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Studi sul mito: La Signora degli Animali - parte 3
Argomento:Miti e Simboli

Miti e SimboliA Catal Hϋyϋk sono state rinvenute diverse pitture murali, dove è raffigurata una Dea dalla testa d’ariete o di toro, dipinta nell’atto di partorire, speculare a quelle dell’Europa arcaica segnalate da Gimbutas.

Creta minoica
Le difese naturali, peculiari ad ogni territorio insulare, resero Creta molto difficile da conquistare, così il matriarcato ed il culto della SdA resistettero fino al 1450 a.C., periodo che grosso modo segnò l’avvento della civiltà micenea.

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La Signora degli Animali - parte 3

di Antonio D’Alonzo


Catal Hϋyϋk

Il sito di Catal Hϋyϋk dell’Anatolia centrale è stato portato alla luce e studiato da James Mellaart. A Catal Hϋyϋk sono state rinvenute diverse pitture murali, dove è raffigurata una Dea dalla testa d’ariete o di toro, dipinta nell’atto di partorire, speculare a quelle dell’Europa arcaica segnalate da Gimbutas.

Altri dipinti associano spesso dei seni a delle teste di toro, a mascelle di cinghiali, o a crani di volpi. Accanto alla statuetta – già incontrata, della SdA partoriente che si appoggia a due leopardi – è stata rinvenuta un’ulteriore scultura di una donna coperta da pelle di leopardo che si erge davanti ad un esemplare dello stesso felino.

Mellaart ritiene che anche la civiltà di Catal Hϋyϋk fosse matriarcale e matrilineare e che il culto della Dea fu diffuso e prioritario; incorreremmo, tuttavia, in conclusioni precipitose qualora volessimo disconoscere il legame tra la morfologia del territorio e la cultura locale.

Poiché se è vero che le tribù nomadi del deserto dovevano necessariamente riflettere una struttura sociale di tipo patriarcale, fondata sul culto di un dio unico, antropomorfico e di sesso maschile, la cultura matriarcale di Catal Hϋyϋk è senza dubbio anteriore rispetto allo sviluppo del nomadismo semitico e delle tribù del deserto. L’associazione tra il nomadismo e la cultura patriarcale e monoteistica – così come la corrispettiva rispondenza tra il rigoglio del territorio indoeuropeo con la sua ricchezza e varietà geografica e la diffusione del politeismo – non confuta l’ipotetica diffusione del culto universale di una Dea primordiale (sia che questa si manifesti come Madre Terra o come SdA).

 

Non diversamente dagli altri archetipi femminili, la SdA di Catal Hϋyϋk richiama l’idea della circolarità della vita e della morte. Alla SdA erano associati anche gli avvoltoi, perché la Dea regalava e sopprimeva la vita. Sotto i luoghi di culto della SdA sono stati rinvenuti cadaveri di donne e bambini offerti in pasto agli avvoltoi, forse vittime sacrificali (in genere le vittime di sacrifici religiosi erano scelte tra i prigionieri, piuttosto che tra i membri del clan o tra la popolazione locale: gli aztechi, per esempio, scendevano in guerra principalmente per procurarsi dei prigionieri da sacrificare agli dei).

 

Quest’ultima ipotesi, tuttavia, sembra sconfessata dallo stesso Mellaart, convinto assertore dello spirito pacifico e sedentario che animava le società matriarcali del Vicino Oriente, invase da rozze ed arretrate tribù patriarcali discese dal Nord nel IV millennio a.C. (Cfr. J. Mellart, Earliest Civilizations of the Near East, Londra, 1965).

Per Marija Gimbutas, la discesa dei patriarcali e nomadi protoindoeuropei deve essere collocata tra il 4.500 ed il 2.500 a.C. Anche per la studiosa, le tribù nomadi e guerriere colonizzarono e sottomisero le antiche civiltà matriarcali fondate sull’agricoltura e sul culto della Dea.

Il risultato dell’acculturazione protoindoeuropea fu il ridimensionamento del prestigio e dell’autorità della Dea, declassata a “semplice” madre, moglie o figlia, di divinità maschili, regali e solari. La stessa civiltà patriarcale sumera potrebbe essere il risultato del processo di acculturazione protoindoeuropeo portato a termine nel 3.500 a.C.

 

Creta minoica

Le difese naturali, peculiari ad ogni territorio insulare, resero Creta molto difficile da conquistare, così il matriarcato ed il culto della SdA resistettero fino al 1450 a.C., periodo che grosso modo segnò l’avvento della civiltà micenea. Dal 2000 al 1450 a.C. – periodi indicati come del Vecchio e del Nuovo Palazzo – si sviluppò una cultura pre-ellenica fondata sull’agricoltura, sull’artigianato e sul commercio marittimo. La mancata traduzione del Lineare A – lingua scritta del periodo minoico – impedisce di avallare ricostruzioni storiografiche ed archeologiche esatte, ma sembra plausibile, dalle oscure fonti in nostro possesso, che il sacerdozio femminile fosse molto importante.

 

Alcuni studiosi – Jacquetta Hawkes, Stylianous Alexiou, Helga Reusch, Ruby Rohrlich – attribuiscono ad una sacerdotessa il possesso del celebre trono del re Minosse. Nella grotta di Dhíkti è stata rinvenuta l’immagine di una SdA o di una Dea dalla testa di serpente affiancata da due grifoni alati: gli stessi animali mitici ritratti sul trono di Minosse.

Altri numerosi sigilli sono stati rinvenuti – nelle grotte, nelle abitazioni, nei templi – raffiguranti una Dea che, probabilmente, rivestiva contemporaneamente il ruolo di SdA e di «Madre della montagna»; altre immagini la ritraggono insieme a serpenti e colombe, in prossimità di ulivi. Altre volte, la SdA minoica è raffigurata con corna taurine, le braccia sollevate ed un’ascia a doppio taglio, che Marija GImbutas identifica con una farfalla.

La spiritualità minoica era molto vitalistica e legata ai cicli della Natura; ne recano tracce evidenti alcune ceramiche ed affreschi tesi a raffigurare le onde del mare ed i delfini, ma anche spirali (simboli del labirinto), serpenti (simboli della circolarità della vita e della morte) e tori (simboli dell’energia cosmica). In particolare, l’arte minoica era tesa a fissare l’attimo, ad arrestare nell’immagine il flusso esuberante della vita.

Per i Minoici la Natura era sacra, non certamente il prodotto degenerato della Caduta e del peccato originale come nella tradizione giudaico-cristiana, ma il Regno dove il Divino si manifestava nell’immanenza delle creature e non si era ancora ritirato in irraggiungibili e silenziosi mondi iperuranici o iperborei (il Divino hic et nunc: un’idea che sarebbe perennemente ritornata nella storia del pensiero occidentale, da Spinoza a Nietzsche).

Da lì a poco, l’avvento della cultura patriarcale indoeuropea e le seriori religioni semitiche del deserto, avrebbero cancellato questa gioiosa ed ottimistica spiritualità dalla civiltà cretese e, successivamente, dall’intera storia dell’Occidente.

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