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: La Stele dell'Inventario di Giza la “sindone” della Grande Piramide / 5
Argomento:Misteri dei Costruttori

Misteri dei CostruttoriCome la Sacra Sindone, che tutti conoscono, è il lenzuolo che reca l’impronta del corpo martoriato di Gesù, deposto nella tomba dopo la sua crocifissione sul Golgota, così la pietra (che fa da “lenzuolo”) della Stele reca l’impronta geometrica della piramide di Cheope.

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La Stele dell'Inventario di Giza la “sindone” della Grande Piramide / 5

a cura di Gaetano Barbella

prodotto per Esonet.it


16. I rotolatori del sole

16.1 Le pietre ermetiche del lago di Maât

Come, più di ogni altro modo, si rivela la divina Maât in relazione alla edificazione Grande Piramide? In tutto ciò che finora è stato esaminato in termini geometrici e particolarmente quando è apparsa la stella a sei punte nel suo “lago della verità”, quello dell’illustr. 35?
La risposta ce la offre il disegno che ho fatto di questo “lago”, sulle cui acque mercuriali è come se galleggiassero tante pietre cubiche viste in assonometria isometrica. Ognuna di esse rivela il segno della stella suddetta, come si può vedere.

Illustr. 39: Il lago della verità di Maât.

Quando si stava erigendo la Grande Piramide furono disposte in altro modo, ma non si poteva fare diversamente, ogni pietra andava posta come si vede nell’illustr. 41 e che io ho delimitato entro il rettagolo di Maât.

Illustr. 40: Lo scarabeo sacro, mitologico Rotolatore del Sole. Reperto del Museo Egizio di Torino.

Illustr. 41: Particolare della Piramide di Cheope.

Ma la riflessione che ora sto imbastendo mi porta il pensiero al lavoro di tutti gli alchimisti, poiché sappiamo che l’Alchimia di Trismegisto è nata in Egitto. La materia che essi devono lavorare è proprio quella per portare a perfezione, pietra su pietra perché diventi come il “lago della verità” dell’illustr. 39, per ottenere poi l’approvazione dei 42 Giudici di Maât.

E se in effetti, le pietre cubiche non potevano essere rotolate nel cantiere edile allestito per erigere la Piramide di Cheope, per simulare il lavoro suggerito dallo scarabeo sacro, il Rotolatore del Sole (illustr. 40), tuttavia assumendo forme esagonali (come quelle del lago di Maât) allora la cosa è concepibile. Ma è un modo di dire poiché si tratta di un lavoro di natura eterica la cui spiegazione è stata già esaminata nel capitolo 10 del Fuoco di Ruota.
E vale ancora di più ora, ciò che ho già detto sul Mare dei Filosofi di Fulcanelli in precedenza: « La donna adatta alla pietra e che con essa si deve unire è quella fontana d’acqua viva, la cui sorgente, totalmente celeste, che ha il suo centro in particolare nel sole e nella luna, produce questo chiaro e prezioso ruscello dei Saggi, che si versa nel mare dei filosofi che, a sua volta, circonda tutto il mondo. ». Quindi non senza ragione, questa divina fontana, è chiamata da questo autore femmina della pietra; alcuni l’hanno anche rappresentata sotto le spoglie d’una ninfa celeste; alcuni altri le hanno dato il nome della casta Diana, la cui purezza e verginità non è macchiata dal legame spirituale che l'unisce alla pietra. Ed è in questo ideale bacile che si raccoglie, la virtù, posseduta dal mercurio o luna dei saggi, capace di captare, a mano a mano che viene prodotta durante l’immersione o il bagno del re, la tintura che questi abbandona e che la madre conserverà nel suo seno per il tempo richiesto. Si tratta del Graal, che contiene il vino eucaristico, liquore di fuoco spirituale, liquore vegetativo, vivente e vivificante introdotto nelle cose materiali. E si capisce anche ora il senso del tempo richiesto, il cui scadere è dettato dall’apparizione della stella esagramma. Ma a questo punto si chiariscono molte cose in merito ai colori dei 14 Giudici di Maat del papiro dell’illustr. 32 e per la fase progressa dei 42 Giudici di Maât del papiro dell’illustr. 37. In entrambi i casi i colori sono il verde, il rosso e il bianco che non si distinguono bene nel secondo papiro che è di Enfankh, mentre il primo è di Hunefer.

 

16.2 I colori dei Giudici di Maât

Traggo queste citazioni dal libro Divo Sole: La teurgia solare dell'alchimia, a cura di Alessandro Boella, Antonella Galli, Edizioni Mediterranee.

Scrive Fulcanelli: « Catturate un raggio di Sole, condensatelo in una forma sostanziale, nutrite di fuoco elementare questo fuoco spirituale, e avrete il più grande tesoro di questo mondo. ».

Nei trattati La tintura dell’oro o il vero oro potabile e Dei nuovi forni filosofici (quarta parte) Johann Rudolph Glauber menziona il fatto di poter trasformare i raggi del Sole in una sostanza mercuriale e corporea, per mezzo di un certo strumento che li raccoglie (uno specchio concavo11 o una lente) e parla di fissazioni e calcinazioni di minerali e di fusioni di metalli realizzati grazie al calore del Sole concentrato tramite specchi concavi12 o lenti, di cui dà diversi metodi di costruzione.

Friedrich herbort (1764-1833), ermetista e discepolo di Echartshausen, dichiara nel trattato Compendium hermeticum:
« L’acqua di sale della materia prima è il magnete che attira abbondantemente i raggi solari; grazie alla sua azione essi possono coagularsi così fortemente, che si forma come un carbone incandescente: se si tiene questa prima acqua di sale racchiusa in una sfera di vetro e vi fanno concentrare i raggi del Sole, essa diventa a poco a poco rossa e si può trarne la polvere solare rossa o zolfo di Aphar, la terra secca.

[…] La terra pura necessaria alla nostra Opera deve essere davvero limpida come il cristallo; non ha nulla in comune con alcunché, tranne il puro etere vitale; essa lo attira a sé e il suo agire la ingravida. Gli Antichi chiamavano questa terra magnetica e cristallina nitrum et uitrum. Per Pitagora essa era fissazione dei raggi del Sole. Gli ermetisti chiamavano questa fissazione dei raggi solari Sigillo di Ermete, perché la luce inestensione si concentrava nell’Opera e l’ha, per così dire, sigillata ».

I raggi che discendono dal Sole portano con sé lo zolfo solare, il Fuoco Divino. Al contatto con i raggi lunari questi raggi si cristallizzano. I raggi solari sono così toccati dalle emanazioni che risalgono dalla superficie terrestre e sono poi ancora cristallizzati in una sostanza parzialmente tangibile, solubile in acqua pura. La cristallizazione dei raggi solari e lunari in acqua (rugiada) produce terra vergine: una sostanza pura, invisibile, incontaminata da sostanze materiali. Quando i cristalli di terra vergine sono bagnati, appaiono verdi; quando sono asciutti, bianchi.

Nella Chiave della Grande Opera o Lettere di Sancelrien Tourangeau à Madame L.D.L.B., si afferma che la produzione vegetale può essere enormemente accresciuta « grazie alla nostra medicina, che è Sole terrestre, che diffonde senza sosta i suoi fertili raggi dal centro alla circonferenza, e che fortifica a tal punto la natura dei misti e che essi superano in vigore lo stato normale a ogni produzione.

[…] Questa terra e quest’acqua preparate non sono altro che il primo e il secondo Cielo magico, l’oro superiore e inferiore, che essendo uniti tutti e due insieme, in quanto principio di tutti i misti sono la prima esistenza dell’oro valgare […].

Nel paragrafo dedicato alle virtù della Pietra è detto che tramite questo microcosmo si può vedere tutto ciò che è nel macrocosmo. I Filosofi possono vedervi come in uno specchio tutte le cose future; grazie a questa scienza divina, e soprattutto all’elisir al rosso, i Filosofi si sono innalzati al di sopra degli uomini, poiché hanno conosciuto le cose accadute fin dalla creazione del mondo e visto quel che deve accadere fino alla fine.
Ed ancora sui colori:

A pag. 25 del libro Le Dimore Filosofali di Fulcanelli, viene spiegato il regime dei colori in alchimia condensato in un motto di un cassettone della galleria alta del Castello di Dampierre-Sur-Boutonne:

.NVTRI.ETIAM.RESPONSA.FERVNTVR.

La descrizione è questa:
“Quattro fiori sbocciati e eretti sui loro steli sono in contatto con la lama affilata di una sciabola”. Che vuol dire: Sviluppa in tal modo gli oracoli annunciati.
Questi oracoli, in numero di quattro – dice Fulcanelli – , corrispondono ai quattro fiori o colori che si manifestano durante l'evoluzione del Rebis e mostrano così esteriormente, all’alchimista, le fasi successive del lavorio interno. Queste fasi, diversamente colorate, hanno il nome di Regimi o di Regni. Ordinariamente se ne contano sette.
Ad ogni regime i filosofi hanno attribuito una delle dibinità superiori dell'Olimpo, ed anche uno di pianeti celesti la cui influenza si esercita parallelamente alla loro, nel medesimo tempo della dominazione. [...] Al regno di Mercurio (Hermes, base, fondamento), primo stadio dell'Opera, succede quello di Saturno (Chronos, il vegliardo, il folle); poi Giove governa in seguito (Zeus, unione, matrimonio), poi Diana (Artemide, intero, completo), o la Luna, la cui veste scintillante è a volte tessuta da capelli bianchi, a volte da cristalli di neve; Venere, votata al verde (Afrodite, bellezza, grazie), eredita allora il trono, però Marte la caccia ben presto (Ares, adatto, fissato), e questo principe bellicoso, dalle vesti macchiate di sangue coagulato, è egli stesso rovesciato da Apollo (il trionfatore), il Sole del Magistero, imperatore vestito di lucentezza scarlatta, la quale stabilisce definitivamente la sua sovranità e la sua potenza sulle rovine dei suoi predecessori.
Alcuni autori, assimilando le fasi colorate della cozione ai sette giorni della creazione, hanno designato il lavoro intero attraverso l'espressione Hebdomas hebdomadum, la Settimana delle settimane, o semplicemente la Grande Settimana, per il fatto che l'alchimista deve seguire quanto più strettamente, nella sua realizzazione microcosmica, tutte le circostanze che accompagnarono la Grande Opera del Creatore.
Alcuni autori, assimilando le fasi colorate della cottura ai sette giorni della creazione, hanno indicato l'intero lavoro con l'espressione Hendomas hedbomadum, la Settimana delle settimane, o semplicemente la Grande Settimana perché l'alchimista deve seguire assai dappresso, nella sua realizzazione microcosmica, tutte le circostanze che accompagnarono la Grande opera del Creatore.
Ma questi vari regimi sono più o meno liberi e variano molto, sia per la durata che per intensità. Così i maestri si sono limitati si sono limitati a segnalare solo quattro colori, essenziali e preponderanti, perché essi sono i più netti e più durevoli degli altri, e cioè: il nero, il bianco, il giallo o citrino ed il rosso. Questi quattro fiori del giardino ermetico devono essere tagliati uno dopo l'altro, seguendo l'ordine ed alla fine della fioritura, cosa che spiega la presenza dell'arma del nostro bassorilievo. Compiendo questo lavoro, bisogna temere di affrettarsi troppo e, ciò facendo, d'oltrepassare i gradi di fuoco richiesti dal regime i quel momento, nella vana speranza d'abbreviare il tempo, talvolta assai lungo. [...].

 

16.3 Il geroglifico di Maât nei cartigli dei faraoni

Entriamo ancora di più nell’antica dialettica egizia per ottenere la prova di aver ben percorso la via dei geroglifici per interpretare il senso che nell’antico periodo egizio si aveva di Maât.
Torna utile farsi un’idea dell’ insieme di cartigli relativi ad alcuni faraoni, sopra mostrati, che ho tratto dalla pag 28 di un libro già consultato in precedenza, “Come leggere i Geroglifici egizi” di Mark Collier e Bill Manley, Edizione Giunti. Ed entrando nel particolare della suddetta serie, riesaminiamo il cartiglio del faraone Thutmosi III già passato al vaglio con l’illustr. 22 (capitolo 17) e che mostro di lato ingrandito.

Illustr. 42: Cartigli dei faraoni.

Illustr. 43: cartiglio del faraone Thutmosi III.

Qui il primo segno indica il sole (pronuncia rʽ) è ra o re (il dio Re o Ra).
Il secondo segno (pronuncia mn) è men, ossia stabilito, fissato.
Il terzo segno è il noto scarabeo (pronuncia ḫpr) che sta per kheper ossia essere vivente/forma. Questi significati sono stati tratti alle pagine 28 e 29 del libro prima citato.
Ora quel che maggiormente interessa approfondire è il secondo segno che è formato dal noto rettangolo da me attribuito a Maât, ma non se aveva la certezza. Però, la giustapposizione è riposta nel suo significato, ossia stabilito/fissato che combacia con il parallelo alchemico della fase di “Fissazione”, riconosciuta relativa al “lago della verità” di Maât, dove effettivamente, avviene questo processo di trasmutazione alchemica. In più notandosi sul rettangolo in visione, giusto sette raggi che sporgono superiormente, il passo è brevissimo per attribuirli alle sette fasi di Sublimazione alchemiche, ovvero alla Fissazione graduale che avviene sette volte, come è risaputo, ormai con certezza.

 

17. Il rotolatore del Sole nell’Alchimia

Prima di riprendere la tematica sulla Stele dell’Inventario in sospeso all’inizio del saggio, non resta che comprendere appieno i nessi alchemici che legano la materia prima dei Filosofi al mitico Rotolatore del Sole, lo scarabeo sacro egizio che rotola la palla di escrementi.
Fulcanelli fornisce una descrizione dettagliata del minerale in questione associandola ad una delle vie seguite dagli alchimisti per conseguire la pietra filosofale, la Via secca relativamente rapida da seguire ma molto rischiosa (Les Demeures Philosophales, A Paris, chez Jean-Jacques Pauvert, 1965).13 La Via secca è seguita dalla maggioranza degli Alchimisti che pure l’hanno velata sotto le descrizioni della Via Umida. Le tappe e le elaborazioni principali delle due vie naturalmente coincidono; ciò che essenzialmente cambia sono le sostanze chimiche di partenza che vengono utilizzate.

«Tutti i minerali, secondo la voce ermetica, gli hanno apportato l'omaggio del loro nome. Lo si chiama ancora drago nero coperto di squame, serpente velenoso, figlia di Saturno, la più amata dei suoi bambini. Questa sostanza primitiva ha visto la sua evoluzione interrotta dall'interposizione e dalla penetrazione di uno zolfo infetto e combustibile che ne appesantisce il puro mercurio, lo trattiene e lo coagula. E, sebbene sia interamente volatile, questo mercurio primitivo, corporificato sotto l'azione essiccante dello zolfo arsenicale, assume l'aspetto di una massa solida, nera, densa, fibrosa, fragile e friabile, che la sua poca utilità rende meschina, abietta e disprezzabile agli occhi degli uomini. In questo soggetto, - parente povero della famiglia dei metalli, - l'artista illuminato trova tuttavia tutto quanto di cui necessita per cominciare e finire il suo grandioso lavoro, perché, dicono gli autori, entra all'inizio, a meta' ed alla fine dell'Opera.»

«È la ragione per la quale hanno rappresentato simbolicamente la loro materia, nella sua forma primitiva, con la figura del mondo che contiene in se i materiali del nostro globo ermetico o microcosmo, raccolti senza ordine, senza forma, senza ritmo né misura.»14

 

18. La geometria cheopiana della Stele dell’Inventario

Illustr. 44: Grafico della Stele dell’Inventario egizia.

E finalmente siamo giunti in porto per occuparci in modo confacente della Stele dell’Inventario di Giza. Tutto ciò che occorre per rapportarla alla Grande Piramide è stato posto in bella mostra e siamo perciò all’anteprima della fase d’indagine geometrica.
Per cominciare ho disegnato la Stele (illustr. 44) nelle medesime proporzioni della foto dell’illustr. 1, mostrata all’inizio, indicando con lettere i suoi punti salienti. Il tutto poi sarà oggetto di un nuovo grafico che porrà in mostra i chiari segni dello stesso disegno elaborato all’inizio con l’illustr. 2, cioè la piramide posta su una parabola.
Per l’esecuzione della geometria derivante dalla Stele egizia sono fondamentali le linee intermedie della lapide, ossia MM’, NN’, Q,Q’ ed R,R’ e vedremo come.

 

Con l’illustr. 45 vediamo inserita la lemniscata di Bernoulli che è generatrice della chiave d’Iside, ossia l’Ankh. Di questo se ne è parlato nel capitolo 5, La via della geometria sui poteri attribuiti alla dea Iside.

Illustr. 45: La Piramide di Cheope nella Stele d’inventario.

Non c’è altro modo per provare l’autenticità della Stele in trattazione, poiché se la piana di Giza con la Sfinge e la Grande Piramide, erano dedicati dalla dea Iside, come essa attesta, di certo essa rivelerà con la sua “chiave” la geometria rivelatrice che ci si aspetta.
L’illustr. 12 e 13 del capitolo 5 menzionato, dimostra infatti la proprietà della leminiscata di generare la geometria della piramide di Cheope informata alla sezione aurea. E infatti vediamo con l’illustr. 45, che il rettangolo ABCD che ricalca la sagoma della Stele, è anch’esso proporzionato per dar luogo a due piramidi di Cheope poste in modo speculare fra loro: quella in alto è il triangolo isoscele di altezza OL e di lato OP generato dal vettore OP della lemniscata. Con l’illustr. 43 si dimostra che è il semilato di base della piramide anzidetta. Vi consegue anche che intradosso EG della cornice della Stele, rispetto al centro O, è tangente al cerchio (blu) che passa per P e P’. E adesso vediamo la funzione dei tratti interni alla cornice suddetta EGIH, ossia MM’, NN’, QQ’ ed RR’, che saranno posti in relazione con la lemniscata di Bernoulli. Si tratta della generazione della sagoma della piramide di Cheope (in verde) che sarà determinata tramite, il vertice L’  e i due estremi di base L’’ ed L’’’, con il cerchio (blu) passante per U e U’ della lemniscata. Tracciando poi il cerchio (blu) passante per i punti T e T’ della lemniscata, notiamo che è tangente ai lati inclinati della piramide anzidetta L’L’’L’’’. Questo cerchio poi rintraccia il fondo della parabola nel punto V’. Non ho evidenziato che il centro O della Stele è anche il fuoco della piramide e che naturalmente individua anche il centro della Camera della Regina. Infine resta da individuare il percorso energetico dell Zed (in rosso) che si ottiene con il tratto NN’ che interseca la lemniscata nei punti J e J’. Ma il percorso del circuito energetico è segnalato da diverse punti nodali evidenziati nel grafico appena esaminato.

 

19. Il “Maât” dei 14 Giudici della Stele dell’Inventario

Mancava l’approvazione dei Giudici di Maât che in effetti, grazie alla solita procedura geometrica esposta nel capitolo 15, è possibile verificare. Vediamo come, questa volta servendoci della foto della Stele dell’Inventario mostrata all’inizio. E la prima cosa comporta rintracciare il rettangolo di Maât che già conosciamo per la geometria che essa comporta, cioè deve poter dar luogo alla suddivisione angolare di 14 settori.

Illustr. 46: Il rettangolo di Maât riferito alla      barca solare di processione della dea Iside.

L’illustr. 46 ci mostra la geometria posta in atto per ottenere il rettangolo di Maât il cui asse orizzontale passante per O corrisponde alla linea intermedia NN’ dell’illustr. 42, mentre l’asse verticale è la mezzeria della Stele. Con gran soddisfazione, facendo uso dell’asse mediano verticale della barca sacra della dea Iside, si perviene al disegno del rettangolo ABCD che si dimostra, come vedremo con la prossima illustr. 47 proprio quella  si cercava per far delineare poi la raggiera di 14 Giudici di Maât.

 

Non solo, ma nello stesso istante appare l’esagramma che è il segno di Maât attraverso la comparsa successiva dei 42 Giudici, e per questo non occorre rifare il disegno che vi attiene, potendo far riferimento all’illustr. 38 mostrata nel capitolo 15.4. Questa volta è il consorte di Maât che funge da “penna di struzzo” per far apparire la stella dorata.15

Illustr. 47: I poligoni stellati dei 14 Giudici e l’apparizione dell’esagramma segnalato dal dio-ibis Thot che equivale alla piuma della dea Maât.

 

20. Conclusioni sulla Stele dell’inventario di Giza e il segno vincente della chiave di Iside

La Stele dell’Inventario di Giza risalente al 1500 a.C., in cui si rivela una trama geometrica di una matematica nota solo 3200 anni dopo, pone la domanda se  gli antichi egizi, che realizzarono questo reperto, non senza a priori l’edificazione della Grande Piramide, conoscessero la matematica e conseguentemente la geometria che io vi ho fatto derivare con questo studio?
La ragione non può che far affermare che non dovevano conoscerla se non nei termini che sappiamo in base alle ricerche storiche, per esempio tramite i reperti del papiro di Rhind e di Mosca in cui si evidenziava il carattere pratico delle discipline scientifiche. Infatti sappiamo quanto empirismo si rivelava in questi antichi documenti, pur riconoscendo notevole il saper usare le frazioni, le radici quadrate e determinare la superficie e l'area di molti solidi (tra cui, appunto, le piramidi), ma però, senza dimostrazioni per i procedimenti che usavano.
Tuttavia il resoconto del presente studio dimostra invece che gli antichi egizi avevano le idee chiare sulla matematica di millenni più avanti del loro tempo, come si spiega? L’unico modo per darvi spiegazione è chiederlo – mettiamo – agli alchimisti, come il noto Fulcanelli del quale il presente saggio è ricco di citazioni in stretta relazione alle concezioni fatte sui geroglifici egizi e principalmente sulla piramide di Cheope. Ma è vero pure che nelle locuzioni di Fulcanelli non compare mai alcuna spiegazione riferentesi alla matematica e geometria, così come io ho fatto in questo studio, sia con i reperti egizi antichi, sia con l’alchimia. Nè posso fare la parte di un alchimista per dare la risposta, non avendone la statura ma solo una certa conoscenza, e se in qualche caso ho commesso delle manchevolezze, chiedo scusa agli alchimisti dei quali ho preso a prestito i loro detti. 
È chiaro a questo punto che la scienza matematica scorre invisibile, “guidandoli”, nel pensiero eterico in relazione alle facoltà extrasensoriali degli alchimisti e così dovette essere anche per gli antichi sacerdoti egizi. Potremmo arguire, senza sbagliare che la “guida” fondamentale in questione non poteva essere che l’antica chiave di Iside che è servita egregiamente a decifrare la Stele d’Inventario di Giza. E non ci si sbaglia a capire che la stessa chiave si è poi disposta, con l’avvento del Cristianesimo, a rivelarsi prodigiosa con la Croce cristica, tant’è che essa si è rivelata vincitrice con il detto « In hoc signo vinces ». È la storica frase latina, dal significato letterale: “con questo segno vincerai”, traduzione del greco ἐν τούτῳ νίκα (letteralmente: “con questo vinci”). La comparsa in cielo di questa scritta accanto a una croce sarebbe uno dei segni prodigiosi che avrebbero preceduto la battaglia di Ponte Milvio, vinta da Costantino imperatore di Roma.

In quanto al titolo di questo scritto, si sarà capito perché la Stele d’Inventario è la sindone della Grande Piramide. Cioè, come la Sacra Sindone, che tutti conoscono, è il lenzuolo che reca l’impronta del corpo martoriato di Gesù, deposto nella tomba dopo la sua crocifissione sul Golgota, così la pietra (che fa da “lenzuolo”) della Stele reca l’impronta geometrica della piramide di Cheope.

 

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Note

11 La parabola della piramide di Cheope. (torna al testo)

12 La parabola della piramide di Cheope. (torna al testo)

13 http://tpissarro.com/alquimia/valquimi-i.htm (torna al testo)

14 http://www.tpissarro.com/alquimia/materie-i.htm (torna al testo)

15 Per approfondimenti sui geroglifici della Stele d’Inventario consultare l’articolo di Franco Brussino mostrato al link [pdf] http://www.egittologia.net/public/ext/fb_stele_inventario.pdf (torna al testo)

 

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