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Catarismo: Teologia degli antichi sacerdoti Catari - Parte 2
Argomento:Storia Nascosta

Storia NascostaLa Società Occitana

Nel XII Secolo, lungo le strade dei paesi di Lingua d’Oc (nonché nel Veneto, Lombardia e Toscana) si vedevano camminare «uomini e donne» vestiti di una lunga tonaca nera ed una cordicella stretta in vita.
La Francia era solo abbozzata, e la Loira costituiva una frontiera effettiva che separava due civiltà molto diverse. A nord di quella frontiera la Francia vera e propria... a sud, l’Occitania, profondamente segnata dalla civiltà greco-romana in cui emergeva la potenza dei conti di Tolosa, soprannominati “re del Mezzogiorno”.

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Teologia degli antichi sacerdoti Catari - Parte 2

di Luigi G. Navigatore
coordinamento editoriale Athos A. Altomonte


La Società Occitana

Nel XII Secolo, lungo le strade dei paesi di Lingua d’Oc (nonché nel Veneto, Lombardia e Toscana) si vedevano camminare «uomini e donne» vestiti di una lunga tonaca nera ed una cordicella stretta in vita. Erano magri perchè parchi col cibo; le loro mani non erano lisce perchè lavoravano. Il contadino si inginocchiava quando li incontrava per ricevere la loro benedizione; il borghese li ascoltava con rispetto predicare sulle piazze della città; il nobile li accoglieva volentieri nel suo castello per discutere con loro anche dei grandi enigmi dell’uomo: che cosa è lo spirito, la materia, che cosa è Dio e cosa ha voluto per il genere umano. Erano gli antichi sacerdoti catari, chiamati «buoni uomini e buone» perchè praticavano una vita austera, pur essendo indulgenti con gli altri. Ma per gli abati ed i vescovi erano soltanto eretici.

La Francia era solo abbozzata, e la Loira costituiva una frontiera effettiva che separava due civiltà molto diverse. A nord di quella frontiera la Francia vera e propria, paese in cui il capo di origine germanica Clodoveo* e i suoi successori dominavano il regno con il placet della Chiesa Cattolica; a sud, l’Occitania, profondamente segnata dalla civiltà greco-romana in cui emergeva la potenza dei conti di Tolosa, soprannominati “re del Mezzogiorno”.

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* «mitis depone colla, Sicamber. Adora quod incendiasti, incendia quod adorasti»; fu l’esortazione di San Remigio prima del suo battesimo e della successiva incoronazione.

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Governata dalla autorità dei consoli, la città occitana di Tolosa formava, nel medioevo, una sorta di repubblica. Erano otto, uno per quartiere, ed erano eletti per un anno. Amministravano la città, la giustizia e comandavano l’esercito. Si facevano chiamare capi dei nobili, per sottolineare la vastità del loro potere e furono protettori dei Catari.

I due paesi differivano innanzitutto e profondamente per la lingua: lo stesso animale, lo stesso albero si chiamavano “chien”, “hètre” nella lingua d’oil a nord; “gos”, “faja” nella lingua d’oc, a sud. Un tolosano o un albigese che si fosse recato a Barcellona non si sarebbe certo sentito spaesato; un parigino o un piccardo, giungendo a Tolosa, Arles o Limoges, avrebbe avuto invece l’impressione di trovarsi in terra straniera.

Nel Sud, le campagne erano più fertili che nel Nord e le città più numerose e più ricche; al Nord il feudalesimo era potente e la borghesia ancora debole; al Sud il feudalesimo era meno potente e la borghesia già avanzata. Pertanto, i valori e gli ideali erano diversi: mentre i francesi (del nord) valorizzavano lo spirito di conquista e di guerra, gli Occitani coltivavano prima di tutto lo scambio delle merci e delle idee; i primi erano campioni di una rigida gerarchia sociale in cui ogni gruppo aveva il suo posto assegnato, secondo un piano predisposto da Dio stesso (o dai suoi Pastori dell’unità che era la stessa cosa), mentre i secondi avevano gettato le basi di una società più aperta, legata a ciò che chiamavano il paratge (la parità), nozione che è stata poi definita una specie di elegante uguaglianza superiore.

La civiltà occitana non era solamente diversa da quella della Francia del nord; era, sotto molti aspetti, la civiltà più avanzata d’Europa; in pieno medioevo, preannunciava già il Rinascimento, come già la Sicilia di Federico II.

In primo luogo, le barriere che separavano le varie classi sociali, altrove insuperabili, non lo erano in Occitania.

Il diritto di primogenitura non esisteva: alla morte di un signore, i suoi beni andavano a tutti i suoi figli di entrambe i sessi. Ne derivavano alcune conseguenze molto importanti: i nobili, non potendo mantenersi in gruppi numerosi sulla terra di famiglia, andavano spesso a vivere in città e si dedicavano, come i borghesi, al commercio ed all’industria; in tal modo si attenuavano le differenze tra nobiltà e borghesia, i cui figli si univano spesso tra loro in matrimonio.

Le città occitane, per la maggior parte, erano vere e proprie repubbliche governate da consoli (capitouls), magistrati municipali che godevano di ampi poteri e che venivano scelti tra nobili e tra borghesi: bastava che un borghese avesse esercitato una delle massime cariche pubbliche per essere automaticamente nobilitato con la sua discendenza.

D’altra parte, i servi erano stati affrancati in anticipo ed in gran numero ancor prima che nel resto d’Europa; vi erano quindi molti contadini liberi e quelli che in teoria non lo erano, ancora godevano, di fatto, di grandi libertà poiché i loro signori vivevano spesso lontano dalle campagne. Le città avevano, a loro volta, necessità crescenti, così, il contadino divenne ben presto artigiano e poi borghese.

La civiltà occitana medievale si dimostrava molto avanzata nei confronti della donna. In un’epoca in cui, altrove, la donna veniva considerata come la serva dell’uomo, quella occitana amministrava da sé i propri beni e partecipava alla vita pubblica. Sopratutto, si proclamava che la donna era libera del suo corpo e dei suoi sentimenti; la poesia dei trovatori instaurava persino un vero e proprio culto della donna, che veniva posta al centro dell’universo affettivo.

L’originalità e l’audacia di questa civiltà meridionale si rivelavano anche in campo religioso. Nella Francia del nord, dopo la conversione di Clodoveo, il Cattolicesimo giocava le sue carte per la sopravvivenza quale religione di stato e, di fatto, trionfava.

Nel Nord mentre sorgevano le prime cattedrali, il popolo e i potenti, animati da fede sincera ma rozza, accettavano ciecamente i dogmi e le regole di vita imposti dalla Chiesa sotto l’autorità suprema del Papa; la minima dissidenza, stigmatizzata come eresia, portava diritto al rogo e tutti trovavano naturale tale stato di cose.

Nei paesi di lingua d’oc le cose andavano diversamente. Quei paesi erano sempre stati un crocevia di civiltà diverse. Vi erano stati venerati dapprima gli dei celtici, poi quelli greco-romani. All’inizio del V secolo, il regno di Roma era stato sostituito da quello dei Visigoti, che fondarono un vasto regno, dalla Loira ai Pirenei e dal Mediterraneo all’Atlantico, stabilendo la loro capitale a Tolosa. I visigoti erano cristiani, ma professavano una dottrina sofisticata e condannata dalla Chiesa [concilio di Nicea del 325]: quella del prete orientale Ario [280-336]. Ario aveva negato la divinità di Cristo, in nome di un monoteismo rigoroso: non soltanto, diceva, è contraddittorio insegnare che il Figlio è stato generato dal Padre e che nello stesso tempo è coetaneo a Lui; ma sarebbe come sostenere che vi sono due divinità quando ce n’è una sola. [Come è possibile allora, sostenevano alcuni con preciso sillogismo, che i Visigoti, i Sicambri (tribù dei Franchi, germanici) – popolazioni avvezze alla potestà della spada – possano onorare il Gesù Cristo morto sulla croce? Può un re combattivo e “vincente” prostrarsi ad un re morto e “perdente”?]

Il mezzogiorno quindi aveva visto arrivare dal nord i Franchi “cattolici” e dal sud gli arabi musulmani. In quel crogiolo di esperienze disparate, si erano sviluppati il gusto della controversia e lo spirito di tolleranza. L’occitania medievale, quindi, ignorava l’antisemitismo aggressivo che infieriva allora in molte parti del mondo cristiano. Gli Ebrei avevano accesso alle funzioni pubbliche e praticavano liberamente la loro religione. Fu proprio tra i sapienti rabbini di Carcassona, di Narbona e di Funel che rifiorì, nel XII secolo, la cabala. Gli antichi sacerdoti catari operavano in questa atmosfera di liberalismo religioso.

Vi erano stati Catari anche nella Francia del nord, ma il loro numero era sempre stato limitatissimo e, sopratutto, erano circondati da una incomprensione che diventava odio. Nel 1022, due canonici di Orléans, Etienne e Lysoe, sospettati di catarismo, erano stati arsi vivi; prima che salissero al rogo, la regina di Francia, Costanza, di cui Etienne era stato il confessore, li aveva personalmente accecati col puntale del suo bastone.

Nel 1120, a Soissons, il popolo strappò altri due catari dalla prigione e li linciò, “per timore che la Chiesa li risparmiasse”.

Nel mezzogiorno, la situazione aveva tutt’altri caratteri. Era la chiesa cattolica a essere impopolare in tutto il paese. Si rimproverava all’alto clero il suo lusso insolente e la corruzione dei suoi costumi.

Fin dal 1145, San Bernardo, recatosi a predicare in Occitania, vi aveva constatato la decadenza del Cattolicesimo in termini amari: “Le basiliche sono senza fedeli, i fedeli senza preti, i preti senza onore. I sacramenti sono vilipesi, le feste non vengono più celebrate: sono rimasti solo cristiani senza Cristo”.

Le simpatie andavano ai Catari, nati sul posto, che predicavano in lingua d’oc, davano l’esempio di una vita semplice e dignitosa e volevano convincere senza costringere; i dibattiti pubblici tra cattolici e catari erano frequenti e seguiti con passione dagli Occitani, amanti delle giostre oratorie. Forti della benevola protezione dichiarata dei più grandi signori del Paese, i Catari conquistarono così numerosi adepti.

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