Benvenuti su Esonet.it-Pagine scelte di Esoterismo
------| Equilibramento e sintesi degli opposti || Il Guerriero, impassibile nella gioia e nel dolore || Felicità, la negazione del dolore || Il Dolore nell’Insegnamento iniziatico || Legge di Risposta Espansiva e Legge del Quattro Inferiore || Del senso pratico della Massoneria || Il risveglio dei centri || Il Viaggio attraverso la Grande Opera /2.5 || Della qualità del consiglio |------
 HOME :: ARGOMENTI :: CATEGORIE :: GALLERIA :: LINKS :: CHI SIAMO :: CONTATTI :: CERCA  
:: ... ad Athos ::
Documento senza titolo

:: News da Esonet.com ::

:: ThePlanetarySystem ::

:: Primo Rotolo ::



Per visitare il
Primo Rotolo
clicca qui


 
Ipnosi: Ipnosi / La Storia, la Teoria ed il Metodo - 6.2
Argomento:Psicologia

PsicologiaAspetti comunicazionali e relazionali dell'Ipnosi

11. Esempi di messaggi paradossali nel discorso ipnotico. — 12. Come l'ipnotista mantiene il controllo dell'ipnotizzato. — 13. Le comunicazioni non verbali dell'ipnotizzato. — 14. Messaggi non verbali dell'ipnotista.

Con soggetti molto resistenti e che rifiutano ogni rapporto pur desiderando la terapia, per esempio adolescenti o devianti, Erickson adotta una tecnica del tipo «disobbediscimi» facendo leva sulla loro ambivalenza. Provoca il soggetto in modo che venga guidato a fare esattamente l'opposto di quello che l'ipnotista dice, ma che quest'ultimo si aspetta.

Documento senza titolo

Ipnosi / La Storia, la Teoria ed il Metodo - 6.2

di Guglielmo Gullotta

prodotto per Esonet.it


Capitolo VI / Aspetti comunicazionali e relazionali dell'Ipnosi

Sommario: 1. Varie prospettive della comunicazione umana. — 2. Il linguaggio dell'ipnotista: ridondanza, concretezza, denotazione, connotazione, ambiguità, analogie e metafore. — 3. La morfologia del discorso ipnotico: le congiunzioni. — 4. La sintassi dell'ipnotista: le argomentazioni causali. — 5. Le proposizioni interrogative. — 6. Truismi e tautologie per la ratificazione della trance. — 7. La relazione ipnotista-ipnotizzato. — 8. I messaggi come manovre interpersonali. — 9. L'induzione come manovra relazionale. — 10. Il rapporto ipnotista-ipnotizzato come doppio legame. — 11. Esempi di messaggi paradossali nel discorso ipnotico.12. Come l'ipnotista mantiene il controllo dell'ipnotizzato.13. Le comunicazioni non verbali dell'ipnotizzato.14. Messaggi non verbali dell'ipnotista.

 

11. Esempi di messaggi paradossali nel discorso ipnotico

Cerchiamo di chiarire con un esempio: una volta durante un corso di ipnotismo un ipnotista diede al suo soggetto questo comando post-ipnotico: «Quando ti sveglierai Gulotta non riuscirà ad ipnotizzarti». Il che tra l'altro non era mai avvenuto prima di allora. Dopo vari tentativi riuscii a produrre i fenomeni che normalmente vengono attribuiti alla trance con questo tipo di manipolazione: «Io la prego di restare sveglio; mi raccomando non si addormenti e non cada in ipnosi per nessuna ragione al mondo... intanto la prego, respiri profondamente, ecc...».

Il soggetto capiva bene da tutto il contesto che cercavo di ipnotizzarlo, ma contemporaneamente gli dicevo di non lasciarsi ipnotizzare, per cui non mi contraddicevo, ma vi era una incongruenza tra tipi logici differenti. È come se gli avessi detto «disobbediscimi»: è chiaro che se mi disobbediva mi obbediva e che se obbediva disobbediva. Di fronte a questi messaggi conflittuali al soggetto non resta che rispondere con un comportamento incongruente, cioè obbedendo come se disobbedisse. Così nel nostro caso cadendo in trance e al tempo stesso negando di esservici.

La formulazione «disobbedisci» per il suo effetto pragmatico è piuttosto frequente nell'argomentazione ipnotica: «Ora le tue mani si uniscono e se cerchi di staccarle fai molta fatica, e fai anche molta fatica ad avere voglia di farlo, non hai voglia di volerlo. Prova a staccarle?!»

Con soggetti molto resistenti e che rifiutano ogni rapporto pur desiderando la terapia, per esempio adolescenti o devianti, Erickson adotta una tecnica del tipo «disobbediscimi» facendo leva sulla loro ambivalenza. Provoca il soggetto in modo che venga guidato a fare esattamente l'opposto di quello che l'ipnotista dice, ma che quest'ultimo si aspetta (12). Per esempio: «Lei non riuscirà a stare seduto, neanche a stare in piedi, o a cambiare sedia, lei ha paura di me, di stringermi la mano, è molto pauroso per questo non si avvicina, non oserà tentare di farsi ipnotizzare, non avrà il coraggio di stare zitto ad ascoltarmi, lei ha paura di chiudere gli occhi...».

Nella situazione della induzione comune l'ipnotista dice in sostanza sia pure con formule diverse: «Fai quello che ti dico, ma non fare quello che ti dico». Il soggetto dice: «Sto facendo quello che mi dici di fare, ma non sto facendo quello che mi dici di fare». A mio modo di vedere gli ipnotisti sono poco ipnotizzabili (13), in quanto sfuggono la situazione di doppio legame commentando, seppure anche solo mentalmente, la incongruenza del messaggio.

Nella relazione ipnotica quando il soggetto resiste, fa delle contromanovre per ridefinire la situazione da complementare a simmetrica, se non che la posizione dell'ipnotista impedisce di definire la situazione come simmetrica, perché se qualcuno ci chiede di fare qualche cosa e se simultaneamente ci chiede di non farla, non possiamo evitare di seguire le sue suggestioni. Sia che il soggetto risponda, sia che non risponda a quanto gli si chiede di fare, l'ipnotista è sempre up nella situazione complementare in quanto il soggetto fa comunque quello che gli si dice. Il soggetto può solo comportarsi simmetricamente commentando la contraddizione e abbandonando il campo cioè interrompendo la seduta di ipnosi.

L'ipnotista non solo previene il fatto che il soggetto possa comportarsi in modo simmetrico, forzandolo a comportarsi in modo complementare, ma previene anche il soggetto dal comportarsi in modo complementare. Se il soggetto resiste all'ipnotista e quindi si comporta in modo simmetrico, l'ipnotista può chiedergli di resistere, sfidandolo, e così lo forza a comportarsi in modo complementare. Così se un soggetto si comporta in modo complementare e segue le suggestioni in modo volontario l'ipnotista allora gli chiede di comportarsi simmetricamente, cioè gli chiede di rifiutare le suggestioni in modo volontario, impedendo dunque ancora al soggetto di definire la situazione interpersonale.

L'importanza degli aspetti comunicazionali nello studio dell'ipnosi è stato bene evidenziato da Haley (14) che fa notare: «Nel campo dell'ipnosi l'accento è sempre stato posto sull'individuo e con particolare cura si è affrontato il problema della classificazione degli individui in soggetti ipnotici buoni o cattivi. I tentativi di trovare una correlazione tra il tipo di personalità e la suscettibilità all'ipnosi sono però sempre falliti, nonostante l'uso di numerosi tests proiettivi e attitudinali. Non sarebbe stato difficile prevedere un tale fallimento se si fosse partiti dal presupposto per cui il comportamento ipnotico è un comportamento di risposta nell'ambito di una relazione, piuttosto che un aspetto del «carattere» di una persona.

In questo senso, l'unico test in grado di individuare i soggetti ipnotici buoni e cattivi dovrebbe essere un test che potesse valutare il comportamento di risposta in una situazione relazionale. I tests di suggestione «in stato di veglia», i cosidetti tests di suggestionabilità, si avvicinano a questo tipo di valutazione. Ma spesso sono applicati senza nessuna consapevolezza del fatto che sono sinonimi di una induzione ipnotica. Se si semplifica l'induzione ipnotica riconducendola a uno schema formale di richieste di comportamento volontario qualificate da richieste di comportamento involontario, l'analogia con un test di suggestionabilità diventa evidente. Per fare un esempio, nel test del «barcollamento» al soggetto si chiede di stare immobile e poi gli si dice di incominciare a barcollare involontariamente. Non ci sorprende che i soggetti che rispondono in modo adeguato a questo test rispondono in ugual modo alla induzione ipnotica, dal momento che questo test è una forma di induzione ipnotica. Sembrerebbe piuttosto che determinati individui rispondano con il comportamento ipnotico quando si trovano di fronte a istruzioni paradossali. Si potrebbe supporre che questa risposta sia stata «appresa» da un esperienza passata. Una ricerca approfondita delle «cause» della suggestionabilità ipnotica dovrebbe analizzare gli schemi familiari nelle relazioni dei soggetti buoni e probabilmente ci si troverebbe di fronte ad una serie di istruzioni paradossali. D'altra parte una ricerca del genere esigerebbe l'analisi e la valutazione del soggetto insieme ai membri della sua famiglia, dato che difficilmente si può presumere che questi sia cosciente o che sia in grado di ricordare con precisione gli schemi in cui era organizzato il comportamento comunicativo della sua famiglia».

Riassumendo da un punto di vista comunicazionale ed interpersonale, per Haley l'ipnosi è una situazione di doppio legame in cui l'ipnotista invia due messaggi incongruenti tra loro all'ipnotizzato, il quale non può abbandonare il campo, né commentare l'incongruenza, trovandosi così nella necessità di rispondere paradossalmente a tutti e due i messaggi, nonostante la loro incongruenza, sviluppando quella che si chiama la «logica della trance».

__________

(12) ERICKSON M. K., ROSSI E. e al., op. cìt., 72. (torna al testo)

(13) MARCUSE F., Hypnosis Fact and Fiction, Pelican, Baltimore, 1961, 90. (torna al testo)

(14) HALEY J., Strategie della psicoterapia, cit., 74, 75. (torna al testo)
__________

 

12. Come l'ipnotista mantiene il controllo dell'ipnotizzato

Tutte le manovre dell'ipnotista sono dirette ad impedire a che l'ipnotizzato commenti la situazione, e a che l'ipnotizzato si trovi sempre down . Per esempio, durante l'induzione della trance si può usare come un intercalare «bene... bene» anche se non succede niente di quello che si aspetta che succeda o di quello che si è appena suggerito che debba succedere, in modo che qualunque tentativo da parte dell'ipnotizzato di rendere simmetrico il rapporto viene frustrato dal fatto che è l'ipnotista che qualifica quello che avviene come estremamente positivo, forzandolo dunque nella situazione complementare.

Questa concezione comunicazionale tutta tesa a mantenere one-up l'operatore, influenza la tecnica di induzione e terapeutica creando una relazione controllata.

Allo scopo, per esempio, di solito si tende a rendere inautentica qualsiasi iniziativa il soggetto tenga spontaneamente o volontariamente, istruendolo perché compia proprio ciò che sta compiendo. Solo se si tratta di una condotta che intralcia la procedura e che si capisce potersi limitare con una semplice richiesta e che il soggetto compie più per poca comprensione della tecnica che per resistenza, gli si può chiedere di non comportarsi come si stava comportando (per esempio se parla quando invece dovrebbe ascoltare). Quando il comportamento è di resistenza e di opposizione alle manovre del l'ipnotista, da Erickson e da Haley (15) si può imparare ad utilizzare tutte le difese che il paziente oppone a proprio vantaggio, incorporandole nella procedura di induzione e quindi ponendole sotto il proprio controllo: se ride e gli si chiede di ridere più forte, se anziché cadere indietro cade in avanti è l'ipnotista che gli chiede di farlo, se dice che ritiene di non essere ipnotizzabile gli si dice che forse è vero, ma che però si possono ottenere risultati più modesti sotto la sua vigilanza.

Ad esempio nella tecnica della levitazione della mano, se questa resta inerte e non si muove si può dire al soggetto che questa è la prova che è già profondamente rilassato, tanto da essere già pronto a passare a livelli più profondi. Se invece la mano si è sollevata e comincia a scendere da sola, si può dire che questo è il segno di un approfondimento dell'ipnosi. Gli si inviano così delle prescrizioni del tipo «si spontaneo» «sii autonomo», «disobbediscismi», la cui paradossalità consiste nel fatto che è l'ipnotista che gli dice cosa deve fare, cioè essere spontaneo, autonomo, disobbediente, che sono condizioni che presuppongono per realizzarsi l'assoluta assenza di istruzioni esterne o meglio di autorizzazioni ad esserlo, così il soggetto è sotto il controllo dell'ipnotista in qualunque caso, sia che segua, sia che non segua le istruzioni. Sostenere, come spesso accade, che ogni etero-ipnosi sarebbe in fondo un'auto-ipnosi è una manovra di questo tipo, come diatriba accademica per me non ha senso.

Anche parlare «piscoanalese» può essere utile, come in questa istruzione aperta: «Se il tuo inconscio vuole che tu entri in trance il tuo braccio destro diventerà leggero». Come è chiaro in questo ultimo caso, quale che sia la risposta va sempre bene. Altro esempio: «Non importa cosa il tuo conscio pensa perché il tuo inconscio che sa cosa fare». Con questa affermazione si può squalificare ogni atteggiamento scomodo del soggetto.

Talvolta può essere utile formulare delle istruzioni alternative di cui una appaia al soggetto peggiore, così che nella illusione di libertà di scelta, questi si diriga su quella che l'ipnotista aveva preordinato: per esempio, «Preferisce avere una amnesia post-ipnotica totale o ricordare qualche cosa?».

Talvolta addirittura la connessione tra due alternative può essere formulata in modo astruso, il che lascia intendere al soggetto che esiste qualche nesso recondito che a lui sfugge: «Vuole cambiare sedia o sentire il suo braccio irrigidirsi?».

Per mantenere questa condizione di controllo bisogna non fallire mai o quasi e pertanto tendo a formulare i miei messaggi, come d'altronde tutti gli ipnotisti, in modo preordinatamente ambiguo, così che la ragione dell'insuccesso non possa mai ricadere su di me: «Provi ad immaginare un lavagna»; «Provi ad immaginare di non riuscire ad aprire un pugno»; «Ora le insegno a sentire il braccio rigido»... O per tentare di ottenere una amnesia post-ipnotica «Lei ricorderà solo ciò che il suo Io è disposto ad accettare»...

Si tratta di creare una situazione per cui l'ipnotista venga esperito dal soggetto come persona per così dire onnipotente. Per questo la liturgia comune dell'induzione può essere utile, perché soddisfa l'immagine che il soggetto si fa dell'ipnotista, ma è intralciante quando il terapista si prefigga di creare attraverso quel rituale (sdraiarsi nel lettino, la stanza nella penombra, la voce bassa e suadente che ripete in tono monocorde parole molto semplici dirette principalmente ad assonnare), uno stato di coscienza particolare.

La gran parte degli ipnotisti sembra ritenere sulla base di queste premesse, e me ne accorgo particolarmente in sede didattica, che gran parte del successo dipende dalla correttezza della strutturazione e della sistematica, delle istruzioni che dovrebbero essere calibrate in una specie di escalation sulla cui organizzazione tutti hanno delle idee molto precise pur riconoscendo che ipnotisti ugualmente esperti hanno «stili» differenti dal loro.

Resta il sospetto che l'intento di allontanare l'alone di magico che l'ipnosi si trascina come stimmate è più una affermazione di principio che un impegno vissuto costantemente. Il lettino, la penombra e le formule sacramentali rischiano di diventare degli «abracadabra» per lo più inaccettabili scientificamente, pericolose didatticamente, e inutili clinicamente.

Così se il soggetto non manifesta le condotte da loro suggerite dichiarandole come involontarie, se ne deduce che il soggetto offre particolari resistenze o che non è ipnotizzabile.

Né l'una né l'altra delle ipotesi mi sembrano giustificare in ogni caso l'insuccesso, che invece è spesso causato proprio dal ritenere che bisogna creare uno stato di coscienza particolare nel soggetto e che non tutti sono in grado di esperirlo.

Poiché per me le cose stanno differentemente mi pongo dinanzi al soggetto come se dovessi fare di tutto per essergli simpatico, per piacergli, per farmi apprezzare da lui, e pongo in essere una serie di manovre comunicazionali dirette a questo scopo.

Si tratta di un atteggiamento ed un conseguente comportamento «machiavellico», come oggi usa dire nella psicologia sociale statunitense (16) per il quale si tende ad insinuarsi tra le «pieghe dell'anima» del soggetto, onde ottenere che i propri intenti divengano per lui motivazione, senza che egli concepisca il rapporto con l'ipnotista come una imposizione inderogabile da parte di questi, né come una supina e volontaria accettazione della volontà dell'ipnotista da parte sua.

Se non si riesce nei propri intenti si può attribuire l'insuccesso per lo più ad errori nella manipolazione e qualche volta ad una sorta di incompatibilità tra l'ipnotista e il soggetto così come capita nella vita che non si riesca ad essere simpatici a qualcuno nonostante tutti gli sforzi. D'altronde l'attrazione interpersonale è un fenomeno provato sperimentalmente, e può ben capitare che tra l'ipnotista e il soggetto vi sia una valenza negativa (17).

__________

(15) HALEY J., op. cit. (torna al testo)

(16) CHRISTIE R., GEIS F., Studies in Macchiavellianism, Accademie, New York, 1970. (torna al testo)

(17) BERSCHEID E., WALSTER E., Interpersonal Attraction, Addison-Wesley, Menlow Park, 1969. (torna al testo)
__________

 

13. Le comunicazioni non verbali dell'ipnotizzato

Le comunicazioni non verbali meritano particolare attenzione dato che molti messaggi tra ipnotista e ipnotizzato avvengono per via extra-verbale. Se è vero che noi comunemente parliamo per mezzo degli organi vocali ma comunichiamo con tutto il corpo, ciò vale in particolare in una condizione così ricca emotivamente come quella ipnotica.

Si è visto che uno dei comportamenti principali dell'ipnotista efficace è quello di decifrare lo stato emotivo del soggetto per ratificarlo preparandolo al cambiamento che egli si prefigge. La ratificazione del comportamento se questo è osservabile è semplice, ma quello che si riferisce a processi intrapsichici è più difficile, per questo è opportuno riferire abbastanza dettagliatamente, come attraverso la corretta lettura dei messaggi non verbali del soggetto, l'ipnotista possa migliorare la sua percezione interpersonale.

Racconta Behars (18) che Erickson, richiesto di riassumere l'essenza del comportamento di una buona terapia in una parola, l'abbia riassunta in questa: «Osserva!».

La percezione interpersonale infatti è condizionata dalla decifrazione o decodificazione dei messaggi non solo verbali, ma anche non verbali degli interlocutori che con questa attività esprimono un giudizio che implica le condizioni e le regole del successivo svolgersi della interazione. Attraverso il comportamento non verbale l'emittente specifica e completa il suo pensiero espresso con la comunicazione verbale, a volte surrogandola pienamente e indica l'atteggiamento che lui emittente ha verso il messaggio (per esempio facendo l'occhiolino, «sto scherzando»), verso se stesso: «sono un tipo scherzoso» e verso l'altro «mi piace scherzare con te»; per questo le comunicazioni non verbali sono spesso chiamate meta-comunicazioni (19).

La comunicazione non verbale molto spesso riguarda gli stati emotivi e può completare o sostituire la manifestazione verbale degli stessi. La Wolff (20) ha individuato vari tipi di comportamento correlati a diversi condizioni emotive:

1)

Inibizione estrema: movimenti di ritiro-rinuncia, movimento stereotipato, toccarsi i capelli, generale agitazione motoria, movimenti privi di necessità.

2)

Depressione: movimenti lenti, scarsi, esitanti, non enfatici, tendenza a nascondere i gesti.

3)

Euforia esaltazione: movimenti rapidi, espansivi, ritmici, spontanei, enfatici, che si autosostengono, ostentati.

4)

Ansietà: gesti di avvolgere i capelli, nascondere il volto, di torcersi e stringersi le mani, aprire e chiudere i pugni, strapparsi le ciglia, grattarsi il viso, tirarsi i capelli, agitarsi senza scopo, muoversi con irrequietezza.

Argyle poi ha così classificato i segnali che possono rappresentare una comunicazione non verbale significativa:

1) Contatto fisico; 2) Vicinanza; 3) Orientamento; 4) Aspetto esteriore; 5) Postura; 6) Cenni del capo; 7) Espressioni del volto; 8) Gesti; 9) Sguardi; 10) Aspetti non linguistici del discorso.

 

Ekman e Friesen, come hanno ben riassunto Ricci Bitti e Cortesi, hanno individuato 5 gruppi di comunicazioni non verbali che si riferiscono in genere a tutte le parti del corpo ma in particolare ai gesti con le mani. Alcuni di questi sono segnali «emblematici» (emblems), ovvero segnali emessi intenzionalmente aventi un significato specifico che può essere tradotto direttamente in parole; tipici gesti emblematici sono l'atto di scuotere la mano in segno di saluto, il chiamare attraverso cenni, l'atto di indicare; essi possono ripetere o sostituire il contenuto della comunicazione verbale, possono essere utilizzati quando la comunicazione verbale è ostacolata, possono sottolineare gli aspetti ritualizzanti dello scambio verbale (saluto, congedo).

I gesti «illustratori» (illustrators) sono rappresentati da tutti quei movimenti che la maggior parte degli individui realizza nel corso della comunicazione verbale e che illustrano ciò che si va dicendo. Alcuni di essi scandiscono le parti successive del discorso e potrebbero essere considerati alla stregua di un sistema di punteggiatura, altri ampliano o completano il contenuto della comunicazione indicando relazioni spaziali, delineando forme di oggetti o movimenti. Sono gesti emessi consapevolmente e in qualche caso anche intenzionalmente (come del resto i gesti emblematici) e variano in relazione al background etnico e culturale dell'individuo.

Altri segnali non verbali sono indicatori dello «stato emotivo» della persona che li emette (affect displays); anche se il canale principale per l'«ostentazione» degli stati d'animo è rappresentato sul volto, anche i gesti svolgono un ruolo in questo senso; infatti l'ansia e la tensione emotiva producono mutamenti riconoscibili nei movimenti di un individuo; un gesto tipico appartenente a questa categoria è rappresentato dall'atto di scuotere un pugno in senso di rabbia. Movimenti e gesti vengono prodotti da chi parla o da chi ascolta allo scopo di regolare la sincronizzazione degli interventi nell'ambito del dialogo: sono i segnali «regolatori» (regulators) che tendono a mantenere il flusso della conversazione e che possono indicare a chi parla se l'interlocutore è interessato o meno, se desidera parlare, se desidera interrompere la comunicazione, ecc; oltre ad alcuni tipici gesti delle mani possono servire a questo scopo anche i cenni del capo, l'inarcamento delle sopracciglia, mutamenti nella posizione ecc.

Esistono infine alcuni gesti non intenzionali che le persone usano sistematicamente, avendo in precedenza imparato a riconoscerne l'utilità, e che restano parte del repertorio comportamentale dell'individuo che se ne serve a scopo autoregolativo nelle diverse situazioni della vita quotidiana; sono gesti di «adattamento» (adaptors), che rappresentano un modo di soddisfare e controllare bisogni, motivazioni ed emozioni concernenti le particolari situazioni in cui l'individuo viene a trovarsi; appresi generalmente nell'infanzia come parte di un globale modello di comportamento adattivo, rappresentano, nell'adulto, segnali abituali generalmente inconsapevoli, non intesi a comunicare un messaggio specifico. Ekman e Friesen distinguono nell'ambito di quest'ultima categoria tre tipi di segnali non verbali: a) i gesti « auto-adattivi» (self-adaptors), di cui sono esempi tipici tutti i movimenti tipici di manipolazione del proprio corpo che gli individui realizzano nel corso dell'interazione; b) i gesti di «adattamento centrati sull'altro» (alter-adaptors) e i gesti di «adattamento diretti su oggetti» (object-adaptors).

Gli autori sottolineano che le cinque categorie di gesti da loro individuate non hanno carattere dì esclusività, nel senso che un gesto non rientra necessariamente in una sola delle categorie, ma può collocarsi in più di una di esse. Per questo oltre all'espressione del volto, sede privilegiata dell'espressione e delle emozioni, l'ipnotista deve tener conto dei mutamenti della posizione degli occhi, della bocca, delle sopracciglia, e dei muscoli facciali, tenendo conto però che spesso la manifestazione delle emozioni è in qualche modo inquinata; secondo Ekman e Friesen ciò può avvenire in quattro modi diversi:

1)

de-intensificare l'indizio visivo di una certa emozione: per esempio mostrare un leggero spavento mentre si prova una tremenda paura;

2)

aumentare l'intensità: avere una paura moderata e simularla enorme;

3)

sembrare indifferente: mostrare un'espressione neutra mentre si prova emozione;

4)

mascherare l'emozione provata: avere paura e ostentare sicurezza, dissimulare quindi l'emozione realmente provata simulandone una non provata.

Particolare rilevanza meta-comunicativa nelle espressioni ed emozioni del volto hanno le sopracciglia. Argyle ha così individuato i rapporti tra emozioni e movimenti delle sopracciglia: «sopracciglia completamente inarcata: incredulità; sopracciglia semiinarcata: sorpresa; sopracciglia normali: indifferenza; sopracciglia semiabbassate: perplessità; sopracciglia completamente abbassate: collera».

Anche l'aspetto esteriore, come il vestiario, il trucco e l'acconciatura rappresentano segnali non verbali altamente comunicativi. L'auto-manipolazione di sé che avviene attraverso la scelta dell'abbigliamento e dell'acconciatura è un mezzo di presentarsi agli altri per fare in modo che gli altri ci vedano come noi ci vediamo. Anche gli aspetti non linguistici del linguaggio hanno una portata meta-comunicativa del chiaro significato.

Queste aree extra linguistiche possono essere così classificate:

A)

Stile del linguaggio;

B)

Selezione e varietà del lessico;

C)

Pronuncia e accento (dialetto);

D)

Dinamica della voce:

1) Qualità della voce e intonazioni retoriche;
2) Ritmo;
3) Continuità
a) Pause di silenzio;
b) Non fluenze;
c) Intrusioni, manierismi del discorso;
4) Ritmo e eloquio.
5) Altri fenomeni temporali
a) Durata delle elocuzioni;
b) Ritmi di interazione;
c) Latenza;
6) Emissione verbale e produttività.

Nel rapporto ipnotico grande importanza ha il modo in cui l'ipnotizzato parla; è soprattutto attraverso il tono infatti che questi esprime le sue emozioni. Qui di seguito allora riassumo in uno specchietto ciò che sperimentalmente si è riuscito ad individuare nei rapporti tra emozioni e verbalizzazione. (21)

Per capire meglio come sono stati fissati questi rapporti occorre tenere presente che il volume e il tono sono collegati alla dimensione fisica dell'ampiezza e frequenza del suono dell'onda: il timbro è riferito alla forma della cavità dell'apparato orale; la pronuncia alla precisazione con cui sono formate le consonanti; l'inflessione e il ritmo riguardano modelli più che singole dimensioni e dipendono dal volume, dal tono e dalla velocità. Con particolare attenzione si è studiata la riconoscibilità dell'angoscia attraverso la voce e si è così notato che questa emozione, non confrontabile né con l'ira né con paura, ha la caratteristica di disturbare il discorso in modo incisivo e di renderlo esitante.

Mahl ha distinto otto categorie di disturbi del discorso connessi alle emozioni sottostanti: interiezioni del tipo «ah!», frasi alterate, ripetizioni, omissioni, balbettamenti, lapsus, frasi incomplete, suoni incoerenti ed inutili. Questi elementi disturbanti possono essere definiti ed osservati con precisione ed è stata stabilita una certa frequenza di ripetizione: uno ogni sedici parole, cioè uno ogni 4-6 secondi di discorso, sufficientemente alto da poter essere usato come indice dei cambiamenti negli stati emozionali (22). Come in qualunque interazione il soggetto comunica con l'ipnotista attraverso più canali verbali e non verbali.

Quando i messaggi dei differenti canali sono congruenti tra di loro, il soggetto esprime, sia con la comunicazione, sia con le metacomunicazioni, cioè le comunicazioni non verbali, le stesse idee e le stesse emozioni. Talvolta invece esiste incongruenza nel senso per esempio che il soggetto comunica verbalmente «non sono ipnotizzato» con un atteggiamento molto rilassato, pallore, difficoltà di parola, ecc. Se l'ipnotista non riesce, con le proprie comunicazioni a rispondere a questa incongruenza sui due livelli del messaggio (per esempio dicendo «non importa che lei si senta ipnotizzato, quello che serve è che lei mi appaia rilassato» atteggiando l'ipnotista il proprio corpo in una situazione di rilassamento) rischia di incontrare la cosiddetta resistenza.

Se vi è congruenza l'ipnotista dovrà rispondere con una condotta congruente, per esempio dicendo che il suo braccio diventerà più leggero» in modo che «leggero» sia detto con tono più sollevato, con gli occhi tendenti verso l'alto e alzando leggermente il proprio braccio (23).

__________

(18) BEHARS I. O., Integrating Erickson's Approach, in Am. ]. Clin. Hyp., 1977, 60. (torna al testo)

(19) Gli spunti principali per questo paragrafo li ho tratti da RICCI BITTI.
P. E., CORTESI S., Comportamento non verbale e comunicazione, II Mulino, Bologna, 1977, cui si rinvia per ulteriori approfondimenti; vedi anche SCHELLEN A., Il linguaggio del comportamento, Astrolabio, Roma, 1977. Le classificazioni pro poste sono estratte in prevalenza da ARGYLE M., Il corpo e il suo linguaggio, Zanichelli, Bologna, 1978; EKMAN P., FRIESEN W., The Repertorie of Non Verbal Behavior, in Semeiotica, 1969, 49. (torna al testo)

(20) WOLFF C, A Psychology of Gesture, Neen Thue London, 1945. (torna al testo)

(21) ROBINSON W. P., Language and Social Behavior, Penguin, Hardmondsworth, 1972. (torna al testo)

(22) MAHL H. F., «Normal» Disturbances in Spontaneous Speech, in Amer. Psychologist, 1956, 390. (torna al testo)

(23) GRINDER J., DELORIER J., BANDER R., Patterns of Hypnotic Techniques of Milton H. Erikson, voi. II, Meta, Cupertino, 1978. (torna al testo)
__________

 

14. Messaggi non verbali dell'ipnotista

Ma anche l'ipnotista fa uso di comunicazioni non verbali: queste per essere efficaci debbono essere congegnate in modo da essere congrue con gli effetti che egli vuole produrre. Una delle principali è l'uso delle pause che serve quale punteggiatura del discorso, a lasciare il tempo al soggetto di vivere le esperienze suggerite. Così per esempio può essere utile variare il tono della voce per ottenere determinati effetti: tutti gli ipnotisti per esempio, allo scopo di «addormentare» un soggetto usano un tono monocorde, ripetitivo, tedioso, che riattiva l'esperienza dell'addormentamento da parte della madre durante l'infanzia.

Durante la regressione dell'età, per dare l'idea di una voce che viene da lontano si può girare la testa e abbassare il volume della voce. Altre volte nella tecnica della interposizione si può parlare muovendosi su una sedia mobile, alla sinistra del soggetto quando si pronunciano frasi del discorso generale e alla sua destra quando si pronunciano le «frasi chiave» della suggestione con un tono diverso che funge da «segnale di attenzione».

Ma l'induzione può essere puramente gestuale. Le reciproche posizioni dell'ipnotista e dell'ipnotizzato possono essere considerate, secondo la terminologia di Scheflen (24) una unità posizionale. La tecnica posizionale che segue può essere adottata con persone che non comprendono la lingua parlata dall'ipnotista o a cui è stata provocata la sordità ipnotica, a scopi didattici.

Ci si siede davanti al soggetto che si vuole ipnotizzare, in silenzio. Poi si comincia pian piano a muoversi e a gesticolare come lui, assumendo le sue posizioni quasi come se si guardasse nello specchio. Quando si è creato il circuito di retroazione tra l'ipnotista e lui, talché per lui non è più chiaro chi dei due fa il movimento che l'altro riproduce, si comincia a direzionare il suo comportamento producendo delle iniziative autonome per piccoli movimenti.

Se il soggetto li segue, si è a buon punto. Poi si cominciano a compiere gesti da persona che sta per essere ipnotizzata: si respira profondamente tecnicamente, ci si rilassa ecc... Poi per ottenere la levitazione della mano si appoggia la propria sopra la sua, che ha appoggiato con il palmo sulla propria coscia, prima facendo pressione e poi alleggerendo il peso in modo che egli abbia l'impressione della leggerezza. Con soggetti che appaiono molto responsivi si mette la propria mano sopra la loro di circa 5 centimetri e poi la si solleva leggermente segnalandogli implicitamente che la sua si deve sollevare. Altre volte si pone la propria mano con il palmo rivolto verso il dorso della sua a circa 10 centimetri e quindi la si alza e la si abbassa da questa posizione suggerendo abbastanza esplicitamente il sollevamento della mano.

Erickson usa una tecnica induttiva che ha del magico: quella della stretta di mano (25) il cui avvio si fonda sulla sorpresa e sulla confusione che essa genera. Se Erickson sta tenendo una dimostrazione si rivolge ad uno tra i presenti che gli appare presentare una «attenzione responsiva», condizione che a livello non verbale ci segnala atteggiamenti, motivazioni ed aspettative positive nei confronti dell'induzione, e si dirige sorridendo verso di lui tendendogli la mano in modo che così faccia l'altro. Gli stringe quindi la mano.

Quando abbandona la mano dell'altro lo fa in maniera incerta ed irregolare, ritirando adagio la sua ed aumentando leggermente la pressione con il pollice, poi con il mignolo e poi con il medio, ma sempre in maniera incerta, irregolare, esitante, e ritirando infine la sua mano con tanta delicatezza da non far provare all'altro alcuna sensibile percezione del momento in cui aveva abbandonato la sua mano, o di quale parte della sua mano aveva toccato per ultima. Si tratta di un puro e semplice richiamo dell'attenzione senza che costituisca uno stimolo per una risposta. L'intenzione del soggetto di liberarsi dalla stretta è bloccata da questa focalizzazione dell'attenzione, che provoca un'aspettativa. Subito dopo e non proprio simultaneamente (per assicurare un riconoscimento neurale separato) si tocca il palmo della mano gentilmente imprimendo una leggera pressione verso l'alto. A ciò segue un altrettanto leggero tocco verso il basso e allentando poi il contatto in maniera così lenta e leggera che il soggetto non sa esattamente quando ciò avverrà, così la mano del soggetto non va ne in su ne in giù, ma resta catalettica, cioè sospesa a mezz'aria.

Qualche volta si danno anche dei piccoli tocchi sia laterali che mediani, cosicché la mano è ancora più regolarmente catalettica. Con il proprio sguardo Erickson indica al soggetto di notare quello che sta avvenendo alla sua mano. Altre volte per non mancare la sorpresa iniziale immobilizza la propria espressione facciale prima sorridente, in un atteggiamento serio e pensoso fissando un punto lontano dietro le spalle del soggetto. Poi lentamente e impercettibilmente stacca la sua mano da quella del soggetto muovendola verso un punto fuori dalla sua visuale. Così come anche fa per la propria testa che pone fuori dalla vista del soggetto.

Ecco come Erickson descrive la tecnica nel libro scritto con Rossi: «Dai la suggestione di un movimento verso il basso della mano destra ferma nella posizione catalettica con un piccolo tocco. Nello stesso tempo con l'altra mano dai un leggero tocco verso l'alto alla mano sinistra del soggetto. Così hai la sua mano sinistra che sale e quella destra che scende. Quando la mano destra raggiunge le ginocchia, si ferma. Mentre il movimento della sinistra può fermarsi, come continuare. Do anche un altro tocco e la dirigo verso la faccia cosicché in qualche modo tocchi un occhio. Ciò provoca la chiusura degli occhi ed è molto efficace nell'indurre una trance profonda senza pronunciare alcuna parola.

Vi sono altre suggestioni non verbali: per esempio che fare se il soggetto non risponde ai miei tentativi con la mano destra e la situazione appare senza speranze? Se non mi sta guardando in faccia, i miei movimenti lenti, gentili, al di fuori della situazione, lo costringono a guardarmi. Assumo un'espressione fredda, localizzo il mio sguardo e con un movimento lento della testa dirigo il suo sguardo sulla sua mano sinistra, verso cui la mia mano destra lentamente, in apparenza involontariamente, si sta muovendo. Allorché la mia destra tocca la sua sinistra con un movimento leggero verso l'alto, la mia mano sinistra con una gentile fermezza, giusto quella necessaria, preme sulla sua destra per un momento, finché non si muove. In questo modo confermo e riaffermo il movimento verso il basso della sua mano destra, una suggestione che egli accetta insieme a quella tattile della levitazione della mano sinistra. Questo movimento verso l'alto è aumentato dal fatto che egli respira a tempo con me e che la mia mano destra da alla sua mano sinistra un leggero tocco verso l'alto nel momento in cui sta per incominciare una inspirazione. Questo è ulteriormente rinforzato da qualsiasi visione periferica che egli nota dei miei movimenti corporei verso l'alto, allorché aspiro e allorché sollevo lentamente il mio corpo e la testa in su e indietro, quando do quel tocco in su alla sua mano sinistra».

__________

(24) SCHEFLEN A., op. cit. (torna al testo)

(25) ERICKSON M. H., Tecniche mirate nell'ipnosi e loro implicazioni, in HALEY J. (a cura di), Le nuove vie dell'ipnosi, Astrolabio, Roma 1978, 138; ERICKSON M. H., ROSSI E. L., Rossi I. S., op. cit., 180. (torna al testo)
__________

 

torna su



 Pagina Stampabile  Pagina Stampabile     Invia questo Articolo ad un Amico  Invia questo Articolo ad un Amico

 
Home :: Argomenti :: Cerca :: Galleria Immagini :: ESONET.COM English website

Esonet.it - Pagine Scelte d’Esoterismo, è un osservatorio qualificato ad analizzare i movimenti di coscienza legati alle tradizioni misteriche, mistiche e devozionali
[ Chi siamo ] - [ Disclaimer ] - [ Termini d'uso ] - [ Crediti ]

© 2005-2007 by Esonet.it Tutti i diritti riservati. La riproduzione degli articoli in www.esonet.it sarà autorizzata solo se il richiedente risulta accreditato.
Esonet non è responsabile in alcun modo per i contenuti del siti ad esso linkati. Tutti i loghi ed i marchi presenti in questo sito appartengono ai rispettivi proprietari. Immagini, loghi, contenuti e design sono © copyright by Esonet.it - Powered by
Adriano Nardi

Generazione pagina: 0.18 Secondi