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dall'Encyclopedie: Tolleranza
Argomento:Letture d'Esoterismo

Letture d'EsoterismoAntologia dell'«Encyclopédie» di Diderot e D'Alembert

La tolleranza è in generale la virtù di tutti gli esseri deboli destinati a vivere insieme ai loro simili. L'uomo, così grande per intelligenza, è tuttavia così limitato da errori e passioni, che non si farà mai abbastanza per ispirargli riguardo agli altri la tolleranza e la sopportazione di cui ha tanto bisogno per se stesso e senza le quali sulla Terra non vi sarebbero che liti e disordini.
È proprio per avere proscritto le dolci e concilianti virtù della tolleranza e della sopportazione che tanti secoli sono stati l'obbrobrio e la sventura dell'umanità.

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Antologia dell'«Encyclopédie» di Diderot e D'Alembert

curato da Roberta Giammaria

prodotto per Esonet.it


Tolleranza

La tolleranza è in generale la virtù di tutti gli esseri deboli destinati a vivere insieme ai loro simili. L'uomo, così grande per intelligenza, è tuttavia così limitato da errori e passioni, che non si farà mai abbastanza per ispirargli riguardo agli altri la tolleranza e la sopportazione di cui ha tanto bisogno per se stesso e senza le quali sulla Terra non vi sarebbero che liti e disordini.

È proprio per avere proscritto le dolci e concilianti virtù della tolleranza e della sopportazione che tanti secoli sono stati l'obbrobrio e la sventura dell'umanità. E non c'è da sperare che senza queste virtù possiamo mai riuscire a ristabilire fra noi la pace e la prosperità.

Sono molte senza dubbio le sorgenti delle nostre discordie: in ciò siamo fin troppo fecondi. Ma giacché è soprattutto in materia di credenze e di religione che i pregiudizi distruttivi trionfano con il massimo d'influenza e di buoni motivi apparenti, quest'articolo si impegnerà a combattere proprio queste fonti di discordia. Innanzi tutto fonderemo sui princìpi più evidenti la giustizia e la necessità della tolleranza; su questa base tracceremo i doveri dei principi e dei sovrani. Che triste compito dover dimostrare agli uomini verità così chiare e così importanti e che gli uomini possono misconoscere solo avendo rinnegato la loro natura! Ma se ancora oggi v'è chi chiude gli occhi all'evidenza e il cuore all'umanità, dovremo noi forse in quest'opera osservare un vile e colpevole silenzio? No; qualunque sia l'esito, osiamo almeno reclamare i diritti della giustizia e dell'umanità, e tentiamo ancora una volta di strappare al fanatico il pugnale e la benda al superstizioso.

Entro in argomento con una riflessione molto semplice e tuttavia molto favorevole alla tolleranza: la ragione umana non ha una misura precisa e determinata; ciò che è evidente per l'uno è sovente oscuro per l'altro; sappiamo bene infatti che l'evidenza è una qualità relativa, che può dipendere dalla luce sotto la quale vediamo gli oggetti, o dal rapporto fra gli oggetti e i nostri organi sensoriali, o da un'altra causa qualunque; di modo che un certo grado di luce sufficiente a convincere l'uno è insufficiente per un altro di spirito meno pronto o diversamente disposto; dal che segue che nessuno ha il diritto di imporre per regola la sua ragione né di pretendere di assoggettare gli altri alle sue opinioni. Volere che io creda secondo il vostro giudizio sarebbe proprio come esigere che io guardassi con i vostri occhi. È dunque chiaro che ciascuno di noi ha la sua maniera di vedere e di pensare, che dipende ben poco da lui. L'educazione, i pregiudizi, gli oggetti che ci circondano, e mille cause segrete, influiscono sui nostri giudizi e li modificano all'infinito. Il mondo morale è ancora più variato del mondo fisico: gli spiriti rassomigliano ancor meno dei corpi. È vero che abbiamo dei princìpi comuni sui quali andiamo abbastanza d'accordo; ma tali princìpi primi sono pochissimi, e le conseguenze che ne derivano diventano sempre meno chiare a mano a mano che se ne allontanano, come le acque che si intorbidano allontanandosi dalla sorgente. Allora le credenze divergono e diventano tanto più arbitrarie quanto più ciascuno ci mette del suo e giunge a conclusioni più particolari. La divergenza dapprima non è molto sensibile; ma ben presto, più si va avanti e più ci si smarrisce e divide: mille strade conducono all'errore, una sola alla verità, e fortunato chi sa riconoscerla! Ciascuno si illude sulla certezza della sua posizione, senza riuscire a persuaderne gli altri. Ma se in questo conflitto di opinioni è impossibile comporre le divergenze e accordarci su tanti punti delicati, se insomma le nostre credenze ci dividono e non possiamo essere unanimi, sforziamoci almeno di avvicinarci e di incontrarci sui principi universali della tolleranza e dell'umanità. Che cosa c'è di più naturale che sopportarci a vicenda, e dire a noi stessi con verità e giustizia: «Perché chi sbaglia deve cessare di essermi caro? L'errore non è forse sempre stato il triste appannaggio dell'umanità? Quante volte anch'io ho creduto di vedere il vero dove poi ho riconosciuto il falso? Quanti ho condannato per poi adottarne le idee? Ah, non c'è dubbio che ho acquisito fin troppo il diritto di diffidare di me stesso, e mi guarderò bene dall'odiare mio fratello perché non la pensa come me!».

Chi dunque può constatare senza dolore e indignazione che il motivo stesso che dovrebbe muoverci all'indulgenza e all'umanità, l'insufficienza dei nostri lumi e la diversità delle nostre opinioni, è invece proprio quello che ci divide con più furore? Diventiamo accusatori e giudici dei nostri simili: li citiamo con arroganza al nostro tribunale personale ed esercitiamo sulle loro credenze l'inquisizione più odiosa; e come se fossimo infallibili l'errore non trova grazia ai nostri occhi. Tuttavia, che cosa c'è di più perdonabile dell'errore, quando è involontario e ci si presenta sotto le apparenze della verità? Quando rendiamo omaggio all'errore, non intendiamo forse onorare la verità? Un principe non è forse onorato da tutti gli onori che rivolgiamo a qualcuno che abbiamo scambiato per lui? Il nostro equivoco può diminuire forse ai suoi occhi il nostro merito, quando vede in noi il medesimo fine e la medesima dirittura di quelli che meglio informati si rivolgono giustamente alla sua persona? Contro l'intolleranza non vedo ragionamento più forte del seguente: non si adotta l'errore in quanto errore. Talora accade che si perseveri nell'errore volontariamente per motivi di interesse, e allora l'errore è colpevole. Ma non capisco che cosa si possa rimproverare a chi sbaglia in buona fede, a chi prende il falso per il vero senza cattiva intenzione né negligenza, a chi si lascia abbagliare da un sofisma e non avverte la forza del ragionamento che lo combatte. Chi è d'intelligenza limitata, chi manca di discernimento o di acume, non è per questo colpevole: gli errori ci possono essere imputati solo quando oltre alla mente vi partecipa la volontà; ciò che fa l'essenza del crimine è l'intenzione diretta di agire contro i propri stessi lumi, di fare quello che si sa che è male, di cedere a passioni ingiuste, di contravvenire alle leggi dell'ordine che ben conosciamo. Insomma, tutta la moralità delle nostre azioni risiede nella coscienza, nel motivo che ci fa agire. Ma, direte voi, vi sono verità di tale evidenza che ad esse non ci si può sottrarre senza chiudere volontariamente gli occhi, senza rendersi colpevoli di testardaggine o di mala fede! Ma chi siete voi per pronunciarvi al riguardo e per condannare i vostri fratelli? Penetrate sino al fondo della loro anima? I suoi recessi sono dunque aperti ai vostri occhi? Dividete forse con l'Eterno l'attributo incomunicabile di scrutatori della coscienza? In realtà non vi è problema che esiga più attenzione, prudenza e moderazione di quello che voi invece pretendete di risolvere con tanta confidente leggerezza! Credete dunque proprio che sia così facile segnare con precisione i confini della verità; distinguere giustamente il punto spesso invisibile in cui essa finisce e in cui comincia l'errore; stabilire ciò che ogni uomo deve riconoscere e ciò che non può rifiutare senza peccare? Ma chi, ripeto, può penetrare la natura intima delle coscienze e tutte le modificazioni di cui sono suscettibili? Vediamo bene tutti i giorni che non c'è verità così chiara che non patisca contraddizioni; che non c'è sistema che non vada incontro ad obiezioni spesso così forti quanto le ragioni su cui si fonda. Ciò che è semplice ed evidente per l'uno appare falso e incomprensibile all'altro. E ciò non deriva soltanto dalla diversità della capacità intellettuale, ma anche dalle differenze stesse di carattere: perché anche fra i più grandi genii si osserva varietà di opinioni, e anzi una varietà maggiore che fra gli uomini comuni.

Ma senza fermarci a queste generalità, entriamo un po' nei particolari. E dato che talvolta la verità si stabilisce meglio partendo dal suo contrario invece di procedere per via diretta, se noi riusciremo a dimostrare con poche parole l'inutilità, l'ingiustizia e le funeste conseguenze dell'intolleranza, avremo dimostrato la giustizia e la necessità della virtù opposta.

Di tutti i mezzi che si usano per arrivare ad uno scopo, la violenza è sicuramente il più inutile e il meno adatto per ottenere ciò che ci si propone. Infatti, per raggiungere un qualsiasi fine, bisogna innanzi tutto accertarsi della natura e convenienza dei mezzi prescelti: è perfettamente evidente che ogni causa deve avere in sé un rapporto necessario con l'effetto che da essa ci si attende, di modo che si possa vedere l'effetto nella causa e il successo nei mezzi. Così, per agire su dei corpi, per muoverli e dirigerli, si impiegheranno forze fisiche; ma per agire su delle coscienze, per piegarle o determinarle, ci vorranno forze di altro genere: per esempio, ragionamenti, prove, motivazioni. Non è certo con dei sillogismi che tenterete di abbattere un bastione o di fare crollare una fortezza; e non è certo con il ferro e con il fuoco che riuscirete a distruggere errori o a raddrizzare false credenze. Chiediamoci ora: qual è lo scopo dei persecutori? Quello di convertire coloro che tormentano, cioè di mutare le loro idee e credenze per ispirarne altre opposte: insomma, di dare loro un'altra coscienza e un'altra mentalità. Ma che rapporto c'è tra le torture e le credenze? Forse ciò che ora mi appare chiaro ed evidente mi sembrerà falso tra i tormenti? Una proposizione che considero assurda e contraddittoria mi diverrà forse chiara sul patibolo? E dunque, ripeto, è forse con il ferro e con il fuoco che la verità emerge e si comunica? Prove e ragionamenti possono convincermi e persuadermi: mostratemi la falsità delle mie opinioni e vi rinuncerò spontaneamente e senza sforzo; mentre i vostri tormenti non otterranno mai ciò che le vostre ragioni non hanno potuto ottenere.

Per rendere la nostra argomentazione più evidente, ci permetteremo ora di dare la parola a uno sventurato che, prossimo a morire per la fede, parli così ai suoi persecutori: «Fratelli miei, che cosa volete da me? Come posso soddisfarvi? È forse in mio potere rinunciare alle mie credenze per assumere le vostre? È forse in mio potere trasformare e rifondere l'intelletto che Dio mi ha dato, vedere attraverso altri occhi, diventare insomma un'altra persona? Quand'anche la mia bocca esprimesse l'abiura che voi desiderate, dipenderà forse da me che l'animo mio si accordi con la mia bocca? E che valore potrà mai avere questo forzato spergiuro ai vostri stessi occhi? E voi, voi che mi perseguitate, potreste mai risolvervi a rinnegare il vostro credo? Non riporreste forse la vostra gloria in questa stessa costanza che vi irrita e vi arma contro di me? Perché volete dunque costringermi, con barbara incoerenza, a mentire contro me stesso e a rendermi colpevole di una viltà che vi farebbe orrore? Per quale strano accecamento per me solo rovesciate tutte le leggi divine ed umane? Torturate gli altri colpevoli per strappare loro la verità, e torturate me per strapparmi delle menzogne. Volete che vi dica ciò che non sono, e non volete che vi dica ciò che sono. Se il dolore mi obbligasse a rinnegare le credenze che professo, approvereste la mia abiura, ancorché vi debba apparire ben sospetta. Insomma. punireste la mia sincerità e ricomprereste il mio tradimento. Mi giudicate indegno di voi finché sono in buona fede, e vi apprestate a graziarmi appena cessi di esserlo? Discepoli di un Maestro che predicò unicamente la verità, credete forse di aumentarne la gloria offrendogli l'adorazione degli ipocriti e degli spergiuri? Se io abbraccio e difendo la menzogna, essa ha per me tutte le apparenze della verità: Dio che conosce il mio cuore vede bene che esso non è complice degli sviamenti della mia intelligenza e che nelle mie intenzioni onoro la verità, ancorché di fatto possa ancora combatterla. E quale altro interesse, quale altro motivo potrebbe animarmi? Se mi espongo a patire tutto, a perdere tutto quanto ho di più caro, non è certo per seguire credenze che riconosco errate: sarei un pazzo furioso, più degno della vostra pietà che del vostro odio. Se mi espongo a patire tutto, se sfido torture e morte, è dunque per salvare ciò che mi è più prezioso della stessa vita: i diritti della mia coscienza e della mia libertà. E che vedete allora voi nella mia perseveranza che meriti la vostra indignazione? Voi dite che le mie credenze sono le più perniciose e condannabili. Ma non avete altro che il ferro e il fuoco per convincermi e farmi ricredere? Che strani mezzi di persuasione i roghi e i patiboli! In questo modo misconoscete la forza stessa della verità, giacché essa non esercita così il suo imperio ma ha armi più vittoriose. Le armi che voi impugnate provano solo la vostra impotenza. Se è vero che la mia sorte vi commuove, che deplorate i miei errori, perché precipitare la mia rovina, che forse avrei potuto prevenire? Perché privarmi di un lasso di tempo che Dio mi concede per illuminarmi? Pretendete di fargli cosa grata usurpandone i diritti con il prevenire la sua giustizia? Pensate di onorare un Dio di pace e di carità offrendogli i vostri fratelli in olocausto ed elevandogli trofei fatti con i loro cadaveri?». Tale sarebbe la sostanza delle parole che il dolore e il sentimento strapperebbero allo sventurato, se le fiamme che lo circondano gli permettessero di concluderle.

Comunque, più si approfondiscono i metodi degli intolleranti, e più se ne avverte la debolezza e l'ingiustizia. Avrebbero almeno qualche pretesto se al Creatore potessero piacere omaggi forzati e contemporaneamente sconfessati dall'intimo dell'animo. Ma è solo la sincerità dell'intenzione che dà valore al sacrificio, e se il Creatore chiede soprattutto il culto interiore, con quale occhio l'Essere infinito guarderà i temerari che osano attentare ai suoi diritti e profanare la sua opera più bella opprimendo anime delle quali è geloso? Nessun re sulla Terra si degnerebbe di accettare dell'incenso offerto dalla sola mano, e non ci si vergogna di esigere per Dio un tale indegno incenso? Perché questi sono i successi così vantati dai persecutori: fare degli ipocriti o dei martiri, dei vili o degli eroi; lo spirito debole e pusillanime che si sgomenta innanzi alle torture abiura fremendo la propria fede e detesta l'autore della sua colpa, mentre l'anima generosa che sa contemplare con occhio asciutto la tortura che le si prepara resta ferma e inalterabile, guarda con pietà i persecutori, e vola al trapasso come a un trionfo. L'esperienza è fin troppo eloquente: quando il fanatismo ha fatto scorrere fiumi di sangue sulla Terra, non si sono forse visti innumerevoli martiri indignati e impavidi contro ogni ostacolo? E riguardo alle conversazioni forzate, non le vediamo forse rientrare non appena il pericolo è cessato? Non è forse vero che l'effetto finisce con la causa, e che chi ha ceduto per un momento corre appena può dai suoi, per piangere con loro la sua debolezza e riprendere con entusiasmo la propria libertà naturale? No, non conosco bestemmia più orribile di quella di dirsi autorizzati da Dio a seguire i princìpi della persecuzione.

È dunque vero che la violenza è molto più adatta a rafforzare nella propria religione i perseguitati anziché a convertirli o a risvegliare, come si dice, la loro coscienza assopita. Diceva giustamente un politico: «Non si può certo distogliere un'anima da una religione rendendola colma di quella stessa religione avvicinandola al momento in cui la fede acquista la massima importanza. Le leggi penali in fatto di religione incutono paura, è vero; ma anche la religione ha le sue leggi penali che incutono anch'esse paura; e allora le anime vengono prese in mezzo da questo atroce contrasto di differenti paure. Voi dite di non voler assolutamente indurre un uomo a tradire la sua coscienza, ma soltanto a scuotersi di dosso i pregiudizi e a distinguere la verità dall'errore che professa aiutandolo con la paura e la speranza. Ma chi mai potrebbe, vi domando, in quei momenti critici, dedicarsi alla meditazione e all'esame che proponete? Per tale esame sono appena sufficienti la condizione di massima serenità, l'attenzione più intensa e la libertà più piena; e voi volete che un'anima che si dibatte nell'orrore della morte, continuamente ossessionata dalle immagini più spaventose, sia più capace di riconoscere e penetrare la verità misconosciuta in tempi più tranquilli? Che assurdità! Che contraddizione!». No, no. Effetto della violenza sarà sempre, lo ripetiamo, quello di rafforzare i perseguitati nei loro sentimenti. Le credenze dei loro nemici, per la stessa maniera crudele in cui si presentano, incontreranno la più ostile resistenza: la religione e le persone dei persecutori verranno sempre accomunate in un unico sentimento di orrore. Devono prendersela solo con se stessi dunque coloro che, possedendo la verità, la tradiscono indegnamente, la confondono con l'impostura dandole le sue armi e le sue bandiere, favoriscono i pregiudizi e il misconoscimento in chi l'avrebbe forse potuta abbracciare. No, checché se ne dica, la verità ha bisogno solo di se stessa per affermarsi e conquistare le intelligenze e i cuori. La verità brilla di luce propria, e deve combattere con le sue sole armi: dal suo stesso seno trae la sua forza, non vuole soccorsi estranei che oscurerebbero o diminuirebbero la sua gloria. L'imperio della verità sta nella sua eccellenza: rapisce, trascina e soggioga per la sua bellezza. La verità vince mostrandosi quale essa è. L'errore invece è in se debole e impotente, incapace di progressi senza violenza e costrizione. Perciò fugge con cura ogni esame o chiarimento che potrebbe solo nuocere alla sua causa. L'errore ama portare i suoi colpi e diffondere i suoi dogmi impuri in mezzo alle tenebre della superstizione e dell'ignoranza: allora disprezzando i diritti della coscienza e della ragione esercita impunemente il dispotismo dell'intolleranza e governa i suoi sudditi con scettro di ferro; se il saggio osa levare la sua voce, la paura subito lo mette a tacere; e guai all'audace che proclama la verità in mezzo ai nemici della verità! Cessate dunque, cessate persecutori di diffondere la verità con le armi, di togliere al cristianesimo la gloria dei suoi fondatori, di calunniare il Vangelo e di confondere il figlio di Maria con il figlio di Ismaele. Con quale diritto potete infatti richiamarvi al Cristo, e ai mezzi di cui si è servito per instaurare la sua dottrina, se seguite le orme di Maometto? I vostri stessi princìpi non sanciscono forse la vostra condanna? Gesù, vostro modello, non ha mai usato altro che dolcezza e persuasione; Maometto ha sedotto gli uni e costretto gli altri al silenzio; Gesù ha fatto appello alle proprie opere, Maometto alla spada; Gesù dice: «Guardate e credete»; Maometto: «Muori o credi». Di quale dei due vi dimostrate discepoli? Sì, non lo dirò mai abbastanza, la verità differisce dall'errore tanto nei suoi mezzi quanto nella sua essenza. Dolcezza, persuasione, libertà: ecco i suoi divini caratteri, che appena si offrono ai miei occhi trascinano il mio cuore verso di lei. Ma là dove regnano la violenza e la tirannide non è più lei che vedo ma il suo fantasma. Credete davvero che nella tolleranza universale che vorremmo stabilire favoriremmo più i progressi dell'errore che quelli della verità? Se tutti gli uomini adottassero i nostri princìpi e si accordassero mutuo aiuto; se tutti gli uomini si liberassero dei loro pregiudizi più cari e considerassero la verità come un bene comune, di cui sarebbe ingiusto sia privare gli altri sia credersi depositari esclusivi; se tutti gli uomini rinunciassero alla certezza delle loro convinzioni e si spingessero sino ai confini della Terra per comunicarsi in pace le loro credenze e opinioni, per pesarle senza parzialità sulla bilancia del dubbio e della ragione - non credete invece che nel silenzio unanime delle passioni e dei pregiudizi si vedrebbe la verità riprendere i suoi diritti, estendere a poco a poco il suo dominio, e si vedrebbero le tenebre dell'errore fuggire e svanire davanti a lei, come ombre lievi all'avvicinarsi della fiaccola del giorno?

Tuttavia, non pretendo che l'errore non farebbe allora nessun progresso, né che l'infedele abbandonerebbe facilmente menzogne rese rispettabili dalla forza dei pregiudizi e della tradizione. Sostengo soltanto che i progressi della verità sarebbero ben più rapidi, perché con il suo ascendente naturale essa avrebbe meno ostacoli da superare per penetrare negli animi. Ma, checché se ne dica, nulla è più contrario alla verità dei metodi dell'intolleranza, che tormenta e degrada l'uomo asservendo le sue opinioni al suolo che lo nutre, comprimendo in una cerchia ristretta di pregiudizi la sua intelligenza attiva, vietandogli il dubbio e il libero esame come se fossero delitti, subissandolo di anatemi se per un istante solo osa ragionare e pensare in modo diverso. Non c'è mezzo più sicuro per eternizzare gli errori e imprigionare la verità.

Ma senza insistere oltre sui metodi degli intolleranti, gettiamo un rapido sguardo sulle conseguenze che ne derivano, e giudichiamo la causa dei suoi effetti. Qual è il male maggiore che si può arrecare agli uomini? Confondere tutti i princìpi che li governano; rovesciare le barriere che separano il giusto dall'ingiusto, il vizio dalla virtù; troncare tutti i nodi della società; armare il principe contro i sudditi e i sudditi contro il principe; spingere i padri gli sposi, gli amici, i fratelli gli uni contro gli altri; accendere al fuoco degli altari la fiamma delle furie; insomma, rendere l'uomo odioso e crudele all'uomo, spegnere nei cuori ogni sentimento di giustizia e di umanità. Ma sono proprio questi i risultati inevitabili dei princìpi che noi combattiamo. I crimini più atroci, spergiuri, calunnie, tradimenti, parricidi, tutto è giustificato e santificato dalla causa: l'interesse della Chiesa, la necessità di estendere il suo regno e di proscrivere ad ogni costo coloro che le resistono, tutto autorizza e anzi consacra. Strana inversione di idee, abuso incomprensibile di quanto vi è di più augusto e di più santo! La religione, data agli uomini per unirli e renderli migliori, diventa il pretesto stesso delle loro più atroci follie. Tutti i delitti commessi sotto il manto della religione sono ormai legittimi; il colmo della scelleratezza diventa il colmo della virtù; si esaltano come eroi individui che i giudici terreni condannerebbero alla pena capitale; si rinnova per il Dio dei cristiani il culto abominevole di Saturno e di Maloch; il fanatismo e la più impudente temerarietà trionfano e la Terra vede con orrore che si deificano i mostri.

No ci si accusi di intingere la penna nel fiele. Di fronte a un simile rimprovero abbiamo fin troppe giustificazioni: abbiamo in mano prove che ci fanno fremere. Ma non vogliamo approfittarne: è meglio lasciare nell'oblio questi tristi segni della nostra vergogna e dei nostri delitti, e risparmiarci un quadro troppo umiliante per l'umanità. È certo comunque che l'intolleranza costituisce una fonte inesauribile di mali: perché ciascun partito si arrogherà i medesimi diritti, ogni setta farà uso della violenza e della costrizione, chi resta oppresso in un luogo diventerà oppressore in un altro, i vincitori avranno sempre ragione, i vinti saranno i soli eretici e non potranno lamentare che la propria debolezza; per fare trionfare le proprie credenze e confondere gli avversari basterà un potente esercito; le sorti delle verità seguiranno le sorti delle battaglie e gli uomini più feroci saranno stimati i migliori fedeli; ovunque si vedranno soltanto roghi, supplizi, esecuzioni capitali e proscrizioni. Calvinisti, cattolici, luterani, ebrei e ortodossi, tutti si dilanieranno come bestie feroci; i luoghi in cui regna il Vangelo saranno segnati dalla carneficina e dalla desolazione; saremo preda degli inquisitori; la croce di Gesù diventerà la bandiera del crimine e i suoi discepoli si inebrieranno del sangue dei loro fratelli. La penna ci cade di mano di fronte a questi orrori, i quali tuttavia scaturiscono direttamente dall'intolleranza; perché non credo che mi si vorrà opporre l'obiezione, così spesso già condannata, che la vera Chiesa sia la sola in diritto di impiegare la violenza e la costrizione, mentre gli eretici non potrebbero agire senza commettere crimine per l'errore così come essa agisce per la verità. Un sofisma così puerile reca in sé la sua confutazione: chi non vede infatti che è assurdo persino porre la questione, e pretendere che quelli che noi chiamiamo eretici si riconoscano tali e si lascino tranquillamente sgozzare senza difendersi?

Concludiamo che l'intolleranza universalmente instaurata armerebbe tutti gli uomini gli uni contro gli altri e farebbe nascere infinite guerre ideologiche. Infatti, anche supponendo che gli infedeli non si facessero persecutori per difendere i loro princìpi religiosi, prenderebbero tuttavia le armi per motivi politici e di interesse. Se i cristiani non riuscissero a sopportare coloro che non adottano le loro idee, giustamente tutti i popoli farebbero lega contro di loro e cospirerebbero alla rovina di questi nemici del genere umano che sotto il manto della religione non ritenessero illegittimo nessun mezzo per torturarlo e asservirlo. In verità, mi domando, che cosa avremmo da rimproverare a un principe dell'Asia o del Nuovo Mondo che facesse impiccare il primo missionario che gli inviassimo per convertirlo? Il dovere più essenziale di un sovrano non sta forse nel garantire la pace e la tranquillità nei suoi Stati, e nel proscriverne con cura quegli uomini pericolosi, che dapprima nascondono la loro debolezza con ipocrita mitezza e poi, appena ne hanno la possibilità, non cercano altro che diffondere dogmi barbarici e sediziosi? Che i cristiani dunque se la prendano con se stessi, se gli altri popoli informati delle loro massime non li possono soffrire, se gli altri popoli vedono in loro meri assassini dell'America e perturbatori delle Indie, se infine la loro santa religione destinata ad estendersi e a fruttificare sulla Terra a ragione ne è bandita per i loro eccessi e per i loro furori.

Del resto ci pare inutile opporre qui agli intolleranti i princìpi del Vangelo, che non fa che estendere e sviluppare i princìpi dell'equità naturale, rammentare la lezione e l'esempio del loro augusto maestro che mostrò sempre solo dolcezza e carità, e riproporre loro la condotta di quei primi cristiani che benedicevano e pregavano per i loro persecutori. Non produrremo qui gli argomenti di cui gli antichi Padri della Chiesa si servivano con tanta forza contro i Nerone e i Diocleziano, ma che dopo Costantino il Grande sono diventati ridicoli e così facili a ritorcersi. Si capisce bene che in un articolo possiamo appena sfiorare una materia così vasta. E dunque, dopo avere richiamato i princìpi che ci sono parsi i più generali e i più luminosi, per assolvere il nostro compito ci resta ora da tracciare i doveri dei sovrani relativamente alle sette che dividono la società.

Incedo per ignes

In una questione così delicata non avanzerò senza autorità. Nell'esposizione di alcuni princìpi generali si vedranno facilmente le conseguenze che ne derivano.

I. Non si giungerà mai al punto cruciale della questione se non si distinguono innanzi tutto lo Stato dalla Chiesa ed il prete dal magistrato. Lo Stato ha per fine la conservazione dei suoi membri, la tutela della loro libertà, della loro tranquillità, dei loro possessi e dei loro privilegi. Il fine della Chiesa è invece la perfezione dell'uomo e la salvezza della sua anima. Il sovrano bada soprattutto alla vita presente, la Chiesa bada soprattutto e direttamente alla vita futura. Mantenere la pace nella società contro tutti i perturbatori è dovere e diritto del sovrano. Ma il suo regno finisce dove comincia il regno della coscienza. Queste due giurisdizioni devono restare sempre separate; non possono sovrapporsi senza che ne risultino mali infiniti.

II. La salvezza delle anime non è affidata al magistrato né dalla legge rivelata, né dalla legge naturale, né dal diritto politico. Dio non ha mai ordinato ai popoli di piegare la loro coscienza alla mercé dei monarchi; e nessuno può impegnarsi in buona fede a credere e a pensare come esige il principe. L'abbiamo già detto: niente è più libero delle credenze; esteriormente e con la bocca possiamo cedere alle opinioni altrui, ma ci è impossibile cedere interiormente e contro i nostri lumi così come ci è impossibile cessare di essere quali siamo. Quali sarebbero d'altronde i diritti del magistrato? La forza e l'autorità? Ma alla religione si persuade e non si comanda. È questa una verità così semplice che gli stessi apostoli dell'intolleranza non osano sconfessarla, appena la passione e il pregiudizio feroce cessano di oscurare la loro ragione. Infine, se nella religione potesse operare la forza, se addirittura (permetteteci questa assurda supposizione) la forza riuscisse effettivamente a persuadere, allora per essere salvati bisognerebbe nascere sotto un principe cattolico: il merito del vero cristiano sarebbe una nascita fortunata; e anzi bisognerebbe mutare la propria credenza a quella dei prìncipi che si succedono - cattolici sotto Maria e protestanti sotto Elisabetta. Una volta abbandonati i princìpi, non si sa più dove fermare il male.

III. Spieghiamoci dunque liberamente con le parole dell'autore del Contrat social, che su questo punto afferma: «Il diritto che il patto sociale dà al sovrano sui sudditi non oltrepassa i limiti della pubblica utilità: i sudditi non devono dunque render conto al sovrano delle loro opinioni se non in quanto esse interessino la comunità. Ora, interessa bensì lo Stato che ogni cittadino abbia una religione che gli faccia amare i suoi doveri; ma i dogmi di tale religione non interessano lo Stato né i suoi membri se non in quanto si riferiscano alla società. Vi è una professione di fede puramente civile di cui spetta al sovrano fissare gli articoli, che non vanno concepiti quali dogmi religiosi ma quali princìpi di socialità, senza i quali è impossibile essere un buon cittadino e suddito fedele. Il sovrano non può propriamente obbligare nessuno a crederli: può bandire dallo Stato chiunque non li creda, ma non come empio, bensì come asociale, come uomo incapace di amare sinceramente le leggi della giustizia e di immolare la vita al dovere in caso di bisogno».

IV. Da queste parole possiamo trarre alcune conseguenze legittime. La prima è che i sovrani non devono assolutamente tollerare i dogmi che si oppongono alla società civile. È vero che i sovrani non hanno diritto di ispezione sulle coscienze, ma possono e debbono reprimere i discorsi temerari che potrebbero indurre gli animi alla licenza e al rifiuto dei propri doveri. Gli atei, in particolare, che tolgono ai potenti il solo freno che li possa trattenere, che tolgono ai deboli la loro unica speranza, che snervano tutte le leggi umane privandole della forza che traggono dalla sanzione divina, che fra il giusto e l'ingiusto lasciano una distinzione meramente politica e frivola, che vedono l'obbrobrio del crimine soltanto nella pena del criminale; gli atei, dico, non possono reclamare la tolleranza in proprio favore; si cominci con l'educarli e con l'esortarli con bontà; ma se insistono li si reprima; e infine rompete ogni rapporto con loro, banditeli dalla società, giacché essi stessi ne hanno infranto i legami. La seconda conseguenza è che i sovrani debbono opporsi con vigore alle imprese di chi maschera la propria avidità sotto il pretesto della religione e vuole attentare ai beni dei privati o dello stesso Stato. La terza e più importante conseguenza è che i sovrani devono proibire rigorosamente tutte quelle società perniciose che sottomettono i loro membri a una doppia autorità, costituiscono uno Stato nello Stato, rompono l'unità politica, allentano e dissolvono i legami della patria per concentrare nel loro corpo affetti e interessi: e sono insomma disposte a sacrificare la società generale ai propri fini particolari. In una parola: lo Stato sia uno; il prete sia prima di tutto cittadino, sia soggetto come ogni altro cittadino, al potere del sovrano e alle leggi della patria; la sua autorità puramente spirituale si limiti all'educazione, all'esortazione e predicazione della virtù; impari dal suo divino Maestro che il suo regno non è di questo mondo. Tutto è perduto se lasciate un solo momento il gladio e il turibolo nella stessa mano.

Regola generale. Non violate mai i diritti della coscienza in tutto ciò che non turba la società. Gli errori speculativi sono indifferenti allo Stato; la diversità delle opinioni regnerà sempre fra esseri così imperfetti quali sono gli uomini; la verità produce eresie come il sole impurità e macchie. Non aggravate dunque un male inevitabile usando il ferro e il fuoco per estirparlo; punite i delitti; abbiate pietà dell'errore; e non date mai alla verità altre armi che non siano la dolcezza, l'esempio, la persuasione. In fatto di conversione religiosa le esortazioni hanno più forza delle pene; le pene hanno sempre effetti unicamente distruttivi.

V. A questi princìpi ci si opporranno gli inconvenienti della molteplicità delle religioni e i vantaggi dell'uniformità di credo in uno Stato. Risponderemo prima di tutto con l'autore dell'Esprit des lois: «Le idee dell'uniformità colpiscono immancabilmente gli spiriti volgari, perché vi trovano un tipo di perfezione che è impossibile non notare: le stesse misure giudiziarie e amministrative, gli stessi sistemi nel commercio, le stesse leggi nello Stato, la medesima religione in tutte le parti dello Stato. Ma questa uniformità va sempre bene senza eccezioni? Imporre cambiamenti comporta sempre meno mali del lasciar correre? La grandezza del genio non consisterà forse nell'individuare i casi in cui ci vuole uniformità e quelli in cui è bene che ci siano differenze?». Perché mai dobbiamo pretendere una perfezione che è incompatibile con la nostra natura? Fra gli uomini ci sarà sempre diversità di credenze: la storia dello spirito umano ne è costantemente una prova. Non c'è progetto più chimerico di quello di ridurre gli uomini all'uniformità delle opinioni. Tuttavia, direte voi, l'interesse politico esige che si instauri questa uniformità, che si proscrivano rigorosamente tutte le credenze contrarie alle credenze tradizionali e consolidate nello Stato. Insomma, secondo voi, si dovrebbe costringere l'uomo a non essere niente di più di un automa; ammaestrarlo alle opinioni correnti nel suo luogo di nascita, senza che osi mai esaminarle e approfondirle; indurlo a rispettare servilmente i pregiudizi più barbarici, simili a quelli che noi combattiamo. Ma quanti mali e quante divisioni genera in uno Stato la molteplicità delle religioni! Ma questa obiezione in verità si ritorce contro di voi, perché queste divisioni e questi mali non sono provocati dalla molteplicità delle credenze, ma dall'intolleranza. Se infatti i differenti partiti si sopportassero vicendevolmente, e cercassero di combattersi solo con l'esempio, la regolatezza dei costumi, l'amore delle leggi e della patria, se queste fossero le uniche prove che ogni setta facesse valere in favore della sua fede, ben presto l'armonia e la pace regnerebbero nello Stato, malgrado la varietà delle opinioni, così come le dissonanze nella musica non nuocciono all'accordo totale. E se ancora insistete, e affermate che il mutamento di religione comporta sovente rivoluzioni nel governo e nello Stato, risponderò ancora una volta che l'intolleranza è l'unica responsabile degli esiti odiosi che denunciate: se infatti i novatori fossero tollerati o combattuti solo con le armi del Vangelo, lo Stato non soffrirebbe per questa fermentazione spirituale; ma i difensori della religione dominante si levano con furore contro i settari e armano contro di loro i pubblici poteri, strappano editti sanguinosi, ispirano in tutti i cuori discordia e fanatismo, e rigettano senza pudore sulle loro vittime la colpa dei disordini che essi solo hanno generato.

Riguardo a coloro che sotto il pretesto della religione si sforzano solo di sommuovere la società, fomentare sedizioni, scuotere il giogo delle leggi, reprimeteli severamente: noi non li vogliamo certo difendere. Ma guardatevi dal confondere con codesti colpevoli quelli che non vi chiedono altro che la libertà di pensare, la libertà di professare la fede che credono migliore, e che per il resto vivono da sudditi fedeli dello Stato.

Ma, direte ancora, il principe è il difensore della fede: egli deve mantenerla in tutta la sua purezza e opporsi con vigore a tutti quelli che la insidiano; e se i ragionamenti e le esortazioni non bastano, non è invano che egli porta la spada, ma per punire chi fa il male, per forzare i ribelli a rientrare nel seno della Chiesa. Che vuoi tu dunque barbaro? Sgozzare tuo fratello per salvarlo? Ti ha forse dato Iddio questo orribile compito? Ha forse rimesso nelle tue mani la cura della sua vendetta? Da che cosa arguisci che Dio voglia essere onorato come i demoni? Va, sciagurato, il Dio della pace ripudia i tuoi orribili sacrifici: essi non sono degni che di te. Non ci impegneremo qui a fissare i limiti precisi della tolleranza: a distinguere tra la sopportazione caritatevole che la ragione e l'umanità reclamano a favore degli erranti e l'indifferenza colpevole che ci fa mettere sullo stesso piano tutte le opinioni degli uomini. Noi predichiamo la tolleranza pratica e non assolutamente la tolleranza speculativa. Si capisce bene la differenza che sussiste fra il tollerare una religione e l'approvarla. Rimandiamo i lettori desiderosi di approfondire l'argomento al Commentario filosofico di Bayle, dove secondo noi quell'uomo di bell'ingegno ha superato se stesso.

 

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