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: Giudizio e giustizia ne Il processo di Kafka
Argomento:Arte ed Esoterismo

Arte ed EsoterismoTutta l’opera di Kafka è permeata di un senso persecutorio, dall’incombere della condanna senza che alle sue spalle ci sia né giudizio, né tanto meno giustizia. Tre sono i testi nei quali la sensazione del raccapriccio di fronte alla impossibilità della difesa, sono più marcatamente evidenti. Si tratta dei due racconti Das Urteil, La condanna (1912) e In der Strafkolonie, Nella colonia penale (1914) e del romanzo Der Prozeß, Il processo, iniziato a scrivere nel 1914.

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Giudizio e giustizia ne Il processo di Kafka

di Maria Franca Frola

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Franz Kafka (1883-1924) si laurea in giurisprudenza il 29 giugno 1906 all’Università tedesca di Praga, dove si era iscritto prima a chimica e poi a germanistica e in ottobre comincia l’anno di pratica legale. L’anno successivo entra in servizio alle Assicurazioni Generali e nove mesi dopo passa all’Istituto di Assicurazioni contro gli infortuni sul lavoro.

Tutta l’opera di Kafka è permeata di un senso persecutorio, dall’incombere della condanna senza che alle sue spalle ci sia né giudizio, né tanto meno giustizia. Tre sono i testi nei quali la sensazione del raccapriccio di fronte alla impossibilità della difesa, sono più marcatamente evidenti. Si tratta dei due racconti Das Urteil, La condanna (1912) e In der Strafkolonie, Nella colonia penale (1914) e del romanzo Der Prozeß, Il processo, iniziato a scrivere nel 1914.

Ne La condanna una domenica mattina un giovane commerciante di nome Georg Bendemann scrive una lettera ad un suo amico scapolo, che da tre anni vive in Russia, comunicandogli il proprio fidanzamento con Frieda Brandenfeld. Con in tasca la lettera da imbucare, passa, ma erano mesi che non lo faceva, nella stanza dell’anziano padre, col quale era andato a vivere dopo la morte della madre. Padre e figlio si vedevano comunque quotidianamente in ufficio. In un crescendo spasmodico il padre, prima sospetta che l’amico del figlio piuttosto che vivere in Russia, non esista affatto, poi asserisce di conoscerlo invece benissimo e di essere con lui in contatto epistolare da molto tempo e di avergli da un pezzo comunicato le intenzioni matrimoniali del figlio, che a suo dire sono scaturite solo dall’adescamento sessuale che la donna avrebbe posto in atto. La rete di altre presunte colpe si stringe sottile, pregna di impalpabili calunnie e termina con la condanna che il padre esprime nei confronti del figlio. Condanna a morire affogato. Georg prima trasecola, poi pensa che il padre stia recitando una commedia, poi lentamente arretra, esce di corsa di casa, scavalca la ringhiera e si lascia cadere nell’acqua.

Se si riesce a superare le prime dieci pagine con lo stomaco privo di conati di vomito, il racconto Nella colonia penale si conclude in nemesi. Un esploratore in giro per il mondo allo scopo di osservare le istituzioni giudiziarie degli altri paesi, viene invitato ad assistere alla esecuzione di un condannato in una colonia penale. L’ufficiale preposto alle esecuzioni descrive con un’orrida sequenza, nei più minuscoli particolari le tre parti costitutive della macchina che è composta da un letto sul quale viene sdraiato il condannato, un segmento superiore detto disegnatore e un meccanismo intermedio, denominato erpice. Non sono in grado di dire se questa descrizione superi o meno le torture inflitte nel Medioevo ai condannati, o se meglio s’avvicini a procedure naziste (una terza ipotesi che preveda il raccapriccio, evocato come un aspetto del comico è per me impraticabile.) Ricordo che il racconto è del 1914. Poiché nella colonia penale il nuovo comandante pare contrario al perpetuarsi dell’uso della macchina, che fra l’altro per uccidere il condannato impiega ben 12 ore, e l’esploratore, pur nella sua gentilezza di ospite, non nasconde il disgusto per lo spettacolo cui dovrebbe assistere, l’ufficiale esecutore si sdraia sul letto di tortura con l’intenzione di sottoporre se stesso al supplizio e celebrare così un ultimo capolavoro. Ma la macchina pare rifiutarsi di funzionare. Anziché adempiere al suo compito di lunga tortura, uccide velocemente il malcapitato, negandogli così la trasfigurazione dell’intelligenza, per poi cadere, essa stessa, da lì a poco in pezzi. L’esecuzione prevista per il condannato, già presente sul posto, non avrà dunque luogo. Ma la situazione iniziale è tale per cui il condannato non sa di essere condannato, non sa quale sia la sua condanna, non ha avuto modo di difendersi, per la semplice ragione che il principio giuridico col quale nella colonia penale si procede è semplicissimo: "la colpevolezza è sempre fuori discussione." [1]

La caratteristica di questo racconto è la presenza di un embrione di rivolta. La macchina stessa reagisce e punisce l’orrido aguzzino, negandogli la tortura.

Il processo (pubblicato nel 1925) è la terza opera che ci riguarda più da vicino, per quanto anche gli altri due romanzi, America e Il castello, abbiano tematiche affini. In America (scritto per primo nel 1912-1913, ma pubblicato per ultimo) l’assurda inverosimiglianza dei rapporti tra i personaggi all’eterna ricerca di un lavoro stabile e decente è talora balorda e irritante. Ne Il castello (pubblicato per secondo nel 1926) questo luogo che non verrà mai raggiunto, sede di una burocrazia tanto inconcludente, quanto incombente, gli interrogatori sono subdoli, le investigazioni umilianti, i sospetti ingiusti, i soprusi ineludibili, le contraddizioni inesplicabili, le ingiunzioni ingiustificate, i verdetti provvisori, ma dal sapore definitivo. Gli eventi sono intessuti di equivoci, le imputazioni sono improvvise e prive di fondamento, le proibizioni sono prive di senso, i verbali vengono stesi dopo le riunioni e in assenza dei partecipanti, i rapporti sono scritti da spie invisibili. L’autorità superiore è intransigente e il più delle volte corruttibile, gli osservatori sono ossessionanti, le imposizioni misteriose, le insinuazioni accompagnano gli abusi di potere, le punizioni sono sproporzionate alle infrazioni, le autorizzazioni vengono sempre negate da direttive lontane e inaccessibili. Lo stato di costante osservazione cui si è sottoposti da autorità superiori occhiute, che emanano ordinamenti ignoti producono mancanza assoluta di certezze: il castello è davvero il castello? Ogni azione è dunque inutile, ogni ostinazione superflua, i malintesi, le barriere sono invalicabili e le persecuzioni rendono impossibile il raggiungimento della meta.

Tutte le situazioni citate si catalizzano ne Il processo addensandosi fin dalla prima pagina in un arresto, senza che all’imputato, che quel giorno copie 30 anni, venga resa nota l’accusa, né da quale autorità essa scaturisca.

Qualcuno forse aveva calunniato Josef K., impiegato di banca con domicilio presso un’affittacamere, perché egli, in qualità di arrestato, ma a piede libero, verrà interrogato ogni domenica mattina ad un’ora a lui non nota, in un luogo remoto nei sobborghi della città, che è difficilissimo da raggiungere. Il primo interrogatorio si risolve in un nulla di fatto. Josef se ne va indignato, insultando il giudice. Il secondo non ha luogo, perché K. si reca la domenica mattina seguente, benché non convocato, nel luogo della settimana precedente, ma quel giorno non c’è udienza. Il processo non si tiene davanti ad un tribunale comune, questo è allogato in un solaio; subire il processo significa a priori averlo perduto, perché le autorità non cercano la colpa, ma dalla colpa vengono attirate. Gli interrogatori si ripetono regolarmente. L’avvocato dal quale lo zio Albert conduce K., che fra l’altro si chiama Huld (grazia) è ammalato, ma per vie traverse perfettamente al corrente del processo. Contro questo tribunale non è possibile difendersi, bisogna confessare. Dopo l’istruzione del processo, la prima comparsa di norma viene smarrita. Siccome la procedura non è pubblica, gli atti d’accusa sono inaccessibili all’imputato. "Infatti la difesa non è concessa dalla legge, ma soltanto tollerata, ed è persino in discussione se dal relativo paragrafo del codice si possa almeno dedurre la tolleranza." [2] Il procedimento è segreto anche per l’imputato. I difensori non sono presenti agli interrogatori. Ciò che conta sono le relazioni personali dell’avvocato. Ovunque si spia e si corrompe e i documenti vengono trafugati. A volte il processo viene sottratto d’ufficio all’avvocato e passa sotto la competenza di corti inaccessibili. Stanco del proprio avvocato K. decide di assumere in prima persona il compito della propria difesa, ma non conoscendo l’accusa, per stendere la comparsa è necessario che passi al setaccio tutta la propria vita. L’innocenza dell’imputato non semplifica la procedura, perché il tribunale, quando accusa, è fermamente convinto della colpevolezza dell’imputato. Le sentenze definitive non vengono pubblicate, non sono a disposizione neppure dei giudici, questo fa sì che intorno ai casi giudiziari del passato e alle loro conclusioni esistano solo leggende. Vi sono tre possibilità di conclusione da ottenersi tramite conoscenze: l’assoluzione vera, l’assoluzione apparente, il differimento. La prima è praticamene impossibile da ottenere, la seconda e la terza impediscono la condanna definitiva dell’imputato, ma ne impediscono anche l’assoluzione. Il processo rende belli. La cameriera dell’avvocato adesca tutti gli imputati e viene da loro amata. In certi casi però, dopo che un processo è durato anni e anni, la sentenza finale arriva all’improvviso, da labbra qualunque, in un momento qualunque.

Mentre la città nella quale il romanzo è ambientato non è nemmeno lontanamente specificata e del processo si sa ad un certo punto che è in atto solo da sei mesi, nulla in confronto agli anni che possono essere necessari al suo espletamento, il nono e penultimo capitolo del romanzo è ambientato in un duomo cattolico. Nel decimo ed ultimo capitolo, che si svolge alla vigilia del 31° compleanno di K., facendo durare il processo un intero anno, il protagonista viene prelevato da due signori in abito da passeggio, che dopo un lungo percorso, si fermano all’interno di una cava. Uno dei due estrae dal panciotto un lungo coltello da macellaio e lo immerge nel cuore di K. girandovelo due volte. A sopravvivere a K. sarà solo la vergogna.

Il finale ricorda il racconto Un incrocio (1917), nel quale, per lo strano animale metà gatto e metà agnello, il coltello del macellaio potrebbe forse essere una redenzione.

Nel duomo cattolico, nel quale K. si reca per fare da cicerone ad un cliente italiano della banca, che per altro non si presenta all’appuntamento, K. incontra un sacerdote, cappellano delle carceri, il quale gli comunica che il tribunale lo considera colpevole e poi gli narra una parabola dagli scritti che introducono alla legge. Kafka aveva già composto questo brano, cui si dà il titolo Vor dem Gesetz, Davanti alla legge, nel 1914, ed esso è divenuto il testo forse più letto di tutta l’opera kafkiana. È stato sottoposto a innumerevoli interpretazioni, morali, filosofiche, sociologiche, psicologiche, teologiche; nel contesto del processo rappresenta il culmine dell’iter disperante al quale l’imputato soggiace.

All’interno della sconfinata e a volte perplessa letteratura critica intorno all’autore, illuminante per provare ad entrare nel mondo kafkiano è il libro di Karl Grözinger del 1992 dal titolo Kafka e la Cabbalà. Grözinger, citando Scholem, il quale sostiene che Kafka non ha alcuna posizione nel continuum della letteratura tedesca, bensì è da situarsi in quella ebraica, compie un excursus all’interno dell’opera del nostro autore, sottolineandone le ispirazioni di fonte ebraica. Kafka conosce lo Zohar, le Sephirot, i racconti chassidici, e proprio la costruzione del processo presenterebbe punti notevoli di contatto con la letteratura morale di stampo cabbalistico. Grözinger pone seriamente la domanda se il processo non debba essere inteso anzitutto alla luce della teologia ebraica del Giudizio, propria delle solenni festività d’autunno, prescindendo naturalmente dagli altri moderni temi europei che Kafka ha inserito nell’opera. [3] In particolare la parabola Davanti alla legge, rappresenterebbe il tema del passaggio individuale nella porta della legge, in sintonia con la cabbalà luriana, la quale prescrive che "un uomo deve rientrare nella migrazione delle anime tante volte finché non abbia riconosciuto i quattro gradi delle interpretazioni della Torà corrispondenti alla sua radice individuale dell’anima." [4] Secondo la tradizione cabbalistica la vita umana è una ininterrotta ascesa attraverso le sale celesti della Torà, quindi la serie ininterrotta dei tribunali del Processo discenderebbe per diretta ispirazione dall’opera Pardes Rimmonim (Giardino delle melegrane) un testo della Cabbalà zoharica, risistemata da Moshé Cordovero in età barocca. [5]

Nel Pardes Rimmonim si legge:

«La Prima Sala partendo dal basso verso l’alto si chiama Sala Dello Zaffiro. In questa sala c’è un guardiano di nome Tohari’el (Dio della purezza). Egli sta sulla porta di questa sala con alcuni angeli guardiani, tutti sono fuoco fiammeggiante, tengono in mano uno scettro di fuoco e sono tutt’occhi.
E quando l’anima sale verso l’alto, se ha dei meriti ed è degna di entrare, essi le aprono la porta ed essa entra. Se però è contaminata, la si rimanda indietro.
Davanti a questa sala c’è un guardiano assieme a molti angeli castigatori che respingono l’anima facendola precipitare nella Geenna (Purgatorio), e là viene giudicata per dodici mesi.» [6]

E anche davanti a tutte le porte successive c’è un guardiano. Questo brano ispirerebbe dunque anche la durata di un anno del Processo.

Di quando in quando però nell’opera kafkiana si ravvisano spiragli di liberazione. Ne abbiamo rinvenuto uno nella macchina della Colonia penale e nel racconto Durante la costruzione della muraglia cinese (1917) si legge:

«La creatura umana che ha un fondo di leggerezza ed è affine alla polvere che si solleva nell’aria, non tollera catene; quando lega se stessa comincerà dopo un poco a scuotere follemente i ceppi e smembrerà ai quattro venti il muro, le catene e se stessa!» [7]

Cercheremo allora di dare dell’apologo Davanti alla legge una ulteriore lettura, che cerchi di mettere in risalto la sua potenziale positività. Affinché l’intento risulti immediatamente evidente porgo subito la possibile chiave interpretativa. Nell’apologo compaiono due personaggi: l’uomo di campagna e il guardiano della porta della legge. Anziché intenderli come sembrano essere, due entità distinte e contrapposte, proviamo a considerarle un essere solo, che si presenta sotto due suoi aspetti basilari, di corpo e anima, in attesa di poter vedere esplicato il terzo aspetto, quello dello spirito, che non è ancora stato né guadagnato, né conseguito, e potrà essere il risultato del procedimento che si mette in opera con la ripetizione degli eventi della parabola stessa, ossia la finale conquista della legge. Nella nostra interpretazione il guardiano della legge sarà allora tutto quanto concerne la fisicità, la materialità, il buio, mentre l’uomo di campagna sarà l’anima, l’essenza, la luce, e la legge rappresenterà la sintesi nello spirito. [8] Leggiamo insieme il breve racconto:

«Davanti alla legge c’è un guardiano. A lui viene un uomo di campagna e chiede di entrare nella legge. Ma il guardiano dice che ora non gli può concedere di entrare. L’uomo riflette e chiede se almeno potrà entrare più tardi: "può darsi" risponde il guardiano, "ma per ora no." Siccome la porta che conduce alla legge è aperta come sempre e il custode si fa da parte, l’uomo si china per dare un’occhiata, dalla porta, nell’interno. Quando se ne accorge, il guardiano si mette a ridere: "Se ne hai tanta voglia prova pure a entrare nonostante la mia proibizione. Bada, però: io sono potente, e sono soltanto l’infimo dei guardiani. Davanti a ogni sala sta un guardiano, uno più potente dell’altro. Già la vista del terzo non riesco a sopportarla nemmeno io." L’uomo di campagna non si aspettava tali difficoltà; la legge, pensa, dovrebbe pur essere accessibile a tutti e sempre, ma a guardar bene il guardiano avvolto nel cappotto di pelliccia, il suo lungo naso a punta, la lunga barba tartara, nera e rada, decide di attendere piuttosto finché non abbia ottenuto il permesso di entrare. Il guardiano gli dà uno sgabello e lo fa sedere di fianco alla porta. Là rimane seduto per giorni e anni. Fa numerosi tentativi per passare e stanca il guardiano con le sue richieste. Il guardiano istituisce più volte brevi interrogatori, gli chiede notizie della sua patria e di molte altre cose, ma sono domande prive di interesse come le fanno i gran signori, e alla fine gli ripete sempre che ancora non lo può far entrare. L’uomo che per il viaggio si è provveduto di molte cose dà fondo a tutto per quanto prezioso sia, tentando di corrompere il guardiano. Questi accetta ogni cosa, ma osserva: "Lo accetto soltanto perché tu non creda di aver trascurato qualcosa." Durante tutti quegli anni, l’uomo osserva il guardiano quasi senza interruzione. Dimentica gli altri guardiani e solo il primo gli sembra l’unico ostacolo all’ingresso nella legge. Egli maledice il caso disgraziato, nei primi anni ad alta voce, poi quando invecchia si limita a brontolare tra sé. Rimbambisce e siccome studiando per anni il guardiano conosce ormai anche le pulci nel suo bavero di pelliccia, implora anche queste di aiutarlo e di far cambiare opinione al guardiano. Infine il lume degli occhi gli si indebolisce ed egli non sa se veramente fa più buio intorno a lui o se soltanto gli occhi lo ingannano. Ma ancora distingue nell’oscurità uno splendore che erompe inestinguibile dalla porta della legge. Ormai non vive più a lungo. Prima di morire tutte le esperienze di quel tempo si condensano nella sua testa in una domanda che finora non ha rivolto al guardiano. Gli fa un cenno poiché non può più ergere il corpo che si sta irrigidendo. Il guardiano è costretto a piegarsi profondamente verso di lui, poiché la differenza di statura è mutata molto a sfavore dell’uomo di campagna. "Che cosa vuoi sapere ancora?" chiede il guardiano, "sei insaziabile". L’uomo risponde: "Tutti tendono verso la legge, come mai in tutti questi anni nessun altro ha chiesto di entrare?". Il guardiano si rende conto che l’uomo è giunto alla fine e per farsi intendere ancora da quelle orecchie che stanno per diventare insensibili, grida: "Nessun altro poteva entrare qui perché questo ingresso era destinato soltanto a te. Ora vado e lo chiudo."» [9]

Nella parabola kafkiana il concetto di legge viene normalmente associato a quello di paura, minaccia, senso di colpa, allontanamento, punizione, vendetta, crudeltà. Non risulta che sia stato tentato di conferire a questa parabola una valenza positiva, che esprima pace, chiarezza, superamento delle paure, necessità e ordine cosmici. Eppure tutti tendono alla legge, è detto chiaramente nella parabola. Tutti aspirano dunque alla calma, alla composizione dei dissidi, al superamento dei desideri, al risollevarsi dai dolori; tutti tendono alla luce, a vivere in sintonia con le leggi della natura, con l’armonia cosmica, tutti desiderano entrare in un regno irenico, pacificato.

L’uomo di campagna, il cittadino del pianeta, giunge davanti alla legge e il guardiano della porta gliene impedisce l’accesso. Se immaginiamo appunto l’uomo di campagna e il guardiano della porta come due forme di manifestazione di una unità, come le due facce della stessa medaglia, i due componenti della stessa unica realtà, le due parti della interezza umana che esotericamente si scompongono in anima e personalità, in anima e corpo, in buono e cattivo, in esistenza superiore e manifestazione inferiore, l’uomo di campagna è l’anima che tende verso la sua realizzazione, che ha sete d’assoluto, che cerca il cammino del ritorno, desidera entrare nella legge, conformarsi all’ordine universale, conseguire l’iniziazione. Il passo le viene sbarrato dal guardiano sulla soglia, dunque dalla personalità non ancora purificata, dalla somma delle qualità negative, dalle paure, dalle omissioni, dall’inerzia spirituale, dalla quiescenza, dall’incapacità ad agire. Nel guardiano della porta, l’uomo di campagna autocostruisce un muro invalicabile, un annebbiamento che non gli consente di procedere, nonostante gli apparenti sforzi. Ma questo guardiano della porta non è che il primo di una serie di entità più potenti. Nel processo di iniziazione (in-ire=entrare) l’iniziando si trova infatti davanti ad una nuova ed ulteriore porta, a prove sempre più rilevanti, che egli deve superare fino a che anche l’ultima è stata lasciata alle spalle. I guardiani sempre più potenti, posti a custodia delle porte seguenti sarebbero allora la personificazione del mancato raggiungimento della completezza, il cui riconoscimento è tanto più doloroso, quanto più ci si avvicina alla meta.

 Il guardiano della porta offre all’uomo di campagna uno sgabello e intrattiene con lui delle conversazioni oziose, rafforzando così la sua letargia, la sua inanità, la sua incapacità di riscuotersi ed avanzare. Nella lotta tra il desiderio di entrare nella legge e l’incapacità di realizzarne il proposito l’uomo di campagna fallisce nell’intento a causa della propria passività e per mancanza di volontà. Molti di coloro che sono chiamati, ma non eletti, si mettono in cammino verso l’iniziazione, equipaggiandosi anche con molte suppellettili superflue, quali la falsa speranza che tutto si accomoderà da sé o la presunzione di riuscire a varcare la soglia senza fatica. Anziché cercare in sé la causa dello sbarramento l’uomo di campagna attende inattivo giorni ed anni, esplicando solo dei tentativi di corruzione nei confronti del guardiano, tanto inutili quanto sciocchi. Infine, avvolto nella cecità dell’illusione che lo ha ottenebrato per tutto l’arco dell’inane attesa, a pochi passi dalla morte scorge finalmente una luce, della quale, provenendo essa dalla legge, si può presumere che sia sempre stata presente, indelebile, solo non da lui percepita.

 Ora, avendo intravisto un raggio di quella luce nella quale avrebbe dovuto e potuto entrare, l’uomo di campagna, il pellegrino da sempre in viaggio, trova la forza di raccogliersi in una domanda, che diversamente da Parsival, dopo anni di vagabondaggio senza scopo, non lo scioglierà dall’incantesimo redimendolo, ma gli procurerà una risposta dall’apparenza spietata, di cui cercheremo la giustificazione. Quella porta della legge era ed è destinata a lui, ora il guardiano la chiuderà. Il responso cessa di suonare come fredda umiliazione o cinico inganno se letta in chiave esoterica, in chiave di scienza dello spirito.

Il guardiano della soglia è la somma di tutti gli annebbiamenti, delle omissioni che rallentano lo sviluppo spirituale dell’essere umano. Come ciascuno reca in sé il proprio guardiano da superare, così ognuno ha la propria porta della legge, la propria porta iniziatica, da varcare con la forza della volontà chiarificata. Fino alla morte l’uomo di campagna avrà la possibilità di mettersi in sintonia con la legge cosmica universale, secondo quanto si dice in Matteo 11.12: «Dai giorni di Giovanni Battista fino ad ora, il regno dei cieli si acquista con la forza e sono i violenti che se ne impadroniscono».

Giudizio e giustizia vengono allora a coincidere e non dipendono più da coorti celesti, da divinità vendicative, da fantasmi paurosi e persecutori della colpa, bensì dalla volontà dell’essere umano cosciente di essere unico e libero artefice del proprio destino.

__________

Note

1. Franz Kafka, Racconti, Mondadori, Milano 1973, p. 291. (torna al testo)

2. Franz Kafka, Romanzi, Mondadori, Milano 1973, p. 424. (torna al testo)

3. Cfr. Karl E. Grözinger, Kafka e la Cabbalà, Giuntina, Firenze 1993, p. 41. (torna al testo)

4. Ivi, p. 58. (torna al testo)

5. Ivi, p. 70. (torna al testo)

6. Ivi, p. 197. (torna al testo)

7. Franz Kafka, Racconti, cit., p. 403. (torna al testo)

8. Questa interpretazione è già stata formulata dalla autrice di questo contributo in: Maria Franca Frola "Davanti alla legge" un’interpretazione esoterica, Kafka e Rudolf Steiner, in "L’analisi linguistica e letteraria" 9 (2001), pp. 25-37. (torna al testo)

9. Franz Kafka, Romanzi, cit., pp. 518-521. (torna al testo)

 

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