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Studi sul mito: Il Novecento- filologi ed etnologi
Argomento:Miti e Simboli

Miti e SimboliMüller, esponente di spicco della scuola “filologica”, attinge a piene mani dalla letteratura indoeuropea e condivide con altri fautori dell’approccio “naturistico” (Burnof, Meyer, Kuhn), l’idea che ogni mitologema deve essere ricondotto al rapporto dell’uomo con l’ambiente circostante. L’uomo delle origini, che prova una sorta di timore reverenziale di fronte alla natura, sente che al di là del fenomeno si nasconde un ambito illimitato, invisibile.

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Il Novecento- filologi ed etnologi

di Antonio D’Alonzo


Si può sostenere, senza tema di smentita, che con l’indologo Max Müller (1823-1900) nasce la moderna storia comparata delle religioni, con tutti i relativi limiti attinenti alla formazione di una nuova disciplina. Müller, esponente di spicco della scuola “filologica”, attinge a piene mani dalla letteratura indoeuropea e condivide con altri fautori dell’approccio “naturistico” [1] (Burnof, Meyer, Kuhn), l’idea che ogni mitologema deve essere ricondotto al rapporto dell’uomo con l’ambiente circostante. L’uomo delle origini, che prova una sorta di timore reverenziale di fronte alla natura, sente che al di là del fenomeno si nasconde un ambito illimitato, invisibile.

Per definire questa dimensione sacra personifica gli aggettivi qualificativi dell’intelletto, finendo con l’attribuire un valore reale e sostanziale a dei semplici nomi: in altre parole, incorre nella posizione che la Scolastica classifica come “nominalista”.

Se è vero che per Müller gli dei sono soltanto dei nomi e la mitologia non è altro che una «malattia del linguaggio», la condivisione della mentalità positivista – caratteristica dei filologi del primo Novecento – impedisce all’indologo di avvicinarsi all’interpretazione psicologistica del mito, propugnata dalla scuola junghiana e, più recentemente, da J. Campbell. Per Müller, dietro ai miti non è celato nessun sostrato psichico importante da reintegrare nella coscienza, nel tentativo di riannodare il filo di Arianna della produzione “onirica” dell’immaginario collettivo.

La mitologia è una “malattia” da cui si deve guarire e basta. Questa posizione, generalmente conosciuta come «appercezione personificatrice» entra in crisi, quando ci si accorge che allo stesso epiteto possono corrispondere diverse interpretazioni da parte degli studiosi [2].

Intanto, accanto alla scuola filologica, si viene affiancando la scuola “etnologica”, fortemente concentrata sull’evoluzionismo darwiniano. Sui limiti di quest’approccio abbiamo già dedicato una scheda a parte, perciò non insisteremo oltre sull’argomento. È essenziale invece rilevare come la scuola etnologica – che ha avuto in E. B. Taylor il suo massimo esponente – propugni uno schematismo lineare e progressivo, attraverso cui sono passate tutte le civiltà umane. La sfera del sacro dell’intera umanità attraverserebbe, dunque, necessariamente tre fasi: l’“animismo”, il “politeismo” ed, infine, il “monoteismo”. La fase animistica deriverebbe dalla credenza primitiva che lo spirito compie dei viaggi “astrali” durante il sonno, la malattia e la morte.

Deve, dunque, esserci un’entità che si stacca dal corpo per attraversare regioni meravigliose, regni celesti o infernali. Confondendo l’anima con la produzione onirica, col tempo tutti gli animali, le piante e gli oggetti inanimati furono dotati di un’anima. Il successivo passaggio fu quello di considerare tutti gli enti “animati” come divinità dotate di personalità autonome: conclusione che avrebbe condotto – sempre secondo gli etnologi – alla fase “politeistica”, ed infine a quella “monoteistica” con l’evoluzione del pensiero filosofico e dell’approccio spirituale nei confronti del numinoso.

Oltre a tutte le critiche del caso sull’idea scientista di “progresso indefinito” – per le quali, come abbiamo detto, rimandiamo alla relativa scheda - un’altra difficoltà si presenta con la constatazione che la rilevanza “primitiva” della fenomenologia della morte non è equiparabile ai fenomeni del sonno e della malattia. In altre parole, perché l’anima si divinizza dopo la morte e non durante il sonno e la malattia, se tutti questi fenomeni sono speculari e correlativi per la mentalità “primitiva”? È evidente, dunque, che il concetto di spirito individuale non può essere stato prodotto dalla mentalità “primitiva”.

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Note

1. Cfr. N. Turchi, Storia delle religioni , Sansoni. (torna al testo)

2. Cfr. N. Turchi, Storia delle religioni , Sansoni (torna al testo)

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