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: Malattie dell’anima e “malattie” degli Dei: I segni dei Tempi
Argomento:Letture d'Esoterismo

Letture d'EsoterismoHo fatto un sogno: ho immaginato di essere un’anima ritornata sulla terra dall’antico mondo greco, l’anima di un iniziato ai misteri di Dioniso, a cui sia stata data la possibilità di gettare uno sguardo sul mondo moderno. Cosa mi colpirebbe di più? Quali trasformazioni nel nostro modo di vivere e di sentire attirerebbero la mia attenzione?

Vengono descritte alcune “malattie” che, nell’immaginario collettivo, hanno aggredito tre dei del pantheon greco, Dioniso, Mercurio ed Apollo. Il mondo moderno ha “dimenticato” l’intelligenza del cuore, sostituita da un vuoto sentimentalismo, la capacità di interiorizzare le esperienze è stata sacrificata al mito della velocità, mentre la rimozione della morte e del rapporto con la materia stanno condannando civiltà occidentale a perdere ogni contatto con la Bellezza e il mistero del mondo, sostituiti da una falsa razionalità.

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Malattie dell’anima e “malattie” degli Dei: I segni dei Tempi

di Alessandro Orlandi


(Discorso nel giorno della presentazione a Roma del libro “Dioniso nei frammenti dello specchio”, Irradiazioni, Roma)

Ho fatto un sogno: ho immaginato di essere un’anima ritornata sulla terra dall’antico mondo greco, l’anima di un iniziato ai misteri di Dioniso, a cui sia stata data la possibilità di gettare uno sguardo sul mondo moderno. Cosa mi colpirebbe di più? Quali trasformazioni nel nostro modo di vivere e di sentire attirerebbero la mia attenzione?

Inaspettatamente non mi vengono in mente le nostre straordinarie conquiste tecnologiche e scientifiche, ma tre aspetti che, in effetti, marcano una profonda differenza tra noi e il mondo antico: il nostro modo di intendere l’amore, il nostro modo di intendere il cuore e... la velocità che caratterizza ogni aspetto delle nostre vite. Comincerò con il parlare dell’amore e del simbolismo del cuore, lasciando per ultima la velocità, che costituisce forse l’aspetto più inquietante della modernità.

Proporrò poi l’idea che ci siano due divinità, Dioniso e Mercurio, che il mondo moderno ha trascurato e misconosciuto, che queste divinità si siano, in un certo senso, “ammalate” e che tutte le patologie e disarmonie che riscontriamo nelle nostre vite siano da ricondurre al deplorevole stato in cui versano oggi questi due dei. L’ultima parte del mio discorso sarà dedicata a una terza divinità, cara al mondo antico, Apollo. L’azione di questo dio era quella di guarire gli uomini riconducendoli verso l’armonia, la bellezza e l’unità, ma anche quella di impedire l’ascesa a chi tenti di volare verso il sole con ali di cera.

L’amore tra un uomo e una donna è uno straordinario dono che può trasformarci e farci evolvere ma che, allo stesso tempo, può ferire l’anima, inghiottire e ottundere la coscienza. Ogni volta che amiamo proiettiamo vita, fuoco, luce, bellezza e significato nella “cornice” offertaci dall’altro. Ma un cammino di consapevolezza rende inevitabile l’arrivo dell’inverno, l’incontro con il principio di realtà, implacabile e saturnino, che ci obbliga a non utilizzare l’essere amato come attaccapanni per le nostre magnifiche proiezioni, ma a riconoscerlo e rispettarlo per ciò che è, vuole diventare e porta in sé. La domanda che mi sono posto è proprio se sia possibile un autentico scambio tra un uomo e una donna nel quale il fuoco della passione divenga fuoco alchemico e serva a unirci, evolverci e renderci liberi, cioè diventare ciò che veramente siamo, anziché un pretesto per inventarci a vicenda, alimentando il gioco narcisistico di amare l’immagine riflessa dell’amore.

Il poeta sufi Jalaluddin Rumi nel XIII secolo raccontava questa parabola: “Uno si recò alla porta dell’amata e bussò. Una voce rispose: «Chi è là! ». Egli rispose: «Sono Io». La voce disse: «Non c’è posto per Me e per Te». La porta restò chiusa. Dopo un anno di solitudine e privazioni egli ritornò e bussò. Una voce da dentro chiese: «Chi è là!». L’uomo disse: «Sei Tu». La porta si aprì per lui”.

Ogni volta che amiamo qualcuno dobbiamo fare i conti con le disarmonie, le paure, le resistenze e le tensioni che il rapporto mette in luce, con la consapevolezza dell’altrui sentire, con l’immagine interiore di ciò che è “maschile” e di ciò che è “femminile”, con i fantasmi legati alle esperienze precedenti, dalla nascita in poi.

Tutti questi stimoli e queste tensioni sono una insostituibile ricchezza, perché aiutano a scoprire, affrontare e trasformare la parte irrisolta e poco evoluta dell’anima legata all’amore e alla sessualità.

Lo specchio dell’altro è uno specchio che ci può svelare a noi stessi e suggerirci la via di uscita dai labirinti in cui ci aggiriamo, a patto però che l’altro segua anche lei/lui un cammino di evoluzione e intenda condividerlo con noi.

Chi si sottrae all’amore, o chi ama solo la propria immagine riflessa negli occhi dell’altro, lascia invece questo “lato oscuro” dell’essere inalterato ed occulto alla coscienza, dominato da una inerzia che rende disperato ogni tentativo di modificarlo.

Tuttavia, se le difficoltà e i conflitti con l’altro sesso sono potenzialmente un dono, perché gli attriti rivelano le nostre disarmonie e consentono talvolta cambiamenti significativi, non è affatto detto che l’esito finale sia quello di una maggiore consapevolezza e, tanto meno, quello di una evoluzione. Anzi... basta guardarci intorno... siamo circondati da terribili incastri di ombre e di nevrosi... da gente che nel rapporto di coppia appare assai più “povera” e arida che considerata individualmente, da persone che esprimono distruttività, ansia di controllo, sadismo, insofferenza, rabbia, paura, collera e frustrazione proprio con la persona amata.

Per dipanare il gomitolo di questa intricata matassa ho scoperto di dover affrontare il tema da un punto di vista molto più ampio: il rapporto tra il cuore e la consapevolezza, l’intento con cui ci mettiamo di fronte alle nostre scelte fondamentali, il modo con cui “ascoltiamo” le “immagini del cuore” che ci guidano nel cammino e la nostra capacità di distinguerle dalle illusioni.

Ci sono alcuni “fili” che mi hanno accompagnato per molti anni nella mia ricerca: l’alchimia, la ricerca del Sé, Dioniso e i miti e Misteri del mondo antico, il cammino nel labirinto e l’incontro con l’Ombra che attende chiunque cerchi la propria via, la discesa agli inferi dell’anima e il mondo dei morti, immaginato da diverse tradizioni come un “mondo alla rovescia”, l’amore e l’evoluzione della coscienza, il simbolismo del serpente, il tempo cosmico e il tempo profano, le maledizioni del sangue.

Solo ora vedo con chiarezza che, dietro l’apparente varietà degli argomenti trattati, c’è sempre stato un unico filo conduttore.

Questo mio viaggio attraverso il mondo antico mi ha infatti condotto a una scoperta che non ha una natura né morale, né sociale ma, direi piuttosto, una natura magica. Ognuno di noi ha un dovere nei confronti del proprio cuore, quello di assumersi la responsabilità e prendersi cura delle immagini e delle visioni che dal cuore scaturiscono, distinguendole dalle illusioni, che nascono anch’esse incessantemente nel cuore. La magia consiste nel fatto che la sorte di colui che si prende cura del proprio cuore è identica a quella di Dioniso, fatto a pezzi dai Titani mentre si guarda in uno specchio: il Dio rinasce dal cuore, l’unica parte che non sia stata dilaniata. Cosi chi intraprende un autentico cammino di conoscenza di se viene prima fatto a pezzi dal dolore di dover rinunciare alle proprie illusioni e quindi risanato dalle immagini veritiere scaturite dal suo cuore, sempre che abbia avuto il coraggio di guardarle.

Le immagini del cuore possono riguardare amori, persone, luoghi, valori, utopie, eventi, momenti particolari della vita, il ruolo che riteniamo di dover giocare, e servono, attimo per attimo, per tracciare il nostro cammino nel mondo, per attingere significato per le nostre esistenze, per poter condividere con gli altri il senso di ciò che intendiamo costruire. I nostri scrittori, artisti, poeti, utopisti e scienziati nei secoli passati hanno immaginato il loro futuro e trasmesso forza e vitalità alle loro immagini. Con questo fuoco hanno disegnato la realtà. Ognuno di noi ha un’immagine del suo compito nel mondo e delle persone amate e quelle immagini tracciano il profilo della sua vita.

Le immagini prodotte dal cuore quindi segnano il destino sia di una collettività che degli individui che ne fanno parte. Certo, può trattarsi di immagini oscure e malate oppure di illusioni. Allora l’umanità dovrà affrontare le sue ombre oppure realizzare di aver perso le sue guide o di non saperle più riconoscere.

È importante ricordare due caratteristiche fondamentali delle immagini del cuore.

La prima è che esse sono il mezzo attraverso il quale il cuore illumina la notte dell’accadere, dando agli eventi peso specifico, senso e direzione, luce e calore, cosi come il sole illumina il mondo. Sono le fonti dei nostri sentimenti e delle nostre emozioni.

La seconda è che, a differenza di sentimenti ed emozioni, le immagini del cuore non hanno una natura unicamente personale e individuale, ma sono il tramite mediante il quale attingiamo al pozzo dell’anima, il nostro canale con il mondo sottile, con gli antenati e con il nostro invisibile futuro.

L’eredità di chiunque abbia lasciato dietro di se una traccia luminosa nel mondo non ha mai una natura solo individuale: esistono pozzi a cui tutti possono dissetarsi, che elargiscono acqua di vita a chiunque voglia attingerla. Le immagini che i grandi uomini lasciano dietro di loro sono a disposizione di chi sappia coglierne la bellezza, la forza creativa, la verticalità.

I monaci tibetani attribuiscono all’immaginazione del cuore il potere di creare attorno agli esseri umani delle forme-pensiero altrettanto reali che la realtà sensibile e sostengono che quelle forme-pensiero possano addirittura agire sulla realtà. Le forme-pensiero, essi sostengono, vengono nutrite dagli uomini durante tutta la loro vita con i sentimenti: con amore, odio, desiderio, rabbia, paura e ci aspettano alla morte per banchettare con le nostre energie. Il Bardo Thodol, il libro tibetano dei morti, consiste in una serie di indicazioni pratiche che vanno lette al defunto per aiutarlo a riconoscere le divinità irate che lo attendono nell’oltretomba come produzioni del suo stesso cuore.

Gli antichi greci, i romani, gli egiziani, gli ebrei del vecchio e del nuovo testamento e i mistici sufi consideravano il cuore come la sede della visione e dell’intelligenza e agli sciamani viene attribuito il potere di guidare la comunità di cui fanno parte con le visioni del loro cuore e con i sogni.

Il mondo moderno, invece, non solo è afflitto da una tremenda mancanza di visione, che ci impedisce di proiettarci nel futuro senza provare l’angoscia del cieco di fronte all’abisso, ma svaluta anche sistematicamente le immagini del cuore e le relega o nelle prigioni anguste dei musei o negli inferni del desiderio, nei luna park del sesso e delle merci o le dissimula dietro l’apparente asetticità delle creazioni del pensiero.

In una sua conferenza sul pensiero del cuore, pubblicata da Adelphi con il titolo di “L’Anima Mundi e il pensiero del cuore”, lo psicoanalista James Hillman ha fatto una osservazione importantissima per comprendere come l’accecamento collettivo da cui siamo afflitti sia divenuto possibile.

Una prima causa, egli sostiene, è da ricercarsi nel dominio di una immagine meccanica e idraulica del cuore, frutto di un materialismo meccanicistico, che ci ha infine condotto a ricercare come “spiegazioni convincenti” dei mali che affliggono il cuore e l’anima il tasso di colesterolo nel sangue, l’usura degli ingranaggi della “macchina umana” o una insufficiente produzione di endorfine o di particolari enzimi, cosicché curiamo preferenzialmente i mali dei nostri cuori con diete, ginnastica, peace maker, bypass o prodotti chimici. Il cuore, detronizzato, non è più la sorgente della visione, della luce e del calore delle forme della nostra immaginazione, responsabili a loro volta della nostra salute.

Questa immagine del cuore come pompa, orologio, meccanismo regolabile con i medicinali, finisce con il costellare l’idea stessa di “spiegazione” dei fenomeni adottata dal senso comune. Una volta rimossa la consapevolezza del ruolo attivo che abbiamo nel determinare il mondo che ci circonda attraverso l’intento e le immagini del cuore, avvertiremo come “spiegazioni soddisfacenti” dei fenomeni sociali, naturali e psichici unicamente dei modelli meccanici e deterministici di quei fenomeni, modelli che occultano il nostro intervento creativo e determinante. Certo, questa nuova concezione del cuore si è imposta insieme ad importanti e irrinunciabili conquiste: il pensiero scientifico, il darwinismo e le teorie che concepiscono l’uomo come “macchina in evoluzione”. Dal punto di vista politico invece, la fine del diritto divino dei re, un modello sociale che non poteva sopravvivere alla detronizzazione del cuore nell’immaginario collettivo, sostituito dalla nascita della democrazia.

Ma il mondo che ci circonda rischia di popolarsi di ombre: è caratterizzato dalla riproducibilità, dall’ubiquità e dalla sostituibilità degli oggetti, delle esperienze e delle stesse persone, ed è un mondo, va detto, che solo un’immagine meccanica del cuore poteva generare.

La seconda concezione del cuore che Hillman attribuisce alla civiltà occidentale si manifesta come scissione tra cuore e pensiero ed è legata al “cuore sentimentale”, uno scrigno segreto che custodisce verità particolari e individuali, un abisso profondo ed insondabile che cela tutto ciò che l’individuo può cercare dentro di sé.

La drammatica confusione di cui sto per parlare è stata probabilmente originata dal bisogno della parte meno vitale e consapevole del pensiero cristiano di controllare il cuore con immagini dogmatiche e già rivelate.

Gran parte del pensiero e della psicologia moderna sembra aver dimenticato l’idea secondo la quale l’amore si origina nello spirito e si riflette mediante “immagini veritiere” nel microcosmo del cuore. È la contemplazione di quelle immagini a destare in noi sentimenti ed emozioni. Secondo la concezione antica la funzione del cuore sarebbe quella di mostrarci la realtà profonda delle cose attraverso le immagini evocate, mentre sentimenti ed emozioni sono solo le nostre reazioni di fronte a quelle immagini.

Il cuore, cosi come lo concepiamo oggi, è invece “la sede dei sentimenti”. Questo genera confusione tra le immagini che il cuore produce in quanto organo della “visione profonda” e le nostre passioni personali come rabbia, paura, brama, dolore, godimento estetico, infatuazione, autocommiserazione, tristezza e melanconia, collera ecc, che da quelle immagini sono suscitate. Queste passioni personali vengono innalzate a massima vita del cuore, mentre per il mondo antico avevano una natura pesante e corporea, lontana dalla capacità del cuore di cogliere gli aspetti più sottili della realtà. Questa concezione del “cuore sentimentale” è la causa certa di molte delle sciagure che affliggono il mondo, è l’origine dell’inconsapevolezza di sé, della mancanza di “visione”, della cecità dell’uomo moderno, dell’inflazione dell’Io, dell’incapacità di creare e riconoscere la bellezza e direi, soprattutto, della volgarità che contraddistingue la nostra epoca.

Anzitutto il “cuore sentimentale” relega l’uomo in uno spazio disperatamente soggettivo e solitario nel quale solo le sue reazioni individuali hanno interesse e importanza, ed è negata ogni realtà al ruolo che hanno le immagini del cuore di collegarlo ai suoi simili attraverso la percezione della bellezza e della verità.

Il mistico arabo Ibn Al Arabi, vissuto nel XII secolo, scriveva: “Il mio cuore è aperto a tutte le forme: è un pascolo per gazzelle, un chiostro per monaci cristiani, un tempio per gli idoli, la Kaba del pellegrino, le tavole della Torah e il libro del Corano. Io seguo la religione dell’Amore: in qualunque direzione avanzino le sue carovane, la religione dell’Amore sarà la mia religione e la mia fede”. (questo, tra parentesi è un brano che andrebbe riletto a chi sostiene che la cultura islamica sia sempre stata intollerante e settaria verso le altre religioni).

Se invece il mio esistere “qui ed ora” viene ridotto alla mia intimità, al mio “sentire”, la verità non può che essere la “mia” verità, la mia ricerca non può che condurmi a scrutare attraverso l’introspezione la natura dei miei “sentimenti profondi”. Il pensiero è allora costretto a stabilire le “sue” verità facendole riposare su presupposti dogmatici e “oggettivi”, fondandole su procedure razionali il cui legame con le immagini del cuore è divenuto invisibile.

Lungi da me l’intento di voler svalutare il pensiero scientifico, ma mi si consenta di scagliarmi contro la sua Ombra: aver deciso che il cuore può “sentire” e aver dimenticato che può (e deve) anche “vedere”, ricordando che si tratta di un organo che produce calore e dimenticando che può generare anche luce. Hillman ricorda che questa visione del cuore sentimentale come guida nel labirinto del sentire è stata rafforzata da pensatori come Rousseau. Nell’Emile viene detto: “exister pour nous c’est sentir”...

La confusione tra le immagini del cuore e le reazioni emotive che esse destano in noi produce una retorica egoica che cerca il significato del mondo in una presunta interiorità del sentire, profonda ed oscura, una deriva che ci ha condotto a ritenere più interessanti gli artisti e le loro biografia piuttosto che le loro opere. Le verità del cuore sono universali, sono un pozzo a cui tutti possono dissetarsi, non sono “i miei sentimenti”. A fare le spese di questa terribile involuzione è anzitutto il nostro senso del bello. Se stiamo rendendo il mondo un luogo orribile, se l’estetica delle chiese moderne oscilla tra un infantile sentimentalismo e un plumbeo senso di morte ed è cosi lontana dalla capacità del gotico e del romanico di elevare lo spirito, dobbiamo ciò al nostro “cuore sentimentale”, cieco alla visione interiore e, quindi, alla bellezza.

Si tratta di un cuore vuoto e affamato di stimoli che, come diceva l’alchimista cinese, Hui Nan Tze “ci rende infelici perché non usiamo i nostri cuori per godere delle cose esteriori ma usiamo le cose esteriori come mezzo per dilettare i nostri cuori”. I nostri criteri estetici destinano le opere d’arte a una fruizione meramente sentimentale ed edonistica, indipendente sia dalla vita attiva che da quella contemplativa. L’architettura, gli oggetti d’uso comune e le opere d’arte che produce l’occidente non si propongono più di parlare allo spirito e risvegliare le coscienze attraverso la contemplazione del bello.

Lo storico dell’arte indiano Ananda Coomaraswamy, che dedicò molti dei suoi scritti a questa involuzione, definisce la nostra estetica “una falsa retorica dalle valenze confuse ed emotive, una adulazione della debolezza umana con la quale possiamo spiegare solo le arti che non hanno altro scopo se non quello di piacere”. Anche Henry Corbin, in alcuni scritti dedicati alla mistica islamica, parla della capacità del cuore di cogliere la bellezza attraverso le immagini che esso stesso produce e, al contrario, della decadenza di una cultura che dimentichi le visioni del cuore e deleghi il “senso del bello” al mero sentire soggettivo.

Una prima conclusione è quindi che il “cuore sentimentale” dell’uomo moderno è cieco alla bellezza e ci spinge verso un selvaggio egotismo.

Nella Tragedia greca (soprattutto in Eschilo), nella catarsi, nelle iniziazioni ai Misteri antichi e nel racconto rituale dei miti, le “verità del cuore” consistevano nella capacità di un uomo di assumere su di sé il peso e il dono delle visioni del cuore, visioni che costituivano un ponte tra il suo passato e il suo futuro, tra il tempo evanescente del qui ed ora, il cronos, ed il tempo eterno degli dei, l’aion, un ponte tra il mondo dei vivi e quello dei morti, tra azioni quotidiane e radici e maledizioni del sangue. Il cuore, sede dell’intelligenza e re della visione, era anche l’unico organo che gli imbalsamatori egiziani non mettevano nei vasi canopi e che non rimuovevano dal corpo mummificato per il viaggio del defunto nell’al di là.

Ognuno di noi oggi è confinato nella sua “esperienza personale”, come se fosse rinchiuso nelle mura di una prigione, dalla angusta concezione che il mondo moderno ha del cuore. Come trasmettere agli altri visioni che abbiano anche per loro un significato? Dove trovare le pietre per costruire un futuro comune?

La confusione tra visione del cuore e sentimenti personali ha finito con l’imbarbarire la civiltà occidentale.

Le immagini attraverso le quali la verità ci si rivela sono in ogni caso più importanti dei sentimenti che esse destano in noi. Risvegliarci alla capacità di percepire quelle immagini è diventato indispensabile in un mondo che è sempre più dominato dalle merci e dall’avidità.

Hillman osserva che le Confessioni di Sant’Agostino indicavano almeno come presupposto ultimo della ricerca umana la divinità che si cela nel profondo del cuore, mentre il percorso delle Confessioni di Rousseau terminava al centro del labirinto con l’identificazione dell’uomo con una natura divinizzata. La psicoterapia moderna invece divinizza il vissuto e i sentimenti soggettivi senza altro orizzonte che questo: l’esperienza soggettiva come fonte di Rivelazione.

Non c’è da stupirsi del fatto che viviamo in un mondo miope guidato da personaggi dalla statura microscopica.

Tutto ciò che ho detto fin qui può generare un enorme equivoco: riconoscere l’esistenza ed il potere attivo delle immagini del cuore, infatti, non è la fine, ma l’inizio di un percorso.

L’esortazione: “Va dove ti porta il cuore” è una esortazione analfabeta. Come dicevo all’inizio il cuore è sede delle immagini attive, ma anche delle illusioni. Parlando dei sogni Omero narrava che essi scaturiscono da due porte. Dalla prima, di corno, provengono i sogni profetici e sapienziali, inviati dagli dei. Dall’altra, di avorio, i sogni menzogneri ed ingannevoli, legati ai moti contingenti dell’anima e alla quotidianità. Il percorso che ognuno di noi è chiamato a compiere deve condurci non solo a distinguere tra il sentimento e l’immagine che lo desta, tra il desiderio e il suo oggetto, tra soggetto e oggetto, ma, soprattutto, tra l’immaginazione attiva del cuore, che contribuisce a creare il mondo che ci circonda, e a dare senso alle nostre vite, e le vane illusioni del cuore, che conducono l’uomo verso la sofferenza e la dispersione. Ci si può innamorare della persona sbagliata, avere amici che ci deludono o ci tradiscono, trovare geniali delle false idee sul mondo, scorgere bellezza nel kitsch, restare fedeli a schemi di comportamento sbagliati per noi e per gli altri, fabbricarsi immagini distorte delle persone amate o detestate. L’intelligenza del cuore non si rivela nell’inseguire le immagini che il cuore produce, ma nella capacità di discriminazione. Consiste in una capacità contemplativa che sappia rivelare a chi la possiede la differenza tra l’oro e le sue volgari imitazioni. Questa capacità si acquisisce a poco a poco, è l’eredità che distacchi e sofferenze lasciano a chi sa raccoglierla.

Il libro che presento parla del percorso di consapevolezza necessario per poter scorgere in trasparenza le proprie proiezioni dietro le immagini vitali scaturite dai nostri cuori e per distinguerle dalle volgari illusioni. Questo lavoro viene accostato alle operazioni che accompagnano l’Opera Alchemica. Infatti lo Specchio dell’Arte degli alchimisti era capace di rivelare, come lo specchio della regina di Biancaneve, la più bella de reame, cioè le immagini del cuore veramente degne della nostra attenzione, distillate con il Leone Verde, un acido implacabile che libera le energie proiettate all’esterno dalle forme del mondo in cui sono racchiuse. Lo stesso percorso viene individuato nei riti di iniziazione ai Misteri di Dioniso e nel ruolo che la tragedia aveva per i greci, nei miti legati alla discesa nell’Oltretomba, nel simbolismo del serpente e, infine, “last but not least”, nella meravigliosa opportunità che ci dà l’amore tra uomo e donna se diviene un cammino di autentico scambio e di trasformazione, cioè quasi mai.

Assumere la responsabilità delle immagini generate dal proprio cuore significa quindi avere il coraggio di affrontare la fatica del lavoro necessario per discriminare le immagini vere, vive e vitali dalle illusioni, per scorgere in trasparenza i desideri sovrapposti alla realtà, le proiezioni agganciate ai loro oggetti e discriminare le immagini del cuore dai sentimenti che esse destano in noi. Ma se neghiamo persino l’esistenza delle immagini del cuore e la loro funzione questo lavoro non potrà mai nemmeno cominciare.

Mi viene in mente un aneddoto riguardante il Mahatma Gandhi. Un giornalista inglese gli aveva chiesto con fare perentorio: “What do you think of Western Civilisation?”

Rispose allora Gandhi in modo dolce e flemmatico: “That it would be a good idea”.

E veniamo ad un altro aspetto sul quale, secondo me, si soffermerebbe l’anima dell’antico greco temporaneamente uscita dall’oltretomba: la velocità.

Narra Plutarco nel suo libro “Il tramonto degli oracoli” che i sacerdoti del tempio sacro al dio Ammone custodivano un olio sacro che alimentava una lampada, un olio il cui tempo era solidale con il tempo degli dei. Ebbene, i sacerdoti avevano osservato che negli ultimi secoli la lampada ardeva e si consumava sempre più lentamente, il che significava, essendo il tempo della lampada immutabile, che il tempo umano, già a quell’epoca, scorreva sempre più velocemente. Questa visione del tempo sempre più veloce è perfettamente in accordo con la teoria indiana dei cicli cosmici, secondo la quale noi saremmo da tempo entrati nel Kali Yuga, caratterizzato da una sempre maggiore accelerazione del tempo e con l’analoga teoria di Esiodo delle cinque età dell’umanità, secondo la quale ci troveremmo attualmente nella vile età del ferro, in cui tutto fiorisce e perisce velocemente.

Ma soffermiamoci un attimo sul concetto stesso di velocità. In un corso di fisica elementare la si definirebbe come rapporto tra spazio e tempo... dunque più rapidamente si percorre un dato spazio, più siamo veloci.

Nessuno può negare che la nostra epoca abbia esteso una illimitata brama di velocità a tutti i campi dell’esistenza.

Vi faccio qualche esempio? Chi parte per un viaggio vuole, come si dice, ottimizzare il percorso e raggiungere quanto prima la mèta. A tale scopo abbiamo creato veicoli sempre più veloci, mentre lo spazio che separa due luoghi, il luogo di partenza e la mèta, ci appare sempre di più come un ostacolo da abbattere e da spazzare via il più rapidamente possibile. Ben diversa era la concezione che gli antichi avevano del viaggio: si sacrificava ad Hermes-Mercurio, dio delle strade, e il vero viaggio consisteva nell’attraversamento e non nel raggiungimento della mèta, nella trasformazione che il viaggio induceva nel viaggiatore e non nel poter annoverare un nuovo nome tra i luoghi visitati.

Analogo è il rapporto tra fine e mezzi, in fondo quando si insegue un obiettivo ciò che distingue veramente un uomo dall’altro non è la capacità di traguardare la mèta, ma l’eleganza e l’armonia delle azioni.

Se riflettiamo un attimo sulla natura profonda del mondo in cui viviamo ci accorgeremo che giornali e telegiornali dichiarano l’Italia sana o malata a seconda che il suo P.I.L. (prodotto interno lordo) cresca o diminuisca... cioè “sana” significa che i consumi crescono e che la gente è afferrata da un bisogno irrefrenabile di consumare e possedere sempre di più e sempre più in fretta, di spendere il denaro, “malata” significa invece il contrario. Nella visione antica del commercio, un altro campo governato dal dio Mercurio, invece, ad ogni scambio dovevano prendere parte gli dei e possedere qualcosa significava anche stringere un patto con loro, per questo le facce delle monete antiche recavano spesso da un lato i simboli del potere temporale e dall’altro qualche dio o dea. Nella mitologia greca quest’ansia di divorare tutto caratterizzava Crono-Saturno, che inghiottiva i suoi figli impedendo loro di nascere, e per questo motivo, alla nascita di Giove, destinato a succedergli come re dell’Olimpo, Saturno fu ingannato e gli fu data da mangiare una pietra al posto del figlio.

L’ansia di velocità caratterizza poi l’informazione, un altro campo che i greci attribuivano a Mercurio, il messaggero per eccellenza. Onde elettromagnetiche e fibre ottiche trasmettono istantaneamente le informazioni da una parte all’altra del pianeta mediante TV, radio, telefoni e computers. Ma la possibilità di trasportare istantaneamente l’informazione e di moltiplicare indefinitamente le immagini e i suoni (di eventi significativi, di opere d’arte, di creazioni culturali, di nuove idee) spesso significa banalizzare e trasformare in merce ciò che viene trasportato... così idee e creazioni culturali diventano mode passeggere e i fatti vengono estirpati dal contesto che li ha prodotti, ricontestualizzati nel rettangolo di una TV o di un computer e poi velocemente dimenticati.

Per curare le malattie (un altro campo sacro ad Hermes oltre che ad Esculapio) si utilizzano farmaci che aggrediscono l’organo malato senza alcun riguardo per l’integrità della persona che... lo “ospita”. Anche qui la preoccupazione è di eliminare il più velocemente possibile i sintomi patogeni senza una visione olistica, di insieme, del malato e dell’equilibrio tra il suo corpo e la sua psiche.

Gli esempi potrebbero moltiplicarsi all’infinito: i computers hanno reso velocissimi i processi logici di inferenza, e quasi istantaneo il percorso necessario per associare una informazione a un tema rilevante e ricordarla... ancora, mente e memoria riguardano proprio Mercurio (oltre che Memnosine), la necessità di produrre sempre di più e più velocemente a costi bassi ci ha fatto letteralmente dimenticare che una delle funzioni degli oggetti di uso comune, delle case, delle strade, era la loro bellezza.

Inoltre oggetti e case fatti in serie ci vengono incontro non solo senza bellezza, ma anche senza storia e dunque senza anima. Per rendere le produzioni culturali, gli oggetti d’uso comune, gli eventi, le opere d’arte facilmente riproducibili o trasportabili se ne uccide l’«hic et nunc», il qui ed ora, la loro storia e profondità simbolica, l’anima, il modo in cui ci vengono incontro e la loro unicità. Tutto diviene allora effimero, “usa e getta”, privo di sacralità e di aura. Potremmo ben dire che finalmente, grazie al calcolo infinitesimale, Achille ha raggiunto la tartaruga, pagando tuttavia un prezzo intollerabile.

Vorrei sommessamente avanzare l’idea, suggeritami dall’antenato greco che è in me, che la velocità sia una malattia, una grave malattia i cui sintomi rivelano le condizioni in cui versa Mercurio nel nostro mondo.

E se aveste bisogno di un’ultima prova pensate alla morte e alla sua rimozione selvaggia nella nostra cultura... Il povero Mercurio, il cui compito principale era quello di psicopompo, guida delle anime nell’oltretomba, è ormai costretto ad indossare costantemente il mantello di Ade che lo rende invisibile a tutti tranne che ai necrofori e agli impresari di pompe funebri!

Qual è il comune denominatore di queste patologie della velocità? Io direi che non è difficile: si tratta della vittoria di un tempo esterno, imposto da tecnologie e orologi, da veicoli e da transistors, da copie infinite dell’originale e da onde elettromagnetiche e fibre ottiche sul tempo interiore, dilatabile o restringibile a seconda delle esigenze dell’anima, come accade nei racconti di Borges e come accadeva nella vita dei nostri progenitori. Cosi nei miti indiani chi viene iniziato alla conoscenza di sé dal dio Vishnu, acquisisce la facoltà di vivere intere vite nel tempo necessario a un battere degli occhi. La psiche può diventare una lente di ingrandimento capace di dilatare a volontà piccoli segmenti di tempo o un cannocchiale rovesciato che riduce ad un istante lunghi tratti di vita. Il tempo interiore serve inoltre per attribuire un peso specifico alle cose che ci circondano: come la bilancia della dea egiziana Maat pesa ogni evento, ogni piccolo dettaglio delle nostre vite, utilizzando il cuore come contrappeso.

Il tempo esterno che ci domina è invece il tempo suscettibile di essere contratto dalla techné, dalle tecnologie, per trasformare i desideri in azione, ma chi lo insegue non si accorge di inseguire non la propria realizzazione ma il riflesso dell’Io, di privilegiare le immagini sull’essere e, dunque, di essere entrato nel mondo rovesciato che si trova dietro lo specchio. In questo universo maledetto le immagini possono imprigionare le entità reali, e si tratta di un mondo cosi simile al mondo dei morti! Già, si potrebbe sospettare che sia stato proprio l’intento di realizzare i nostri desideri, di oggettivarli, di trasformarli in realtà, a farci vendere l’anima a Mefistofele e a rovesciare il tempo come un guanto, arrendendoci a valori, criteri di importanza e priorità alieni e finanche facendo scandire le nostre vite da un tempo “esterno”, regolato dalle macchine. Oggi è diventato concepibile persino che si possa condurre una vita virtuale, alimentati da una macchina e immersi in una realtà fittizia che incarni ogni nostro desiderio e sconfigga ogni nostra frustrazione... le tecniche della realtà virtuale lo renderanno possibile in un non lontano futuro.

Ma eliminare le frustrazioni e realizzare immediatamente i desideri significa tradire se stessi e negare all’anima la possibilità di scoprire cosa il cuore desideri veramente, al di là delle forme momentaneamente assunte dal desiderio. Si tratta di un delirio materialista. Dice infatti Goethe in “Ermanno e Dorotea”: “Giacché i desideri velano a noi stessi la cosa desiderata, i doni discendono dall’alto nelle loro proprie forme”.

Il mondo del tempo non interiorizzato è un universo in cui nessuna esperienza viene più elaborata, un microcosmo in cui tutte le energie sono tese a eliminare le frustrazioni, in cui nessuno sa più ascoltare e, soprattutto, ascoltarsi, in cui ciò che si vive è destinato ad essere solo uno strass per decorare la propria immagine sociale. Inoltre per il tempo esteriore è irrilevante il momento in cui una cosa accade, tutti gli istanti sono equivalenti. Ciò sarebbe stato incomprensibile per l’anima greca iniziata ai misteri che abbiamo immaginato: il momento interiore in cui le cose vengono percepite e rivelate è fondamentale e le stesse parole pronunciate in istanti diversi, o le stesse cose sperimentate in diversi momenti parlano all’anima con linguaggi differenti, in un caso potrebbero costituire una rivelazione sconvolgente, in un altro una vuota banalità.

Abbiamo fatto insieme un viaggio attraverso le malattie di due Dei: Dioniso e Mercurio. Nei primi due capitoli del mio libro ho scelto di parlare di alchimia proprio perché gli alchimisti si proponevano di sanare il loro mercurio lebbroso e perché l’alchimia era “ginecologia affrettata”, trasformazione dei metalli da piombo in oro in senso sottile, l’arte di dominare la velocità con l’anima. Mi è sembrato quindi un campo promettente. Nei capitoli dedicati a Dioniso, invece, ho cercato di ricordare a me stesso fino a qual punto sia stato rimosso dalla coscienza collettiva il ruolo di questo dio nella nostra civiltà, un dio che ormai sopravvive unicamente nel folklore locale delle feste di paese.

Dioniso è dio dell’ebbrezza, della linfa vitale che spinge le piante a crescere e gli animali a procreare. Le visioni ispirate dal dio sospingono chi viene raggiunto dal suo tocco in un universo di luci, colori, forme e passioni che catturano l’attenzione del posseduto sospingendolo profondamente dentro la terra, dentro la propria terra interiore, mettendolo a contatto con le pulsioni animali più segrete, quelle inaccessibili da parte della consapevolezza quotidiana, fino a ottenebrare del tutto la percezione della realtà ordinaria. Nelle “Baccanti” di Euripide la madre di Penteo, posseduta da Dioniso, dilania suo figlio credendo di avere a che fare con un capriolo. Dioniso si serve di uno del suo seguito, Pan, per impadronirsi delle percezioni degli uomini. Attraverso l’“enthousiasmos” e il panico toglie loro ogni contatto con la realtà ordinaria e con la sobrietà e la lucidità del vivere comune. Reca invece in dono la consapevolezza che anche gli istinti più “bassi” ed animali racchiudono una scintilla divina. Il dio sottrae l’uomo dalla sua “presenza” nel mondo della quotidianità ma in compenso gli ri-vela l’esistenza delle maschere dietro le quali si nasconde la terribile realtà della vita. Le scintille divine che ci spingono a vivere, a riprodurci, a crescere e a morire, ad appassionarci con enthousiasmos a ciò che ci circonda, alle maschere del mondo, si nascondono dietro i loro involucri e sono irriducibili alla logica e alle norme del vivere quotidiano. Possono talvolta apparire come ninfe, o satiri o sileni, ma sono entità che solo Ade, il dio degli inferi, può scorgere nella loro verità, dopo averle spogliate dai veli dell’illusione.

I greci concepivano la corrente della vita come animata da due aspetti fondamentali, bios e zoi, il primo legato ai condizionamenti della persona, alla biografia, alle limitazioni individuali e all’autoconservazione, il secondo connesso con le forze misteriose che guidano i destini della nostra specie. Se Dioniso ottenebra momentaneamente nei suoi iniziati la percezione del bios, lo fa per aprirli alla visione, molto più sottile, della zoi.

L’aspetto dell’essere che il dio rivela è quello che prende parte sia alla nascita che alla morte, all’inizio e alla fine di amori, entusiasmi e progetti, è la scintilla vitale e immortale che ci segue immutabile nei nostri percorsi lunari e ciclici. È per questo che Eraclito dice che Ade e Dioniso sono lo stesso dio, per questo il dio attende i suoi iniziati nell’oltretomba ed è lo sposo cui sono destinate le fanciulle morte prematuramente. Per questo sua madre è Semele, un’incarnazione della luna, e suo padre, immortale, è Zeus. Per questo l’iniziato ai misteri di Dioniso viene condotto nel labirinto della materia ad incontrare la sua parte animale ed ha bisogno del filo di Arianna per ritrovare la via del ritorno.

Le tavolette orfiche parlano della fonte di Memnosine, alla quale gli iniziati a Dioniso potevano dissetarsi riacquistando la memoria delle vite passate. L’atto di dissetarsi alla fonte miracolosa è identico al processo che ci conduce a riconoscere la scintilla divina in noi al di là degli inizi e delle fini cui la destinano le forme del tempo ciclico. L’emblema di questo percorso è lo smembramento di Dioniso da parte dei Titani mentre il dio si guarda in uno specchio: le identificazioni dilaniano la nostra consapevolezza e solo chi sa inseguirle con il cuore fino agli inferi può recuperare la propria integrità e superare la tirannia del tempo ciclico.

I greci suddividevano il tempo in quattro tipologie fondamentali: il cronos, tempo ciclico dell’accadere quotidiano che ci conduce a nascere e morire con infiniti ritorni, l’aion, il tempo straordinario degli dei e delle fiabe, i cui protagonisti raggiungono velocemente uno status destinato a non mutare più (oggi vivono in questo tipo di tempo i personaggi dei fumetti), il suncronos, il tempo delle coincidenze straordinarie che segnano l’incontro tra cronos e aion, un tempo nel quale gli dei si manifestano agli uomini e si apre un varco tra mondo umano e mondo divino e il kairos, l’istante fuggevole in cui l’uomo può afferrare l’occasione offerta dalla rivelazione e trasformarla in azione.

Il terzo dio di cui parleremo, Apollo, ha il compito di restituire l’integrità agli esseri dilaniati dalla prova della discesa agli inferi. Apollo deve ricondurre gli uomini verso l’unità, la bellezza, l’armonia e la giustizia dopo che Dioniso ha fatto loro attraversare la molteplicità dell’essere, la caducità delle identificazioni, la parzialità delle visioni particolari. La visione che Nietsche aveva della contrapposizione tra dionisiaco e apollineo come aspetti contrastanti della cultura greca mi appare sostanzialmente falsa. Infatti dionisiaco e apollineo non sono che due aspetti complementari del medesimo cammino. Se Dioniso rappresenta la discesa agli inferi, Apollo comincia ad agire quando i Titani hanno smembrato Dioniso ed è colui che salva il cuore del dio per poterlo reintegrare. Apollo non può esistere senza Dioniso! Apollo è a-pollà, colui che pone fine alla molteplicità in nome della tensione verso l’unità e Apollo Sotterraneo non è che Dioniso che esce finalmente dagli inferi.

Avendo Apollo attraversato gli inferi per mezzo del suo doppio Dioniso e avendo guardato lungo ogni direzione possibile mentre si liberava dalle illusioni, egli è dio dei serpenti, sacri ad Apollo ed allevati in luoghi sotterranei.

È sempre Apollo che dona il caduceo ad Hermes, che gli aveva rubato i buoi, sacri al sole. (Bous in greco antico era un termine che designava la moneta in quanto princìpio di equivalenza che consente di scambiare un oggetto con un altro). Il caduceo serviva ad Hermes-Mercurio proprio per accompagnare le anime su e giù, tra il mondo e l’oltretomba e tra la veglia e il sonno.

Il dono che Hermes fa ad Apollo è invece la lira dalle sette corde, da cui si sprigiona la musica. Il suono della lira è simbolo della facoltà che il Dio dà a quelli che predilige: esprimere compiutamente le loro potenzialità attraverso la parola, le arti e le opere, a patto che quegli uomini abbiano precedentemente conosciuto il tocco di Dioniso.

Apollo è anche dio della mantica, dei profeti e degli indovini. Le Sibille e la Pizia rivelavano i loro vaticini all’entrata di antri solfurei e Apollo poteva agire in loro perché, in precedenza, Dioniso era disceso agli inferi. La manìa, la trance da cui erano posseduti àuguri e profeti, era del tutto diversa dalla manìa dionisiaca, dall’enthousiasmos. La manìa apollinea è capacità di ricondurre l’indicibile all’arte della parola, di riportare alla luce del sole quello che il cuore di Dioniso ha esperito agli inferi. Le parole dei profeti e degli indovini non sono mai parole dirette, legate al significato da una evidenza. Sono invece enigmi, parole oscure che alludono a ciò che è impossibile esprimere altrimenti, o perché relativo al futuro e a configurazioni di eventi che non esistono ancora, o perché proviene da realtà celesti o infere, inattingibili dalla consapevolezza umana.

I tre piedi che sorreggevano il tripode vicino al quale i sacerdoti di Apollo tiravano le sorti rappresentano tre universi tra i quali spazia il veggente: inferi, terra e cielo oppure passato presente e futuro.

Le parole degli enigmi ispirati dal dio sono spesso frasi avvelenate, pericolose, taglienti, che solo il sapiente può penetrare. Queste sono le frecce che Apollo raccoglie nella faretra e che il suo arco può scagliare lontano.

Il dio era anche temuto per la sua capacità di scatenare epidemie e pestilenze scagliando le sue frecce e veniva invocato per le guarigioni. Quasi che le malattie fossero ritenute sintomi manifesti di disarmonie dell’anima.

Uno dei più grandi studiosi della cultura greca, Giorgio Colli, descrive la nascita della filosofia come un misurarsi degli iniziati ai misteri e dei sapienti con gli enigmi che provenivano dal dio. Eraclito, Empedocle, Parmenide, Talete, Epimenide, Anassimene, Anassimandro e gli altri presocratici, sostiene Colli, esprimevano un tipo di sapienza che non assomigliava alla filosofia cosi come la intendiamo oggi, ma richiedeva la capacità di sciogliere gli enigmi posti dalla Pizia.

La razionalità di Apollo non è assolutamente quella del filosofo convenzionale e non è riconducibile a un mero esercizio di logica formale. Oggi chiameremmo “razionale” l’abile conferenziere, dalle argomentazioni sottili, o chi sa mantenersi freddo di fronte all’imprevisto, o il collezionista di luoghi comuni, o chi coltiva una visione minimalista e depressa del mondo, chi cerca di neutralizzare cioè l’azione di Pan riconducendo le proprie esperienze a schemi predeterminati.

La razionalità di Apollo scaturisce invece dalla intelligenza del cuore. È una razionalità obliqua, ctonia, che colpisce da lontano alludendo per enigmi a ciò che non può essere detto perché non esistono le parole per dirlo, o in quanto si trova troppo al di là nel tempo, o perché attiene al mondo degli dèi o al mondo infero.

Analogamente la bellezza di Apollo non ha nulla a che vedere con il vuoto estetismo o con le moderne concezioni dell’art pour l’art, è bellezza dell’armonia tra le parti, è lo splendore del corpo di Osiride ricostituito da Iside che ne ha raccolto i frammenti e il mistero del corpo di Dioniso rigenerato dal cuore, è il frutto delle visioni di chi si è immerso con Dioniso nelle profondità della Terra, si è identificato con la linfa che anima gli esseri viventi, ha conosciuto le forme del mondo “dall’interno” dopo averle amate con passione, vivendo quindi il dolore dell’abbandono e l’elaborazione di un lutto.

Solo chi è passato da queste prove può accedere veramente ai doni di Apollo, alla vera razionalità e all’autentico senso della bellezza.

Orfeo, che per difendersi dall’amore e dall’infelicità sacrificava ad Apollo ma non più a Dioniso, viene infine ucciso e ridotto a brandelli dalle menadi, le sacerdotesse di Dioniso.

Qui la vendetta di Dioniso è in realtà una vendetta obliqua di Apollo, a cui non interessa essere adorato da chi non sappia riportare indietro la propria anima dagli inferi.

Apollo protegge, invece, chi sa scorgere un nucleo di verità nelle frasi oscure degli indovini e dei profeti. La protezione di Apollo conduce gli uomini nel suncronos, nel tempo delle “coincidenze”e li fa imbattere in frasi enigmatiche ed eventi inquietanti, pieni di numinosità. L’uomo ispirato da Apollo va allora oltre l’opposizione tra cronos ed aion, tra bios e zoi. Egli si afferra al kairos, all’attimo fuggente, e apre una finestra sull’infinito.

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