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Epistolari Esoterici: Dall'umanizzazione di Dio al neodarwinismo
Argomento:Domande e Risposte

Domande e RisposteEpistolari d'Esoterismo

L'umanizzazione di Dio, volgarizzazione dell'aspetto spirituale. Il creazionismo. La teoria del progetto divino. Il neodarwinismo

Come in altre cosmogonie, anche mitologiche, le deità fungevano da mediatori tra gli uomini, di cui mostravano di possedere tutte le caratteristiche, ed un piano inconoscibile all'uomo. Ma queste forme d'astratto ed intelligente rispetto, cominciò a sfaldarsi con la mistica ebraica, quando il suo artefice, Mosè, umanizzò l'Entità suprema riconosciuta fin dapprincipio, come un non-Principio impersonale e perciò inconoscibile, animatore dell'universo dal quale tutto si emana e tutto ritorna, incorporeo, immateriale, non nato, eterno, senza fine né principio inconoscibile.

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Dall'umanizzazione di Dio al neodarwinismo

degli Autori di Esonet

© copyright by Esonet.it


 

 

L'umanizzazione di Dio, volgarizzazione dell'aspetto spirituale.

Il creazionismo. La teoria del progetto divino. Il neodarwinismo

 

20 settembre 2007

Athos A. Altomonte scrive:

Vorrei proseguire sulla via che porta alla distinzione tra il concetto di “pensiero universale” e quello di “pensiero multidimensionale”. Ma ho deciso di dare precedenza ad un particolare dell'intervento di Giuseppe Barbone, che mi ha fatto da trampolino verso un nuovo orizzonte.

« La Verità vibra perennemente fuori e dentro di noi, bisogna saperla leggere. Non è possibile leggere uno spartito musicale se non si conosce la musica »: non avendo elementi né a favore né contro questa affermazione non posso fare altro che una considerazione di carattere etico.

Anche se ritengo questo pensiero altamente auspicabile. Evidentemente appartengo alla categoria che non sa leggere lo “spartito della vita”. Tant'è, che non riesco a riconoscervi nessuna Verità, che meriti la “V” maiuscola. Riconosco solo realtà di diversa calibratura, al cui benessere e beneficio partecipiamo solo marginalmente. Altrimenti, verso noi stessi e verso la vita del pianeta non terremmo un comportamento criminalmente suicida.

 

Nemmeno dentro di me sento vibrare la Verità, magari qualche intuizione apprezzabile per «nani microcosmici» quali siamo. Quello che sento vibrare dentro e fuori sono le mie realtà, per me vere. Ma fuori di me, però, le mie verità tornano a diventare quello che sono: opinioni personali, forse condivisibili, ma comunque sempre opinabili, intercambiabili e variamente interpretabili. E se così non fosse, significherebbe aver raggiunto un grado di comprensione universale. Mentre siamo ancora un enorme ammasso di pulviscolo emozionale. Un composto planetario di polarizzazioni di coscienza diverse, mai del tutto decifrabili. E se così non fosse, stavolta significherebbe aver raggiunto tanto il pedice che l'apice di noi stessi, come singoli e come umanità. Ma siccome entrambi i traguardi sono lontani dall'essere realizzati, ecco che la mia onestà intellettuale mi spinge a dovermi sentire più vicino alla pochezza umana piuttosto che alla centralità di Figli di Dio.

 

Ma passiamo a quanto mi ha aperto un ampio orizzonte su cui riflettere. La presenza di Dio e la creazione. Scrive Giuseppe «… la verità nella sua perfezione continua a perfezionarsi, Dio, essere perfetto cresce in perfezione …».

Innanzitutto dovremo sgombrare il campo dall'ossimoro (*) di ritenere che qualcosa di perfetto possa essere suscettibile ad ulteriori perfezioni. Non essendoci una perfezione minore ed una maggiore, delle due l'una: o la parte in causa ha raggiunto la perfezione, per cui non è più perfettibile, oppure è ancora suscettibile a perfezionamenti, per cui non è ancora perfetta. Ma per il mio ragionamento, l'ossimoro non ha poi grande importanza, perché guardo l'oltre e il di più del concetto.

__________

(*) Ossimoro dal gr. oxýmoron, da oxýs, acuto e morós, sciocco.
Procedimento stilistico che consiste nell'accostare in una stessa espressione termini di significato contraddittorio, come ad esempio: Un silenzio eloquente.

__________

 

L'idea di un'Entità trascendente soggetta a perfezionarsi nell'immanenza delle virtù umane, è un prodotto tipico del pensiero creazionista, che come una balena insabbiata lotta per sopravvivere all'evidenza.

Nelle più antiche elaborazioni il concetto di Entità suprema era astratto, e rispettoso di un piano considerato irraggiungibile dal pensiero umano. Nelle prime tradizioni orali dei Veda l'Entità suprema veniva definita il “senza veste” (senza forma), e nei seguenti Rig Veda, ponendo più enfasi sul concetto d'impenetrabilità fu definito “Colui del quale nulla si può dire”.

 

Si tratta del neutro Brama o Braman, principio supremo, impersonale e perciò inconoscibile, animatore dell'universo dal quale tutto si emana e tutto ritorna, incorporeo, immateriale, non nato, eterno, senza fine né principio. Da non confondere con Brahamà, l'essenza maschile (maschile nella cosmogonia ha il significato di fuoco di volontà) Creatore del Panteon, che ciclicamente svanisce (come notte) per ricomparire (come giorno) dopo essersi rigenerato. E questo mi ricorda un passaggio del rituale massonico, in cui si dice che gli operai vengono condotti dal lavoro alla ri-creazione e dalla ri-creazione di nuovo al lavoro.

Le due fasi, l'emanazione dell'universo detta il «giorno Brahamà» ed il suo ritiro detto la «notte di Braham» durano entrambe 4.320.000.000 di anni, e sono prodotte dal suo respiro, unico attributo assimilabile alla sfera umana.

 

Come in altre cosmogonie, anche mitologiche, le deità fungevano da mediatori tra gli uomini, di cui mostravano di possedere tutte le caratteristiche, ed un piano inconoscibile all'uomo. Ma queste forme d'astratto ed intelligente rispetto, cominciò a sfaldarsi con la mistica ebraica, quando il suo artefice, Mosè, umanizzò l'Entità suprema riconosciuta fin dapprincipio, come un non-Principio impersonale e perciò inconoscibile, animatore dell'universo dal quale tutto si emana e tutto ritorna, incorporeo, immateriale, non nato, eterno, senza fine né principio inconoscibile.

 

Ehjeh ‘Aser ‘Ehjeh, (Io sono Colui che è). Un Dio Unico, questa volta, da opporre alla pletora politeistica, ma trino, dove tre aspetti divini erano accentrati su una sola “persona”. Insomma, l'idea di molteplicità restava, era solo diminuito il numero. Ma in questo “io sono” c'era il seme della sua materializzazione. A degenerare l'idea di un Ente di pura astrazione fu la denominazione (che non tutti i suoi seguaci hanno adottato) Dio, che presto fu concepito come Di IO (nella sequenza d-io, di me, mio, me) Questo, l'ha reso combaciante all'immagine d'uomo, personale, e straordinariamente carnale. D-Io si rivela innegabilmente un Dio ad immagine d'uomo fisico. Pertanto al rango di tesi l'antitesi. Così, non è più il corpo spirituale ad essere l'immagine “materializzata” dell'Entità suprema, ma diventa il corpo fisico dell'uomo. Di conseguenza Dio ha la configurazione di un uomo. Semplicemente un'altra pazzia dei “suoi custodi” che sacralizzano questa immagine, umana, che non alcuna corrispondenza con l'originaria perfezione. Eppure, l'immagine di una Divinità tragicamente apocalittica, pregna di pene e di dolori, resiste nell'immaginario collettivo, nonostante Gesù, che l'indicò come Amore, Perdono e Compassione.

 

Per fortuna, quel Dio tragicamente umanizzato è solo un'invenzione, per renderlo uno strumento di potere di una casta che pretendeva “decime” (oggi si chiama pizzo) su ogni guadagno pubblico, redigendo regole sociali, alimentari e comportamentali, disciplinando a propria immagine (Gesù definì «sepolcri imbiancati» gli ipocriti farisei, sacerdoti del Sinedrio) ogni attività pubblica e privata. Arrivando a farne uno “strumento di morte”. Dio degli Eserciti di un popolo definitosi «unico eletto»*, pronto a marciare assieme a loro contro “nemici comuni”, facendo riaffiorare le peggiori superstizioni dei precedenti Molok.

Questo “delirio religioso” si è trasmesso nei tre ceppi monoteisti, nati dal ventre di Abramo. Religiosi ebrei, cattolici ed islamici, senza senno né vergogna, muovono miserabili frange dell'umanità propagando l'idea di Dio come strumento di morte, inducendoli a massacrare spiritualmente se stessi, mentre sterminano fisicamente i propri nemici.

__________

* A margine, vorrei ricordare che a questo mondo non c'è popolo che non si definisca superiore, unico, o prediletto da Dio. Questo mi fa pensare ad una forma di democraticità al contrario: dove sono tutti speciali, nessuno è speciale!

__________

 

Non posso affermare se un Essere superiore occhieggia e mi giudica da dietro il cosmo manifesto, ma avverto in me l'esistenza di una dimensione spirituale: per quanto estranea e distinta dal fango dei professionisti della fede.

Immagino il mondo e l'universo come un caos in cerca di ordine, come ogni uomo che ha maturata una sana intellettualità aspira a migliorare sé stesso, ed il piccolo spazio in cui vive e che lo circonda. In questo correremmo assieme a “madre natura”, anch'essa tutt'altro che perfetta, di cui posso solo auspicare che selezione dopo selezione impari meglio a fare il suo mestiere. Sempre che l'uomo non riesca a mettergli il bastone tra le ruote, non eliminandola, ma eliminando se stesso, visto che il pianeta può sopportare ben altro, dei piccoli danni che forse un giorno ci uccideranno.

Ma lasciando da parte le conseguenze (ormai attuali) delle catastrofi ecologiche che ci stanno precipitando addosso, vorrei continuare nel distinguere tra convincimento religioso ed evidenza scientifica.

 

Il pensiero creazionista della cultura occidentale ha mosso i suoi passi dall'interpretazione letterale della Bibbia ebraica, le cui nozioni sono state attualizzate dal recente tentativo dei teo-con (americani soprattutto) di salvarle dall'irrazionalità delle sue stesse contraddizioni (così da farle ritentare nella didattica scolastica da cui erano escluse), modificandone i parametri e rendendolo simile ad una tesi pseudoscientifica chiamata “progetto divino”. Ciò, nonostante non sono riuscite a superare le evidenze apportate dal neodarwinismo.

 

A questo punto sembra che tra i due poli, quello religioso è quello scientifico, si sia chiusa ogni possibilità di ragionevole confronto tra tesi e antitesi, per tornare all'antico scontro di una fede che si sente superiore ad ogni riscontro oggettivo. Patrocinando “verità essenziali” che cozzano contro evidenze indiscutibili. Difendono le lacune delle loro verità, dicendoci che sono “metafore”. Allora si decidessero, spiegandoci una volta per tutte pubblicamente se sono metafore o come dicono quando sono soli e nessun presente può controbattere, che quelle sono la Parola di Dio. In questa ambiguità tra pubblico e privato il pensiero creazionista è diventato un colosso dai piedi di argilla. La prima “verità”, proprio quella della creazione, è la prima a crollare.

Le scoperte di fossili risalenti a milioni di anni addietro, ad esempio, fanno risalire i segni di vita a ben oltre i 6.000 anni citati dalla Bibbia, oppure alla tal domenica di 4.800 anni, frutto “dell'esattissimo calcolo”, come è stato definito, da un eminente teologo. Ancora metafora, o Parola di Dio?

Ma parliamo della prima Eva, che non è la partner femminile di quella coppia dalla pelle bianca, fatta ad immagine, si presume allora, di un Dio anch'esso di razza bianca, un'immagine per soli bianchi servita da alibi per secoli di schiavismo e l'uccisone di 250.000.000 (duecentocinquantamilioni) di nativi delle due americhe. Quelli di colore, dicevano, non erano menzionati dalla Bibbia, perché senz'anima.

 

Spiace deludere gli oltranzisti della supremazia bianca, ma la prima Eva, madre da cui tutti discendiamo è un'africana di pelle nera vissuta 460.000 anni fa. E la certezza viene dall'esame del DNA mitocondriale (*) che si trasmette immutato per linea materna, e che rende certa la sua presenza in quell'epoca.

Sappiamo che la resistenza al tempo del DNA mitocondriale è circa quello della prima Eva, e questo instilla l'ipotesi che quella che oggi consideriamo la prima Eva, possa essere solo l'estrema propaggine della una linea evolutiva precedente, quindi potrebbe trattarsi dell'ultimo esemplare dei suoi predecessori, che potrebbero risalire a tempi più remoti.

 

Questo fa cadere la concezione di un “mondo” creato in sette giorni, poche migliaia di anni fa. Ma la scienza non spiega solo i tempi e le selezioni succedutesi. Gli esami del DNA ematico dimostra senza dubbi le linee migratorie di quel primo gruppo, che risiedeva in Africa, e di cui portiamo i segni dentro il nostro sangue.

Il gruppo da cui discendiamo, da stanziale è diventato migrante per sfuggire alle glaciazioni. Perché, essendo cacciatori, era naturale che seguissero i branchi animali, entrambi in cerca di cibo. Vaste migrazioni sono state possibili perchè molte terre oggi separate dall'acqua erano unite o collegate da banchi di ghiaccio. Così, le glaciazioni hanno dato vita al lungo trasferimento dell'umanità attraverso i continenti, portando i diversi gruppi ad adattarsi ad ambienti diversi, selezionando mutamenti che hanno influito tanto sulla conformazioni, da produrre le diversità razziali che oggi vediamo.

 

La prima traccia del viaggio intrapreso dal gruppo originario è stata trovata nel sangue di abitanti di un villaggio al sud dell'attuale India. Poi, sorprendente, tra gli aborigeni australiani (ma il tratto di mare che separava i due continenti non era quello attuale).

In india il gruppo si è evidentemente separato, ed un secondo si è diretto verso l'attuale Mongolia, da cui è risalita verso l'Europa (stiamo parlando di spostamenti succedutisi in centinaia di migliaia di anni) dove i cromagnon esautorarono la linea evolutiva dei neanderthal. Attraverso l'Alaska popolarono le Americhe, a cominciare dai pellerossa, tra cui i Navaho sembrano quelli che conservano i segni più evidenti dei capostipiti africani.

Oggi, nel DNA ognuno di noi conserva le mescolanze succedutesi nel lungo intersecarsi dei gruppi umani, discendenti del primo ceppo africano. Il nostro viaggio è quello dei nostri antenati, che continuerà nelle progenie future.

Per questo, il nostro sangue è il più attendibile Libro dell'umanità.

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(*) Il DNA mitocondriale

Con il progresso nella tecnologia genetica, si è scoperto che il DNA risulta un tesoro prezioso per gli studiosi dell'evoluzione umana, poiché si preserva senza alterazioni.

In quest'area di ricerca è stato appurato che il DNA mitocondriale viene trasmesso per linea materna ai propri figli (maschi e femmine), a differenza del DNA nucleare che deriva da entrambi i genitori (vedi Discendenza per linea materna). Ciò che caratterizza il DNA mitocondriale è la sua proprietà di affidabile “orologio molecolare” che consente di risalire la genealogia di ogni individuo, e questo viaggio a ritroso alle origini segue la sola linea materna.

Portiamo a conforto di questa teoria lo studio di Bryan Sykes docente di genetica umana all'università di Oxford, che con la sua equipe ha ricostruito l'albero genealogico più completo della specie umana, grazie alla grande mole di dati sul DNA.

I mitocondri sono minuscole strutture presenti in ogni cellula. Non si trovano nel nucleo, il piccolo compartimento cellulare che racchiude i cromosomi, ma al di fuori di esso, in quello che viene chiamato citoplasma. La loro funzione è aiutare le cellule ad utilizzare l'ossigeno per produrre energia. Più la cellula è metabolicamente attiva, maggiore è l'energia necessaria, e maggiore è anche il numero di mitocondri che contiene. Le cellule di tessuti attivi come i muscoli, i nervi ed il cervello possono contenere anche un migliaio di mitocondri ciascuna.

Sprofondato proprio al centro di ogni mitocondrio si trova un piccolo frammento di DNA, un minicromosoma lungo appena 16500 paia di basi: davvero minuscolo se paragonato ai tre miliardi di basi dei cromosomi del nucleo! La scoperta dell'esistenza di DNA nei mitocondri rappresentò una grossa sorpresa, anche perché queste molecole, sono davvero molto particolari. Tanto per cominciare, la doppia elica di questo DNA è circolare. I batteri e gli altri microrganismi possiedono cromosomi circolari, a differenza degli organismi pluricellulari, fra cui certamente anche l'uomo. La sorpresa successiva fu che il codice genetico nel DNA mitocondriale è leggermente diverso da quello usato nei cromosomi del nucleo: i geni mitocondriali codificano per gli enzimi che catturano l'ossigeno e che svolgono la loro attività all'interno di questi organelli. In ogni caso, molti geni che regolano il funzionamento dei mitocondri sono saldamente collocati nei cromosomi del nucleo.

Come si sono formati i mitocondri? si pensa che un tempo fossero batteri indipendenti che, centinaia di milioni di anni fa, hanno invaso cellule più evolute insediandosi nel loro citoplasma. Potremmo chiamarli parassiti, o potremmo definire la loro relazione con le cellule una relazione simbiotica, in cui sia le cellule che i mitocondri svolgono una funzione utile ad entrambi.
__________

 

22 settembre 2007

Antonio D'Alonzo scrive:

Anzitutto si deve ricordare come Darwin non sia stato il vero e proprio fondatore dell'evoluzionismo, ma piuttosto il suo più brillante teorico, colui che ha apportato alla teoria delle risoluzioni cruciali e decisive. Il dibattito sulla trasformazione era già iniziato nel settecento con Maupertuis e Buffon che avevano sostenuto la derivazione delle specie da un numero limitato di specie primitive, mediante dei processi di epigenesi (o «trasformismo»), polemizzando con le tesi «fissiste» di Linneo sull'immutabilità delle specie create da Dio. La teoria trasformazionista aveva trovato dei validi interpreti in Robinet e Bonnet e, soprattutto, in Lamarck, il quale sosteneva l'importanza dell'ambiente per la trasformazione delle specie viventi. Il trasformismo fu sostenuto anche da Saint-Hilaire e Charles Lyell; ma è stato soprattutto il filosofo Herbert Spencer a sostenere l'importanza del principio della «sopravvivenza del più adatto» tra le specie viventi in caso di mutate condizioni ambientali. Spencer aveva pubblicato un articolo, nel 1852, sulla rivista Leader, intitolato The Development Hypothesis («l'Ipotesi dello sviluppo»).

 

Sull 'Origine della specie per mezzo della selezione naturale, di Charles Darwin, arriva soltanto nel 1859: anche se si deve ricordare come lo scienziato inglese già da diversi anni lavorasse alla teoria evoluzionistica. Darwin parla di una vera e propria «selezione naturale» per gli individui più forti e resistenti delle varie specie viventi, in grado di trasmettere le caratteristiche «vincenti» alle generazioni successive e contribuire così ad un vero e proprio miglioramento della specie. Le specie esistenti non sono state create direttamente da Dio, ma si sono evolute da poche specie primitive. Ma è soprattutto nella spiegazione dell'origine umana dalle scimmie antropomorfe che Darwin entra in rotta di collisione con la Chiesa. Nel Genesi le creature della terra e gli esseri umani sono creati direttamente da Dio nel sesto giorno: come poteva essere accettata la discendenza dell'uomo da una scimmia senza mettere in discussione tutta l'impalcatura teologica del cristianesimo?

 

Il darwinismo conobbe un grande successo, in particolare con la teoria della «selezione naturale», ma fu spesso utilizzato da «cattivi maestri» che se ne servirono per diffondere teorie razziali, sociali, ed etnocentriche, all'interno di disegni totalitari volti ad imporre il diritto del «più forte». I teorici del darwinismo razziale non hanno mai riflettuto fino in fondo su come i marcatori della superiorità di un'etnia non siano naturali, ma geo-culturali. Così come le differenze economiche non si possano spiegare con il ricorso alla teoria del successo dei «più meritevoli», data la disparità di partenza nella distribuzione delle risorse. Anche il darwinismo etnologico, che pensa la storia come una sorta di percorso «ferroviario» intervallato dalle medesime stazioni, è stato presto sconfessato dalla considerazione che i diversi gruppi umani non percorrono lo stesso sviluppo storico e che non esiste un progresso indefinito ed universale applicabile a tutti i gruppi etnici. Anzi, la società occidentale può essere superiore ad un'altra civiltà sotto l'aspetto tecnologico e al contempo inferiore sotto quello etico (in alcuni casi anche sotto quello estetico).

 

Inoltre l'evoluzionismo non era utilizzato soltanto come piattaforma teorica di dottrine razziali o etnocentriche, ma – come nel caso del marxismo – serviva anche ad assicurare il riscatto degli oppressi e la fine dell'oppressione. Accentuando l'aspetto più propriamente «evolutivo» –la storia diretta verso un fine – su quello «selettivo», il marxismo postula che la storia produrrà naturalmente la società egualitaria: si tratta soltanto di riuscire a trovare il modo di accelerare l'evento che si produrrà comunque. In fondo, l'evoluzionismo sembra fondarsi sulla stessa idea giudaico-cristiana che la storia non sia un continuum privo di significato destinato a ritornare nell'insensatezza del tempo circolare, ma sia condotta da un fine superiore verso il riscatto finale degli oppressi (socialismo), verso la salvezza (il ritorno di Cristo o del Messia), verso il dominio totale della natura (il positivismo scientifico).

 

Il novecento con i suoi disastri bellici, e con il crollo delle ideologie, ha smentito queste escatologie ottimistiche. Si è iniziato a pensare, con Shakespeare, che la storia non abbia alcun senso, ma sia soltanto «un racconto narrato da un idiota, pieno di strepito e furore, senza alcun significato».

In questa nuova temperia culturale, alcuni aspetti del darwinismo furono interpretati diversamente, in particolare fu messa in discussione l'idea della selezione naturale come processo orientato al trionfo del «più forte» o «del migliore». Del resto, come spiegare l'estinzione dei dinosauri, i veri padroni della terra fino a 65 milioni di anni fa? Nella lotta evolutiva, non è sufficiente essere i più forti o i membri migliori della propria specie: l'uomo di neanderthal era molto più forte e resistente dell'Homo sapiens sapiens.

 

Nel neodarwinismo l'accento è messo piuttosto sulla casualità dei processi selettivi, veri e propri «goffi tentativi» della selezione naturale di aggiustare le strutture in corso d'opera. Nessun Progettista divino avrebbe mai potuto concepire una simile struttura originaria. Negli anni ottanta del novecento, dall'incontro dell'embriologia e del darwinismo è nata la «nuova sintesi» neodarwiniana. Nel neodarwinismo della «nuova sintesi» confluiscono la genetica molecolare dello sviluppo (in particolare le teorie sull'ereditarietà biologica e sulle mutazioni genetiche di G. Mendel), la citologia, la paleontologia, la botanica, la sistematica, oltre che alla «vecchia» teoria di Darwin. L'asse portante del neodarwinismo è la casualità con cui si producono le mutazioni genetiche: il caso non esclude soltanto la possibilità di un fine estrinseco alla storia, ma anche la possibilità di un Creatore.

 

A partire dagli anni novanta, negli Stati Uniti si è diffusa la teoria dell'Intelligent Design volta a plasmare ed assimilare l'evoluzionismo con la possibilità di un progetto trascendente. Secondo i fautori dell'Intelligent Design, l'evoluzione non avviene in modo casuale, ma risponde ad un progetto intelligente che denota la possibilità di particolari interventi divini nella storia. Ma l'Intelligent Design è soltanto un'elaborazione puramente teorica, senza alcuna base scientifica. Come scrive R. Dawkins (v. nuovo ateismo), l'evoluzione per selezione naturale è un modo economico di generare la vita, che non richiede alcun intervento divino.

In La Creazione, Peter Atkins scrive che un Dio che volesse organizzare la natura in modo da renderla autosufficiente, non dovrebbe fare assolutamente nulla. Concludendo, mi viene in mente l'argomento ironico con cui Nietzsche liquidava la credenza in Dio: «se esistesse veramente un Dio, si sarebbe già manifestato nel corso dei secoli. Quasi due millenni di cristianesimo e nessun segnale!»

000 Antonio

 

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