazia e fu poco diffuso tra le classi popolari.

Il nome con cui i tarocchi erano originariamente noti era "Trionfi". I cosiddetti Trionfi erano uno dei passatempi preferiti dalle corti rinascimentali italiane: venivano allestiti cortei trionfali con carri addobbati di figure derivate dalla mitologia classica o con astrazioni personificate dei vizi e delle virtù, simili a quelle che sfilano ancora oggi nelle strade durante il Carnevale. Un elemento ricorrente nei Trionfi rinascimentali è che ognuna di queste astrazioni personificate trionfa, sconfiggendola, sulla precedente.

Ritroviamo questa idea nel poema petrarchesco "i Trionfi", nel quale l'amore trionfa sugli dei e sugli uomini, la castità sull'amore, la morte sulla castità, la fama sulla morte, il tempo sulla fama e l'eternità sul tempo. Il nome "Tarocchi", di etimologia incerta, sostituì il termine "Trionfi" a partire dal 1516 e il termine Trionfi venne a designare, anziché l'intero mazzo di carte, solo i 22 Arcani Maggiori.

Senza dubbio il mazzo dei tarocchi era collegato al calendario annuale: 52 sono le settimane nell'anno, i quattro semi corrispondono alle 4 stagioni, le 13 carte di ogni seme alle 13 lunazioni dell'anno, la somma dei punti delle carte fa 364 a cui si devono aggiungere una o due "matte", i giorni "intercalari" del calendario antico. Controversa è l'ipotesi che i tarocchi siano stati utilizzati fin dalla loro comparsa a scopo divinatorio e che i 22 arcani maggiori siano stati inseriti nel mazzo di 56 carte con 4 semi con questa finalità. Sta di fatto che non esistono prove certe dell'uso divinatorio dei tarocchi fino al XVIII secolo.

Il primo a interpretare occultisticamente i Tarocchi fu Court De Gebelin nel 1781, ma è probabile che le 22 immagini degli arcani maggiori, ideate in un periodo nel quale le "scienze occulte" avevano grande successo presso le corti europee, siano effettivamente connesse con un simbolismo esoterico. Tuttavia i testi fondamentali della Cabala ebraica si diffusero dopo il 1486 a opera di Pico della Mirandola e il "Corpus Ermeticum", fatta eccezione per un libro, fu tradotto in latino da Marsilio Ficino e pubblicato dopo il 1471. Non è dunque probabile un collegamento tra i 22 arcani e queste opere. È invece possibile un rapporto tra i tarocchi e il simbolismo astrologico e alchemico. Questa ipotesi è rafforzata da un confronto tra le immagini degli arcani e le raffigurazioni alchemiche dell'epoca.

Tra l'ottocento e il novecento c'è stata una vera e propria proliferazione di mazzi di tarocchi che si richiamano a un simbolismo esoterico, creati appositamente per un uso divinatorio. Ricordiamo ad esempio i mazzi di Etteila, di Oswald Wirth e i tarocchi della Golden Dawn.

Ai giochi di tarocchi praticati nel rinascimento poteva partecipare un numero di giocatori variabile da due a sette. Le carte seguivano un ordine antiorario e, se il numero dei giocatori era dispari, il gioco dava a chi aveva in mano il punteggio più alto la possibilità di decidere con quale compagno allearsi chiamando una carta, come accade nell'odierno terziglio. Le carte venivano giocate una presa dopo l'altra e ogni presa consisteva di una carta giocata da ciascun partecipante. Chi faceva l'ultima presa otteneva un particolare punteggio.

I 22 arcani maggiori funzionavano da briscole (atouts) e spesso l'arcano del Matto aveva un ruolo del tutto speciale perché compensava la mancanza di una carta necessaria alla formazione di una particolare combinazione, come accade con il jolly nei giochi contemporanei. Il gioco dei Tarocchi segnò, anzi, l'invenzione stessa dell'idea di briscola e un'altra ipotesi avanzata sull'uso del termine "Trionfi" è che la briscola "trionfa" su qualsiasi carta normale. In una delle versioni più antiche del gioco, sette carte, il Matto, il Mago, il Mondo e i quattro Re, fungevano da briscole. Si giocava in due, ma le carte si distribuivano come se si giocasse in tre, cioè con il Morto.

L'arte della divinazione: secondo Graves ("La dea bianca") si può far risalire alle disfide tra bardi seguaci della luna crescente e bardi seguaci della luna calante. Il tempo delle cose che compaiono e quello delle cose che svaniscono, i due volti della Luna. I due orientamenti dell'I Ching, il "mundano" e il "premundano". Gli esagrammi dei Ching, cosi come le lame dei tarocchi, sarebbero degli archetipi "iniziatori", che iniziano cioè chi li consulta al linguaggio dell'anima, che parla per simboli e ci offrono una visione più "sottile" della realtà e dei rapporti tra le cose.

Secondo questa visione del mondo ogni costellazione di eventi che ci riguarda è pervasa da una musica segreta, da un ritmo che solo i simboli ci aiutano a cogliere, come se essi fossero lo spartito invisibile di quella musica. Chi comprende le esigenze del tempo in cui vive, colui che i Ching chiamano "il nobile", sa danzare e muoversi secondo il ritmo che quella musica suggerisce, danza con l'attimo fuggente, e, cosi facendo, armonizza il proprio microcosmo interiore al macrocosmo esterno, segue il sentiero che gli è destinato, "vede" con il cuore.

Questa capacità di sovrapporre le immagini simboliche al mondo scorgendo in trasparenza significati e metafore che "rivelano" è naturalmente un'arma a doppio taglio. Impossibile distinguere la "visione profetica" dal volgare abbaglio e dall'illusione se non si sviluppa la cosiddetta "intelligenza del cuore". Vedere con il cuore, un dono che spesso si acquisisce attraverso il dolore e la sofferenza che si accompagnano ad ogni autentica trasformazione di sé: scaturiscono dal cuore immagini destinate a divenire la stella polare del nostro cammino, ma è importante saperle distinguere da quelle ingannevoli.

A questo proposito Omero parlava di due porte misteriose da cui scaturiscono i sogni e le visioni, collegate ai due solstizi, estivo ed invernale, e alle due "porte delle anime" di cui parlano molte tradizioni (si pensi, nella Tradizione induista, al "sentiero del Nord" da cui le anime escono per sempre dal ciclo delle rinascite e a quello del Sud, da cui vi rientrano. Oppure, nella Tradizione cristiana, alle due porte davanti alle quali, sulle facciate delle cattedrali gotiche, sono raffigurate la Vergine saggia e quella Folle). Secondo Omero, si diceva, sogni e visioni escono da due porte. Da una, la porta di avorio, escono le illusioni, le visioni mendaci, gli incubi, le rielaborazioni fantasiose di vicende vissute nella realtà. Dall'altra, quella di corno, provengono le anticipazioni profetiche, le illuminazioni che ci guidano nella vita, le grandiose visioni che possono ispirare il destino di interi popoli.

Analogamente, quando si attinge al pozzo dell'anima per interpretare le lame dei Tarocchi si può cadere vittime delle speranze e dei timori, della brama o della repulsione, o della semplice fantasia, e leggervi vuote proiezioni. Oppure è possibile, tramite il simbolismo delle lame, aprire la porta che ci mette in comunicazione con la scintilla di infinito che ci abita, la stessa porta che aprono i grandi poeti per trarne l'ispirazione che illumina i loro versi. Va da se che questa concezione sottende una visione estetica del conoscere, conoscere attraverso la bellezza, attraverso la "luminosità", la ricchezza di significato che una immagine luminosa proietta sul mondo.

I ventidue Tarocchi divengono allora altrettante "operazioni magiche", alchemiche, mentali e psichiche, che agiscono sull'anima: un arcano è ciò che bisogna sapere per operare in modo fecondo in un dato campo della vita spirituale, per passare dalla mera nozione alla sapienza, e dalla sapienza alla capacità di vivere gli eventi della vita nel pieno della coscienza, in tutti i loro riflessi più sottili. È all'interno di questa concezione che ci muoveremo nel raccontare una piccola parte dei significati simbolici suggeriti dalle lame dei tarocchi che prenderemo in esame.

Premettiamo che utilizzeremo, nel trattare le varie lame dei tarocchi, le immagini degli arcani maggiori appartenenti al mazzo cosiddetto "di Marsiglia", uno dei più antichi e tradizionali [a chi volesse approfondire la storia dei Tarocchi, consigliamo l'opera di uno dei più noti filosofi e logici inglesi: M. Dummett, Il mondo e l'angelo, Bibliopolis, Napoli 1993].

 

Il Matto

Ogni lama dei Tarocchi è un diamante a due facce, può essere vista dal lato del cammino della coscienza così come una espressione del sonno dell'anima, e il Matto non fa eccezione. L'arcano raffigura un uomo in viaggio vestito da giullare, morso alla coscia sinistra da un cane che gli lacera i pantaloni. Ha una bisaccia appesa a un bastone, poggiato sulla spalla, che contiene tutti gli averi di questo Viandante. Con la mano destra regge un altro bastone al quale si appoggia nel suo incedere. La numerazione di questa lama, la numero zero, indica che essa è al di fuori dalla numerazione assegnata alle altre ed esprime la sua estraneità a qualsiasi Ordine.

La carta viene quindi associata alla situazione di chi abbia terminato un ciclo della propria vita senza tuttavia averne iniziato uno nuovo, è l'archetipo del viaggiatore che attraversa una terra di nessuno, egli non si trova più nella città (nell'Ordine cosmico) che lo ospitava in passato, ma non è ancora in vista di quella che lo ospiterà in futuro. La sua Patria non è un luogo abitato sottoposto ad un sovrano e alle sue Leggi, ma un labirinto di strade. Questo viaggiatore che, per definizione, "non appartiene", è immagine di Mercurio, il dio delle strade e dei viaggi, il nume tutelare degli Alchimisti.

La ferita che gli viene inferta dal cane che lo morde, non rimarginata e sempre rinnovata, lo spinge a proseguire nel cammino, e si tratta di quella stessa ferita che caratterizza il "fanciullo" e la "fanciulla" eterni, di quella inquietudine che agita chi deve cercare continuamente. Egli è anche l'eterno Puer che cova in chi non riesce a stabilizzarsi sentimentalmente, a riconoscersi in un lavoro o in un ruolo sociale, che non sente mai definitivamente di appartenere a una famiglia, a una Nazione, a un tempo o una civiltà definiti e, tuttavia, proprio per ciò, porta in sé il seme del rinnovamento.

Il Matto disfa e ricompone continuamente la trama degli opposti che ci servono per orientarci nell'universo e riesce a ripristinare l'oceano primordiale di colori, odori e suoni che assale i neonati alla nascita. Egli sa invertire la trama del Tempo e scorgere in uno stesso fenomeno le due diverse correnti del Divenire: ora il seme del futuro che si dilata per dare forma a nuove entità, ora il contrarsi delle forme che muoiono, il passato che svanisce e scompare alla vista, Il Folle si aggira quindi nell'inestricabile labirinto del Mondo di Mezzo in cui la nostra intelligenza commisura "dentro" e "fuori" ordinando il mondo in opposti. Se solo potessimo guardare il mondo con gli occhi di un neonato vedremmo un oceano di colori, di odori e di suoni. Prima ancora di discriminare un simile caos e tentare di ordinarlo secondo forme e criteri c'è una fase nella quale molte strade possono essere percorse e deve essere ancora stabilito cosa stia in alto e cosa in basso, cosa sia giusto e cosa sbagliato, in quale direzione occorre guardare per vedere le cose che aumentano e crescono, e in quale altra potremo scorgere le cose che diminuiscono.

Questa fase di caos percettivo e intellettivo ci conduce, come vedremo parlando dell'arcano del Bagatto, alla necessità di "bruciare" e dissolvere le forme pensiero. Una delle fasi fondamentali dell'Opus Alchemicum è nota come "rincrudimento della materia". In questa fase l'alchimista è sotto l'egida del Matto e deve ricreare consapevolmente il caos primordiale, rinunciare a tutti gli strumenti intellettuali costruiti nel tempo per orientarsi nel mare dell'accadere, dissolvere ogni forma interpretativa della realtà, aprirsi totalmente all'ignoto, guardando il mondo con gli occhi di un fanciullo. Solo in questo modo, dicono gli alchimisti, la materia prima della loro Opera diviene attiva ed efficace, senza "Opera al Nero", senza morire al mondo, senza il "rincrudimento", senza ricreare quel caos primordiale che accompagnò i nostri primi passi nel mondo, nessuna Opera è possibile.

Il Matto è anche il buffone di corte, che controbilanciava il potere assoluto dei re medioevali. Psichicamente rappresenta la via di uscita dall'Ordine nel quale siamo immersi, la nostra possibilità di gettare uno sguardo critico "da fuori" a ogni universo che ci "chiuda" quasi completamente nelle sue regole e nei suoi stilemi.

Alla domanda: "dove si dirige il Matto?" si può cercare di rispondere concentrandosi sulle sue gambe. Morso a sinistra da un cane, si aiuta a destra con un bastone. Il morso del cane richiama, come abbiamo detto, la figura del Puer Aeternus, una figura analizzata nei suoi risvolti più segreti da Hillman: quella inquietudine che ci spinge a cercare in continuazione, quell'impulso a sottrarci ad ogni Ordine, ad ogni strutturazione definitiva della nostra vita, che è sempre legato a una ferita che non si rimargina. È la stessa ferita del Re Pescatore custode del castello del Graal, un castello che si trova fuori dal mondo, dalla realtà ordinaria, la stessa ferita di Filottete. Ogni figura di puer aeternus ha una simile ferita, che è la sua ricchezza e la sua maledizione. Ricchezza perché spinge a guardare al mondo sempre con occhi nuovi, con gli occhi di chi ricerca la verità, Maledizione perché condanna a non trovare mai requie né riposo in un "porto sicuro".

L'essenza del Matto si rivela in chiunque si opponga ad un ordine costituito senza aderire necessariamente ad un altro ordine contrapposto. Opera nei buffoni e nei giullari, nei rivoluzionari della prima ora (quelli che poi vengono giustiziati dai loro stessi compagni), si esprime nella ribellione verso ogni norma e autorità, nell'iconoclastia, nell'impulso a vagabondare senza fissare mai definitivamente la propria "patria", nel motto "una risata vi seppellirà", nella ribellione del figlio all'ordine instaurato da suo padre. Il Matto trasforma ciò che appare solenne in pomposo, il commovente in sentimentale, il coraggio in presunzione, le lacrime in piagnisteo, l'amore in futile avventura, svela le maschere dietro le quali ci nascondiamo, ci fa uscire dalle rappresentazioni svelando che si tratta di rappresentazioni, ridicolizza le pretese del nostro Ego. Gilgamesh e Don Chisciotte, Amleto e Faust sono emblemi del Matto.

In amore il Matto non riesce a fissarsi su nessuna donna (o uomo) particolare e continua la sua ricerca dell'eterno femminino (o mascolino) attraverso ogni successivo incontro. Il Matto è anche una figura tragica: chi lo vivesse senza consapevolezza trasformerebbe tutta la ricchezza che l'archetipo porta con sé in desolante povertà. È   il caso di Don Giovanni, che alimenta in sé il fuoco d'amore in quanto tale, indipendentemente dal suo oggetto. Non riesce a fissarsi su nessuna donna particolare e così è condannato a continuare la sua ricerca dell'eterno femminino attraverso ogni donna.

La ferita aperta del Matto è anche l'insofferenza e l'incapacità di adeguarsi a qualsiasi situazione che abbia una forma definita e sia soggetta ad un Ordine. Questo può anche condurre alla dispersione totale di se stessi, ad una ricerca vana e reiterata priva di oggetto. Il bastone che il Matto tiene nella mano destra e a cui si sorregge è l' Axis mundi. Il Matto è inizio e fine dell'Opera, è anche il saggio che è uscito dagli affanni del mondo ed ha rinunciato a ciò che il mondo poteva offrirgli: al potere come soddisfacimento dei desideri e alla via della conoscenza intesa come acquisizione di nuovo potere (la rinuncia dei poteri dello Yogin nello Yogasutra di Patanjali).

Anche questa è una uscita dall'"Ordine Mondano", ma dalla parte del Saggio che lo ha trasceso. Così, oltre che puer, il Matto è anche senex perché non è più radicato al mondo e porta con se il piccolo fardello della sua esperienza personale sorreggendosi, per il suo sostentamento, all' Axis mundi, al suo rapporto con il mondo dei simboli. Avendo voltato le spalle all'intelletto, di tipo scientifico, o legato a tecniche magiche, o a una prassi di potere, egli viaggia per viottoli secondari.

Con la sublime contraddittorietà caratteristica dei simboli, la lama numero zero rappresenta da un lato l'Adepto alle prime armi e la Materia Prima rozza e ancora non lavorata, dall'altro la Pietra Filosofale dopo il suo compimento e il Mercurio Filosofico degli alchimisti. In questa ultima veste il Matto incarna la condizione del visionario visitato dagli dei: è il sufi o il derviscio resi folli dall'amore per Dio, è l'iniziato ai Misteri di Dioniso in preda alla manìa, o la Pizia di Apollo in preda al furore profetico.

Terminiamo tornando al tempo e ai bardi della luna crescente che sfidavano quelli della luna calante. Possiamo applicare al tempo altri tipi di categorie. I greci distinguevano quattro tipologie di tempo: kronos, aion, kairos e suncronos. Fermiamoci alle prime due. Se il kronos è il tempo dell'accadere quotidiano, del "qui ed ora", del prosaico avvicendarsi degli eventi della nostra vita, l'"aion" è il tempo degli dei, il tempo in cui il divino, il luminoso, l'eterno fa irruzione nelle nostre vite. Sono pochi i momenti della vita che ognuno di noi può interamente ascrivere all'aion, quei pochi istanti eccezionali in cui veniamo messi a confronto con il mito o i miti che governano le nostre vite. (Esempio: vivono nell' aion i personaggi dei miti e anche, in epoca moderna, i personaggi dei fumetti).

In viaggio com'è tra due città, tra due ordini costituiti a nessuno dei quali egli appartiene, il Matto è immerso nell' aion, nel tempo folle e sublime degli dei. Un tempo che è vicino al sogno e alla visionarietà. Da quel tempo può attingere infatti le immagini e le visioni di cui parleremo a proposito del Bagatto e può avvalersi dell'"immaginazione attiva", tecnica alchemica per eccellenza. Ma per attingere a quel pozzo pieno di tesori ognuno di noi deve, temporaneamente, rinunciare alla sua parte razionale, al suo essere immerso nel tempo ciclico dell'accadere, in definitiva a tutte le sue sicurezze.

 

Il Bagatto

Nei giochi di carte in cui venivano utilizzati i Tarocchi la perdita del Bagatto o di un Re comportava spesso delle penalità. Court De Gebelin fa derivare il termine dall'aramaico Pag: "capo, maestro, signore" e da Gad: "La fortuna". La lama raffigura un mago (che stringe una bacchetta magica nella mano sinistra) o un giocoliere, in piedi accanto a un tavolo sul quale sono esposti gli strumenti destinati a servirgli nella sua arte. Riflettiamo sull'atteggiamento del Bagatto e su alcuni dettagli dell'immagine. Anzitutto è evidente che la figura rappresenta qualcuno che è all'inizio di un'impresa. L'aspirante mago - giocoliere deve impadronirsi dei segreti dell'arte che gli consentirà di manipolare gli oggetti che si trovano sul tavolo, tra i quali una borsa, un coltello, dei dadi, un bicchiere, un bussolotto.

Questa lama è quindi l'archetipo del punto di partenza di ogni nuova fase della vita, che si tratti di nuovi amori, di un nuovo lavoro, o di una trasformazione spirituale che ci indurrà a riconsiderare la nostra vita da un differente punto di vista. Questa simbologia è rafforzata dal fatto che il Bagatto guarda verso destra, la direzione simbolica da cui sorge il sole dell'alba di un nuovo giorno. Notevole è il fatto che il Bagatto, girando la testa verso destra, non guarda gli oggetti che manipola con la mano destra.

Portiamo ora l'attenzione sul fatto che il Bagatto raffigura qualcuno che è in procinto di dedicarsi a un lavoro che ha l'apparenza del gioco; egli è un apprendista, è vero, ma, qualsiasi sia l'attività alla quale si accinge a dedicarsi, è anche un giocoliere. La chiave per comprendere questo punto è data dal cappello a forma di otto rovesciato, la curva che i matematici chiamano lemniscata e che utilizzano per simboleggiare l'infinito. Sulla testa del Bagatto campeggia quindi l'infinito. La chiave è la stessa che consente all'arciere Zen di colpire il centro senza osservare il bersaglio, allo yogin in meditazione di conquistare quella visione intuitiva ed immediata dei rapporti tra le cose che chiamiamo "illuminazione" e che consente, a chi la consegue, di penetrare senza alcuno sforzo il nucleo della realtà delle cose. È l'atteggiamento interiore che l'alchimista deve conseguire per portare a termine la sua Opera, un atteggiamento privo di brama e simile allo spirito che anima i fanciulli nel gioco, tanto che l'Opus magnum era anche detto dagli alchimisti: "Ludus puerorum". In qualsiasi arte o disciplina è fondamentale raggiungere il "silenzio interno" per poter attingere a una forza che non è solo ed unicamente individuale e che consente a chi vi fa ricorso di portare a termine imprese inimmaginabili. Persino un calciatore che tira in porta "di prima" e fa goal, se "riflettesse consapevolmente" su ciò che fa difficilmente troverebbe la giusta coordinazione per mettere la palla in rete.

Nel campo del pensiero l'attività del Bagatto è la concentrazione senza sforzo, l'uso della metafora, dell'analogia e del mito per scorgere in profondità l'essenza delle cose, i rapporti tra il nostro microcosmo individuale e il macrocosmo. Al positivo queste capacità conducono alla visione delle corrispondenze e dell'unità tra gli esseri, all'intelligenza del cuore. Solo un soffio separa, apparentemente, il mago dal ciarlatano, colui che reca effettivamente il sigillo dell'infinito sulla testa, che ha aperto il chakra superiore, da colui che millanta credito e spaccia le proprie arbitrarie associazioni mentali per verità assolute.

Non è una differenza da poco, è la differenza tra i miraggi e la realtà! Il lavoro necessario per conquistare la capacità di concentrazione, il silenzio interno, la capacità di percezione intuitiva ed immediata delle realtà "sottili", il fluire spontaneo, senza sforzo, di analogie e metafore, l'attivazione dei miti può essere descritto in molti modi e seguire molte prassi, a seconda della tradizione a cui si fa riferimento. Dovremo comunque sempre chiederci: Quale mito "costella" l'attività che sto iniziando? In che modo gli archetipi riverberano la loro energia sul sentiero che sto percorrendo ? Chi riuscisse a percepire questa attività sottile dell'invisibile nel visibile riuscirebbe anche a scorgere negli "eventi casuali" il riflesso della propria attività interiore. Anche qui, tuttavia, è molto facile confondere il sommo saggio, il quale sa scorgere attraverso segni impercettibili le avvisaglie del destino che si prepara, dallo stolto, dal pazzo e dall'ossessivo-compulsivo, che tendono a leggere ogni evento insignificante come un segno premonitore e, così facendo, danno corpo alle loro nevrosi.

Quale che sia la Via che abbiamo intrapreso, c'è però un aspetto essenziale per il conseguimento del silenzio interno: il dissolvimento delle forme pensiero, dell'involucro che ci avvolge e che i tibetani ritengono ci attenda nel Bardo, dopo la morte, per banchettare con le nostre energie.

Si tratta di un invisibile scorza che ci costruiamo attorno con le speranze, i timori e le paure, la rabbia e le frustrazioni, le idee fisse e le ossessioni che coltiviamo durante tutta la vita, spesso dettate dalle nostre passioni. I buddisti tibetani credono addirittura che queste forme pensiero, se sufficientemente alimentate durante la nostra vita, possano andarsene indisturbate in giro per il mondo vivendo una propria esistenza, e che continuino a sussistere dopo la nostra scomparsa, come i fantasmi dei racconti dell'orrore. Dissolverle significa liberarsi da ogni attaccamento al "risultato" delle nostre azioni, i taoisti chiamano questo conseguimento il "Wu Wei" il "non fare". Agire senza ansia per il "risultato" dell'azione non significa agire in modo sciatto e sconsiderato, ma significa, invece, lasciar agire la scintilla di infinito che si cela in ognuno di noi, agendo senza "fare". La lemniscata che compare sulla testa del Bagatto allude appunto al raggiungimento di questa condizione interiore.

La lama del Bagatto getta nuova luce anche su un passo del vangelo secondo Marco (Mc 10.15) che dice: "Chi non accoglierà il regno di Dio come un fanciullo, certamente non vi entrerà".

Possiamo infine contrapporre alla pratica di alimentare le forme pensiero destinate a divorarci un'altra pratica, di cui il Bagatto è simbolo, si tratta dell'attività che nella psicoanalisi junghiana è nota col nome di "immaginazione attiva". Una volta che le forme pensiero siano dissolte, che ci sia stata quell'opera di pulizia interiore paragonabile alla nigredo degli alchimisti, diviene allora possibile utilizzare le facoltà creative date in dote all'uomo per dare forma a creazioni luminose dell'immaginazione. Questa è poi la capacità di cui parla la Genesi quando viene detto che Dio aveva dato ad Adamo nel Paradiso terrestre il potere di "dare un nome alle cose". In particolare gli alchimisti mirano alla creazione di un corpo immortale e incorruttibile nel quale trasferire la loro consapevolezza, che è uno degli obiettivi principali della Grande Opera.

Per terminare portiamo l'attenzione sull'ultimo dettaglio della lama che abbiamo fin qui trascurato: la bacchetta magica che il Bagatto stringe nella mano sinistra. Si tratta della bacchetta degli auguri, dal potere divinatorio, di quella dei rabdomanti, utilizzata per cercare falde acquifere ma anche tesori nascosti (e persino per cercare cadaveri, ladri e assassini), della bacchetta magica dei maghi e delle fate, quella stessa bacchetta con la quale le sacerdotesse di Demetra invocavano le potenze ctonie della fertilità. La bacchetta dei maghi e delle fate, e anche quella della scopa delle streghe, trae il suo potere dal fatto di provenire da un albero sacro, è in piccolo una "incarnazione" dell'axis mundi", l'asse invisibile che collega i diversi piani dell'esistenza. Cosi il Bagatto è colui che può attingere all'universo dei simboli per applicarli alla realtà contingente e trasferirne il potere sulla propria anima e sul mondo. Ogni volta che l'archetipo del Bagatto ci sfiora, recitiamo una parte diversa nel Teatro dell'Infinito: ci immedesimiamo in situazioni e modi di essere mai sperimentati prima ed apprendiamo a "giocare" in quella particolare condizione e a "riconoscere" ed applicare nella realtà esterna tutti gli "incantesimi" e gli strumenti magici conquistati dalla nostra anima nelle sue precedenti esperienze.

 

Gli Amanti

Sono raffigurate in questa lama tre figure sormontate da un Cupido che lancia una freccia. Al centro c'è un uomo, accanto a lui due donne. La donna bruna che si trova alla destra dell'uomo ha una mano sulla sua spalla, mentre con l'altra indica la terra, l'altra, la donna bionda, con un dito indica il cuore dell'uomo, mentre con l'altra mano, curiosamente ritorta, si indica il ventre. La freccia di Eros-Cupido sembra puntare verso la donna bionda mentre lo sguardo dell'uomo sembra rivolto verso quella bruna. Infine, l'uomo indica un punto vicino al proprio ombelico e, dietro Eros che scocca la sua freccia, irradiano i raggi del sole, gialli, rossi e blu.

Spesso la scena illustrata dalla lama è stata fraintesa ed è stata è stata scambiata per l'immagine di un sacerdote che unisce in matrimonio un uomo e una donna... ma questa interpretazione è falsa e non ce ne cureremo. La donna bruna, vestita di rosso (che richiama il giorno) e dalle maniche blu (che evocano la notte), rappresenta le apparenze che ingannano i sensi. È la Via facile che deriva dall'incarnare, dare alla luce, i fantasmi della mente attraverso l'azione. La sua mano, poggiata sulla spalla destra dell'uomo, lo vincola infatti al fare, mentre occhi dell'uomo sono fissi sulla donna bruna e sembrano ignorare la presenza della bionda.

I colori del vestito della donna bruna indicano che essa è visibile e cattura l'attenzione, ma che il modo in cui essa agisce è invece occulto alla coscienza, interiore e notturno, invisibile agli occhi. Essa rappresenta infatti le forme-pensiero generate dalla mente che intercettano la nostra attenzione e volgono le nostre energie verso falsi bersagli, rappresenta la vuota esteriorità che ci fa apprezzare in una donna (o, per le donne, in un uomo) solo qualità esteriori come la bellezza o il censo sociale. Per l'alchimista è il corpo mortale e caduco, destinato a perire e a tornare alla terra, che cerca di richiamare su di sé tutta l'attenzione e le energie dell'Adepto, come se esso fosse l'unica realtà possibile. Con l'altra mano la donna bruna indica la terra, perché chi segue la strada della donna bruna è destinato a investire le proprie energie unicamente in ciò che è visibile e materiale, per poi morire ed essere inghiottito dalla terra e a non risorgere più.

L'altra donna, la bionda, è rivelata solo dall'ascolto del cuore e a lei sono destinate le frecce di Eros-Cupido, questa figura femminile rappresenta il corpo immortale, quel corpo di Resurrezione che l'Opera alchemica si propone di risvegliare. Nella donna bionda è pronunciato il segreto della lama degli Amanti: la Via segreta del cuore, ma le frecce di Eros provengono dall'alto, da una dimensione verticale che diviene attiva solo per coloro i quali "riconoscono" che ciò che esiste non si risolve in ciò che è visibile... l'essenziale, anzi, è invisibile agli occhi. La donna bionda, al contrario della bruna, è vestita di blu ed ha l'interno del mantello di color rosso, cioè diviene visibile solo a chi ha compiuto un lavoro interiore. Con un dito essa indica il cuore dell'uomo, quel cuore mediante il quale può essere riconosciuta, con l'altra mano, ritorta, si indica il ventre e questo gesto accenna a un arcano che è forse il più impenetrabile segreto dell'Opera alchemica.

Abbiamo detto che le due donne rappresentano due Vie, la prima, quella bruna, legata alle apparenze, la Via del corpo mortale, che lo conduce alla putrefazione e alla non-rinascita, mentre la donna Bionda è il veicolo che può condurci ad incontrare un altro corpo misteriosissimo, che per tutti noi giace addormentato e si sveglia solo un poco mentre sogniamo, un corpo che l'alchimista deve risvegliare completamente e che gli conferisce l'immortalità. Le due donne, si potrebbe dire, sono anche i due mercuri, uno diurno e l'altro notturno, presenti in tante illustrazioni alchemiche, a cominciare da una delle incisioni delle "12 chiavi della filosofia" di Basilio Valentino. Tuttavia solo i raggi del sole di Eros, il sole di mezzanotte, che provengono dall'alto, solo la Grazia può risvegliare il Corpo di Resurrezione. La torsione del polso della donna bionda veniva chiamata dagli alchimisti francesi "tour de main", e con un gioco di parole, significa il massimo dell'abilità manuale da parte dell'Artista Alchimista: niente di meno che dirigere le frecce di Eros. Si potrebbe arditamente ipotizzare che l'intento e la volontà debbano risalire, contro la loro natura, lungo una direzione che è contraria a quella verso la quale li indirizziamo comunemente e che per questo motivo l'Opera alchemica spesso viene definita "Opus contra naturam".

Come si vede l'interpretazione comune che viene data alla lama degli Amanti: "compiere una scelta tra due alternative" non è falsa, ma appare assai riduttiva. Si tratta, si, di una scelta ma il bivio cui fa riferimento la lama è tra i più impegnativi, si tratta di un bivio tra la vita e la morte, tra la generazione nello Spirito e quella nella Materia, tra l'ingannevole apparenza e l'invisibile essenza delle cose. Quel difficile "tour de main", quel giro di mano che solo l'abile alchimista sa operare per diventare il Signore delle frecce di Eros, è un segreto sul quale è chiamato a tacere anche chi dovesse conoscerlo e che sarebbe empio divulgare. Solo la Grazia divina potrà rivelarlo a chi ne è degno. Nel suo significato "pratico" l'arcano indica una scelta che deve essere compiuta tra una via che ci appare davanti e che sembra invitarci a percorrerla, ma che può portarci solo vantaggi materiali e nessuna reale evoluzione, e una via più nascosta che solo il cuore può individuare, che può condurci a una reale trasformazione.

 

La Morte

In questa lama, la tredicesima, è raffigurato uno scheletro, la Morte, che impugna una falce e la sta adoperando. Ai piedi della Morte, emergono dalla terra nera teste mozze, ossa, piedi e mani, oltre che una bassa vegetazione di colore giallo e blu. Si comprende che i resti umani attorno alla morte sono stati "mietuti" dalla sua falce.

La morte cui questa lama allude non è solo quella fisica. Nella simbologia dei Tarocchi si intende con "morte" uno stato che prelude a un cambiamento radicale e che, per attuarsi, richiede un distacco da precedenti legami, una rottura e una   macerazione di vincoli che non hanno più motivo di esistere, che devono essere spezzati perché la trasformazione possa avvenire. La prospettiva di chi vive la simbologia della tredicesima lama è quella di chi si trovi davanti a una porta ma, prima di poterla varcare, debba purificarsi e liberarsi da carichi inutili che gli impediscono il passaggio.

In verità ci sono molti tipi di morte: l'oblio, che può essere morte della volontà, della psiche o dell'intelletto, la morte del corpo, ma anche il sonno.

Ognuna di queste morti può accompagnarsi a una rigenerazione ed avere dunque un valore positivo: il sonno ci rigenera, come è noto, l'oblio, il dimenticare un problema, serve spesso a ri-solverlo e lo stesso termine "soluzione" indica che per trasformare una situazione problematica o venirne a capo occorre abbandonare le forme "coagulate" e precedentemente utilizzate e ridurre tutto a uno stato liquido e informe da dove emergerà, appunto, "la soluzione".

L'oblio ci riavvicina spesso al nostro istinto animale e il sonno profondissimo ci fa regredire allo stato minerale. Quelle teste, ossa, mani e piedi che sono raffigurate nella lama rappresentano i legami che uniscono la Persona ai corpi fisico, astrale ed eterico, sono i legami con le forme-pensiero create dalle nostre menti, gli attaccamenti illusori che legano l'uomo a persone, cose, idee, ruoli e funzioni, al suo stesso ego. Per poter progredire, quei legami devono essere recisi e i resti putrefarsi per fare posto a ciò che deve nascere e nutrirlo. La falce della Morte ha quindi il compito di tagliare i legami, liberarci dalle immagini che abbiamo riempito con le nostre energie, dai fantasmi della mente: personalità, ruolo sociale, identità. Tutte le identificazioni, persino quella con il corpo debbono essere abbandonate dal saggio che cerca se stesso e la verità.

La stessa cosa vale per l'alchimista che si accinga all'Opera: egli dovrà morire al mondo!...

Questa verità ci viene rammentata ogni notte dalla rigenerazione che otteniamo attraverso il sonno, che è una "piccola morte" durante la quale usciamo da noi stessi e ci contempliamo "da fuori". Non è affatto detto che questo archetipo del distacco, la Morte, abbia unicamente aspetti negativi e si riferisca solo a legami che si spezzano. Anzi la lama della Morte può costellare fasi estremamente positive della nostra esistenza: chi si concentra profondamente dimentica il mondo, chi elabora un lutto dimentica il dolore, chi vive una meravigliosa trasformazione dimentica il suo attaccamento al suo stato precedente... Morire a se stessi è una vera arte.

L'oblio, il sonno e la morte vanno infine visti come strumenti che ci conducono, ci "traghettano"da uno stato di consapevolezza a un altro. Ogni difficoltà a vivere questo archetipo è segno di un indebito attaccamento alle cose. Così chi è insonne ha difficoltà a dimenticare il mondo, l'impossibilità di superare un lutto o un abbandono rivela un rapporto di tipo fusionale con la persona assente, una dipendenza nevrotica, chi non riesce a rinnovare la propria vita quando le circostanze lo richiedano tradisce un attaccamento morboso con il proprio ruolo sociale e con la ritualità del "fare" quotidiano, un attaccamento che conduce spesso a identificare il proprio vero essere con le effimere caratteristiche della personalità frontale di cui ci serviamo per interagire, frutto del caso e della necessità. Chi non riesce a distaccarsi dalla propria casa, dai propri oggetti o dai vecchi amici quando il tempo lo richiede ha perso ogni contatto con lo Spirito che "soffia dove vuole". Chi voglia seguire le indicazioni dello Spirito deve essere evangelicamente povero, cioè disposto ad abbandonare ogni possesso, anche corpo e consapevolezza.

La morte è l'unica possibile porta per nascere, è una soglia invisibile tra due stati dell'essere: al di qua ci sono Morte, Sonno e Oblio, dall'altra parte Nascita Risveglio e Ricordo. Poiché l'archetipo della Morte è connesso col ridurre le cose all'essenziale, con il tagliare i rami secchi e potare l'albero della nostra vita, con l'eliminare ciò che è superfluo perché non corrisponde più al momento, al "qui ed ora", la Morte è spesso vista come un fuoco che consuma ciò di cui si alimenta, come se la putrefazione del cadavere di un uomo fosse la sua riduzione allo scheletro, alla struttura, che lo sorreggeva da vivo. La Morte ci libera quindi dalle impurità e dai legami inutili della mente della psiche e del corpo, e ci fa varcare la soglia verso stati di consapevolezza più elevati.

L'alchimia insegna l'arte di utilizzare il fuoco nell'Opera per purificare la Materia Prima e unire fisso e volatile, spiritualizzare il corpo e corporificare lo spirito. Alcuni testi alchemici sembrano suggerire che le "mortificazioni" e la "nigredo" debbano essere subite da una materia esterna all'alchimista, di natura metallica, altri testi invece creano in chi legge la durevole impressione che tali trasformazioni riguardino lo stesso alchimista, la sua anima, il suo corpo e il suo spirito. Credo si debba aderire simultaneamente a entrambe le interpretazioni. È inoltre interessante che sia nella tradizione alchemica che nelle grandi tradizioni religiose sia orientali che occidentali (cabala ebraica, cristianesimo, induismo, buddismo, taoismo, sufismo) si alluda a un "corpo glorioso e immortale" di natura sottile (che nel cristianesimo è il corpo che i morti riceveranno nel giorno della loro resurrezione) nel quale sarà possibile "trasferire" la propria consapevolezza. La costruzione (o l'attivazione) di questo corpo di luce è l'obiettivo che si pongono molti testi alchemici, sia orientali che occidentali.

L'energia "ascetica" di questa lama può tuttavia essere utilizzata non per trasformare un essere, ma per cristallizzare e rendere eterno il suo stato attuale. È il caso dei "vampiri di energia", di chi sostenti la propria energia vitale sottraendo energia agli altri, di chi alimenti ad arte i fantasmi della sua mente anziché dissolverli; Questo è un uso rovesciato e morboso dell'archetipo della morte, praticato largamente dagli avidi, da coloro che sono dominati dall'attaccamento al corpo e alle cose materiali e vorrebbero cristallizzare in eterno lo status quo. Chi intraprende questa via oscura è disposto a sacrificare tutto, e a liberarsi da ogni legame superfluo, proprio come accade nelle vie luminose, ma il sacrificio di ogni affetto viene compiuto in nome di voraci forme pensiero che si alimentano della brama e della cupidigia di sopravvivere, di avere più potere o di conservare quello che già si possiede. Questa "ascesi" è una grottesca parodia di quella praticata dai Figli dell'Arte. Ma lasciamo i Vampiri di energia languire nelle loro tenebre eterne.

 

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