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: L'Alchimia
Argomento:L'Opera al Rosso

L'Opera al RossoChe cosa è l'alchimia? Vi sono centinaia di testi ermetici e decine di studi su questo affascinante tema. Ma in essi si esamina per lo più la storia, più raramente la fraseologia. Difficilmente si può trovare qualche indicazione su ciò che vogliono veramente dire i testi ermetici, e soprattutto su come si fa un'effettiva operazione ermetica.
Il linguaggio con il quale è trasmessa la conoscenza alchemica, essendo allusivo, analogico, coprente, è di un'estrema difficoltà, quando non se ne possiede la chiave. Ogni alchimista usa infiniti sinonimi per indicare la stessa cosa e leggere un testo ermetico significa perdersi in un Mare Magnum.

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L'Alchimia

di Vittorio Vanni

© copyright by Esonet.it


Così credo nell'UNO, che tutto in se contiene:
moto, forma, forza, intelligenza, bene, Amore e morte…

 

Che cosa è l'alchimia? Vi sono centinaia di testi ermetici e decine di studi su questo affascinante tema. Ma in essi si esamina per lo più la storia, più raramente la fraseologia. Difficilmente si può trovare qualche indicazione su ciò che vogliono veramente dire i testi ermetici, e soprattutto su come si fa un'effettiva operazione ermetica.

Il linguaggio con il quale è trasmessa la conoscenza alchemica, essendo allusivo, analogico, coprente, è di un'estrema difficoltà, quando non se ne possiede la chiave. Ogni alchimista usa infiniti sinonimi per indicare la stessa cosa e leggere un testo ermetico significa perdersi in un Mare Magnum.

Questa breve ricerca forse riuscirà a definire, storicamente e concettualmente, che cos'è l'alchimia, ma non potrà definire come si pratica quest'Arte, in quanto il metodo è rimasto patrimonio di ristrette cerchie d'adepti. Il termine “alchimia” (dall'arabo Ul-chemi) deriva da una variazione araba della parola greca che significa “succo estratto da una pianta”. L'alchimia si occupa delle forze “sottili” della natura e della materia nelle sue varie forme e condizioni e del modo di controllarle. Penetrò in Europa solo nel VIII secolo d.c. Era però conosciuta e praticata da molto tempo in Cina, in India, in Egitto. L'alchimia taoista della Cina, con la teoria dei “soffi” (la circolazione delle energie sottili nei punti chiave della fisiologia sottile del corpo) era rivolta a una lunga sopravvivenza, che favoriva la conoscenza e lo studio.

In India l'alchimia, rivolta alla trasmutazione dei metalli interiori ed esteriori è già citata negli antichissimi Veda, con caratteristiche simili a quelle che noi conosciamo. Tantra è una parola sanscrita che significa “trama” e che comprende una trama di riti, pratiche, operazioni, che permettano all'iniziato di varcare così la “trama” dell'apparenza sensibile.

Anche nell'alchimia, come nel Tantra, vi sono il “ritorno” e la sublimazione dell'energia sessuale, la “forza più forte di ogni forza”, che permette di farla salire attraverso la spina dorsale, dal coccige all'ipotalamo, risvegliando i centri psichici corrispondenti, secondo il concetto della “fisiologia sottile”.

Le influenze indiane e cinesi non sono state solamente archetipiche, ma anche dirette. Serge Hutin [1] riporta che nella biblioteca di Rodolfo II d'Asburgo si trovavano testi di magia tibetana tradotti in latino. Nel Carmina Burana [2] si trova una trascrizione musicale dei mantras, del tantrismo asiatico.

Ma è l'alchimia dell'antico Egitto che c'è stata trasmessa nelle sue attuali linee fondamentali. Questo fatto è provato da numerosi papiri, dove si dimostra che questa è stata lo studio favorito dei Re e dei Sacerdoti. In un decreto di Diocleziano si trova per la prima volta la parola “chimica”, nel senso di decomporre i corpi all'uso di Chemi, (Kemi), l'Egitto. [3] Altre tradizioni fanno derivare il termine Kimia dall'egiziano Kemi o terra nera come era definito l'Egitto a ragione della fertilità della sua terra, determinata dallo straripamento annuale del Nilo e dalla conseguente deposizione del limo fertilizzante. Gli occidentali attribuivano l'invenzione dell'alchimia a un personaggio mitico, Ermete Trismegisto (il tre volte grande), a volte identificato con il dio della sapienza Thot, lo scriba divino.

I primi testi ermetici che ci sono pervenuti sono stati scritti in greco, fra la fine del secondo secolo al quinto. L'ambito geografico e culturale in cui appaiono è Alessandria d'Egitto, che dopo la decadenza della Grecia divenne la capitale filosofica, culturale, spirituale del Mediterraneo. Nella fraseologia alchemica delle origini si trovano tracce simboliche di riti egizi e di riti misterici classici. La sua maturità archetipica fa supporre origini più antiche, forse derivanti da pratiche trasmutatorie della casta sacerdotale egizia e il loro collegamento con il concetto di morte e rinascita iniziatica.

Ma anche nel mondo greco esistevano forme misteriche legate alla lavorazione dei metalli, derivanti dalle popolazioni pelagiche preelleniche. A Creta e in Samotracia i misteri cabirici formarono l'immagine d'Efesto, il metallurgo per eccellenza. Mircea Eliade [4] ha fatto notare come nelle popolazioni senza scrittura, in particolare in Africa, è ancora possibile studiare pratiche e riti dei fabbri, che sono sopravvivenze arcaiche di tecniche della lavorazione dei metalli.

I fabbri primitivi formavano dei gruppi chiusi, con caratteristiche iniziatiche avanzate, piccole caste venerate e odiate assieme. Per quanto temuti, erano tuttavia indispensabili, e alcune ricerche antropologiche hanno verificato che spesso ai fabbri tribali veniva tagliato un tendine del piede, per scoraggiare le fughe. Anche nella mitologia ben spesso lo zoppicamento di alcuni eroi diviene un segno di riconoscimento rituale, la testimonianza della realizzazione della via misterica.

La tecnica di lavoro, così come in Massoneria, era resa più astratta e simbolica e usata analogicamente anche per scopi terapeuti e magici. La metallurgia sacra tendeva così alla liberazione dalle limitazioni della condizione umana, la scoperta di un mezzo per uscire dal gioco delle apparenze sensibili. Paralleli significati si potrebbero fare con le confraternite dei lavoratori del legno e della pietra.

Nello stesso modo della metallurgia, in questi ambiti l'immaginazione, esercitandosi attraverso la lavorazione materiale perviene a simboli universali. L'affinità di concetti metafisici e l'inserimento di simboli alchemici in Massoneria ne fanno due entità affini, la cui sorgente primaria è l'inconscio collettivo, comune in tutti luoghi e in tutte le epoche, perché le sue valenze simboliche sono archetipali e innate nell'umanità.

Ma cosa pensavano, soprattutto, gli alchimisti?

Il mondo simbolico e operativo assieme degli alchimisti è quasi infinito e difficilmente semplificabile ed esplicabile.

 

Possiamo dare solo una inesaustiva sintesi.

L'UNO - Gli alchimisti erano Filosofi unitari. Dai Veda a Platone si afferma che tutto è uno, la legge dell'unità era il principio fondamentale. Così ogni corpo e ogni sostanza, nella loro apparente molteplicità, possono essere ridotti a un corpo e una sostanza.

Gli alchimisti, nella loro visione unitaria, vedevano l'universo come la grande immagine dell'uomo, e questo come una piccola immagine dell'Universo. Microcosmo e macrocosmo erano così un'immagine speculare, ridotta o ingrandita, della stessa entità. L'astrologia era quindi una delle loro conoscenze fondamentali, perché lo studio dei movimenti delle costellazioni astrali produceva un effetto analogico sulle costellazioni interiori dell'uomo.

Il principio fondamentale della “estrazione” dei metalli, sia quelli delle viscere della terra sia quelli della profondità interiore umana, era quello della loro imperfezione, della loro impurità. L'Arte doveva rendere pura è perfetta ogni tipo di materia, soprattutto quella spirituale.

IL DUE - Il principio della polarità, cioè che ogni aspetto della realtà visibile comprendeva un principio attivo e uno passivo, maschile o femminile. Il superamento della polarità, chiamato il ricongiungimento degli opposti, l'incesto filosofico e in altri infiniti modi, determinava la visione unitaria, uno dei fini della conoscenza spirituale.

IL TRE - Gli alchimisti erano filosofi trinitari. Ogni aspetto della polarità, (Sole-Luna) che è vibrazione, produceva una terza componente (Mercurio) che non è neutra ma androgena avendo in sé le qualità attive e passive, e che produce un “intervallo” in cui si compone effericamente l'Unità. Sale (mente – intelligenza) Zolfo (cuore – emozione) Mercurio (la natura sessuale, l'energia universa, la vita).

IL QUATTRO – che rappresenta la materia nei suoi infiniti aspetti e opposizioni. Fuoco – Acqua – Aria – Terra (ma con una componente astratta, la Quintessenza, senza la quale la materia stessa non potrebbe esistere).

Per gli alchimisti l'indispensabile conoscenza magica, e la ritualità a essa connessa, era un'applicazione degli stessi principi, ma comunque inferiore. Un'errata incomprensione del pensiero magico porta alla superstizione che questo possa influire sulla materia fisica.

La magia varia solo la realtà psichica, influenzando la propria e l'altrui psicologia e producendo vari livelli di coscienza gradualmente superiori, visioni diverse della realtà individuale e collettiva.

Oltre cento anni di scienza antropologica, da Fraser a Malinoski e Levy Brulh, hanno definito con esattezza la mentalità primitiva in cui si producano e si applicano i cosiddetti “poteri magici”, mentalità che è tuttora parte della nostra razionalità e che sgorga dagli stati più profondi dell'essere.

Per gli alchimisti era indispensabile la conoscenza astrologica, per la corrispondenza micro-macrocosmica che produce la legge dell'analogia. Questa afferma che la molteplicità apparente è diastonica rispetto alla reale essenza dell'Uno. Se si riproducono, simbolicamente e ritualmente, le affinità delle cose apparenti si produce energia e si acquisisce potenza, ma i segni di queste affinità sono indicati dal cielo interiore ed esteriore e da essi bisogna acquisirli. Se, come dice l'Ecclesiaste biblico, “vi è un tempo per ogni cosa”, vi è un'arte di seminare secondo le stagioni. L'astrologia permetteva di determinare i “tempi” dell'Opera.

Negli alchimisti medioevali la teoria neoplatonica dell'Uno e del Molteplice fu assimilata a quella cabbalistica. Nel mondo classico questa particolare dottrina fu espressa nei grandi testi sapienziali degli Oracoli Ermetici, che rappresentano tutt'oggi la più arcaica testimonianza delle forme misteriche della conoscenza. Nella numerologia la teoria è raffigurata nel numero 10, che è la raffigurazione della divinità. Lo 0 è il divino al di fuori d'ogni manifestazione, il non comprensibile, non definibile, non intuibile, il piano della potenzialità superiore a qualsiasi espressione manifesta di questa. L'1 è la manifestazione potenziata stessa del divino, il Demiurgo, l'intuibile, che è solo l'ombra di Dio.

Cornelio Agrippa [5] così definisce il numero 10:

“[il 10] è numero completo, rappresentante il pieno corso della vita perché, dopo questo numero, si conta solo replicando, e che racchiude in se stesso tutti i numeri. È un numero circolare come l'unità alla quale può ridursi essendo la fine di tutti i numeri. Come ogni emanazione ritorna al corpo dal quale proviene, l'acqua al mare dal quale è uscita, i corpi alla terra dalla quale sono nati, il tempo dell'eternità, lo spirito a Dio che l'ha creato, ogni creatura al nulla dal quale è uscita .”

Nella Bibbia i nomi di Dio sono dieci, trasformati poi in 10 gerarchie angeliche. La Cabbala propone, dal medioevo in poi, una sorta di macchina che può produrre un'imperfetta visione dell'Uno dal Molteplice attraverso una rappresentazione simbolica (in 10 sephirot) che è chiamata Albero Sephirotico, e che divenne un indispensabile strumento magico e trasmutativo.

 

Che cos'era l'Opera ermetica?

In termini tradizionali:

Attraverso una serie di procedimenti, sia naturali sia forzanti la natura – ma senza impossibili violazioni della legge cosmica – l'Artista allineava il suo microcosmo con il macrocosmo, ottenendo in sé un'unità interiore che permetteva la trasmutazione della sua essenza umana in uno stato superiore. Conoscendo le leggi che governano le apparenze sensibili, l'adepto può arrivare all'illuminazione totale, alla visione stessa della cosmogonia e della natura del mondo. Il Cosmopolita afferma:

Nel suo reame [l'alchimia] esiste uno specchio dentro il quale si vede il mondo. Chiunque guardi in questo specchio può vedere e imparare le tre parti della Sapienza di tutto il mondo e, in questo modo, diverrà sapiente in questi tre regni, come lo sono stati Aristotile, Avicenna e molti altri, i quali, come i loro predecessori, hanno visto in questo specchio com'è stato creato il mondo.

I doni ermetici erano così definiti: Sapientia - Dovitia - Potentia, ma erano solo realizzazioni parziali, sul piano della realtà mentale e materiale. La trasmutazione spirituale è un processo che, per cicli lentissimi, tutta l'umanità un giorno raggiungerà. L'alchimista pretende di saper accelerare il ritmo delle leggi naturali che mette in azione, e di abbreviare il suo personale ciclo terrestre. Nel contempo raggiunge un ringiovanimento generale di tutte le sue funzioni organiche, e il prolungamento dell'attività vitale al di là dei limiti normali dell'esistenza umana. Inoltre, al compimento dell'Opera, raggiunge una forma di immortalità nella quale l'adepto abbandona il suo corpo terrestre per “ salire al cielo senza passare per la morte ”.

 

In termini moderni:

La pratica ermetica produce un affiorare alla coscienza dei propri contenuti inconsci, repressi, “rinnegati”. È l'Opera al Nero, un inferno dal quale emergono depressioni, malinconie, tristezze legate alle proprie carenze interiori, al vuoto esistenziale, alla propria dolente e naturale umanità. L'Opera al Nero può durare per tutta la vita, ed è una componente ineludibile dell'imperfezione umana. Portare alla luce questi processi autodistruttivi significa nel contempo dissolverli, come il corpo dei vampiri si dissolve di fronte al sole.

Questo atto è definito dagli alchimisti come il momento in cui “ il nero corvo si tramuta in bianca colomba ”. È l'Opera al Bianco, in cui gran parte delle componenti psicologiche e animiche negative dell'Artista si trasformano nel loro opposto, in senso positivo. Questo equilibrio interiore, questo raggiungimento della propria unità, sviluppa ciò che ognuno ha di vero, reale, veramente umano, nel suo bagaglio personale.

Ma “ per fare l'oro ci vuole l'oro ” e lo sviluppo interiore potenzia solo ciò che vi è in senso individuale. L'Opera al Rosso supera le qualificazioni individuali, le esalta su un altro piano indefinibile che la mente non può descrivere. La reticenza degli Artisti su questo punto non deriva dalla riservatezza iniziatica che pur tuttavia esiste, ma dall'impossibilità di descrivere sul piano della forma un mondo energetico essenziale.

Antonio D'Alonzo [6] così ben descrive alcune osservazioni junghiane:

Gli interessi simbolico-psicologici di Jung hanno esplorato le varie fasi del processo ermetico. Jung è consapevole che «la psicologia potrà pure spogliare l'alchimia dei suoi misteri, senza però riuscire a svelare il mistero dei misteri» [7].

L'alchimia è una tradizione storicamente determinata che non può essere considerata come mera produzione onirico-simbolica. Il “mistero dei misteri”, di cui scrive Jung, non concerne la concreta esistenza storica di un insieme di pratiche alchemiche perseguite nei secoli e nei diversi contesti culturali, quanto piuttosto il fondamento di questo sapere, ossia la relazione tra spirito e materia.

Lo psicologo svizzero intravedeva nell'alchimia un campo del sapere arcaico, inesplorato dalla scienza sperimentale, sul quale fondare le proprie teorie attraverso lo studio dei processi psichici d'integrazione: lo stesso Jung rivela come fosse stato un sogno rivelatore a indirizzarlo verso l'alchimia.

L'alchimia, per Jung, sarebbe una sorta d'antica “tecnica dell'anima”, in grado di realizzare – mediante l'apparato simbolico – il Sé, il principium individuationis , strutturato attraverso l'esplorazione integrativa dell'Io nell'inconscio.

Tramite questa chiave interpretativa acquista particolare rilevanza l'immagine del laboratorio come metafora della personalità, attraverso cui ottenere la trasmutazione (principio d'individuazione) del metallo (Io) nell'oro (Sé).

Le applicazioni alchemiche simboleggerebbero, ritualmente, il processo di perfezionamento interiore. Il lavoro dell'alchimista non sarebbe altro che un'allegoria inconscia del percorso di perfezionamento introspettivo: anche quando egli opera empiricamente, riproduce – consapevolmente o meno – la parabola del viaggio interiore del Sé.

In Psicologia e Alchimia, Jung estende la sua ermeneutica simbolistica all'analisi della ricezione storica delle correnti alchemiche occidentali, allargando diacronicamente il campo di ricerca strutturale all'esegesi testuale, mentre la materia è identificata con il principio d'ordine femminile che compendia sinteticamente la trinità cristiana, esprimendo così la reintegrazione dello spirito con il mondo materiale e il negativo.

Nel Rosarium philosophorum, ad essere evidenziate sono soprattutto le “nozze chimiche” del re e della regina, funzionali all'analisi del fenomeno del transfert. È proprio il quarto fattore dialettico, di contro all'idealismo hegeliano, a garantire la riabilitazione della polarità femminile e del principio passivo, giacché:

«il lavoro sulla materia riabilita simbolicamente la polarità femminile e oscura della realtà, quella che chiamiamo “male”, che la teologia cristiana d'Agostino, dopo la sconfitta dello gnosticismo e del manicheismo, aveva privato di realtà ontologica» [8].

 

Come operavano gli alchimisti?

IL TEMPO – i tempi dell'Opera.

S'iniziava la pratica al 1° grado d'Ariete e si reiterava dopo 3 - 6 - 9 giorni. S'interrompeva all'ingresso del Sole in Leone. Si riprendeva all'apparizione della Vendemmiatrice e si continuava fino al Solstizio d'Inverno. Il ciclo completo era quindi di nove mesi (266 giorni) come una forma di gestazione in cui il Fanciullo Ermetico nasceva al Solstizio.

 

IL FUOCO – I regimi del fuoco nell'Opera.

Fuoco I. È il blando calore della primavera, il calor naturale del corpo. Ogni alterazione febbrile comportava la sospensione delle operazioni. Corrisponde all'Equinozio di Primavera.

Fuoco II. È il calore e l'energia della vita stessa, dell'orgone che si riproduce incessantemente nella generazione umana. È la “forza più forte d'ogni forza” che gli Artisti deviavano verso una generazione spirituale. Corrisponde al Solstizio d'Estate.

Fuoco III. È la forza dell'immaginazione (in-mago= ciò che è grande in sé) che finalizza e dirige l'energia prodotta dall'operazione. Senza questo particolare fuoco “la materia [il mercurio filosofale] si disperde nelle officine”.

 

Il MODO – Le modalità delle operazioni.

I testi ermetici parlano solo, in infiniti simbolismi, della Materia Prima, dell'Atanòr, danno qualche accenno ai Tempi e, più raramente, ai Fuochi. I successivi insegnamenti erano riservati, ma anche in questo caso era necessaria una personale illuminazione, una predisposizione individuale.

 

Queste poche cognizioni sono una sintesi della letteratura ermetica, la cui comprensione intuitiva supera quella puramente razionale. Il fascino dell'alludente e sfuggente fraseologia alchemica può di per sé variare le modalità della nostra comprensione del mondo interiore ed esteriore che è in noi e intorno a noi. Dall'inizio della storia ai nostri giorni la complessità e la profondità di questa dottrina hanno attraversato tutta la cultura e la civiltà di ogni popolo.

Chi ne è attratto potrà trovarne maggiore comprensione emotiva e intuitiva nel momento storico e intellettuale del XVII secolo, in cui la letteratura, il teatro e la filosofia legate al fenomeno rosacrociano hanno dato la più alta espressione comunicativa dell'Ermetismo. Ma attenzione al simbolo del Labirinto. Entrarvi è facile, ma trovarne il centro è arduo e ancor più difficile ritrovarne l'uscita. Ma non è dissimile dal Labirinto della nostra vita.

__________

 

Note

1. Serge Hutin L'alchimia, Della Valle Editore. (torna al testo)

2.   Carmina Burana, manoscritto del XIV secolo conservato presso la Biblioteca Nazionale di Monaco, contenenti canti dei monaci trovadori o clerici vagantes che percorrevano la Germania in epoca medievale. Furono musicati nel 1937 da Carl Orff. (torna al testo)

3. Humbold, Cosmos, Vol.II, pg.393, Milano, 1850. (torna al testo)

4. Mircea Eliade Il mito dell'alchimia. (torna al testo)

5. Cornelio Agrippa La Filosofia occulta. (torna al testo)

6. Antonio D'Alonzo, Jung e l'alchimia (vedi pubblicazione su Esonet). (torna al testo)

7. Cfr. Jung , Mysterium coniunctionis, pp. 165-166. (torna al testo)

8. Cfr. Pereira, Arcana Sapienza, p. 278. (torna al testo)

 

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