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Il Bambino Nascosto: Il Bambino nascosto /4.1
Argomento:Psicologia

PsicologiaIl cambiamento
9. La mancanza di concentrazione in adolescenza - Favola numero 9 - La difficoltà a imparare in adolescenza - 10. Non c'è una sola nascita - Favola numero 10 - La difficoltà di nascere

Una delle età della vita che forse fanno registrare più frequentemente la difficoltà di concentrarsi è l'adolescenza.
Ne consegue che la sfera della realtà esterna che facilmente ne risente è la scuola, perché ai ragazzi viene a mancare l'energia mentale necessaria per imparare, cioè per concentrarsi su qualcosa e tenerlo presente nella mente.

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Il Bambino nascosto /4.1

di Alba Marcoli

prodotto per Esonet.it


Favole per capire la psicologia nostra e dei nostri figli

 

Sommario: 9. La mancanza di concentrazione in adolescenza - Favola numero 9 - La difficoltà a imparare in adolescenza - 10. Non c'è una sola nascita - Favola numero 10 - La difficoltà di nascere - 11. La fatica di ogni cambiamento - Favola numero 11 - Cambiamento e malattia nel bambino - 12. Fidarsi o non fidarsi? - Favola numero 12 - Il tradimento della fiducia

 

Capitolo quarto. Il cambiamento

 

9. La mancanza di concentrazione in adolescenza

Una delle età della vita che forse fanno registrare più frequentemente la difficoltà di concentrarsi è l'adolescenza.

Ne consegue che la sfera della realtà esterna che facilmente ne risente è la scuola, perché ai ragazzi viene a mancare l'energia mentale necessaria per imparare, cioè per concentrarsi su qualcosa e tenerlo presente nella mente.

Dice Anna Freud a questo proposito:

In primo luogo, mi ha sempre colpito come fatto sfavorevole che il periodo del tumulto adolescenziale coincida con richieste fondamentali come quelle che si pongono agli adolescenti di rendimento nello studio, di scegliere una professione, di maggiore responsabilità sociale e finanziaria in genere. Molti fallimenti sotto questo riguardo, spesso con tragiche conseguenze, sono dovuti non a un'incapacità dell'individuo in quanto tale, ma semplicemente al fatto che le richieste gli sono poste in un momento della vita in cui tutte le sue energie sono impegnate nella soluzione di altri problemi di fondo, vale d dire quelli che gli sono posti dalla propria crescita e dal proprio sviluppo sessuale.” [1]

È incredibile la gamma di giudizi svalutativi con cui invece noi adulti consideriamo spesso questo aspetto dell'adolescenza, se siamo abituati a emettere giudizi sulla realtà piuttosto che a tentare di capirla.

Dal generico: «Potrebbe fare, ma non vuole» al più drastico: «Non ce la può fare», l'adolescente che affronta questo tipo di crisi e bombardato da giudizi da parte di tutti, genitori, parenti, insegnanti.

La favola che segue ora vorrebbe aiutare gli adulti ad affrontare questo problema cercando di capire, piuttosto che emettendo giudizi.

 

Favola numero 9

Il cucciolo cresciuto troppo in fretta

“È oggi la prima volta

Che le può aprire gli occhi,

L'adolescente.

Esiti, sole?

Con brama schiva la bendi d'affanni.” G. Ungaretti, “Aprile”.

Fra i cuccioli della Scuola dello Spiazzo ce n'era anche uno di nome Gualtiero, soprannominato da un po'di tempo a questa parte «Testa in orbita», perché sembrava vagare in alto, nella stratosfera, con l'aria sempre un po'assente e imbambolata davanti agli altri, soprattutto gli adulti.

Era come se un bel giorno, nel momento in cui stava crescendo e il suo corpo stava cambiando forma e volume, all'improvviso il suo collo si fosse allungato a dismisura e la sua testa fosse salita oltre le nuvole per abitarci stabilmente.

E così gli altri cuccioli, che se n'erano accorti, l'avevano soprannominato «Testa in orbita», e gli adulti della Scuola si sforzavano di capire che cosa gli fosse successo, senza però riuscirci molto.

Fu un giorno in cui le lezioni erano sospese che i suoi insegnanti cominciarono a parlarne tra di loro.

«Se continua così, Gualtiero mi preoccupa» iniziò il primo. «Ogni volta che raccontiamo le storie sembra attento, ma quando gli chiediamo di raccontarle nuovamente fa sempre una gran confusione, mischia l'inizio di una con la metà di un'altra e la fine di un'altra ancora. È come se ascoltasse solo qualche pezzetto qua e là e poi tentasse di metterli insieme a modo suo.»

« È vero» intervenne un altro. «Possibile che non si accorga che non hanno un senso logico se le racconta così? Sembra che per lui sia più importante rispondere a tutti i costi piuttosto che rifletterci un po'. Chissà che cosa vuol dire con questo atteggiamento!»

Fu così che gli insegnanti di Gualtiero decisero di andare a consultare i vecchi saggi, che nel bosco erano quelli che avevano più esperienza di tutti e venivano ascoltati anche dagli adulti, giovani o anziani.

Chi partecipò molto volentieri alla discussione fu lo scoiattolo Blacky che ormai era non solo cresciuto, ma anche invecchiato, e da quando aveva cominciato a far parte dei saggi si era ripromesso di ricordarsi sempre della sua esperienza di cucciolo, per evitare che un altro soffrisse come era successo a lui.

«Non perché la sofferenza si possa cancellare,» aveva spiegato una volta agli inizi «perché fa anch'essa parte della vita come le giornate di sole e quelle di pioggia, ma semplicemente perché se un cucciolo impiega tutta la sua energia e la sua intelligenza per combattere la sofferenza dentro di sé non gliene resta più per imparare le cose che gli sono necessarie per crescere.»

E da allora il vecchio scoiattolo era sempre stato l'anziano che gli adulti giovani e meno giovani andavano a consultare ogni volta che un cucciolo non usava l'energia della sua testa per imparare le cose che gli erano necessarie.

«Vediamo un po'qual è il problema di Gualtiero» cominciò lui anche stavolta. «È una cosa che gli succede sempre per cui non impara mai, oppure gli capita anche di imparare delle cose?»

«No, no, ci sono delle cose che anche Gualtiero ha imparato e sa fare bene, anzi molto bene, come correre, saltare, andare a scovare le erbe preziose sotto i cespugli e giocare con gli altri. Sono tutte cose importanti per lui. È solo quando deve usare la sua testa che cade in crisi.»

«Ma anche per imparare queste cose si deve usare la testa!» rifletté pensieroso lo scoiattolo. «Quindi questo vuol dire che ci sono delle cose per le quali Gualtiero usa l'energia della sua testa per imparare delle altre per cui non la usa proprio per niente.

Ma, ditemi, è una cosa recente questa che gli succede oppure gli è sempre successa?»

«Io direi che sia una cosa abbastanza recente,» rispose un adulto che si era occupato di lui appena era arrivato alla scuola «perché quando era piccolo gli succedeva raramente, solo qualche volta che era particolarmente emozionato.»

«Allora, forse c'è stato qualcosa nella sua vita che è recentemente cambiato e che lo emoziona molto. Che cosa può essere?»

«Non so» rispose sempre lo stesso adulto «però io, che non lo vedevo più da quando ha lasciato il gruppo dei piccolissimi, mi sono accorto che è così cambiato in questi ultimi tempi che non l'avrei nemmeno riconosciuto.» «Cambiato come?» chiese lo scoiattolo.

«Innanzitutto nel suo aspetto, perché ha un corpo molto più grande e diverso da prima, e poi nel carattere, perché è diventato insicuro e un po'ombroso, mentre prima era un cucciolo molto più allegro.»

«Ombroso in che senso?» domandò ancora il vecchio, pazientemente, perché capire non è semplice.

«Nel senso che pensa sempre di essere trattato male dagli altri, oppure che non gli diamo abbastanza importanza e siamo ingiusti con lui. E allora diventa indisponente nei nostri confronti, oppure imbambolato come se non volesse capire. E alla fine succede veramente che gli altri lo trattino male, a volte anche senza volerlo, persino i suoi compagni» risposero alcuni degli insegnanti.

«Però, a dire la verità,» soggiunse un altro «forse non è tutta colpa sua, perché anche i suoi genitori pensano che noi ce l'abbiamo con lui e che lo trattiamo male mentre trattiamo meglio i suoi compagni!»

«Questa è una cosa che succede molto frequentemente» spiegò con pazienza lo scoiattolo «perché se un genitore vede il proprio figlio in difficoltà si identifica con lui e vuole sostenerlo. Allora è facile che si ricordi lui stesso delle difficoltà che ha incontrato da piccolo. E così si schiera con lui, in parte per sostenerlo come ogni buon genitore, e in parte, senza rendersene conto, per difendere la parte piccola e fragile che è rimasta dentro di lui da quando era cucciolo e che si risveglia nel momento in cui vede suo figlio affrontare le stesse difficoltà che anche lui ha incontrato sul suo cammino. E può darsi che per proteggerlo cerchi di spostare in avanti le prove, per paura che non sia ancora in grado di superarle.»

«Ma siamo sicuri che sia possibile spostare le prove in avanti?» osservò uno.

«Il problema» rispose un altro «non è quello di spostare le prove della vita in avanti, ma di imparare a superarle al momento giusto.

Solo che per un genitore è difficile rendersi conto quando è il momento giusto.»

«Ma forse non tocca al genitore sapere se è il momento giusto», ribatté il vecchio scoiattolo «forse è il figlio che deve imparare a riconoscere se è pronto o meno a superare una prova. Ma anche ammesso che i genitori di Gualtiero lo proteggano troppo e quindi non si accorgano che questo lo fa restare insicuro, ci deve essere anche qualche altra causa nel suo atteggiamento, perché le cose non sono mai così semplici. Per esempio, vi viene in mente qualcosa che sia recentemente cambiato in lui?»

«Una cosa nuova potrebbe anche essere il suo cambiamento fisico» disse ancora il vecchio insegnante. «Io ho notato che succede spesso ai cuccioli di avere delle crisi quando il loro corpo cambia e diventa adulto, mentre in realtà sono ancora piccoli.

È come se loro non si riconoscessero ancora così cambiati. Anzi, a volte diventano persino goffi, non sanno più mettere insieme i movimenti delle zampe e sembrano anche scoordinati!»

«Questo non succede a Gualtiero, perché lui è ben coordinato, altrimenti non riuscirebbe così bene nei giochi che gli piacciono, però è vero che non sembra essere a suo agio con un corpo così cresciuto.»

«Allora un altro problema» osservò pensieroso lo scoiattolo «può essere che in questo momento il corpo di Gualtiero sia più avanti della sua mente nel cammino della crescita, per cui bisogna aiutarlo a metterli insieme.»

«Già, ma come?» ribatté dubbioso il pessimista a tutti i costi.

«Se lui non ha ancora conquistato la sicurezza nel suo nuovo corpo, sarà probabilmente incerto anche nei confronti delle cose nuove che deve imparare, perché il nostro corpo è la prima sicurezza che abbiamo.

Quindi si tratta di cominciare a essere sicuri del proprio corpo e per fare questo Gualtiero deve avere il tempo di abituarcisi, finché gli diventi familiare come la era prima.»

«Questo potrebbe essere vero, perché non è mai sicuro di niente. Anche quando risponde alle domande a scuola, prova prima con una risposta, poi con un'altra, poi con un'altra ancora, senza rifletterci.

È come se non riuscisse a tener dentro le cose, le butta fuori tutte insieme come se fossero cattive.»

«E quali sono le cose buone che si possono tenere dentro?» «Beh, questo lo dovrete scoprire voi.

Ognuno di noi ha delle cose buone da tenersi dentro che gli fanno compagnia nella vita.»

«Sapete che cosa possiamo fare?» disse allora il più anziano tra i vecchi saggi che, essendo ormai il più vecchio di tutti, era anche quello più vicino ai cuccioli nel guardare le cose.

«Potremmo fare un'inchiesta fra tutti gli animali del bosco per scoprire le cose buone che accompagnano ciascuno di noi nel nostro cammino. Così forse potremo aiutare Gualtiero a riconoscere e a tenere dentro anche le sue cose buone che gli facciano compagnia.»

E fu così che ai margini della Scuola dello Spiazzo venne depositato un enorme cesto e fuori furono lasciate pile e pile di foglie secche su cui scrivere e una piccola montagna di pezzetti di carbone da usare. E un grande cartello diceva: «Mettete qui una foglia scritta con una cosa buona che vi fa compagnia dentro».

Quando gli animali del bosco passavano di lì, ognuno di loro si fermava a scrivere, tanto che dopo qualche giorno furono necessari altri due cesti e altre foglie e altro carbone.

E dopo una settimana i saggi della Scuola svuotarono i tre cesti e dovettero lavorare per sette giorni per mettere in ordine tutte le risposte.

Poi prepararono sette grandi cartelli e vi scrissero sopra quelle che li avevano colpiti di più e li appesero ognuno a una quercia. Ce n'erano proprio di tutti i tipi, come ad esempio:

«Il tepore della mia tana» «Il sole che sorge» «La pioggia che fa crescere l'erba» «Le risate che faccio con i miei amici» «I salti sull'erba» «Le storie che mi raccontava mio nonno» «Il giorno che ho visto nascere un cucciolo» «Il giorno che ho imparato a saltare» «Quando ho fatto la pace con i miei fratelli» «Le cure della mia mamma e del mio papà quand'ero piccolo» «Quando ho imparato a leggere le storie del mare» «Il primo viaggio che ho fatto da solo» «Lo stare al sole su una pietra calda» «Quando sono guarito da una brutta malattia» «Quando ho imparato a camminare» «Quando ho imparato a parlare» «Quando ho imparato a scrivere i pensieri che ho nella mente» «Il piacere di voler bene a qualcuno» «Il piacere che gli altri ci vogliano bene» «Il piacere di avere un nuovo giorno davanti a me» «Il profumo del vento» «Lo scorrere del fiume» «La neve che cade sul bosco» «Il vedere le stelle che si muovono nel cielo di notte» «Il ritrovare le stesse stelle la notte seguente» «I disegni delle nuvole nel cielo» «La prima volta che ho mangiato da sola» «Il primo cucciolo che mi ha fatto battere il cuore» «Il primo tuffo nel fiume» «Il tepore del latte che bevevo» «La mia prima festa» «Il primo gioco in compagnia» «Il piacere di stare con gli altri» «Tutte le cose che so fare» «Le storie del bosco» «I giochi dello Spiazzo» «Le parole di Gufo Millenario» e, in fondo al settimo cartellone, c'era anche quello che aveva scritto Gualtiero, ed erano tre cose:

«1 - Il giorno che ho superato la paura di crescere;

«2 - Le persone che mi vogliono bene e quelle a cui voglio bene;

«3 - Il piacere di essere vivo, di camminare, di pensare, di vedere, di sentire e di respirare il profumo del vento» [2]

Fu così che gli insegnanti del cucciolo decisero che non era più il caso di preoccuparsi per lui.

Se il problema era quello di tenere dentro delle cose buone, anche Gualtiero aveva ormai trovato le sue.

E queste cose, sicuramente, prima o poi, avrebbero germogliato come fanno da sempre i semi dell'erba, che spunta puntuale ogni primavera anche sui terreni più difficili, fra le rocce e persino fra le tegole dei tetti sulle case degli uomini.

 

Qualche riflessione sulla favola: La difficoltà a imparare in adolescenza

“Io credo che il problema non siano gli esami e la scuola. Il fatto è che io... è come... come se non avessi voglia di crescere!” un adolescente di 16 anni.

Anche il tema di questa favola riprende quello della prima in una situazione però diversa, cioè nell'adolescenza.

Credo sia esperienza comune alla maggior parte degli insegnanti che lavorano con adolescenti quella di ritrovarsi spesso in classe alcuni ragazzi che sembrano sempre assenti e che rifiutano di usare la testa per ragionare, tanto che a volte questo li fa sembrare persino poco dotati sul piano intellettuale, cosa che spesso non è affatto vera.

Per un insegnante si tratta in genere di casi difficili perché non ha né gli strumenti per interrogarsi correttamente su queste manifestazioni, né, spesso, quelli per intervenire.

L'aiuto che però si può dare in questi casi è quello di rendersi conto che sotto l'aria assente, “menefreghista” o imbambolata sta una reale e misconosciuta sofferenza psicologica, per cui rinforzare i meccanismi svalutativi che il ragazzo mette già in atto per conto proprio sarebbe un intervento di tipo distruttivo sul piano della personalità.

Questo non significa abdicare al ruolo di insegnanti; si può essere anche molto duri ed esigenti ma rispettare profondamente un ragazzo, così come si può essere permissivi e antiautoritari senza rispettarlo.

Credo che il rispetto dell'altro sia il cardine fondamentale intorno a cui deve ruotare tutta la relazione insegnante-studente in qualsiasi momento, ma le due età che ne hanno bisogno in modo particolare sono l'infanzia e l'adolescenza, cioè tutta l'età evolutiva.

È questa infatti la fase della vita in cui facciamo lo sforzo di trovare noi stessi come individui che hanno il diritto di esistere in quanto separati e autonomi, e che come tali hanno bisogno di sentirsi riconosciuti e rispettati.

Se un insegnante non ha molti strumenti per intervenire a sbloccare questo meccanismo, ne ha però moltissimi sul piano relazionale per evitare di rinforzarlo intervenendo in modo svalutativo e distruttivo nei confronti di una personalità in evoluzione.

Credo che il ruolo dell'insegnante oggi sia particolarmente importante perché spesso la famiglia delega alla scuola molti interventi di tipo educativo.

Bisogna avere un particolare equilibrio personale e un grande amore per i giovani per evitare che la dimensione svalutativa che spesso circonda oggi questa professione non venga involontariamente introdotta nel rapporto insegnante-studente, e tuttavia sono moltissime le persone che ci riescono.

È pur vero che ci sono dei casi in cui si innesca invece un gioco tra bambino o adolescente in crisi e adulto disturbato, e questo è un problema aperto perché si tratta di una relazione che può essere molto dannosa.

Tuttavia, nella mia ormai lunga esperienza professionale, devo dire che una grande parte degli insegnanti che ho conosciuto fa un lavoro difficile, duro, poco riconosciuto socialmente ed economicamente, ma di enorme valore e utilità collettiva.

Se solo pensassimo che tutte le generazioni che tramanderanno la nostra specie nel nostro mondo occidentale passano dalla scuola, ci potremmo rendere conto di quanto essa sia importante, non tanto come contenuti quanto come spazio di esperienze relazionali e cognitive. a scuola che si impara a stare con gli altri e ad appartenere al gruppo allargato ed è qui che si riceve la conferma di valore o di non-valore come individui prima ancora dell'acquisizione dei contenuti scolastici.

Nella difficoltà a imparare di questa favola c'è la situazione depressiva che tanti ragazzi attraversano nel passaggio dall'infanzia all'età adulta.

La difficoltà o l'impossibilità di concentrazione ne sono il sintomo maggiore, spesso espresso dall'aria perennemente assente del ragazzo che evidentemente sta utilizzando tutta la sua energia psichica per altre funzioni.

La quantità di energia che ognuno di noi ha infatti a disposizione dentro di sé non è inesauribile e noi la suddividiamo senza accorgercene in una parte destinata alle nostre molteplici attività quotidiane mentre un'altra è destinata a garantire il nostro buon funzionamento mentale attraverso il controllo delle nostre ansie a livello profondo.

Nel momento in cui, per un qualsiasi motivo, queste ultime aumentano, è come se la parte loro destinata si comportasse come una grossa spugna che assorbe anche l'energia destinata alle altre attività, che se ne troveranno così prive.

L'esempio migliore può forse venire dai periodi depressivi o dalle crisi durante le quali non solo non ci si sente l'energia per fare le solite cose della routine quotidiana, ma a volte nemmeno quella di alzarci dal letto la mattina.

Ora, la mancanza di concentrazione e l'aria assente così spesso presenti nell'adolescente vogliono frequentemente dire che quel ragazzo sta utilizzando le sue energie a livello profondo per tutte le tempeste emotive che questo cambiamento gli scatena, per cui gliene restano ben poche per imparare.

Dice Kreisler a questo proposito:

“... Una tale atonia depressiva può essere osservata a tutte le età, dal lattante all'adolescente. [...] La sua espressione è tutta negativa: inibizione, inerzia, indifferenza senza angoscia, senza disperazione, né tristezza. [3]

Aggiunge Senise:

“L'evoluzione dell'adolescente verso la maturità è caratterizzata da processi mentali, tra loro correlati, di individuazione del Sé e di separazione. [...]

I processi di individuazione (da intendersi quale riflessione che ognuno di noi fa su se stesso per riconoscersi e capirsi) vengono messi a dura prova. [...]

Tra le manifestazioni più o meno collegate ad attività difensive contro l'uso dei processi di individuazione, indicherei tutte quelle in cui l'adolescente ci si presenta come dimentico di sé, o come annullato in rapporti con uno o più oggetti i cui confini non sono più avvertiti come distinti dai confini dell'immagine del sé: stati di ebetudine o di stupidità, stati sognanti, di stupore attonito, di distacco e di inerzia, di assenza e indifferenza; immergersi nella musica, perdersi in un libro, identificarsi fusionalmente e passivamente con un gruppo, un amico, un personaggio reale o immaginario; vagabondare trasognato senza meta, “stravolgersi” con l'alcool o con la droga.” [4]

Se c'è un'età di profondi e radicali cambiamenti che rivoluzionano la vita, infatti, questa è proprio l'adolescenza: il ragazzo sperimenta la perdita della sua continuità psichica su tutti i piani, perché si ritrova addirittura con un corpo, che è la sua maggiore certezza, così cambiato da far fatica a riconoscerlo.

Nel caso poi abbia, come sua storia personale e familiare, una particolare difficoltà ad accettare i cambiamenti e l'incertezza del nuovo, questo diventa il periodo di maggior crisi perché i cambiamenti toccano tutto il suo mondo, a partire da quello fisico: cuore (raddoppia in peso e dimensioni), polmoni, maturazione sessuale, peso, relazione con se stesso e gli altri, eccetera.

Il senso di solitudine, di autosvalutazione, di non normalità, la voglia di restare bambino, il senso di colpa per le pulsioni sessuali, la lotta contro la paura di perdita dell'autocontrollo, la sensazione dell'aver trasgredito sono tutte manifestazioni che la letteratura sull'adolescenza conosce bene. [5]

Altrettanto frequenti sono le paure che riguardano il proprio corpo, la sensazione di essere brutti o che lo sia soprattutto una certa parte del corpo, quasi fosse deforme.

Noi adulti spesso sorridiamo delle «fisime» degli adolescenti che si lamentano della loro immagine, ma loro no. Possono anche essere bellissimi ai nostri occhi, ma loro si troveranno facilmente almeno una parte che riterranno inaccettabile.

Questa tempesta di cambiamenti adolescenziali non è a senso unico, come è già stato accennato nella favola del salmoncino, perché, a sua volta, anche il genitore dovrà affrontare tutta una serie di cambiamenti: il passaggio da un ruolo a un altro (da chi protegge a chi è pari), il confrontarsi con atteggiamenti svalutanti o oppositivi esasperati (sono questi quelli che il ragazzo usa per differenziarsi) il rendersi conto di iniziare a vivere una differente età nella propria vita, con lo scorrere del tempo e i problemi che questo comporta...

È questo quindi un periodo di grande fatica non solo per i ragazzi che crescono, ma anche per gli adulti che se ne occupano.

È tanto più importante allora che i genitori non si lascino coinvolgere eccessivamente dall'andamento scolastico del proprio figlio perché questo può peggiorare la situazione, ritorcendosi contro di loro e il ragazzo per l'alta dose d'ansia che metterà in gioco.

Dice Ginott a questo proposito:

“Molti figli capaci non fanno i compiti oppure vanno male a scuola come una ribellione inconscia verso l'ambizione dei genitori.

Per crescere e maturare ogni bambino deve acquistare un senso di individualità e separatezza da suo padre e sua madre.

Quando i genitori sono troppo coinvolti emotivamente nel rendimento scolastico del figlio, quest'ultimo sperimenta una interferenza nella sua autonomia.

Se i compiti e i voti diventano diamanti nella corona dei genitori, il figlio può inconsciamente preferire portare a casa una corona di rovi che almeno è la sua.

Col non ottenere lo scopo dei genitori il giovane ribelle acquista un senso di indipendenza.

Così il bisogno di essere un individuo autonomo può spingere un figlio al fallimento nonostante le pressioni e le punizioni dei genitori.

Come ha detto un bambino: «Possono portarmi via la T.V. e la mancia, ma non mi possono portare via i miei brutti voti!».

È evidente che la resistenza allo studio non è un problema semplice che può essere risolto col diventare severi o permissivi con i figli.

Un aumento di severità può aumentare la resistenza di un figlio mentre un atteggiamento permissivo può trasferirgli l'accettazione della immaturità e irresponsabilità.

La soluzione non è né facile né veloce.

Alcuni bambini possono aver bisogno di una psicoterapia per risolvere la loro lotta con i genitori e per trovare soddisfazione nel riuscire, invece che nel fallire.

Altri possono essere seguiti da una persona con una formazione psicologica: è importante che non sia il genitore a seguire il figlio...

Quando il figlio si sente autorizzato a sperimentarsi come un individuo con bisogni e obiettivi propri, comincia ad assumersi la responsabilità della sua stessa vita e delle sue prove.” [6]

«Quali sono le conquiste che state facendo in questo periodo della vita?» è stato chiesto una volta in una classe di quindicenni.

«La formazione della personalità, il poter discutere con gli altri, l'apertura a tutte le vedute, il dipendere da noi stessi, la maggior fiducia che genitori e insegnanti ci danno, la sicurezza che non viene più solo da fuori, ma comincia a venire anche da dentro, la possibilità maggiore di poter esporre le nostre idee e di essere ascoltati, il cominciare a sentirci trattati più da adulti che da bambini»

(«Un adulto che tratta un ragazzo come un bambino che non capisce le cose, gli ficca in testa che è un bambino» ha detto un ragazzo) sono state le risposte più frequenti.

«E quali sono le difficoltà, secondo voi?» è stato chiesto in seguito.

«Il fatto che molti genitori tendono a proteggere i propri figli dal mondo esterno» ha osservato uno confermato da molti altri; «mia madre ad esempio non voleva che andassi allo stadio perché aveva sempre paura che mi potesse succedere qualcosa. Io invece mi sono conquistato il diritto di andarci; se non ci danno la possibilità di affrontare un problema, come facciamo a imparare a superarlo?»

« È vero» ha ribattuto un altro, «a volte i genitori rimandano a dopo, ma allora può essere troppo tardi. Certe esperienze vanno fatte a una certa età, non più tardi.»

«Però deve essere difficile per i genitori;» è intervenuto un terzo «anche loro capiscono che passa il tempo e inconsciamente forse fanno le cose un po'per proteggere il figlio e un po'come per non far passare il tempo, per prorogare la loro crescita.

È come se volessero togliere tutti gli ostacoli che ci si parano davanti per agevolarci il cammino!» (onnipotenza giovanile: papà e mamma non possono certo togliere di mezzo tutti gli ostacoli della vita...).

«I genitori a volte fanno fatica a capire quando il figlio è pronto a compiere un passo avanti nella propria vita!» ha osservato un altro ancora.

«Invece, secondo me, è un bene che i genitori a volte non capiscano quando il figlio è pronto a fare un passo avanti. Siamo noi che dobbiamo capirlo, non è che ci possa essere sempre la manina santa dal genitore!» è stata un'altra risposta.

«E voi, come fate a capire quando siete pronti?» è intervenuta allora l'insegnante.

«Ma Prof, è “questa” l'adolescenza! Se già lo sapessimo, non saremmo più adolescenti!»

In questa tempesta, la funzione che gli adulti esterni alla famiglia, gli insegnanti per primi, hanno di confermare o disconfermare un ragazzo, è enorme e maggiore di quella dei genitori da cui lui sta facendo la fatica di staccarsi.

Ogni insegnante che lavora con adolescenti dovrebbe tenerlo presente, prima di fare un intervento distruttivo nei confronti della loro personalità.

Questo non significa rinunciare a valutare; si può anche bocciare uno studente senza distruggerlo, svalutandolo globalmente come persona.

Quello che gli deve essere reso chiaro è che “è in quella competenza specifica” richiesta dalla scuola che è carente, non che lui è una persona che non vale.

Credo che per chiunque, anche per noi adulti, ma per bambini e adolescenti in particolare, sia molto più accettabile ricevere il messaggio: «Questo che tu fai è sbagliato, non va bene, eccetera», piuttosto che quello globale: «Tu non vai bene, sei uno che fa le cose sbagliate, eccetera».

Val la pena di ricordare ciò che dice la Dolto su questo tema:

“Egli (l'adolescente) è anche molto vulnerabile ai commenti spregiativi di quegli adulti che svolgono attività didattiche per i giovani.

Durante questo mutamento egli rivive la fragilità del bambino appena nato, è estremamente sensibile agli sguardi che riceve e ai discorsi che lo riguardano. [...] Il ragazzo non è in grado di fare distinzioni, si sente criticato, pensa che quelle critiche siano vere e ciò può compromettere, per tutta la vita, il suo rapporto con la società.

Il ruolo delle persone che non appartengono alla famiglia e che conoscono un adolescente, che hanno a che fare con lui a scuola o nella vita sociale, per qualche mese è molto importante.”  [7]

 

10. Non c'è una sola nascita

La nascita psicologica di un bambino non coincide con la sua nascita biologica ed è una cosa molto più complicata e difficile da definirsi e da spiegare.

È qualcosa che avviene poco a poco, agli inizi fra due e poi tra tre persone: il bambino, la mamma e il papà.

Sono le risposte che il bambino ottiene giorno dopo giorno dall'ambiente che lo circonda quelle che si depositeranno dentro di lui e lo aiuteranno a trovare delle risposte alla domanda: «Chi sono io?».

È il sorriso che la mamma gli fa quando lo guarda che gli insegnerà a rispondere col sorriso, le parole che gli dirà quelle che gli insegneranno a usare la parola e così via.

Ecco perché la nascita psicologica del bambino avviene prima nello spazio mentale della mamma e poi nel suo.

Così come imparerà proprio la lingua che sente parlare intorno a lui e non un'altra, nello stesso modo il bambino imparerà probabilmente a funzionare mentalmente dall'esempio di funzionamento mentale che gli viene offerto.

Da una famiglia in cui non si parla di certi argomenti un bambino facilmente imparerà che di quegli argomenti non si parla, in una in cui non si ascolta imparerà a non ascoltare, in una in cui si negano le evidenze imparerà a negarle e così di seguito.

Anche il modo di affrontare la separazione si impara in una relazione.

Se la relazione è di tipo simbiotico il bambino apprenderà un modello simbiotico, pur con modalità e differenze individuali per ogni singolo bambino, anche all'interno della stessa famiglia.

Ecco perché è così importante lavorare sulla relazione fra il bambino e l'ambiente che lo circonda.

È proprio in questa relazione che avviene la sua nascita psicologica, che naturalmente utilizzerà tutto il patrimonio genetico e individuale di ogni singolo bambino, facendone un individuo unico.

La favola che segue ora vuole essere un esempio del percorso che i genitori possono fare per aiutare un bambino in un momento di difficoltà evolutiva.

 

Favola numero 10

L'uovo di ferro e il martello d'oro

“...Lo prendo per mano il mio vecchio padre e ci mettiamo a correre.” C. Viviani, “Preghiera del nome”.

Anche nel Bosco delle Sette Querce, per quanto strano possa sembrare, c'erano le famiglie dei pulcini.

L'unica differenza con quelli domestici allevati dagli uomini laggiù, lontano, oltre il confine del bosco, consisteva nel fatto che anche loro, come tutti gli altri animali di quel mondo, erano selvatici e senza padroni, come succedeva, sembrava, agli animali che stavano con gli uomini e le loro famiglie.

Si sapeva intatti che una volta un merlo avventuroso era arrivato fino al paese degli uomini e là aveva scoperto, con sua grande meraviglia, che di solito gli animali avevano sempre un padrone, con l'unica eccezione di quelli indesiderati, come ad esempio i topi e gli scarafaggi che per convivere con gli uomini dovevano sempre nascondersi.

E non vi sto a dire quanto tempo ci mise il merlo a spiegare agli abitanti del bosco che cosa è un padrone, anche perché lui stesso aveva fatto molta fatica a capirlo e non era poi tanto sicuro d'aver capito proprio bene.

Comunque, per tornare alla nostra storia, una primavera imprecisata, come per tutte le primavere del bosco, successe anche lì una cosa un po'strana.

Nella covata di mamma Chioccia, come al solito, tutte le uova si preparavano a schiudersi e c'era un gran trambusto nella famiglia, finché poco a poco si cominciarono a vedere prima un becco, poi un altro, poi un altro ancora che uscivano dal guscio.

Ed ecco che ben presto la paglia si ricoprì tutta di batuffoli gialli e bianchi che ruzzolavano qua e là, e mamma Chioccia aveva il suo bel daffare a rincorrere tutti.

Quando finalmente riuscì a riportare un po'd'ordine, si mise pazientemente a contare i pulcini e fu così che si accorse che ne mancava uno. Agli inizi pensò di essersi sbagliata e si mise a contare di nuovo con maggior cura, ma quando ebbe finito si rese davvero conto, stupita, che ce n'era proprio uno in meno.

Cominciò a cercare attentamente in giro per vedere che cosa fosse capitato ed ecco che, sotto un cumulo di paglia immobile, scoprì l'uovo mancante, tutto intero come prima della covata.

Era proprio il più bello di tutti, quello da cui sarebbe dovuto nascere uno splendido pulcino, e mamma Chioccia si mise ancora a covarlo pensando che avesse bisogno di un altro po'di calore.

Invece, più i giorni passavano e meno l'uovo accennava a dischiudersi. “Chissà che cosa è successo!” pensava preoccupata mamma Chioccia. Si consultò con il papà e decisero insieme di portare l'uovo dal vecchio Sapiens, che, fra le tante cose, conosceva anche il linguaggio per parlare con le uova del bosco.

Ed ecco che la mattina seguente caricarono l'uovo e la paglia in un cestino di rami e, con il loro prezioso fardello, giunsero all'abitazione del vecchio.

Anche stavolta lui era in meditazione nella radura per salutare il sole nascente e per scrivere sul suo librone e nessuno osava disturbarlo.

Quando finalmente ebbe finito, tornò lentamente verso casa e incontrò papà Gallo e mamma Chioccia che gli raccontarono la storia dell'uovo un po'originale.

«Si vede che questo è proprio un pulcino speciale!» disse il vecchio e andò a prendere un piccolo sasso che aveva raccolto tante stagioni prima sul letto del fiume durante l'estate, quando l'acqua si riposava.

Si avvicinò con cura all'uovo e col sasso gli diede alcuni colpetti ritmici e leggeri, come se volesse dire qualcosa. Papà e mamma guardavano incuriositi.

Dopo un po', da dentro l'uovo, si sentirono alcuni colpi di risposta, anche loro ritmici e leggeri, ma un po'deboli. Il vecchio aspettò un attimo e poi riprese a battere sull'uovo, e questa volta la frase doveva essere molto lunga, perché i colpi furono tanti.

Si sentì di nuovo il silenzio, e poi da dentro all'uovo arrivò una lunga serie di piccoli colpi, leggeri, ma un po'meno deboli. E così la conversazione tra Sapiens e il pulcino andò avanti per un po', finché ci fu un silenzio più lungo degli altri e il vecchio si mise a meditare.

«Dunque,» disse infine a papà e mamma che aspettavano in ansia «lui dice che sta benissimo, che è proprio sano e che gli piacerebbe tanto uscire dal guscio, ma non può.»

«Perché?» chiesero stupefatti papà e mamma.

«Perché questo uovo, così bello fuori, dentro è di ferro e lui non riesce a spaccarlo per uscire. Anzi, ci ha già provato tante volte, ma si è anche spuntato il becco perché il ferro è troppo duro per un pulcino che sta per nascere.» «Ma come si può fare ad aiutarlo? Neanche noi siamo capaci di rompere un uovo di ferro!» dissero i due, tristi e sconsolati.

«Un rimedio c'è,» soggiunse allora il vecchio «me l'ha detto proprio lui, da dentro l'uovo.

Dice che ha sognato che nel bosco c'è un suo amico che si chiama Maurizio, che è un pulcino grande che ha scoperto sotto terra un martello d'oro. Quella è l'unica cosa che può spaccare uovo di ferro, e allora bisogna proprio che voi lo cerchiate. Nel frattempo lasciate qui a me l'uovo e io avrò cura di lui.»

E fu così che papà Gallo e mamma Chioccia cominciarono ad andare in giro per il bosco alla ricerca del pulcino Maurizio, ma per quanto lo cercassero, sembrava proprio che nessuno lo conoscesse. Eppure il vecchio era stato molto preciso nel parlare e sicuramente non sbagliava.

«Può darsi che abbia sbagliato il pulcino dentro all'uovo,» disse mestamente il papà «d'altra parte è solo in sogno che ha visto Maurizio e il martello d'oro.»

«Ma se lui l'ha sognato, Maurizio deve proprio esistere, altrimenti non sarebbe neanche comparso nei suoi sogni!» rispose convinta mamma Chioccia continuando la ricerca.

E così, di cespuglio in cespuglio e di spiazzo in spiazzo, papà e mamma arrivarono all'altro angolo del bosco, quello verso Nord. E lì, mentre si riposavano sotto un albero, sentirono una splendida musica che arrivava da dietro una roccia. Sembravano tanti rintocchi, come se qualcuno li suonasse facendo vibrare un metallo prezioso che trasmetteva le note trasportandole sul vento. Fecero allora il giro della roccia, ma non scoprirono proprio niente; anzi, la musica cessò.

Sembrava che non ci fosse nessuno da quelle parti. Si sedettero nuovamente, un poco rattristati, quando all'improvviso la musica ricominciò. Era proprio il tintinnio di un metallo prezioso, una cosa molto rara e difficile da sentirsi, ma da dove provenisse era impossibile scoprirlo. Sembrava nascere e morire nell'aria senza l'aiuto di nessuno, così, da solo

. Papà e mamma erano sempre più perplessi e non sapevano che cosa fare, ma mamma Chioccia ebbe lo strano presentimento che quella musica li avrebbe aiutati a trovare Maurizio e decise di continuare ad ascoltarla. Passarono ben tre giorni e tre notti sotto la roccia ad ascoltare la musica e si accorsero che c'erano sempre tre note uguali che venivano ripetute in ogni canzone e che erano il motivo conduttore.

Quando, dopo tre giorni, la musica cessò, mamma Chioccia andò proprio sotto alla roccia e si mise a cantare lo stesso ritornello della canzone con le tre note uguali, poi aspettò. Dopo un po'di tempo le rispose la musica con il ritornello e alla fine nella roccia si spalancò una caverna che prima era chiusa da un masso.

La musica proveniva proprio da lì. Papà e mamma entrarono un po'intimiditi e là, finalmente, posato su una roccia di cristalli che sembrava uno strumento musicale, ecco il martello d'oro che loro cercavano. Accanto c'era un pulcino grande che rideva divertito.

«Ce ne avete messo del tempo per trovarmi!» disse infine.

«Tu sei Maurizio?» gli chiese intimidita e trepidante mamma Chioccia.

«Certo, non lo sapevi? Per tre giorni ho dovuto suonare la musica col martello d'oro, prima che voi imparaste il segreto per entrare nella caverna!»

«Ma allora tu sai anche perché noi siamo qui?» gli chiese il papà stupito.

«Sicuramente, me l'aveva detto in sogno il pulcino dell'uovo di ferro che è mio amico.

Ora portatemi da lui, perché è stanco di stare dentro al guscio e solo il mio martello lo può aiutare.»

E fu così che papà Gallo, mamma Chioccia e Maurizio dal martello d'oro attraversarono tutto il bosco.

Ci vollero parecchi giorni prima di arrivare a casa del vecchio Sapiens dove li aspettava il pulcino dentro all'uovo di ferro. Quando finalmente furono arrivati, misero tutti insieme l'uovo al centro dello spiazzo, in mezzo a tanta paglia, e Maurizio cominciò a cantare la canzone del martello d'oro.

A quel punto lo seguirono tutti: mamma Chioccia, papà Gallo, Sapiens e il loro canto richiamò verso lo spiazzo gli animali vicini e tutti lo impararono e si unirono agli altri.

Intanto il sole saliva, saliva in alto nel cielo e quando fu proprio sopra lo spiazzo lanciò un raggio proprio sopra il martello d'oro e tutti seppero che era arrivato il momento tanto atteso.

Il canto si fermò, Maurizio impugnò il suo martello illuminato dal sole e, con un colpo secco, ruppe il guscio di ferro in due parti.

Improvvisamente sbucò fuori un bellissimo pulcino che cominciò a ruzzolare e a fare le capriole in mezzo alla paglia. Poi si fermò e disse, respirando a pieni polmoni: «Come sono contento di essere uscito dal guscio di ferro! E com'è buona l'aria che entra ed esce dentro di me! Ma che cosa è quel disco grande che sta lassù e che illumina il martello d'oro? E che cosa sono tutte queste cose nuove e questi animali e questo posto? Io non pensavo che il bosco fosse così pieno! È proprio molto più divertente e popolato dell'interno del mio guscio!».

Gli abitanti del bosco guardavano incuriositi e commossi.

Si ripeteva ancora una volta la scena in cui un piccolo cominciava a scoprire il mondo.

E anche stavolta, come sempre, a ognuno di loro sembrava che il bosco diventasse più bello e più ricco perché anche loro riscoprivano attraverso di lui l'incanto con cui si vedono le cose la prima volta.

E fu così che il pulcino Federico abbandonò il suo guscio di ferro e andò in giro a scoprire il mondo col suo amico Maurizio dal martello d'oro.

E fu pure così che nel bosco tutti impararono che ogni volta che un uovo non si schiudeva era possibile che dentro ci fosse un pulcino che voleva uscire, ma che non poteva farlo perché il guscio era di ferro.

E allora bisognava partire alla ricerca del martello d'oro e del suo canto perché anche questo nuovo pulcino potesse uscire e partire alla scoperta della vita del bosco, come era sempre avvenuto ogni anno, a primavera.

 

Qualche riflessione sulla favola: La difficoltà di nascere

“«Mamma, la sai una cosa? Io volevo proprio nascere, perché volevo proprio una mamma come te!» «Anche la mamma ti ha aspettato tanto, sai Cristina!» “Cristina, 4 anni, alla mamma,

Il tema di questa favola mi è stato suggerito dal disegno di un bambino asmatico la cui madre partecipava a un gruppo.

Quella mattina il piccolo non aveva scuola e la madre l'aveva portato con sé; mentre aspettava aveva avuto a disposizione dei fogli e dei pennarelli per disegnare, cosa che lui amava moltissimo e che faceva con passione.

Alla fine, fra i vari disegni che ha fatto, uno ha colpito la mia attenzione in modo particolare. Era il disegno di un pulcino dentro al guscio, sulla parte sinistra del foglio, e di un bambino che si chiamava Maurizio e aveva in mano un martello, sulla parte destra.

Il problema era che il pulcino Federico voleva uscire dal guscio perché ormai aveva un anno ed era tempo di nascere, ma non ci riusciva perché il guscio era di ferro e lui si era persino spuntato il becco nel tentativo di romperlo a beccate. Ecco che però arrivava il suo amico Maurizio che aveva sei anni (uno in più di lui a quell'epoca) e teneva in mano un martello d'oro con cui spaccava il guscio, cosicché il pulcino finalmente poteva nascere: «Perché, sai, l'oro è più forte del ferro».

L'ascoltare i bambini, come sempre, insegna.

Federico e Maurizio erano le due parti che giocavano in quel momento dentro di lui: quella piccola che era ancora dentro a un guscio troppo resistente per potersi aprire, e quella grande che interveniva ad aiutarla.

La parte rappresentata da Federico era il guscio di ferro che lo teneva prigioniero e che era probabilmente legato alla sua asma.

Un guscio che la mamma stessa doveva avere simbolicamente eretto intorno a questo bambino, nato dopo tre gravidanze andate male, per poterlo difendere e salvaguardare.

Ma questa iperprotezione materna era anche quella che lo teneva prigioniero, continuando a farlo sentire piccolo e indifeso.

Maurizio era invece la carica vitale del bambino, la forza stessa della vita che si manifestava in lui e che l'aiutava a trovare gli adattamenti e le difese davanti alle situazioni che l'angosciavano.

«Il giorno in cui io sono stata operata» ha raccontato una volta la madre in gruppo «mio figlio era dalla zia e ha dormito tutto il giorno sul divano, mentre lui non dorme mai al pomeriggio. Anch'io ho dormito per due giorni. E dire che lui ha una grande forza ed energia. Quando ha imparato a camminare, la prima volta si è attaccato alla coda di un cane che aveva una gran pazienza con i bambini e ha fatto tre o quattro passi, poi si è lasciato cadere sul sedere.

Era un bambinone così grosso che io pensavo che non sarebbe riuscito a stare in piedi, invece no, lui è partito da solo. Lo stesso è successo quando ha imparato ad andare in bicicletta. La prima volta che gliel'ho data in mano è partito con una velocità tale che io pensavo che sbattesse contro una piantona di rosmarino che abbiamo in giardino, e lui invece ha fatto benissimo l'angolo della casa.

Io ho chiuso gli occhi e ho detto: “Oh, Dio, qui si ammazza!” e ho gridato a mio marito di fermarlo. Ma lui era felice.

Un'altra volta, verso l'anno e mezzo, ha preso un martello e si è messo a picchiare tutti gli spinaci che crescevano nell'orto; si metteva il martello dietro la schiena per non farlo vedere a me, e camminava tutto sbieco per nasconderlo.

Poi mi passava davanti e mi diceva “Ciao!” e andava di nascosto a picchiare gli spinaci.

Li ha abbattuti tutti.

Ha sempre avuto una gran carica questo bambino, è proprio diverso da me.

Io ogni mattina ho bisogno di molto tempo per caricarmi ed è lui che mi dà un po'di energia perché devo continuare a richiamarlo: “Dai, fa'in fretta, eccetera. È lui che mi dà la carica ogni giorno»

La vitalità che i bambini portano nelle loro case è una delle cose che vengono maggiormente a mancare nel momento della lontananza.

«Io sono contenta quando mia figlia sta via per due o tre giorni perché è invitata da qualche parte» dice la madre di un'altra bambina «ma mi sento allo stesso tempo a disagio per il fatto di non averla lì. Mi ricordo che una volta mi rendevo conto che il problema era mio.

Era un malessere, una malinconia, un qualcosa che mancava, il vedere la stanza vuota, il non averla a tavola, il non sentire la sua voce, eccetera.

Da una parte godevo di molto più tempo per me, dall'altra non riuscivo ad apprezzare questo agio che mi si offriva.»

Il senso di vuoto che si avverte quando mancano i bambini viene in genere sentito anche dalla madre dopo il parto che la fa separare fisicamente da un figlio che le ha fatto compagnia per nove mesi.

Anche questo è un periodo molto delicato nella vita di una donna, che ha bisogno di essere aiutata a elaborare questo vuoto, altrimenti può essere il bambino stesso che tenta di farlo regredendo allo stadio prenatale con qualche sintomo (asma, eccetera).

Dice Brazelton a questo proposito:

“Il desiderio di perfezione è appagato dalla condizione della gravidanza e dalla nascita di un bambino. In certe donne predomina il desiderio di essere incinte. La gravidanza offre l'opportunità di essere piene, perfette, di sperimentare il corpo come potente, produttivo. La gravidanza si sostituisce alle sensazioni di vuoto e alle preoccupazioni riguardanti le imperfezioni del corpo.” [8]

Quanto al gioco delle parti, messo in evidenza dal disegno del bambino, esso è costantemente presente anche in noi adulti.

L'aiuto di Maurizio a Federico mi ricorda il sogno di una persona adulta in cui un gattino razionale ma freddo, quello che lei preferiva, aiutava un altro, affettivo ma un po'tonto, a salvarsi in una situazione difficile.

I due gattini ricomparivano poi insieme, aiutandosi a vicenda.

Il gattino razionale ma freddo poteva essere un po'il simbolo del comportamento che questa persona aveva assunto come difesa, dopo essere stata una bambina molto affettuosa, ma, nelle sue stesse parole, «un po'tonta», completamente indifesa rispetto agli attacchi che inconsapevolmente le venivano dall'ambiente che la circondava.

Per poter crescere in tale situazione la bambina aveva dovuto sacrificare la sua parte più affettiva relegandola in un cantuccio per farla soffrire di meno e sviluppando invece la parte più razionale e fredda con cui riusciva, sì, a fronteggiare meglio le situazioni, ma a costo di non provare più emozioni.

Sul piano simbolico la favola è anche rappresentativa della ricerca che i genitori possono fare per aiutare un bambino in un momento di difficoltà, cosa che a lungo andare aiuta anche loro a stare meglio.

«Da quando cerco di non mischiare più le cose, e mi dico: “No, un momento, lui è lui e io sono io”, mi rendo conto che il rapporto con mio figlio è diventato migliore» ha notato una volta una madre. «Io mi sento anche scaricata dal senso di responsabilità che prima mi opprimeva, come se tutto quello che faceva o non faceva fosse responsabilità mia, e ho notato che lui è più tranquillo.»

Un altro uso particolare di questa favola che mi ha incuriosito e interessato molto è stata la sua lettura ad alcune coppie che avevano un problema di sterilità o di infertilità e che desideravano un figlio.

Riporto a questo proposito, tra gli esempi alla fine del libro, la storia di Cristina, la piccola della frase citata all'inizio.

__________

 

Note

1. A. Freud, “L'adolescenza come disturbo evolutivo” (“Opere”), Bollati-Boringhieri, Torino 1978. (torna al testo)

2. Anche questo materiale, come quello per la storia sulle paure, proviene da una esperienza reale di laboratorio per ragazzi. (torna al testo)

3. L. Kreisler, “Clinica psicosomatica del bambino”, Cortina, Milano 1986. (torna al testo)

4. Aliprandi-Pelanda-Senise, “Psicoterapia breve di individuazione”, Feltrinelli, Milano 1990. (torna al testo)

5. J. C. Coleman, “La natura dell'adolescenza”, Il Mulino, Bologna 1983. (torna al testo)

6. H. G. Ginott, “Between Parent & Child”, Avon Books, New York 1965. (torna al testo)

7. F. Dolto, “Adolescenza”, Mondadori, Milano 1990. (torna al testo)

8. T. B. Brazelton Cramer, “Il primo legame”, Frassinelli, Milano 1991. (torna al testo)

 

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