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Ripley Scrowle: Ripley Scrowle - Parte 4.1
Argomento:Alchimia

AlchimiaL’ Adech

La parte anteriore dell’ultimo cartello del RS comporta inizialmente una volta nuvolosa da dove nasce il sole. La sua luce sembra dispensata a forma di lacrime di sangue, rosse e bianche. Più in basso, la terra a forma di mare sulla quale si è posato un uccello (aquila dalla testa di uomo) una chimera coronata dove si può vedere l’immagine di una Fenice [si tratta di un’aquila così come è scritto sugli otto piccoli filatteri che cingono la sfera].

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Ripley Scrowle - Parte 4.1

a cura di Giuseppe Barbone

prodotto per Esonet.it


Introduzione - 1. Il Démiurgo nel suo mondo - 2. Il fuoco segreto - 3. L'ermafrodito come privatio boni - 4. L'Adech - 5. La Trinità - 6. Versetti di Ripley Scrowle - 7. Il padre ed il figlio

 

4 - L' Adech

 

La parte anteriore dell'ultimo cartello del RS comporta inizialmente una volta nuvolosa da dove nasce il . La sua luce sembra dispensata a forma di lacrime di sangue, rosse e bianche. Più in basso, la terra a forma di mare sulla quale si è posato un uccello (aquila dalla testa di uomo) una chimera coronata dove si può vedere l'immagine di una Fenice [si tratta di un'aquila così come è scritto sugli otto piccoli filatteri che cingono la sfera]. Dei filatteri incorniciano inizialmente il   e contengono il seguente testo:

 

Take tè father that Phoebus soe bright

That si addisse soe highe in maiestie

With his beanes that shineth bright

In all dares wher ever ehi aperto

For ehi is father to all thinges

Maintainer of lyfe too crop and roote

And causeth al naturale for to spring

With tè wiffe beginneth stupido

For ehi is salva toe every sore

To bring about this precious work

Take good heed unto this lore

I say unto lawes & too clarke

And Homogenie is his name

Which God made with his own hand

And Magnesia is my dama

You shall verily understand.

Now Gli shall cerbiatto begin

For to teach thee ha ready way

Ora else little shall thou win

Take good heed what I do say Divide thou Phoebus in many parti

With his beams that be so bright

And this with al naturale him convert

Tè which is mirror of all light

This Phoebus hath full many ha name

Which that is full hard to know

And bevve thou take tè very same

Tè philosophers stone ye shall not know

Therefore I counsel era ye begin

Know it well what it should be

And that is thick make it thin

For then it shall full well like thee

Now understand what I mean

And take good heed there to

Our work else shall little be seen

And turn thee to much woe

Hai Gli smunto said this our lore

Many ha name I wish ehi hath

Some behind and some before

Hai philosophers doth him give

Prendete il padre, questo Phoebus così fiero,

Che siede in alto maestoso,

Con i suoi raggi ed il suo scintillio così brillante,

In ogni posto che possa essere,

Perché è il padre di ogni cosa,

Adesso la vita delle piante e delle radici,

Che costringe la natura nella primavera,

Con la donna inizio dell' acquietamento,

Perché è schiavo di ogni dolore,

Per determinare questo lavoro prospero,

State attenti a questo scibile,

Lo dico agli scienziati ed ai chierici,

Homogénie è il suo nome,

Che Dio fece con le sue mani,

Magnesia è la sua signora,

Comprendete bene.

Ecco quello che vi dico per iniziare,

Per insegnarvi una via facile,

Perché diversamente guadagnerete poco,

Prendete nota di ciò che dico,

Dividete Phoebus in parecchie parti,

Con i suoi raggi brillanti,

Per mezzo dei quali la natura è convertita,

Qual' è lo specchio di ogni cosa,

Questo Phoebus che è pieno di vari nomi,

Sebbene è difficile conoscere tutto, prendete esattamente lo stesso,

Filosofi della pietra, dovete conoscerlo,

Di conseguenza vi consiglio prima di cominciare,

Sappiate veramente ciò che deve essere,

Da ciò che è spesso fate il sottile,

Allora sarete pronti,

Comprendete bene ciò che dico,

Prendete nota di questo,

O del vostro lavoro non raccoglierete niente

Ed avrete grandi dispiaceri,

Come dice la nostra scienza,

Più di un nome amerò che sia,

Vero dietro e vero davanti,

Come i filosofi amano dire,

 

Questo cartello è una parabola dell'Aurora Consurgens, intesa come la rinascita della Fenice. I due insiemi si liberano nella coppia {,} indicando l'anima consurgens e l'animus. Il testo che avvolge il sole è astruso. Si evidenziano tuttavia, parecchie cose, vi è certamente una prima corruzione di Homogenie per mezzo di Hermogenia [pollo di Hermogène, vedere Dodici Chiavi di filosofia] la Chiave X di Basilio Valentino: “NATVS SUM Ex HERMOGENE”. Magnesia indica il Mercurio liberato dal suo sale. Bisogna servirsi di Phoebus [Apollo] per poterlo congiungere con Pallas Atena che costituisce il sulphur comburens. Questa allegoria è, in pratica, una variazione sul tema dell'Apollo pythien [vittoria sul serpente Pitone = rinascita di Délos]. Il modo di liberare il Mercurio dal suo Sale è esposto nella «Natura Scoperta del Cavaliere Sconosciuto» [trattato di cui esiste un esemplare nella Biblioteca dell'arsenale (1669). ripubblicato nel XVIII secolo da Pierre-Jean Fabre],

 

«del resto, il fermento che è l'anima, prepara il corpo duro e si converte nella sua natura liquida; ed il fermento non è altro che il Sole o la Luna filosofica; l'oro filosofico che è un corpo, è sempre preparato col fuoco che è la nostra acqua mercuriale..., perché il lievito dell'oro è l'oro, ed il fermento o lievito del ferro è il ferro; perché ogni agente agisce secondo la sua forma. L'alterazione risente sempre della natura dell'agente, così quello che non può ridurre due corpi nella loro materia prima, non può avere nessun fermento, poiché per avere un fermento bisogna avere un'anima, e, per avere un'anima, bisogna avere insieme due materie prime pure ed unite.»

 

Sotto questo discorso sibillino si nasconde il modo di accomodare lo   ed il suo   dopo che lo scioglimento (solve) [nigredo] sia stato consumato per sublimazione e per proiezione. Osserviamo inizialmente la che ha un significato ermetico [uccello di Ermes] è anche un .

Ecco che ricordo singolarmente quanto scritto da Jung nel capitolo « Sal del Mysterium conjunctionis » [I, 5. Ha e B, § 228, trad. Albin Michel 1980]. Il Sale - che Jung confonde con il natron   - è una sostanza che partecipa evidentemente all'acqua [in quanto si tratta di una parte del corpo mercuriale, che si può estrarre dai Salicornia] e alla terra, se si riflette sul fatto che è il simbolo della salamandra, vale a dire dello zolfo non comburente, detto diversamente del corpo lapidario. Notiamo che Jung si sbaglia affermando che il Sale [integrato come elemento della triade classica] “è stato scoperto” da Paracelso: Djabbir lo conosce e lo chiama Arsenico. Pare che questa dottrina fosse già operante fin dalle origini dell'arte sacra [vedere Mercurio filosofico].

La confusione, lo si vede, nasce tra i sali spirituali [sale spirituale di Basilio Valentino] che non indica altro che il   il succo del Lunaria [la Luna nel suo ultimo quarto ] che è questa salamandra generata dal sangue di Medusa [vedere Guardie del corpo]. Nel caso in oggetto, si tratta dell'umido radicale delle materie prime di cui l'artista deve disporre. Questo umido radicale metallico è quel fermento rievocato dal Cavaliere sconosciuto, lo stesso di cui parla Chevreul nel suo studio su Artephius. Può essere visto nel nostro cartello del RS sotto forma di questi raggi luminosi ridotti a lacrime rosse e bianche: sono i corpi ridotti alle loro materie prime, sotto l'effetto della calamita [del Mercurio].

Ritorniamo all'aquila. Essa è inseparabile dalle sublimazioni filosofiche che incarnano, per così dire, gli assalti mercuriali caduti sulla sostanza grave [il leone]. Abbiamo nel RS un esempio raro di aquila a testa umana maschile che si imparenta all'arpia, la quale abitualmente possiede un corpo di aquila ed una testa di donna. Il simbolismo dell'arpia è conosciuto: incanta l'anima delle morti e le porta nel Tartaro. Sul piano cabalistico, si riferisce al periodo di scioglimento o nigredo. Si comprende che non potrebbe avere il suo posto in questo cartello dell'opera dove esprime il tema dell'anima consurgens . Non può trattarsi quindi di un'arpia. In compenso conosciamo una rappresentazione di aquila a testa di uomo incoronato su dei capitelli: si tratta di Nabucodonosor [Nebucadnetsar].

 

 

Sogno di Nabucodonosor, Manoscritto francese 157, Guiard dei Mulini, Bibbia, Francia, Parigi, XIV secolo

 

La Bibbia riporta il racconto dello strano sogno di Nabucodonosor trasformato in bestia; infatti il re vede nel sogno un magnifico albero la cui altezza raggiungeva il cielo. Ma, questo albero viene abbattuto, smembrato e ridotto in un ceppo e dato agli animali. Daniele interpreta questo sogno indicando a Nabucodonosor che è di lui che si tratta. Questa favola ci ricorda l'immagine dell'albero di Jessé. In un altro sogno, una statua dai piedi di argilla denuncia la fragilità del suo regno [vedere immagine].

 

«... Daniele si mise allora in preghiera coi suoi compagni, ed il Signore esaudì le loro umili suppliche. Durante la notte, il Signore fece vedere il sogno a Daniele, ed egli si diede la spiegazione. Il mattino, Daniele, pieno di riconoscenza verso Dio, andò dal re: “Ciò che chiedete, gli dice, supera ogni scibile umano ma c'è in cielo un Dio a cui niente sfugge, Egli può svelare gli avvenimenti futuri. Questi avvenimenti, ve li ha fatti vedere, ed a me li ha rivelati. Ecco il vostro sogno: Vi sembrava vedere una statua dalle proporzioni colossali e di un formidabile aspetto. La sua testa era di uno oro molto puro, il suo petto e le sue braccia d'argento, il suo ventre e le sue cosce di bronzo, le sue gambe di ferro, i suoi piedi in parte di ferro ed in parte di argilla, mentre la guardavate, una piccola pietra, staccandosi dalla montagna colpì la statua e la ridusse in polvere. La piccola pietra al contrario, crescendo sempre più, diventò una montagna che coprì tutta la terra. Tale fu il vostro sogno. Ascoltate la spiegazione: La testa d'oro, oh re, siete voi, voi che Dio ha fatto padrone di un impero così vasto e così ricco. Dopo voi, spunterà un regno inferiore al vostro, rappresentato dall'argento, verrà poi un terzo regno rappresentato dal bronzo, poi un quarto rappresentato dal ferro che si alzerà sulle rovine dei precedenti. La piccola pietra raffigura un regno che il Dio del cielo susciterà, regno che dominerà su tutti gli altri e durerà eternamente.»

 

Secondo la Bibbia, le profezie di Daniele sono state scritte nel secolo prima della venuta del Cristo. È stato stabilito che il libro di Daniele è stato scritto nel II sec. a.C. Per i commentatori moderni, le profezie sono state scritte nel II sec. a.C.; comunque sia, quello che qui ci interessa è che Nabucodonosor può essere identificato all' adech o ancora all' Archeus, in quanto uomo primordiale. L'intervento di Daniele riveste il ruolo di una mediazione tra   [Adamo kadmon] ed , o se si preferisce della transizione tra gli uomini primitivi terrestri e l'uomo spirituale. Questo è il senso della lezione di Daniele.

La storia di Nabucodonosor percorre letteralmente il cielo interiore della psiche dove ritroviamo i 7 pianeti [soprattutto et]. L'albero mutilato rappresenta il metallo aperto: questi due sogni costituiscono solo una variazione su un tema di cui parla Berthelot nelle Origini dell'alchimia. Un altro episodio della vita di Nabucodonosor aveva già attirato l'attenzione di Jung [ne parla in Psicologia ed Alchimia, § 449 e nelle Metamorfosi dell'anima]: si tratta dei tre uomini che il re aveva fatto gettare nella fornace ardente; leggenda che ci ricorda l'allegoria del massacro degli Innocenti che rievoca Flamel sulla sua arcata eretta nel cimitero degli Innocenti [cf. Fig. Hiér].

 

Nabucodonosor fece innalzare in suo onore una statua d'oro di una straordinaria grandezza ed ordinò che nel momento in cui gli strumenti avrebbero dato il segnale, tutti avrebbero dovuto adorarlo, pena: essere gettati nella fornace ardente. Ananias, Mizaël ed Azarias erano consapevoli che non avrebbero mai potuto rendere ad una statua gli stessi onori che si possono rendere solo a Dio, perciò essi preferirono la morte al peccato. Nabucodonosor li fece allora portare al suo cospetto:

 

«Disse loro con tono corrucciato: non adorate la mia statua! Prosternatevisi ed adoratela al primo suono degli strumenti, se no, sarete gettati immediatamente nella fornace. E quale Dio potrà strapparvi dalle mie mani?»

«Il Dio che adoriamo, risposero gli intrepidi giovani, può strapparci dalle fiamme della fornace ardente e liberarci da voi, oh re! Ma ugualmente non lo faremo, è bene che sappiate che non adoreremo la vostra statua.»

 

A queste parole, la collera del re non ebbe più limiti, ordinò che si scaldasse la fornace sette volte più del solito e che si gettassero i tre giovani. Ma, oh prodigio! al momento stesso che i tre giovani furono gettati nella fornace, un angelo scese dal cielo per proteggerli, e mentre camminavano gioiosi nel mezzo delle fiamme, pregando e benedicendo il Signore, dei turbini cocenti si scatenarono sulla fornace incenerendo i boia. Curioso di sapere cosa fossero diventati, Nabucodonosor si avvicinò alla fornace e li vide tutti tre sani e salvi, in compagnia del loro angelo custode. Alla vista di questo spettacolo, riconobbe la mano del Tutto - Potente, ordinò ai giovani di uscire e gli restituì la loro dignità e decretò che chiunque avrebbe da quel momento bestemmiato il Dio di Ananias, di Mizaël e di Azarias, sarebbe stato punito con la morte, perché il loro Dio è il vero Dio.

Giovanni Bosco, Storia santa..., Nizza, Patronato sant Pierre, 1892,

 

Questa parabola viene spesso confrontata con la storia di Daniele e della fossa dei leoni. Abbiamo l'opportunità di analizzare brevemente questa scena del braciere dove due leoni sono disposti da una parte e dall'altra di un forno.

 

17. Fece portare una pietra che fu posta sull'apertura della fossa; il re la sigillò col suo anello, affinché niente fosse cambiato riguardo a Daniele.

18. Il re si recò poi nel suo palazzo dove rimase tre notti digiunando e non fece venire nelle sue stanze nessuna concubina, ma non riuscì a dormire.

19. Il re si alzò all'alba, con l'aurora, ed andò precipitosamente alla fossa ai leoni.

20. Il re avvicinandosi alla fossa, chiamò Daniele con voce triste e gli disse: Daniele, servitore del Dio vivente, il tuo Dio, che servi con perseveranza, come ha potuto salvarti dai leoni?

21. E Daniele disse al re: Re, vita eterna!

22. Il mio Dio ha mandato il suo angelo che ha chiuso la bocca dei leoni ed essi non mi hanno fatto nessuno male, perché mi ha trovato innocente davanti a Lui, ed anche contro di te, oh re, non ho fatto niente di male.

23. Il re fu allora molto contento ed ordinò che si portasse fuori Daniele dalla fossa. Daniele fu fatto uscire dalla fossa e non aveva nessuna ferita, perché aveva avuto fede nel suo Dio.

Le Profezie di Daniele, capitolo VI,

 


Daniele nella fossa dei leoni

 

Il senso dell'allegoria è chiaro: i leoni simboleggiano il fuoco segreto che scioglie senza distruggere che brucia senza consumare che trasforma senza dissipare. Lo spirito di Dio - spiritus sanctus, o alchemico - permette questo miracolo nell'unus mundus [si tratta del vaso di natura, sigillato con l'anello reale o sigillo vetroso di Ermes]. Daniele ricopre qui il ruolo dell'intercessore tra il cielo e la terra nella sua posizione di indovino, ciò rappresenta un tratto mercuriale . C'è di più: possiamo mostrare che c'è un rapporto tra Daniele ed il fuoco, rappresentato dallo spirito nascosto nella materia, così come intende Jung. Ora, troviamo solamente due simboli che possano soddisfare questa analogia: il nigredo all'inizio dell'opera [putrefazione] e la fase di assation che precede il réincrudation [anima consurgens ]. Questo fuoco nascosto, spiega nel testo, si inserisce nel piccolo filattere [viene custodito nella bocca del collerico...]

 

(12) YE Mouth of Colrick Beware

 

Che vediamo pendere dalla bocca dei leoni. [Cosa rappresenta questo fuoco nascosto? È divino o ispirato dall'opera del demonio? Si sa che nel vecchio Testamento, l'arcangelo Michele adotta la forma delle lingue di fuoco del cespuglio ardente; ed è ancora un angelo che salva Daniele nella fossa ai leoni [Dn 14, 34-40]. Queste lingue di fuoco sono l'equivalente dello spiritus sanctus e del Mercurius degli alchimisti, fuoco che non brucia, perché non lascia ceneri]. In un certo senso, questa parabola la si può intendere come un trasferimento dell'Io verso l'ego; Ananias, Mizaël ed Azarias [Schadrac, Solforasti ed Abed-Nego] giocano il ruolo del   permettendo l'evoluzione dell'adech come secondo Adamo o uomo sveglio, è il passaggio dall'amorfo al cristallo. Notiamo in altri punti che si accosta al simbolismo cristiano, come lo esprime l'iconografia, particolarmente i turbini che inceneriscono i boia: non si può riscontrare la scena dove Grünewald, pone il Cristo in gloria?

 

“Questa visione (Daniele 3: 25), ha un certo rapporto con l'alchimia, poiché questa ritorna senza tregua, in numerosi passaggi, sul fatto che i lapis sono trinus ed unus, triplo ed uno,... si costituisce dei quattro elementi, tra i quali il fuoco che rappresenta lo spirito nascosto nella materia.” [op. cit., § 449]

 

Ritroviamo il problema del quadratum   in collegamento col privatio boni, cf. § 3. Jung vede nel “quarto” il figlio di Dio o filius philosophorum e rievoca anche Agni, fiamma del sacrificio, ogni tanto sacrificatore e non vittima [Metamorfosi dell'anima, trad. Georg, pp. 288-289, Pochothèque]. Questo doppio aspetto ricorda ancora il   che gioca questo ruolo duale di purificatore [scioglimento, SOLVE per la spada] e di liberatore [coagulazione, Coagula per la ]; bisogna notare che nella Bibbia [Vecchio Testamento libri profetici nella versione greca del Settanta (LXX) questo libro è arricchito da addizioni importanti: la preghiera di Azarias, il cantico dei tre giovani uomini nella fornace, il racconto di Suzanne; quello di Bello ed il Drago], si parla di tre personaggi e non di quattro... In quanto al fuoco [raggio igneo], non è tanto lo spirito nascosto quanto l'anima alla quale è assoggettato. Non dimentichiamo che nel campo dell'alchimia, lo spirito non è che un mezzo. Non uno scopo. Lo scopo estremo è la rinascita dell'anima per mezzo della trasformazione di un certo fattore intrinseco [cf. figura 8 del Ros. Phil.] risultante dall'apertura del metallo rappresentato dal geroglifico . Non è tuttavia impossibile rivedere il quadrato   se si vuole ritornare sulle rappresentazioni thériomorphes di Nabucodonosor.

 

[I Mésopotami rappresentano frequentemente una chimera con la testa di uomo, il corpo di leone, le zampe del toro e le ali di aquila. La più celebre rappresentazione di questo essere composito è conosciuta sotto il nome di Toro alato di Khorsabad, la cui testa è quella di Nabucodonosor, dove è certamente possibile intravedere gli Evangelisti (cf. tarocco alchemico e hotel Lallemant, Bourges): è una delle prime variazioni su questo fantastico mythologème che è il Tétramorfo. Vedere anche ne: gli Occhi nelle Ruote, sogno di Ézéchiel]

 

Del resto, questa trasformazione del grande re di Babilonia in aquila è riportata in Daniele 3: 31-33 e rinvia al sogno dell'albero:

 

Nabucodonosor dimenticò ancora il vero Dio che, in un nuovo sogno, gli fece sentire delle terribili minacce. Gli sembrò vedere un grande albero la cui cima toccava il cielo ed i suoi rami coprivano la terra. Questo albero gigantesco era carico di frutti, ed egli nutriva molti uccelli che si riparavano sotto il suo spesso e magnifico fogliame. Ma ecco che all'improvviso un angelo scende dal cielo e grida con voce tonante:

 

«Abbattete questo albero, tagliate i rami, togliete le foglie, raccogliete i suoi frutti, in modo che tutti gli uccelli ed ogni animale che si ripara sotto di esso fugga via. Risparmiate tuttavia il tronco, che legherete e lascerete esposto alla rugiada del cielo insieme alle bestie dei campi; così che un cuore di bestia possa sostituire il suo, finché si rinnovi sette volte l'anno.»

 

Invano il re chiese l'interpretazione di questo sogno ai saggi di Babilonia, solo Daniele, ispirato da Dio, potè dargliela:

 

«Oh re, gli disse, questo sogno è l'annuncio delle grandi disgrazie. Voi siete questo albero, oh re! Voi la cui grandezza si alza fino al cielo ed il cui potere si estende su tutta la terra; sarete tagliato, vale a dire, cacciato dal trono e dagli uomini, per sette anni abiterete con le bestie dei campi, vi nutrirete di erba e di fieno come loro. Ma il tronco resterà intatto, come dire che dopo sette anni, quando avrete riconosciuto l'esistenza di un Dio sovrano Signore dell'universo, che assegna i regni come a Lui piace, voi ritornerete e risalirete anche sul trono. Seguite il mio consiglio dunque, oh re: che le vostre buone opere avvertano il destino che vi minaccia; riscattate i vostri peccati con l'elemosina: forse il Signore avrà pietà di voi.»

 

Il sogno si avvera. Il re non raccolse nessuno di questi avvertimenti e non fece niente per acquietare il Signore. Un giorno egli passeggiava nel suo palazzo di Babilonia, si dice con soddisfazione:

Non «è questa la Babilonia che ho costruito, la sede del mio impero, il segno del mio potere, l'aureola della mia gloria.»

 

Una voce dall'alto dei cieli gli rispose all'improvviso:

«Ascoltate, oh re: il vostro impero vi verrà tolto, le foreste saranno la vostra casa, le bestie feroci la vostra società, l'erba ed il fieno il vostro cibo; resterete così finché riconoscerete, che l'uomo, come i regni, è sotto il potere di Dio.»

 

La minaccia si avvera all'istante; cacciato dal suo palazzo e dagli uomini, Nabucodonosor si rifugiò nelle foreste dove abitò sette anni tra le bestie selvagge, vivendo come loro di erba e di fieno. Alla fine di questo periodo ritornò in sé, sollevò gli occhi al cielo chiedendo perdono e misericordia e confessò che solo Dio è il re della terra e del cielo. Toccato dal suo umile pentimento, il Signore lo rimise sul trono dove regnò con più gloria e magnificenza che mai, A. d. m. 3442. Dio è il solo padrone; Egli solo può per sua volontà esaltare gli umili ed umiliare i potenti della terra.

 

Il confronto, che si stabilisce con le principali fasi dell'opera è chiaro: il Re di Babilonia rappresenta la prima materia che bisogna trasformare in materia prima, vale a dire da dove partire per preparare la terra alba foliata. Questo arbor vitae è lo stesso che possiamo vedere nello Splendor solis. È anche quello del Philosophia Reformata di Mylius (immagine 49). Il simbolo dell'albero, sembra l'unico che usa l'artista per esprimere il sentimento che ha di questa   che gli manca quando manipola il suo   di cui, in verità, non è che il servitore. L'albero è in «media terrae » e proietta il suo temolo sul . Si tratta di un insieme organizzato, lontano dall'ammasso confuso formato dalla prima materia [Nabucodonosor] dal Caos originario [assimilato all'Adam kadmon].

 

sogno di Nabucodonosor, albero f. 28v,

Speculum humanae salvationis (traduzione anonima), Francia, XV° secolo

 

Subito, la parola si avvera e Nabucodonosor fu cacciato dagli uomini; come i buoi, mangiò l'erba, il suo corpo fu bagnato dalla rugiada del cielo, e i suoi capelli spinsero come le piume di aquila e le sue unghie come gli artigli di uccello.

Dn 4: 30, Bibbia di Gerusalemme

 

Sarebbe difficile poter immaginare un'allegoria che sia simile ai simboli dei testi alchemici. Questa scena nella quale il Re mangia l'erba, è quella dove la materia prima è dissetata dall'erba di vita della quale gli Adepti ne hanno fatto il loro aureum vellus [vedere Splendor solis]; Michel Maier ne parla nell' Atalanta XXV par. facendo riferimento all'erba Balis: è un'allusione al Mercurio. Parimenti per la rugiada del cielo [vedere blasoni alchemici]. Il senso dell'allegoria thériomorphe è quello della sublimazione [erba di virtù saturniana = Leone verde, cf. Dialogo di Maria ad Aros] della materia che conduce alla sua depurazione.

 

“... Osserva bene: il regno végétale, la prima materia è l'erba o l'albero che non sapresti creare; solo la Natura fa questo lavoro. In questo regno, la seconda materia è il seme che vedi, ed è in lei che si moltiplica l'erba o l'albero. Nel regno animale, la prima materia, è la bestia o l'uomo che non sapresti creare; ma la seconda materia che conosci è il suo sperma con il quale si moltiplica. Nel regno minerale, non puoi creare un metallo, e se ti vanti di questo, sei un bugiardo, perché la Natura ha fatto ciò. Sarebbe meglio tuttavia avere la prima materia, secondo i Filosofi, come dire, questo Sale centrico, non lo potresti moltiplicare senza l'oro, ma il seme végétale dei metalli è conosciuto solamente dai figli della Scienza.” [Cosmopolita, Nuovo Lume Chymique]

 

Questa sublimazione implica una modifica nella forma e nella composizione della materia: è indicata innanzitutto come un veleno, un drago molto velenoso ed il suo oscuratore nella psiche è l'Adam kadmon o pulsione primitiva, che è il desiderio che anima ogni essere umano, è questa in verità, la bestia umana. La trasformazione alchemica consiste, l'abbiamo detto, nell'incorporare in questo corpo un'anima pura, questo si può fare con un terzo agente che sostiene il ruolo di matrice, gli alchimisti lo chiamano vaso di natura, il suo colore è verde ed ha il potere di realizzare delle germinazioni e delle moltiplicazioni nel senso di aumento: è questo che rappresenta il seme vegetale dei metalli e che gli Adepti chiamano l'umido radicale dei metalli; è il loro arch.

Il sogno dell'albero di Nabucodonosor ha, lo si intuisce, una forte relazione col tema dell'omicidio del re, di cui non è il caso di enumerare tutte le incisioni che hanno ispirato l'iconografia. Una, tuttavia, può permetterci di seguire la pazza storia del Re di Babilonia, quella dove si vede un lupo divorare il corpo morto del re, nell'emblema XXIV dell' Atalanta fugiens, a causa della licantropia [Lycaon sovrano di Arcadia che servì a Zeus i membri di bambini che aveva appena sgozzato e che aveva fatto cucinare. A guisa di punizione Zeus lo trasformò in lupo, condannato a percorrere la campagna preoccupandosi per sue facoltà mentali di uomo.]. Sul piano psicologico, si può spiegare questa strana malattia come la facoltà che avrebbero certi stregoni di realizzare una vera proiezione del loro Io nel Sé [mondo esterno; il thériomorphose sarebbe la conseguenza dell'assenza dell'altro, in pratica di ]. Jung ha stigmatizzato questo processo:

 

“... è un combattimento per liberare la coscienza dell'io dall'abbraccio mortale dell'inconscio.... Con la sua coscienza, l'uomo è sempre dietro gli scopi incoscienti; si immerge in una pigra attività, finché la sua libidine lo chiama a nuovi pericoli...” [Metamorfosi dell'anima, VII. il Sacrificio, op. cit., p. 581-582, Pochothèque]

 

La citazione è appena spostata dal suo contesto; il re di Babilonia non si vedrà accordare il riscatto [simbolo dell'incrocio] che nell'istante in cui si inchinerà davanti al grande Dio unico [In TO Lembo]. In termini alchemici, ciò significa che la rinascita (réincrudation) [corporificazione del sublimato] interverrà solamente dopo la dissipazione dello spirito mercuriale. Notiamo la prossimità dell'alchimia e della religione, sotto l'aspetto del luogo “di abitazione di Dio con l'uomo”: Dio - o lo spiritus sanctus che è la sua emanazione terrestre - non è conosciuto o piuttosto riconosciuto, che in Bene e Male trovano il loro oggetto. È la ragione per la quale è fatale che l'Adam kadmon muore [che il Mercurius senex si dissipa o si trasforma nell' aqua permanens] e dà nascita alla corruzione [ poi ad un stadio più evoluto] prima del passaggio alla depurazione [anima consurgens ]; lo stadio intermedio dove la formula alchemica SOLVE Et COAGULA passa per il Mélusine paracelsiano. Così queste parole di san Giovanni sono appropriate al nostro argomento:

 

“Io sono la vite e voi siete i rami. Il ramo non può da solo portare frutti se non è unito al ceppo. Parimenti, non potete fare niente per la vostra salute se non siete uniti a me... Ma quello che rimane in me e nel quale io rimango produrrà frutti abbondanti. Se non rimane, è un tralcio inutile - sarà gettato come un ramo sterile; seccherà e verrà raccolto per essere bruciato nel fuoco, dove brillerà senza consumarsi. “ [XV: 1 e sq.]

 

Non ci sembra paradossale stabilire un rapporto tra il Cristo ed il « serpens mercurialis » [cf. Jung, Psicologia ed Alchimia, confronto Lapis - Christus]: in questa accezione, la vite rappresenta l' unus mundus. Come dire il . Van Lennep aggiunge:

 

“Da notare che nell'esemplare 5025 del British [Museo di storia naturale], l'albero che spunta al centro della fontana della giovinezza, è assimilato a quello del Paradiso e viene chiaramente indicato come essere anche quello della croce. Il Cristo è stato crocefisso nel mezzo dei suoi frutti rossi, mentre Satana offre uno di essi ad Eva, la sposa della coppia alchemica.” [Alchimia, op. cit., p. 94]


Das Buch der Heyligen Dreyfaltigkeit, XVe siècle

 

Questa presenza del Cristo è simile a quello che Jung chiama un fenomeno di riflessione: è così che considera il passaggio alchemico. È il caso di notare che lo stibine, con il suo ideogramma , ha ispirato ad una quantità di testi alchemici: ne è stato fatto la terra adamitica o terra rossa ed è oggetto di una delle allegorie più curiose dell'opera: il capovolgimento dei poli che segnala il Diluvio. Il simbolo si completa in questa immagine del Libro della Santa Trinità con un crescente lunare a concavità inferiore dove ritroviamo il geroglifico invertito del mercurius   che è anche il simbolo di Diana dalle corna lunari.

Questo simbolo si trova nel Monade Iéroglifico di John Dee [figura XVI] e sulla porta alchemica di villa Palombara a Roma [cf. réincrudation]. Si legge, sotto il simbolo: FILIUS NOSTER MORTVVS VIVIT REX AB IGNÉ RIDICE E CONIVGO GAVDET OCCVLTO [Nostro Figlio Morto Vive. Il Re Ritorna Dal Fuoco E Si Rallegra Per Il Matrimonio Nascosto] secondo E. Canseliet [Due Dimore alchemiche, Pauvert, 1978], si tratterebbe di un'allegoria: toccare Latone parturiente.

Evidenziamo altri elementi: il Cristo viene inchiodato sulla lettera che porta il suo nome: . La linea verticale della   forma così le prime due lettere . Ecco che ci ricorda quanto dice Jung nel suo simbolo del transubstantation [Radici della Coscienza, p. 256 in Pochothèque] a proposito del rito bizantino dove si procede ad una divisione dell'ostia in quattro parti, i quattro pezzi sono indicati dai fonemi:

 

Questo significa che “Gesù Cristo trionfa. “ [Nicéphore, cf. héliographie ed alchimia] Questo rito è legato alla stessa parte della Messa chiamata Embolismo e frazione, dove incontriamo la preghiera:

 

“Liberaci, ti preghiamo, Signore, da tutti i mali passati, presenti e a venire.”

 

Potrebbe esserci un modo migliore per riassumere questa scena dove la Passione si intreccia alla Procreazione di questa Vergine radiosa, dove rivediamo gli aspetti di questa altra Vergine parturiente, proposta nel Libro di Abramo Juif, (figura 9)? Si potrebbe anche vedere questo “... Dio che scende e diventa uomo, il Cristo gnostico che resucita e torna al Padre?” [Jung, Mysterium conjunctionis, I, § 121, p. 146,] In questa riflessione, vediamo l'esempio di una reazione chimica a doppio senso dove le lancette del tempo sembrano fermarsi. In questa operazione, Jung vede nel Cristo “... Dio generato dal Padre...” pare che il mago di Kusnacht abbia voluto parlare del Logos, vale a dire di questa vera cristallizzazione dove la Trinità si afferma con tutta la violenza possibile

[Yahvé è così violento in Risposta a Giobbe, capitolo 1].

 

Ci ha rinviato allora al simbolismo espresso dall'albero di Jessé che segnala spiritualis nell'omosessuale nobis regeneratus:

 

“... l'uomo spirituale rigenerato in noi, il corpo celeste impiantato in noi cristiani dallo Spirito Santo per mezzo dei santi sacramenti... [si tratta] di un'unione dell'uomo naturale con l'uomo spirituale, che si è realizzata.” [Paracelsica, op. cit., § 236, 3. il Mistero naturale della trasformazione]

 

Questo adech o Archeus [Adianus] è per l'uomo spirituale ciò che l'umido radicale è per il metallo: serve come forma adattativa. Se riprendiamo le idee di Paracelso, ci sono due entità che reggono l'adattamento: l' Iliaster e l' Aquaster. L' Iliaster, ne abbiamo appena parlato:

 

Lo “si chiama spesso umido radicale, acqua, o spiritus aquae e vapor terrae; è l'anima dei corpi, uno sperma mundi, l'albero del paradiso di Adamo dalle molteplici fioriture che cresce sul mare, il corpo rotondo generato dal centro, Adamo e l'uomo maledetto, il mostro ermafrodita, uno e la sua radice, il Tutto, ecc.” [idem, § 215, p. 185]

 

L' Aquaster, secondo Jung:

 

“...è, a causa della sua natura “umida”, un principio “psichico” di un carattere nettamente materiale.... Ma funziona come il luogo dove è generato lo spirito di vita...” [ibid., p. 186]

 

Non è difficile vedere che l' Iliaster è un principio anteriore all' Aquaster: si tratta del Mercurius senex [principio duale di Bene e di Male] mentre l' Aquaster rappresenta l' aqua permanens e forma - col Mélusine - la parte ancora visibile del serpens mercurialis, in fase di trasformazione in sirena.

 
Ripley Scrowle, Londra, British Library, MS. Add. 32621 - dettaglio

 

Il re rappresenta la coscienza dominatrice che, durante la sua apertura verso l'inconscio, viene inghiottita da quest' ultimo. Così nasce il nigredo, stato di tenebre che condurrà finalmente ad una nuova nascita del re. La strana idea che il re sia “stato nutrito sotto le ali del sole”, fig. sopra, potrebbe riferirsi al passaggio di Malachia (4:2) che aiutò a razionalizzare l'adorazione del Cristo, in quanto Hélios o Sole (Sant' Agostino dovette ancora combattere l'adorazione del Sole). Il passaggio dice questo: “Ma, per voi che temete il mio Nome, si alzerà un sole di giustizia e la guarigione sarà sotto le sue ali; uscirete e salterete come i vitelli che ingrassano”...

Questo passaggio è sempre stato considerato come una profezia messianica, evidentemente conosciuta da Ripley. “Le ali del sole” sono un'immagine antica, ma che toccava da vicino Malachia e gli ebrei, poiché si tratta del simbolo egiziano del sole. Colui che è nutrito da questo sole è il figlio di Dio, vale a dire il re. Come, nella visione di Arisleus, il figlio del re è riportato alla vita dai frutti dell'albero filosofico, parimenti, in Ripley, il re malato deve essere guarito da una specie di frutti particolare. Bisogna intendere qui un   o elisir vitae (elisir di vita).

Jung, Psicologia ed Alchimia, § 497-498, pp. 528-529, op. cit.

 

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