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Monaci Combattenti: Spirito del monachesimo
Argomento:Storia Nascosta

Storia NascostaL’Ordine monastico-combattente / 3

Spirito del monachesimo - L'Europa del monachesimo - Religione tra spiritualità e convenzioni - Religiosità belligerante - Sacralizzazione della cavalleria

Il monachesimo è un fenomeno antico che non appartiene ad una fede particolare.
Fiorito in ogni popolo ed accanto ad ogni religione, il monachesimo non è una religione ma ravvisa nei culti gli strumenti per esprimere esteriormente una spiritualità ch’è solo interiore.
Sotto la spinta di una spiritualità genuina, il monachesimo si è trovato spesso in antitesi con gerarchie religiose che si confondevano coi piaceri terreni, amanti del potere, della fastosità e della ricchezza. E la scelta di estraniarsi dagli aspetti terreni faceva del monachesimo d’oriente e d’occidente il confine tra l’idealismo spirituale e l’eccessiva razionalizzazione religiosa.

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L'Ordine monastico-combattente / 3

di Athos A. Altomonte

© copyright by Esonet.it


Il monachesimo è un fenomeno antico che non appartiene ad una fede particolare.

Fiorito in ogni popolo ed accanto ad ogni religione, il monachesimo non è una religione ma ravvisa nei culti gli strumenti per esprimere esteriormente una spiritualità ch'è solo interiore.

Sotto la spinta di una spiritualità genuina, il monachesimo si è trovato spesso in antitesi con gerarchie religiose che si confondevano coi piaceri terreni, amanti del potere, della fastosità e della ricchezza. E la scelta di estraniarsi dagli aspetti terreni faceva del monachesimo d'oriente e d'occidente il confine tra l'idealismo spirituale e l'eccessiva razionalizzazione religiosa.

La prima forma di monachesimo cristiano fu quello egizio e basiliano (II/V sec.).

Anche se meno rigidi di anacoreti, eremiti e stiliti (gr. stylos, colonna, coloro che vivevano in cima ad una colonna), i monaci erano versati alla solitudine e all'ascetismo. Rigettavano ogni congettura religiosa fatta ad immagine d'uomo, per concentrarsi sulla sola luce dello spirito praticata nell'umiltà di se stessi, con amore, carità, misericordia e solidarietà per il prossimo. Prendendo Gesù il Nazareno a modello di perfezione cristiana che, prima della vita pubblica, aveva praticato per anni l'eremitaggio accompagnandosi ad anacoreti ispirati.

Per i monaci mediterranei Gesù era la maggiore espressione di santità vivente (*). Un modello di fede praticata (col fare) in piena coscienza (col conoscere) diverso dalla passività dogmatica professata dai suoi convenzionali successori che praticavano il credere senza fare ed il fare senza capire.

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* Come scoprirono i monaci francescani che seguivano Marco Polo, il nome Gesù era conosciuto anche nelle lontane contrade che stavano visitando.

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Fuori dalla transitorietà del mondo, i monaci vivevano tratti di sincera spiritualità che scaturiva da un singolare stato di coscienza. Un modo assai intimo di vivere una fede, priva di antagonismi religiosi che li faceva sentire fuori dal mondo e lontani dai suoi eccessi. Una fede percepita in uno spazio interiore fatto di silenzio, di contemplazione e di preghiera. A tutto questo s'aggiungeva l'aspetto penitenziale, ch'era il tema centrale nel monachesimo cristiano.

Emulando il martirio subito nel giorno della sua morte dal Signore Gesù, i cristiani esaltavano la sofferenza, considerandola il massimo strumento per la riconciliazione con Dio, assieme alla rinuncia, l'espiazione e la mortificazione di ogni passione che non fosse quella religiosa. Le pratiche penitenziali, però, non duravano un solo giorno come quelle patite da Gesù, ma riempivano ampi tratti della vita monastica.

Il prolungato rigore della vita monastica, le punizioni corporali elaborate e cruente, accompagnate dall'astinenza da cibo e bevande, finivano per causare nei praticanti disagi fisici e notevoli alterazioni emotive, inducendo turbe mentali e ossessività. Insomma, la crudeltà su se stessi e la mortificazione dei sensi, potevano avere conseguenze poco decorose per lo spirito, come l'idealismo esasperato, l'esaltazione e il fanatismo religioso, con le tristi conseguenze che poi si vedranno.

 

L'Europa del monachesimo

In un'epoca dove uomini e donne dallo spiccato talento spirituale non potevano trovare in una religiosità cortigiana ciò che cercavano, cominciarono a cercare Dio in se stessi, nel proprio cuore e nella propria fede.

Nel VII sec. san Benedetto da Norcia gettò in Europa il seme del rinnovamento spirituale. La fedeltà al messaggio del Cristo venne ripreso dagli Ordini Monastici che, nell'anno mille, solo in terra di Francia eressero 694 abbazie. Tra i maggiori, ricordiamo l'Ordine Benedettino (529), Francescano (1209), Camaldolese (1012), Olivetano (1313), Certosino (1030), Cistercense (1098) e Cluniacense, seguiti dall'Ordine Carmelitano e Domenicano (1226), Silvestrino (1232) e Vallombrosano (1036).

Attorno a queste grandi aggregazioni spirituali emersero gruppi minori come i Valdesi o Poveri di Lione (1169), i Bonomini o Catari (1170), gli Umiliati o Lombardi (1184 ). Tutti votati all'amore per l'innocuità, alla misericordia, all'astinenza, all'obbedienza, alla spiritualità, al lavoro, alla pazienza, al silenzio ed alla povertà evangelica, solo per citare alcuni aspetti.

Ma poter trovare in se stessi luce spirituale poteva privare il primato di universalità di una Chiesa che si reputava l'unica rappresentante del “Volere di Dio” «omnis potestas a Deo» (Rom. 13, 1-2).

Temendo per la propria sovranità, la gerarchia ecclesiale fece ogni sforzo per osteggiare tanta autonomia spirituale, arrivando ad accusare d'eresia i membri di quelle aggregazioni spirituali.

In verità la loro eresia era quella di non seguire i criteri terreni di una Chiesa dominante per cercare un'essenza spirituale che non fosse quella delle convenzioni religiose. Di non accettare l'egemonia di un uomo su un altro uomo, anche se religioso, perché tutti uguali davanti a Dio, e di criticare i commerci della devozione*. Ma la contrarietà della Chiesa cattolica si trovò d'innanzi all'ostacolo del giuramento d'Obbedienza, a cui s'inchinarono i fondatori dei movimenti monastici, nonché l'umiltà e l'assoluta povertà a cui si votavano i monaci. Un dilemma irrisolvibile, perché, come combattere chi nulla possedeva e nulla aveva a pretendere?

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* Per ottenere rispetto e sottomissione la Chiesa convenzionale utilizzava la paura degli uomini per le ombre dell'ignoto. La devozione cattolica era usata come moneta di scambio di speranze messianiche. Cronache visionarie a sfondo profetico facevano da contorno a commerci di “sante reliquie” e nella vendita di miracolose guarigioni, assoluzioni ed indulgenze. Sotto l'umiltà dei precetti la gerarchia cattolica mirava ad assoggettare i popoli dell'occidente, inseguendo politiche espansionistiche che irritavano poteri sovrani, di cui la gerarchia ecclesiastica era al contempo compagna ed antagonista. Era altrettanto difficile nascondere i pubblici vizi, l'ostentata opulenza e il palese libertinaggio che membri della Chiesa di Roma praticavano ad ogni livello. Per cui, le era difficile offrirsi quale modello di virtù cristiana.

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Col benestare della teocrazia cattolica i monasteri crebbero e si moltiplicarono fino a diventare grandi centri di energia spirituale.

In quelle fortezze spirituali, nel silenzio e nella contemplazione del sacro, genti d'ogni classe riordinavano una religiosità terrena. Abbandonavano le suppliche fragorose volte a soddisfare desideri egoistici per la preghiera meditativa ed impersonale che metteva in contatto interiore con Dio.

Col tempo, però, anche l'estraneità dal mondo dei monaci subì l'influsso di nuovi assetti culturali, politici e sociali, che incuneandosi nei ritiri spirituali riuscì, come si vedrà, a coinvolgere alcune aggregazioni monastiche nell'impiego politico della religione voluto dalla Chiesa di Roma.

Ciò dette vita ad una inverosimile alleanza tra il rigore spirituale di alcuni Ordini monastici e la pressione al colonialismo promulgata dalla Chiesa (v le crociate), ma soprattutto il sostegno a quell'esecrabile evento che fu l'inquisizione. Da questa intesa, come si vedrà, prese le mosse il fenomeno dei monaci combattenti e dei monaci esecutori e persecutori in nome di una religione sovrana.

E alla ricerca del nesso tra monachesimo combattente e religione militante arriviamo a:

 

Religione tra spiritualità e convenzioni

Bastano pochi dettagli per distinguere tra religiosità spirituale, convenzioni religiose e culti devozionali. Parafrasando il linguaggio ermetico, la coscienza spirituale che impregna l'animo del mistico ricorda il calore dell'elemento fuoco. Le convenzioni religiose frutto della ragione, invece, ricordano le fissità dell'elemento terra. Mentre le passioni che agitano la devozione, rievocano la mobilità dell'elemento acqua.

Il primo aspetto del fuoco è la luce, quello della terra è l'oscurità e quello dell'acqua l'instabilità e le nebbie dell'illusione emotiva. Per cui, l'esperienza spirituale o la sua mancanza comportano dei segni inequivocabili.

L'amore e la pace interiore si riflettono negli occhi, che sono lo specchio dell'anima. La saggezza s'irradia senza enfasi nella calma delle parole, e la serenità di spirito riempie una gestualità capace di trasmettere impercettibilmente significati semplici ed essenziali.

Le convenzioni religiose cercano di rappresentare la pace con la solennità degli usi cerimoniali, dove l'essenzialità della parola si trasforma in retorica e la gestualità diventa atteggiamento rituale.

L'esperienza spirituale è adombrata dall'ideale indefinibile, astratto ed universale di un Dio il cui amore, bene e comprensione illimitati, sono gli aspetti più trasparenti per l'essenza del mistico.

Le religioni convenzionali riflettono l'animo umano, le cui intenzioni di bene si accompagnano alle funeste passioni che lo posseggono, mentre raffigura un divino violento, possessivo e geloso.

Per il mistico la sacralità s'emana dallo spirito. Per convenzione il sacro è proiettato nel feticcio, nello strumento rituale, nell'opera terrena. Due visioni apparentemente inconciliabili, a cui si aggiunge quella devozionale, di chi s'inginocchia al falò della propria fede attendendosi molto da Dio, senza mai dare altro che richieste accompagnate da inni e lamentazioni.

 

Religiosità belligerante

La forza delle sovranità regali e religiose si basavano su due classi intermedie: i Milites Bellatores, uomini il cui compito era combattere ed i Clericus Oratores, uomini il cui compito era pregare. Due classi antitetiche, perché, mentre la prima cercava onore nella crudezza del combattimento, la seconda cercava Dio nella preghiera.

Questa separazione si mantenne finché gli eventi non finirono per minacciare la stabilità politico-religiosa di un occidente sottoposto alle feroci scorrerie di popoli provenienti dal nord, dall'est e dal sud.

Le continue pressioni ai suoi confini e i rischi d'invasione amplificarono sempre più il valore dei Milites Bellatores, guerrieri e nobili cavalieri, che sollevavano l'ammirazione dei sovrani e dei loro nobili seguiti. Anche la Chiesa minacciata nelle proprie prerogative, esaltò la classe dei Bellatores, innalzandola a “baluardo della fede” e facendone lo strumento dei propri valori. E assunsero una tale rilevanza che la Chiesa cominciò a sacralizzare armi ed armigeri.

Muovendosi lungo il concetto di difesa dei valori religiosi d'occidente, alcuni appartenenti alle classi dei Bellatores e dei Clericus improvvisamente si mescolarono, dando vita ai Clericus ac Miles (chierici- soldati).

In sostegno all'idea di religiosità armata venne il culto di santi armati di lancia e spada, pronti ad uccidere per difendere la propria fede. Così, la metafora del conflitto tra bene e male, che si svolgeva nella coscienza dell'uomo (angeli e diavoli interiori), fu presa nel significato più letterale di scontro fisico e cruento. Questo sembra essere stato, in quel particolare momento storico, la ragione per cui parte del monachesimo si armò, assecondando l'espansionismo di una Chiesa che riteneva legittimo il proselitismo violento, la guerra religiosa e l'eliminazione fisica dei diversi.

 

Sacralizzazione della cavalleria

Nobilis o Miles era un armato che combatteva a cavallo. Aristocratico, vassallo o nobile suddito, il cavaliere si votava agli ordini di un Signore (Senior), di un principe o di un sovrano, per difenderne i diritti, custodirne i beni e le sue terre. Il cavaliere di rango amministrava la giustizia sui vassalli, valvassori e sui rustici del contado. Difensore di chierici, monaci, donne indifese, vedove, orfani, viaggiatori e pellegrini, al cavaliere veniva garantito in cambio il mantenimento e l'immunità fiscale. Potevano aggiungersi donazioni e premi di varia entità e natura: quali titoli nobiliari, matrimoni adeguati al rango e terre su cui esercitare la podestà.*

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* Con nomina sovrana il cavaliere assumeva le prerogative di legislatore e capo amministrativo dei fondi feudali, il titolo poteva essere trasmesso agli eredi.

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La cavalleria divenne una casta militare ristretta. Per motivi di rango, ma non solo.

I costi per equipaggiare ed armare un combattente erano altissimi. Bisognava acquistare cavalli, armature leggere e pesanti, cotte in maglia di ferro, spade lunghe per il combattimento a cavallo e corte per il combattimento a piedi. Tutto di pregiata fattura. Poi, attrezzi da combattimento come corazze, mazze ferrate, pugnali, lance da guerra e da torneo, scudi e quant'altro servisse ad ogni genere di evento militare. Ai costi dell'armamento si aggiungevano quelli dell'equipaggiamento ordinario, d'assedio e da viaggio. Finimenti, sellerie e gualdrappe per il cavallo. Insegne e stendardi per il cavaliere. In caso di campo si rendevano necessarie tende, arredi, suppellettili, utensili e vettovagliamenti. E poi il personale al seguito. Scudieri e servi, da vestire, armare e nutrire. I più bravi, infine, avevano altri cavalieri d'accompagno col compito di guardargli i fianchi durante gli scontri. Insomma abbracciare la professione delle armi, per un primo cavaliere era soprattutto un grande investimento in denaro. Per questo molti si ponevano al servizio di un Signore, principe o sovrano.

Quando la Chiesa fece della cavalleria uno strumento per la propria difesa e per combattere i nemici interni ed esterni dell'ortodossia della fede, l'iniziazione del cavaliere, detta vestizione, non fu più una questione puramente militare.

La Chiesa intervenne sul cerimoniale d'iniziazione trasformandolo in sacralizzazione, benedicendo il neofita con la spada con un rito uguale a quello della consacrazione regale.

I Militi Christi (soldati di Cristo) aprirono un nuovo capitolo, in cui la consacrazione cavalleresca raggiunse uno status straordinario. L'ordinazione e la sacralizzazione di sacerdote e di cavaliere raggiunsero uno Status paritetico.

La costituzione di cavalieri-diaconi e monaci dette il via alla nascita degli Ordini monastico-cavallereschi. Una vita dedicata alla difesa armata del Grande Ideale di fede, all'insegna del coraggio, dell'altruismo e della caritas cristiana.

 

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