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De sapientia veterum: Il Cielo o le origini
Argomento:Miti e Simboli

Miti e SimboliI poeti tramandano che il Cielo fosse il più antico di tutti gli dei, e che a lui fossero state asportate con una falce dal figlio Saturno le parti genitali. Saturno invece generò prole numerosa, ma divorò continuamente i figli: alfine Giove sfuggì alla strage e, adulto, precipitò il padre nel Tartaro e prese il regno.

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Il Cielo o le origini

di Francesco Bacone - (tratto dagli Scritti Filosofici – Ed. UTET – a cura di Paolo Rossi)

prodotto per Esonet.it

I poeti tramandano che il Cielo fosse il più antico di tutti gli dei, e che a lui fossero state asportate con una falce dal figlio Saturno le parti genitali. Saturno invece generò prole numerosa, ma divorò continuamente i figli: alfine Giove sfuggì alla strage e, adulto, precipitò il padre nel Tartaro e prese il regno. Anzi anch’egli tagliò i genitali al padre con la stessa falce con cui quello aveva evirato il Cielo, e li gettò in mare, dal quale nacque Venere. Poi invero il regno di Giove, appena confermato, sopportò due memorabili guerre. La prima fu quella dei Titani alla cui sconfitta molto valse l’aiuto del Sole (unico dei Titani alleato di Giove); la seconda quella dei Giganti che pur’essi furono dispersi col fulmine e con le armi di Giove. Domati costoro, Giove regnò tranquillamente.

 

 

Questa favola sembra rappresentare il mistero dell’origine del mondo non molto diversamente da quella filosofia che poi Democrito accolse. Costui, più apertamente d’ogni altro, proclamò l’eternità della materia, negando invece l’eternità del mondo; in ciò si avvicinò alquanto alla verità del Verbo divino, la cui narrazione pose la materia informe prima dei sei giorni della creazione.

 

Il senso della favola è questo. Il Cielo è quella concavità o vano che racchiude la materia. Saturno è invece la materia stessa che sottrae al genitore ogni capacità di generare. La totalità della materia, infatti, è sempre la medesima, dato che la quantità della natura non cresce o diminuisce. Le agitazioni e i sommovimenti della materia produssero prima compagini imperfette e mal strutturate delle cose: per così dire esperimenti di mondi. In seguito, col passar del tempo, nacque quella formazione che poteva conservare e proteggere la sua struttura.

Pertanto la prima età del tempo è simboleggiata dal regno di Saturno che fu considerato divoratore dei suoi figli a causa della breve durata e dissoluzione delle cose; la seconda invece dal regno di Giove che relegò nel Tartaro queste continue e transitorie mutazioni; e Tartaro significa luogo del turbamento. Questo  luogo sembra essere lo spazio intermedio tra le altezze del cielo e le viscere della terra; e in questo intervallo soprattutto, si aggirano perturbazione, fragilità e mortalità o corruzione.

Durante quella prima generazione delle cose che avvenne sotto Saturno, Venere non nacque. Fino a che infatti, nella totalità della materia, la discordia superava la concordia, i mutamenti avvenivano di necessità nella compagine e struttura universale. Tale generazione delle cose cessò allorché Saturno fu evirato. Finito questo modo, un altro ne susseguì, che trae origine da Venere: una matura e validissima concordia delle cose che fa sì che la mutazione avvenga soltanto per parti rimanendo integra la struttura del tutto. Si narra tuttavia che Saturno fosse cacciato ed eliminato, non distrutto e annientato, perché era opinione di Democrito che il mondo potesse ritornare alla confusione e all’interregno originario; cosa che Lucrezio scongiurò non avvenisse ai suoi tempi:

Che lungi da noi la dominatrice Fortuna guidi il suo corso
E ci insegni [la catastrofe] la ragione, non l’esperienza.
Lucrezio (De rer. nar., V, 198)

 

Dopo che il mondo si fu assestato nella sua mole e potenza, tuttavia alle origini non dominò l’ozio. Infatti, dapprima nelle regioni celesti avvennero notevoli rivolgimenti, che furono sopiti per via  del sole predominante sui copri celesti. Del pari avvenne in seguito nelle regioni inferiori a causa d’inondazioni, tempeste, venti, terremoti più universali; e solo dopo che furono oppressi e dissipati, crebbe una più durevole e placata concordia delle cose ed una generale tranquillità.

In verità di questa favola si può dire in due modi: che essa contiene una filosofia e di nuovo che tale filosofia contiene una favola. Sappiamo infatti, (per fede) che tutte queste congetture non sono altro che oracoli dei sensi già da lungo tempo cessati e venuti meno, perché la materia e la costruzione del mondo sono opera certissima del Creatore.

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