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: Sul Fuoco, il Solvente e lo Zolfo degli alchimisti
Argomento:Alchimia

AlchimiaParte prima: Il Fuoco e lo Zolfo filosofico
Parte seconda: Il Leone Nemeo e il Leone Verde

Gli Alchimisti considerano lo Zolfo uno dei tre princìpi della loro Opera e lo chiamano Spirito o materia prima del Sole e dell’Oro filosofico, attribuendogli una natura maschile e ignea e la facoltà di coagulare (mentre il Mercurio è solitamente femminile, dissolvente ed acquatico).
I libri di alchimia si esprimono per enigmi e per parabole, ma c’è un punto sul quale molti sembrano concordare: si giunge ad ottenere sia lo Zolfo che il Mercurio e il Sale alchemici solo invertendo, rovesciando, rivolgendo verso l’interno ciò che, senza l’intervento dell’Arte, avrebbe altrimenti seguito la direzione opposta.

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Sul Fuoco, il Solvente e lo Zolfo degli alchimisti

di Alessandro Orlandi


Parte prima: Il Fuoco e lo Zolfo filosofico

«Nel Portale di destra si vedono i 12 segni dello Zodiaco divisi in due parti, in ordine secondo la Scienza di Dio e della natura.

Nella prima parte del lato destro sono i segni dell’Acquario e dei Pesci, che sono fuori opera: bisogna segnare e notare ciò.

Poi in opera sono l’Ariete il Toro e i Gemelli, uno sopra l’altro. Sopra ai Gemelli c’è il segno del Leone anche se non è il suo rango che apparterrebbe al Cancro, ma bisogna considerare ciò misterioso […]. Quanto all’Ariete Toro e Gemelli […] in quel tempo il Saggio Alchimista deve andare incontro alla materia […] universale e non determinata, per averla presa di mira prima che fosse attirata dalle calamite degli individui specifici specificandosi in essi. Quanto al segno del Leone posto sopra i Gemelli al posto del Cancro, è per far capire che c’è qualche cambiamento e un’alterazione delle Stagioni contenuti nel lavoro manuale e fisico della Pietra».

Esprit Gobineau de Montluisant, “Spiegazione curiosissima degli enigmi e figure geroglifiche, fisiche, che si trovano nel grande portale della chiesa cattedrale e metropolitana di Notre Dame di Parigi”.

«I legni, il ferro, le pietre sono dissolti dal fuoco, e tutti sono ricondotti al loro stato primitivo. La medesima causa della generazione lo è anche della corruzione, benché in modi diversi».

Lettera di Aristeo a suo figlio sul Magistero Filosofico

Gli Alchimisti considerano lo Zolfo uno dei tre princìpi della loro Opera e lo chiamano Spirito o materia prima del Sole e dell’Oro filosofico, attribuendogli una natura maschile [1] e ignea e la facoltà di coagulare (mentre il Mercurio è solitamente femminile, dissolvente ed acquatico).

I libri di alchimia si esprimono per enigmi e per parabole, ma c’è un punto sul quale molti sembrano concordare: si giunge ad ottenere sia lo Zolfo che il Mercurio e il Sale alchemici solo invertendo, rovesciando, rivolgendo verso l’interno ciò che, senza l’intervento dell’Arte, avrebbe altrimenti seguito la direzione opposta.

Secondo il “Musaeum Hermeticum” lo Zolfo è “il cuore di tutte le cose” e nel “Liber de alchimiae difficultatibus”, che fa parte del “Theatrum Chemicum”, ciò che anima gli esseri della natura è definito proprio come la “parte nascosta dello zolfo”.

Lo si può trovare nelle miniere come zolfo volgare corporeo e terrestre e va sublimato fino ad estrarne le qualità ignee e spirituali. Dice Filalete ne “L’Entrata aperta al palazzo chiuso del Re”: “Quando l’Oro viene unito alla sua sposa (cioè l’argento, la Luna), allora anche lo zolfo coagulante che nell’Oro volgare era rivolto verso l’esterno, viene rovesciato verso l’interno”.

Per Bernardo Trevisano (“De Chemico Miraculo”) “Lo Zolfo non è altro che puro fuoco nascosto nel Mercurio”, mentre in Mylius (“Philosophia reformata”) lo zolfo filosofico è “semplice fuoco vivo, che vivifica altri corpi morti” e “nessuno conosce lo zolfo filosofico se non per rivelazione divina”.

Nell’“Aurora Consurgens” [2] è definito come “cenere estratta dalla cenere” e viene paragonato a un drago o all’Ouroboros.

Zolfo e Mercurio sono comunque considerati dagli Alchimisti fratello e sorella e spesso le caratteristiche dell’uno vengono attribuite all’altro.

Nel trattato “De Sulphure” (“Musaeum Hermeticum”), entrambi hanno la caratteristica di dissolvere, uccidere e vivificare i metalli ed allo Zolfo viene attribuita la conoscenza di tutte le cose: “Nel suo regno c’è uno specchio in cui si può vedere tutto il mondo. Chi scruta in questo specchio può scorgere in esso e conoscere le parti della sapienza del mondo intero e così, ricolmo di sapienza, perviene a questi tre Regni”.

Le sue proprietà sono simili a quelle attribuite all’elemento fuoco. Lo Zolfo, infatti, consuma e brucia ciò di cui si alimenta, causandone la corruzione e la putrefazione, coagula, tinge e colora il mondo, e, infine, porta a maturazione. È associato ai luoghi sotterranei, al fuoco vulcanico e, nella simbologia cristiana, all’inferno ed al diavolo.

In alcuni trattati alchemici (ad es. nel “Gemma Gemmarum”), lo Zolfo è un dono che Marte fa a Venere, oppure è prigioniero di Venere e da essa dev’essere liberato.

Flamel, ne “Il Sommario filosofico”, lo paragona a un drago senza ali che dev’essere unito e fuso con un drago alato (il Mercurio), per ottenere il fermento indispensabile per l’Opera Alchemica. Lo stesso autore ne “Il libro delle figure geroglifiche” attribuisce allo Zolfo, il drago senza ali, la proprietà di coagulare, fissare il drago mercuriale, dalla natura volatile.

Anche secondo il Cosmopolita, lo Zolfo è il coagulo del Mercurio: “Infatti c’è differenza tra oro ed acqua ma ce n’è meno tra acqua e mercurio ed ancor meno tra oro e mercurio. Perché la casa dell’oro è il mercurio, la casa di mercurio è l’acqua e lo zolfo invece è il coagulo di mercurio”.

In uno degli “Aforismi Basiliani”, nel “Theatrum Chemicum”, è detto: “Ma il potere di animare, una sorta di colla del mondo, è l’elemento medio tra lo spirito e il corpo, è il legame che li tiene uniti entrambi, soprattutto nello zolfo di un certo olio rosso e trasparente, come il Sole nel macrocosmo ed il cuore nel microcosmo”.

Scrive l’alchimista Dorn che “l’uomo fu, al principio dei tempi, zolfo” e che “lo zolfo è un fuoco distruttore che è alimentato dal Sole invisibile”.

Secondo “Il Libro delle Figure geroglifiche di Flamel”: “I due draghi (cioè lo zolfo e il mercurio) sono i due serpenti che si avvolgono attorno alla verga di Hermes e che danno al Dio la capacità di trasfigurarsi e mutarsi a suo piacimento”.

I due draghi – dice ancora Flamel – devono essere chiusi dal Filosofo in un Vaso sigillato ermeticamente, e si dissolvono liberando il più letale dei veleni, che, con la forza delle sue esalazioni, può causare la morte di ogni cosa vivente.

Il Filosofo, però, non avverte mai queste esalazioni, se ha cura di non rompere il vaso, ma si rende conto dei mutamenti che avvengono dai diversi colori che si manifestano durante la fase detta della Putrefazione”.

Zolfo e Mercurio vengono anche paragonati da Avicenna a due cani (Cagna di Corascena e Cane di Armenia) che si uccidono mordendosi a vicenda e morendo immersi nel loro veleno che, dopo la loro morte, si trasformerà in acqua di vita.

Dice ancora Avicenna (citato da Flamel) che “le semenze dello Zolfo e del Mercurio si raccolgono dagli escrementi, dalle scorie del Sole e della Luna”.

Fulcanelli ne “Il mistero delle Cattedrali” fa notare che la frequente affermazione che lo zolfo come materia prima dell’Opera si trovi nel letame o nello sterco, oppure venga “estratto da Venere”[3], va messa in relazione con il fatto che Venere è anche nota come Cipride, χύπρις, “l’impura” o χύπρος, “rame [4] e letame”, omofono con Σουφρος, zolfo.

In un dialogo contenuto ne “Il Nuovo lume chimico”, il Cosmopolita ci mostra come lo zolfo, generato dalla coagulazione del Mercurio, sia chiuso in un durissimo carcere da cui non potrà uscire se non dopo un tempo lunghissimo e con gran fatica. In quel carcere ha dei custodi che lo costringono a fare ciò che essi vogliono e viene detto che lo zolfo è l’artefice degli odori e dei colori del mondo, dei fiori e dell’intelletto degli animali, dell’aria pura e di quella corrotta:

Alchimista:

«Signore, in quale soggetto è lo Zolfo?»

Saturno:

«Sappi per certo che questo Zolfo ha grande virtù: la sua miniera sono tutte le cose del mondo perché è nei metalli, nelle erbe, negli alberi, nelle pietre e nelle miniere»”.

E, più avanti:

Saturno:

«Lo Zolfo è la virtù di tutte le cose ed è secondo per nascita ma più vecchio di tutti, più forte, più degno, ma fanciullo obbediente»”.

Nel medesimo dialogo Saturno definisce se stesso come il giudice perfetto del carcere in cui giace prigioniero lo Zolfo.

Basilio Valentino ne “Le 12 chiavi della Filosofia” ci dà ancora un consiglio sulla preparazione dello Zolfo: “Colui che vorrà preparare il nostro zolfo incombustibile di tutti i saggi consideri dapprima in sé se sta cercando il nostro zolfo in ciò in cui esso è incombustibile. Ciò non può essere senza che il mare salato non abbia inghiottito il corpo e di nuovo l’abbia rigettato dal suo seno […] e perché non gli succeda nulla di funesto concedigli la volatilità dell’uccello quel tanto che è sufficiente. Allora il Gallo divorerà la Volpe[5], in seguito soffocherà nell’acqua e, risuscitato dal fuoco, sarà a sua volta divorato dalla Volpe così che il simile sarà riportato al simile”.

Ricordiamo che in Alchimia si distinguono due Opere, una Lunare d’Argento o al Bianco, l’altra Solare, d’Oro o al Rosso. Flamel sostiene che per ciascuna delle due Opere è necessario uno zolfo di tipo diverso e che i due zolfi non devono essere mescolati tra loro, perché, altrimenti, genererebbero un essere mostruoso.

Veniamo ora al “fuoco dei filosofi”, il misterioso agente che, regolato secondo diversi “regimi” nelle varie fasi dell’Opera, la porta a compimento.

Nel “Libro Segreto dell’arte occulta della pietra dei Filosofi” Artefio distingue tre tipi di fuoco[6]: “Il primo – egli dice – è di lampada e continuo, umido, vaporoso, aereo, fatto ad arte per trovare, e la lampada deve essere proporzionata alla chiusura […]. Il secondo fuoco è delle ceneri nelle quali è chiuso il vaso sigillato ermeticamente o piuttosto è quel calore dolcissimo che, provenendo dal vapore temperato della lampada, avvolge in modo uguale il vaso. Esso non è violento se non viene eccessivamente eccitato, è digerente, è alterante, è preso da un corpo diverso della materia, è unico, umido e innaturale. Il Terzo è quel fuoco naturale nella nostra Acqua, la quale è anche chiamata contro natura perché è acqua e nondimeno dall’oro fa un puro spirito, cosa che il fuoco comune non può fare. È minerale, partecipa allo zolfo, dirompe, congela, scioglie e calcina tutte le cose, è penetrante, sottile, incomburente ed è la fonte d’acqua viva nella quale si lavano il Re e la Regina. Di esso abbiamo bisogno in tutta l’intera Opera, in principio, a metà e alla fine, mentre degli altri fuochi detti sopra no, ma solo qualche volta. Congiungi dunque questi tre fuochi nel leggere i libri dei filosofi e di certo non ti sfuggirà la loro comprensione dei fuochi”[7].

Quest’ultimo fuoco, chiamato anche “Bagno Maria”, “è un’acqua ignea e solforosa che compie in poco tempo quella generazione e maturazione dei metalli che il Sole produce in centinaia di anni nelle miniere della Terra”.

Pontanus, nella sua “Epître du feu philosophique” lo dichiara indispensabile al compimento della prima, della seconda e della Terza Opera (come talvolta viene chiamata la moltiplicazione della Pietra) e ci dice che “non è un fuoco comune ma partecipa dello zolfo e rompe dissolve e congela tutte le cose”. È descritto come un piccolo fuoco di grande intensità, uguale e continuo, che ha il potere di convertire la materia prima nella Pietra del Filosofi, ma che non è in alcun modo tratto dalla stessa materia prima.

Importante è, però, avverte Pontanus, conoscerne grado e proporzione. Limojon de Saint Didier (citato da Fulcanelli ne “Le Dimore Filosofali”) sostiene che “il fuoco naturale è un fuoco in potenza, che non brucia le mani, ma che dimostra la sua efficacia se è appena eccitato dal fuoco esterno”.

Fulcanelli lo chiama scintilla vitale, fuoco potenziale, spirito racchiuso nella materia, raggio igneo tratto dal primo FIAT della creazione del mondo e dice che tale fuoco finisce anche col diventare lo stesso Vaso in cui l’Opera si compie[8].

Altrove lo stesso Fulcanelli dichiara che i gradi del fuoco dell’Opera sono quattro, di crescente intensità, ed aggiunge: “Nell’Opera Alchemica il fuoco non è quello ordinario […] quindi consigliamo vivamente di considerare come prima cosa il rapporto che i saggi hanno stabilito tra il fuoco e lo zolfo, affinché se ne possa ricavare quella nozione essenziale sui quattro gradi dell’uno che devono, senza fallo, corrispondere ai quattro gradi dell’altro; così in poche parole abbiamo detto anche troppo”.

Parte seconda: Il Leone Nemeo e il Leone Verde

“Sappi dunque che nessun vegetale né alcun frutto appare o germina senza che il Leone Verde si manifesti… È il fuoco contro natura che devi mirare a scoprire. È così detto perché è contrario alla Natura sfacendo e struggendo ciò che ella aveva composto con cura preziosa. Questo fuoco non s’alimenta con olio o spirito di vino, ma per mezzo d’una materia incombustibile, di durata e calore costanti, è un fuoco senza luce la cui combustione possiede grande virtù ed efficacia; trovarlo nelle tenebre, giacché non luce, non è piccola impresa, ed applicarlo convenientemente all’Opera è ancor più difficoltoso”.

Michael Maier, “Atalanta Fugiens”, emblema 37°

Il Leone è da sempre un animale fondamentale nel bestiario alchemico e, più in generale, nel simbolismo esoterico occidentale.

Nel “Fisiologo” (un testo gnostico anonimo del II secolo D.C.) e nei bestiari medioevali vengono attribuite al Leone tre nature:

• Cancella le proprie impronte con la coda quando è sulle montagne e sente l’odore dei cacciatori.

• Quando dorme i suoi occhi vegliano.

• La Leonessa genera i figli morti e li custodisce. Il terzo giorno il maschio li risuscita con il suo alito.

In Egitto il Leone era considerato l’incarnazione della forza fecondatrice e procreatrice della Natura, comprendendo in sé sia la celeste luce del sole che le acque telluriche.

Johann Jakob Bachofen [9] riferisce che nell’antico dialetto italico Caronte significava Leone, derivando dalla radice ar: “forza maschile fecondatrice”. Il leone aveva quindi un aspetto solare, ma poteva anche essere collegato al guardiano degli Inferi, come virilità ctonia che risiede nelle acque abissali.

Nei misteri mitraici quello di Leo era il quarto grado iniziatico e Crono era rappresentato da un dio dalla testa leonina. In questi misteri il Leone era spesso in rapporto con il serpente: un serpente si avvolgeva attorno al corpo di Crono e spesso, nelle rappresentazioni del Taurobolio (l’uccisione del Toro da parte del dio Mithra) compaiono un leone e un serpente. Legato al pianeta Giove il grado iniziatici del leone aveva come emblemi: il fulmine di Giove, la paletta per il fuoco (o per scavare), e il sistro della Magna Mater Cibele. Simboleggiava la conquista del fuoco e rinunciava a purificarsi con l’acqua, versando miele sulle mani e sulla lingua (rito in uso a quei tempi con i neonati). Da questo grado in poi si poteva partecipare ai più segreti riti misterici. I Leoni dovevano controllare la fiamma sull’altare, bruciare incenso e servire il cibo per il pasto rituale mitraico, che rappresentava l’Ultima Cena prima dell’ascesa di Mitra al cielo.

Il motivo del Leone e del serpente in contrasto tra loro [10] è molto diffuso nella letteratura alchemica. Lo ritroviamo anche nel romanzo del ciclo della Tavola Rotonda “Yvain ou Le chevalier au lion”, di Chrétien de Troyes.

L’autore fa incontrare al cavaliere nel corso delle sue avventure un leone che lotta con un serpente. Yvain uccide il serpente e libera il leone, rischiando di essere divorato dalla fiera, che invece diviene il suo inseparabile compagno di avventure.

Affronterà d’ora in poi nemici e difficoltà con il leone al suo fianco. Forza, coraggio, giustizia e nobiltà d’animo [11] erano tutte qualità che venivano attribuite al leone [12] e per questo motivo, tenendo anche conto della grande diffusione dei culti mitraici nell’esercito romano, quest’animale compariva spesso, assieme all’aquila, sulle insegne militari delle legioni.

All’entrata dei templi figuravano talvolta due leoni, detti leone d’Oriente e leone d’Occidente: la morte e la resurrezione che attendevano gli iniziati, il tramontare e il sorgere del Sole.

Il Leone fu considerato dai Cristiani un emblema di Satana, dell’eresia, e, in particolare, del peccato d’orgoglio, ma era anche l’emblema del Cristo (il leone di Giuda), dell’Evangelista Marco e del Verbo Incarnato.

Una delle fatiche di Ercole consisteva nella cattura e nell’uccisione di un leone che infestava la Nemea, terrorizzando gli abitanti di quella regione.

Secondo la versione di Crisermo, l’animale, caduto dal cielo, era figlio della luna ed era nato da una cista che Selene, su istigazione di Era che voleva nuocere ad Ercole, aveva empito di saliva e schiuma[13]. Si narra che per riuscire a uccidere la belva che si nascondeva in una tana con due uscite, l’eroe ne avesse ostruita una con un masso e che avesse impiegato trenta giorni a portare l’impresa a compimento.

Nelle pitture vascolari troviamo quasi sempre Ercole ricoperto dalla pelle del Leone Nemeo, con la testa della fiera usata quasi come un copricapo[14]. L’animale venne comunque assunto da Zeus in Cielo e divenne il Leone dello Zodiaco.

Secondo Karol Kerényi (“Gli Dei e gli Eroi della Grecia”), il fatto che caverne come quella del Leone Nemeo venissero utilizzate per riti di morte e resurrezione e che l’Eroe dopo l’Impresa fosse incoronato col sedano, pianta con cui si adornavano le tombe, fa pensare all’antro del Leone come a un luogo di morte iniziatica e rinascita. Questa interpretazione è avvalorata dal fatto che Eracle veniva raffigurato, dopo l’impresa del Leone, come se si stesse svegliando da un lungo sonno.

Veniamo ora a parlare di quel soggetto misterioso che gli alchimisti chiamano “Leone Verde”.

Vi sono, grosso modo, tre accezioni diverse in cui il Leone Verde viene citato nella letteratura alchemica.

Lo si trova come sinonimo del solvente o “fuoco contro natura” che rincrudisce i metalli nelle loro miniere riducendoli allo stato dell’acqua e consentendo di estrarne Zolfo, Mercurio e Sale, oppure come alimento del Philius Philosophorum quando questo è ancora rinchiuso nell’Uovo filosofico e come bevanda di immortalità o, infine, come mezzo per congiungere Sole e Luna, cioè il Re e la Regina alchemici. Spesso, accanto al Leone Verde, detto talvolta “l’antico leone” (“Theatrum Chemicum”), è citato il Leone rosso, come simbolo della stessa materia portata a perfezionamento[15]. Per questo motivo il Leone Verde è anche detto acerbo.

Ma torniamo al Leone verde inteso come solvente e acido che tutto corrode. Forse molti avranno visto in qualche testo alchemico una bizzarra immagine, una delle tante che rendono l’alchimia una disciplina arcana e misteriosa, parlo dell’immagine di un Leone verde che divora il Sole (l’immagine appare ad esempio nel Rosarium Philosophorum). Questo Leone è l’emblema del processo di estrazione della materia prima degli alchimisti. Si tratta di una sostanza “che tutti maneggiano ma nessuno sa riconoscere ed afferrare, che deve essere estratta dalla dura roccia, (ma badate, la roccia dei filosofi, non quella volgare!) con un acido che tutto corrode, con un Fuoco Segreto che solo gli alchimisti sanno preparare: il leone Verde, appunto.

Questa materia (o, talvolta, l’acido che serve per ottenerla) è un’Acqua che non bagna le mani e un Fuoco che non brucia, è la cosa più preziosa dell’universo, eppure deve essere cercata nel letame e nei rifiuti e si ottiene mangiando il sole!

Il modo in cui opera l’acido è stato variamente inteso da coloro che si occupano di alchimia come una azione di tipo fisico – chimico sulla materia, che la “rincrudisce” riconducendola alla sua essenza e permettendo all’Operatore di estrarne lo zolfo oppure anche come una sottile azione di tipo psichico sull’Operatore, il quale deve rendere “interiore” qualcosa che appare come esteriore e, con l’aiuto del fuoco misterioso, deve spezzare involucri che imprigionano energie che, da esterne ed apparentemente estranee a lui, debbono diventare carne della sua carne e sangue del suo sangue.

Per questo questa operazione si chiama anche “reincrudimento” della materia e nell’acrostico VITRIOL (visita interiora terrae, rectificando invenies occultum Lapidem) si parla di “rettificare “qualcosa che è custodito nelle viscere della Terra.

Gli alchimisti da sempre nascondono la natura della loro Materia prima e le miniere da cui si può estrarre, sotto un fitto velo di enigmatiche allusioni e di ermetiche parabole. Dicono ad esempio che essa si trova ovunque: nell’aria, nella terra, sulle acque nel fuoco, in ogni luogo insomma, ma che solo l’artista sa come estrarla. Talvolta l’alchimista viene descritto come un minatore che la cerca nelle viscere della terra, talaltra la materia Prima proviene dal cielo come una manna o rugiada e a volte la sostanza misteriosa è raffigurata come un re immerso nelle acque del mare che supplica il ricercatore di riscattarlo e promette in cambio vita eterna e ricchezza inesauribile

La sostanza umilissima e alla portata di tutti, da cui va estratta la Materia Prima, è stata denominata da alcuni Caos primigenio. Va detto che molti ricercatori, accecati dalla stoltezza e dall’avidità hanno ravvisato in sostanze molto umili e vili l’Origine della materia prima, così si sono affannati invano con la rugiada, le urine umane e con altre materie ancor meno attraenti.

Quello che certo è che i testi antichi sono d’accordo nel sostenere che la materia va raccolta tra il segno zodiacale dell’Ariete e quello del Toro, ma che questi simboli non indicano lo zodiaco volgare, ma un misterioso zodiaco filosofico. Lo zodiaco volgare è quello che tutti possono osservare nel cielo, lo zodiaco filosofico invece ha una naura diversa, fin dai tempi più remoti gli alchimisti hanno creduto che esista un cielo interno all’uomo e dei pianeti e degli astri che lo solcano. Diceva Origene nell’Omelia del Levitico: “renditi conto di essere in piccolo un secondo mondo e che in te sono il sole, la luna ed anche le stelle” e Paracelso asseriva nel Paragrano che “i pianeti che sono in noi sono il vero uomo ed essi desiderano condurci a una grande saggezza”.

Talvolta (ad esempio in Dom Pernety, “Le favole egizie e greche”) l’estrazione dello zolfo con l’aiuto dell’opportuno solvente è stato paragonato all’impresa di Ercole che deviò il corso di un fiume per pulire le stalle di Augia dal letame che le imbrattava. Si intende alludere con ciò al fatto che è possibile conquistare la Materia Prima, solo invertendo il corso di una corrente che scorre in un senso e di cui invece l’Artista deve saper invertire il corso. Questo del resto è perfettamente coerente con gli insegnamenti dell’alchimia orientale taoista e buddista.

Gérard Dorn e Heinrich Kunrath attribuiscono al Leone Verde un sangue color rosa e Kunrath lo mette in relazione con il pianeta Venere[16].

Michael Mayer nell’emblema 37° dell’“Atalanta Fugiens” (cfr. la citazione riportata all’inizio) ci dice che la comparsa del Leone Verde è preceduta da una forma di morte, putrefazione e liquefazione della materia che lo contiene, da cui si ottiene una specie di “acqua fetida”: “Dopo l’acqua fetida viene il Leone Verde […]”.

Nel “Symbola auree mensae” lo stesso Mayer scrive: “Nella nostra opera non entra alcun corpo impuro, eccetto uno che i Filosofi chiamano Leone Verde”.

Il Cosmopolita ne “Il Nuovo Lume Chimico” dà un’interpretazione simile: “soltanto il Leone Verde può aprire e chiudere i sette sigilli dei sette spiriti metallici [17] e tormenta i corpi finché non li abbia nuovamente perfezionati, a prezzo di una lunga e perseverante pazienza dell’artista”.

Nel trattato alchemico “Gloria Mundi” è detto che tale Leone divora una grande quantità del suo proprio spirito, spesso è rappresentato nell’atto di ingoiare il Sole o la Luna (cfr. ad es. il “Rosarium Philosophorum”) ed è talvolta identificato con Saturno che divora i suoi figli.

Anche Fulcanelli, ne “Il Mistero delle Cattedrali” parla della fase in cui opera il “Leone Verde ed acerbo” come stadio dell’arsenico e del piombo che devono evolversi fino a trasformarsi in argento ed oro. Sinonimi del Leone Verde, ci dice Fulcanelli, sono Smeraldo dei Filosofi, Vetriolo Verde, Rugiada di raggio, Erba di Saturno, Pietra Vegetale.

A proposito del Leone Verde come mezzo per congiungere il Re e la Regina alchemici, citiamo Ripley, che nel suo “Trattato delle 12 porte” dice che “un solo corpo immondo entra nel nostro Magistero e comunemente i filosofi lo chiamano Leone Verde. È il mezzo ed il modo per congiungere sole e luna”, mentre Lambsprinck così commenta la 4 a figura della “Pietra Filosofale”, in cui compaiono un leone e una leonessa: “Questo può ben essere un grande miracolo, che da due leoni se ne faccia uno solo, lo Spirito e l’Anima devono essere congiunti e ricondotti al loro corpo”. Ci viene anche detto che “i due leoni si nascondono nella valle della tenebra e possono essere catturati solo per mezzo dell’arte”.

Sul Leone Verde come alimento dell’Embrione Filosofico o come bevanda di immortalità citiamo ancora Ripley, secondo il quale il sangue del Leone Verde, sinonimo di spirito e di acqua permanens, è la bevanda [18] destinata alla regina Vergine Lunare degli alchimisti mentre essa è incinta del Philius Philosophorum, il sole alchemico della resurrezione che trasformerà il piombo in oro.

Ne “Le Nozze chimiche di Christian Rosenkreutz” di Johann Valentin Andreae una vergine mostra al protagonista un Leone vicino a una fontana, che regge tra le zampe una tavola con la seguente scritta: “Io, il Principe Hermes, dopo tanti danni causati al genere umano, per volontà di Dio e con l’aiuto dell’arte, sono trasformato in rimedio salutare e scorro qui. Si lavi chi vuole e mi intorbidi chi ne ha il coraggio. Bevete, fratelli, e vivete”[19].

John Milius nella sua “Philosophia Reformata” identifica il Mercurio con il Leone Verde e parla di un’acqua che dà la vita e la morte, chiamandola “acqua permanente”, “latte di Vergine” e “fontana spirituale che non fa più morire chi si disseta alle sue acque” e paragona quindi questo Mercurio all’Ouroboros, il drago che si nutre della propria coda[20]. Spesso il modo per giungere a questo misterioso Leone è nascosto sotto il velo della mitologia classica.

Ne “L’Entrata aperta al palazzo chiuso del Re”, Ireneo Filalete così esorta gli ignari apprendisti: “Apprendete dunque qual è la quercia cava sulla quale Cadmo infisse il serpente. Apprendete quali sono le Colombe di Diana [21] che vincono il Leone carezzandolo, il leone, dico, Verde”.

Nel 16° emblema dell’“Atalanta Fugiens”, Michael Mayer osserva che: “Siccome dopo la figliata i leoni si muovono secondo un cammino obliquo [22] affinché non si scovi il loro giaciglio, si dovranno cercare e rapire i loro piccoli con vigilanza e precauzioni estreme”.

Nella “Caccia al Leone” di Marchos, il Leone, identificato con il Re alchemico, viene catturato con l’aiuto del profumo di una pietra magica, di genere femminile, identificata con la Regina, che finisce con l’inghiottire del tutto l’animale quando questo cade in trappola.

Fulcanelli, infine, ci ricorda ne “Il Mistero delle Cattedrali” che per ottenere il Leone Verde occorre “rincrudire la materia su cui si opera, cioè farla tornare al suo stato primitivo e naturale”.

Dedichiamo infine ancora qualche considerazione al significato che il Leone Verde che ingoia il sole può assumere dal punto di vista psichico, se si intende, con Jung, l’alchimia come un’arte che riguarda l’anima (il che non toglie che possa o debba riguardare anche le trasformazioni della materia e, in particolare, dei metalli).

Chiunque abbia intrapreso una ricerca interiore, sa che essa ha inizio con quello stato di conflitto e inquietudine nel quale si comincia a riferire ogni questione esterna a un problema interno. Solo chi sa trasformare ciò che si agita al suo esterno in metafora e allegoria di un problema interiore, solo costui si è veramente messo in cammino verso una autentica trasformazione.

Il sole rappresenta le energie vitali e le capacità intellettuali, l’energia che proiettiamo e trasfondiamo negli oggetti che possediamo, nell’azione che ci lega agli eventi del mondo, nel ricordo di ciò che abbiamo già vissuto e nelle immagini delle persone amate, una energia che rende questi aspetti del mondo “visibili” per noi perché importanti e che utilizziamo per costruire il nostro senso di identità e per interpretare e percepire.

Inghiottire il sole significa allora riappropriarsi di quelle energie, proiettate all’esterno in modo non consapevole. Significa ricapitolare e passare al vaglio le proprie esperienze e le identificazioni ad esse legate. Il Leone Verde, l’acido potentissimo, spinge quindi l’alchimista a retrarsi del tutto dall’esterno, dissolvendo ogni possibile “bersaglio” che possa diventare o che sia già divenuto un involucro per le sue energie. Spinge l’Adepto a utilizzare “contro natura” quelle facoltà che lo legavano al mondo, rivolgendole verso l’interno. Solo in questo modo l’alchimista può riconoscere, animare e liberare le tre misteriose sostanze di cui dovrà servirsi: lo Zolfo, il Mercurio e il Sale, l’Anima, lo Spirito e il Corpo Immortale rinchiusi nelle loro prigioni. Si comprende ora perché, nell’immagine del Rosarium Philosophorum, dalla bocca del Leone coli copioso il sangue: il processo che abbiamo descritto non è certo indolore e il distacco dalle cose che vengono utilizzate, più o meno consapevolmente, per costruire il senso di identità, il colpo mortale inferto all’Ego, equivale a una morte psichica.

Si comprende anche perché per dare inizio all’Opera l’alchimista debba costruire il cosiddetto “Specchio dell’Arte”: egli è chiamato ad introiettare l’intero universo.

Una fitta rete di corrispondenze simboliche collega secondo l’alchimista le varie parti e funzioni del corpo umano agli astri, ai pianeti e ai cicli del cosmo: la corrispondenza tra il microcosmo umano e il macrocosmo deve diventare totale e onnicomprensiva.

__________

Note

1. Viene talvolta paragonato al seme maschile. Va detto che alcuni scritti alchemici invertono il simbolismo dello zolfo e del mercurio, associando il primo all’anima e il secondo allo spirito. (torna al testo)

2. [52] (torna al testo)

3. “Bada solo al Sole, alla Luna ed al mercurio preparato bene, in modo filosofico, che non bagni le mani, ed uniscilo allo zolfo che anima i metalli. Questo zolfo va cercato come luce ignea in tutti i metalli, ma molto finemente e veramente quasi uguale all’oro lo ritroverai nelle caverne e profondità di Marte e di Venere, che sono ferro e rame”. Nicholas Flamel, “Il segreto della polvere di proiezione”. (torna al testo)

4. Il metallo che viene associato al pianeta Venere è, in effetti, proprio il rame. In greco zolfo si dice anche θέιον, parola che evoca l’aspetto divino, magnifico e straordinario delle cose. (torna al testo)

5. Gallo e volpe sono simboli del Mercurio e dello Zolfo. (torna al testo)

6. Si ricordino i tre fuochi rituali e sacri dei “Veda” e delle “Upanishad”: un fuoco “domestico” collegato all’alba, un fuoco collegato al Mezzogiorno, nel quale si compiono le oblazioni ai Mani, e un fuoco libatorio, collegato al tramonto, tratto dal fuoco perpetuo che arde nella casa del capofamiglia.
In [20], Francesco Maria Santinelli si esprime, forse, con maggiore chiarezza. Il fuoco di cui si servono gli Alchimisti viene paragonato al fuoco che, negli animali “accende il sangue spingendo all’accoppiamento”. Tre (in accordo con Artefio e Pontanus, sono i tipi di fuoco: 1) Fuoco naturale, racchiuso al centro dei metalli; 2) Fuoco innaturale, femminile, che “nutre i corpi, riveste con le sue ali le nudità della natura ed è il solvente naturale”. Esso è “inafferrabile”. Infine 3) il “Fuoco contro la natura” è “il fuoco che corrompe il composto che aveva formato la natura ed ottiene i primi mutamenti della dissoluzione”. Questo fuoco è noto solo agli Alchimisti, che sanno come prepararlo. (torna al testo)

7. George Ripley a questi tre fuochi ne aggiunge un quarto, detto “elementale”. (torna al testo)

8. Alcune interpretazioni di un passo della “Epître du feu philosophique” di Pontanus vi leggono la medesima affermazione, mentre Bernardo Trevisano, ne “La Parola abbandonata”, definisce la costruzione del Vaso “imprigionamento del fuoco”. Aggiunge Trevisano che “il composto va messo nel vaso e lì tenuto finché la Ruota Elementare non sia compiuta. Tale ruota è, per sua natura, responsabile delle varie trasformazioni e moltiplicazioni”.
Mylius nella “Philosophia Reformata” sostiene che “l’acqua nostra, la sostanza di trasformazione, è anche il suo vaso”.
Secondo Raimondo Lullo [55] sono necessari all’Opera due vasi di egual misura, “il naso dell’uno nel ventre dell’altro” e gli fa eco il Cosmopolita: “Il vaso di Natura è unico anche se ne usiamo due, così come la materia è unica ma proveniente da due sostanze”. (torna al testo)

9. Cfr. “Il Matriarcato”, Einaudi 1988, § 21. (torna al testo)

10. Il Leone è spesso raffigurato nell’atto di divorare il serpente. (torna al testo)

11. Con questi significati troviamo il Leone nell’araldica di molti paesi europei, africani ed asiatici. (torna al testo)

12. Talvolta è anche simbolo dell’amore. (torna al testo)

13. Alcuni testi alchemici (“Aurora Consurgeus”, “Turba Philosophorum”) chiamano la materia prima dell’Opera proprio sputo o saliva della Luna. (torna al testo)

14. Una allusione alla fatica erculea è certamente quella dell’alchimista Basilio Valentino, che in “Le 12 chiavi della filosofia” dice: “Occorre spogliare l’animale di Oriente delle sua pelle di Leone”. (torna al testo)

15. “Sciogli e nutrisci il vero Leone col sangue del Leone Verde, perché il sangue del Leone Rosso è ricavato dal sangue volatile di quello Verde, poiché ambedue posseggono la stessa natura”. Basilio Valentino, “Le 12 chiavi della filosofia”.
“Il Leone Verde è uno spirito volatile ed il Leone Rosso un sale fisso”. Il Cosmopolita, “Nuovo Lume Chimico”. (torna al testo)

16. Questa ed alcune altre tra le citazioni alchemiche qui riportate sono tratte da [50]. (torna al testo)

17. Corrispondenti ai sette pianeti dell’Astrologia. Per le corrispondenze tra i sette pianeti e i sette metalli alchemici nell’alchimia greca cfr. [10] vol. 1°. (torna al testo)

18. Il cibo di questa Regina, secondo Ripley, è invece la carne di pavone, che, secondo una leggenda, rende immortale chi se ne nutre. (torna al testo)

19. Si veda la 1ª figura del “Rosarium Philosophorum” (cfr. [29]), per una immagine espressiva della fonte mercuriale degli Alchimisti, alla quale Sole e Luna vengono a bagnarsi. (torna al testo)

20. In termini psichici il “Leone Verde” è una sorta di sorgente delle energie che vengono proiettate all’esterno. (torna al testo)

21. In [35], pag. 94, Fulcanelli dice che le colombe di Diana “devono essere considerate come due parti del mercurio solvente […] corrispondenza confermata dalla duplice qualità volatile ed aerea del mercurio iniziale […] e dalla stessa terra rocciosa caotica e sterile, materia da cui deriva il mercurio e sulla quale si riposano le due colombe”. L’autore cita poi la presentazione di Gesù Bambino al tempio, che seguì i sette giorni di purificazione della Vergine Maria e fu preceduta, in accordo con la legge (Levitico XII, 6, 8) dal sacrificio di una coppia di colombe. Altrove (cfr. [34], pag. 108) Fulcanelli afferma che dietro l’immagine delle “Colombe di Diana” si nasconde la spiritualizzazione e la sublimazione del Mercurio Filosofale. (torna al testo)

22. Cioè come i granchi. (torna al testo)

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