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Educazione Esoterica: Le metastasi della contro-iniziazione
Argomento:Domande e Risposte

Domande e RisposteIl colore nero, il caos, la vita… è dalla sua morte che ha inizio il cammino… Ma il nero non è l’inizio dell’opera?

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Le metastasi della contro-iniziazione

di Athos A. Altomonte

© copyright by Esonet.it


D: Il colore nero, il caos, la vita… è dalla sua morte che ha inizio il cammino… Ma il nero non è l'inizio dell'opera? G.

 

R: Ogni pensiero può essere sviluppato secondo prospettive diverse, le cui gradazioni dipendono dalle scelte mentali che fa il costruttore (di idee). Ed ogni scelta porta in sé "i segni" tanto delle sue capacità, che dei suoi limiti. Così, ogni prospettiva finisce per essere un "certificato" delle capacità del pensatore, disegnando una "radiografia interiore" della sua identità mentale.

Affermato il principio, passo alla mia scelta di evitare la linea dei simboli e delle metafore, per approcciare un altro sentiero. Quello di continuare il ragionamento cominciato da G., domandando: «se è dalla morte che nasce la vita, come può essere che la morte sia "morta"?». Dire che la morte è la "fine di tutto", la negazione assoluta, dal punto di vista iniziatico è un controsenso, quanto lo è affermare che il nero è un non-colore. Credere che la "morte sia morte" ed il nero sia un "nulla cromatico", è un abbaglio della cultura profana, da cui quasi tutti dipendono. Ma un paradosso per un ambito che tratta argomenti metafisici. Scienza e coscienza non si possono toccare con mano. Nemmeno lo sviluppo della conoscenza iniziatica, o l'identità dell'anima!

Allora, si dovranno trovare altrove le risposte al significato di morte, magari nella prospettiva che sia la culla della vita. Come in effetti è. I motivi della morte dovrebbero essere cercati nei canoni dell'insegnamento iniziatico, però. E come si dovrebbero evitare le ipotesi positiviste, così, si dovrebbero evitare quelle dei sognatori, cioè, la cosiddetta cultura onirica dei miti e delle immaginazioni popolari. La scienza iniziatica è scienza antica, non fantasia di culti exoterici nonché antropomorfi.

Sarebbe corretto cercare i motivi della morte nelle ragioni della vita, visto che la morte è vita e la vita è morte: apparente!

 

Opponendomi all'assurdo di credere che il nero sia nulla e la morte sia uno stato senza vita, volevo spingere il ragionamento oltre i simbolismi exoterici, che servono solo a mascherare l'assenza di risposte. Devitalizzare la voglia di risposte è un antico vezzo delle religioni, che costituiscono un sistema chiuso fatto di carte ma non di luce, che forniscono risposte decotte e senza riscontro. Non è questa la linea iniziatica, che usa la ricerca come accesso alla luce intellettuale (sviluppare mente e coscienza) e poi spirituale (sviluppare il cuore). Eccoci al fattore ricerca.

È un fatto che per alcuni l'esoterismo non è una vocazione dell'intelletto, ma un passatempo per emergere dal grigiore di una vita, spezzando la solitudine buttando qualche nozione qua e là. Ma la realtà è diversa.

L'esoterista cerca risposte, corroborate da evidenze, scansando decisamente i mascheramenti exoterici. Perciò, la condizione ideale dell'esoterista è quella del ri-cercatore. Mentre il compito dell'iniziato è di fornire risposte "conclusive". Purtroppo per noi, molti "esoteristi" non sono dei ricercatori, e molti "iniziati" senza risposte, vagheggiano di indistinte forme simboliche. Sorge, così, il sottobosco d'ignoranza da cui si diffondono le metastasi della contro-iniziazione. Il cui unico anticorpo è la luce dell'intelligenza.

Senza ricerca non c'è scoperta, insegna un Maestro. Senza una ricerca coerente, seria, e approfondita non c'è Cult-ura (da Culto di Ur, il sole spirituale che ha sede nel plesso detto, appunto, solare). E senza cult-ura la coscienza si appiattisce sul "nozionismo del riporto". Cioè, su quella tragica catena di s. antonio del "ho sentito dire" che spappola l'individualità, privandola della facoltà di discriminare.

Prendere atto del problema è un dovere per chi si professa "iniziato". Reagire è una speranza che in molti coltiviamo in solitudine.

 

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