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Come svelare i misteri della Cabala /4

di Anonimo - Traduzione da testo spagnolo a cura di Giuseppe Barbone

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Abram ed Abramo

Nell'estremo nord dell'antico Golfo Persico si trovava la città di Ur, patria di Abram (senza acca) dove suo padre Terah lo generò insieme a Najor e Haran (Gene. XI. 26), qui suo padre fabbricava e vendeva idoli. Lì Abram, si sposò con Saray (senza acca) sua moglie. Abram non era di religione ebraica perché questa non esisteva ancora. Tuttavia, è considerato il padre del giudaismo. Abram è il nono discendente della geneologia di Sem (figlio di Noè) benché in Esodo si indichi un'altra possibile discendenza.

Non sappiamo quando nei testi originali attribuiti a Mosè, ebbero luogo degli inserimenti rabbinici, ma secondo alcuni intenditori, questi sono riconoscibili partendo dal capitolo XII della Genesi. In seguito a questo, possiamo considerare che fino al capitolo undici, i riferimenti ad Abram hanno un significato, mentre le incorporazioni sacerdotali ci vogliono indicare alcuni segreti legati alla figura di Abram e la sua importanza come elemento della creazione. Sembrerebbe un'allusione al viaggio dell'umanità dal cielo alla terra, attraverso un corridoio che Abram percorre. Lo stesso fatto che più avanti nel Racconto, al nome è stata aggiunta un'acca, come vedremo, sembra indicare che quello che è chiuso, nascosto, deve aprirsi, manifestarsi, estendersi. La linea simbolica a partire dal capitolo XII è molto ricca di significato. Su questo torneremo più avanti.

Nel capitolo XIII, versetto 14, Dio chiede ad Abram che alzi i suoi occhi e guardi in tutte le direzioni: nord, sud, est, ovest, sopra e sotto, perché saranno tutte di Abram e della sua discendenza. Tutto l'universo ci è dato in questo atto perché le sei direzioni formano le dimensioni dello spazio.

Davanti ad Abram si presenta quello che possiamo chiamare il primo sacerdote biblico, Melchisedec. Egli gli offre pane e vino e lo benedice dicendo: "Benedetto sia Abram dal Dio Altissimo, creatore dei cieli e della terra", (Gen. XIV, 19). È da questo evento che Dio stabilisce una promessa di alleanza con Abram e che l'ortodossia ebraica completa con l'idea della circoncisione.

Alcuni vogliono vedere in Melchisedec il trasmettitore della tradizione cabalistica. Tuttavia, la relazione del simbolismo dell'acca incorporata al nome di Abram con la creazione, non sembra stabilire nessun altro mistero in relazione a Melchisedec.

Altre fonti come lo Yetzirah e lo Zohar stabiliscono un legame tra la figura di Abram e la creazione, e non menzionano per niente Melchisedec come colui che trasmette la tradizione o i segreti della cabala ad Abram eccetto che consideriamo già come tradizionale qualcosa che non è ancora successo.

Lo Yetzirah incorpora Abramo nel suo testo solo alla fine delle sezioni, come se fosse più di un obbligo, perché non allude al cambiamento del nome, ma gli conferisce le stesse qualità creative che attribuisce a Dio. Dal suo canto, lo Zohar, allude all'incorporazione dell'acca come un fatto rilevante e menziona, riguardo a questo, che il nome di Dio si completa grazie al nome umano di Abramo. Anche lo Zohar si riferisce all'incorporazione dell'acca nel nome di Sarah. C'è un altro passo che paragona l'età di Abram al tempo di preparazione necessario per completare la creazione: "novanta anno" invece di "novanta anni" (al singolare: anno, invece del plurale anni). I rabbini dello Zohar interpretano che tutti gli anni anteriori ad Abram si raccontino come un solo anno e dicono: "Un unico anno e la vita non era la vita."

La Hé ebraica (h), come altre lettere, hanno da sé stesse il suo significato simbolico. L'incorporazione delle due acca, quella di Abrham e quella di Sarah, unite, creano una "Yod" ebraica (i, j, y) ed è come dire, Isaac.

In vari versetti della Genesi assistiamo alla promessa che Dio fa ad Abram sulla sua numerosa discendenza. Abram gli dice che egli e sua moglie, Saray, sono già vecchi per procreare. Dio fa uscire Abram e gli fa osservare le stelle del cielo. Gli promette che la sua discendenza sarà numerosa come le stelle del firmamento. Il racconto continua tra promesse di Dio e lamenti di Abram, fino a che avendo Abram cento anni e Saray novanta, Dio gli dice che a partire da ora non si chiamerà più Abram bensì Abrham, mentre sua moglie Saray, non la chiamerà più così, ma Sarah con la acca. Benché sappiamo che con l'incorporazione di un'acca, fra l'altro in avanzata età, non potrebbero procreare, nel loro caso, grazie a ciò, ebbero Isaac.

La H indica "che ciò che è chiuso, si apra". Pertanto, nel capitolo XVII della Genesi si narra il momento in cui il nostro buco nero cedette il passo al mondo in cui viviamo.

Il nome ebraico Saray significa principessa. Il nome ebraico Sarah significa madre di re. Abram significa chiuso, nascosto. Abramo (o Abrham) significa aperto, esteso.

Fulcanelli dà alla H il significato simbolico di posto dove si vede lo "Spirito", ed allude al fatto che la forma di acca delle facciate delle cattedrali del secolo XVI ha questo significato.

La prima volta che appare l'acca nella Genesi, come pronome, è nel sesto giorno della creazione, cioè, nel momento che appare l'uomo sulla scena della creazione. Lì appare come Hé, il quale non si trova prima della creazione riferita all'uomo.

L'acca appare doppiamente nel tetragranmatón sacro, nome di quattro lettere: IHVH, che indicano il mondo di sopra ed il mondo di sotto.

L'ortodossia ebraica colloca Abramo, suo figlio Isaac ed il figlio di questi, Jacob, come i tre genitori del giudaismo. Attualmente, quando si riferiscono a Dio, è facile sentir dire, il Dio di Abramo, il Dio di Isaac ed il Dio di Jacob. A quest'ultimo, Dio gli cambia il nome con quello d'Israele. Ma l'I di Isaac, L'I d'Israele o la J di Jacob, è la stessa lettera ebraica "YOD", quella che nasce dall'unione delle due acca.

Alcuni cabalisti, progettando l'albero della vita in forma columnaria, collocano Abramo in una colonna, ad Isaac in opposizione e Jacob in quella di mezzo.

Pertanto, da Ur a Jerusalem, deve viaggiare la Shej'nah, la presenza di Dio sulla terra, e concepire da lì l'idea di ritorno. Ur è una radice che possiamo tradurre per luogo, posto o città. La troviamo in altre città mesopotamiche come Uruk e Nipur. A prima vista quello che magari non notiamo è che anche Ur si trova in Jerusalem, poiché castiglianizziamo il suo nome ebraico: Ur-shalom, città della pace. L'O di Ur, passando all'ebraico passa come una "YOD", la quale traducendolo prende l'i lunga di Jerusalem.

Per andare da Ur a Jerusalem, l'umanità deambula in tutte le direzioni: 1, la discendenza di Abram-Agar, gli ismaeliti, viaggiano verso l'Egitto. 2, la discendenza Esaú-Judit, gli edomiti, occuperanno le terre del Seir. 3, la discendenza di Abramo-Queturá, una volta deceduta Sarah, viaggia verso oriente. 4, la discendenza di Abraham Sarah, attraverso Isaac-Rebeca e da questa quella di Jacob-Raquel e Bilha, vanno verso l'Egitto. 5, quella di Abramo-Sarah attraverso Isaac-Rebeca e di Jacob-avvolge anche Zilpa, viaggiando verso l'Egitto. Questi cinque rami sono l'umanità in esilio che più avanti sarà rappresentata dalla stella a cinque punte occultata da un velo e che è collocata simbolicamente sull'altare del Tempio di Salomone.

Pertanto, "lej leja", sale tu, della tua terra, della tua parentela, verso la terra che io ti indicherò, è un viaggio dal cielo alla terra che si conclude in Jerusalem. È l'uscita dall'Ain che precede l'estensione creativa e che si trasforma in qualcosa di aperto attraverso la trasformazione del nome di Abramo. È anche l'umanità in esilio che trova la sua rappresentazione nel Tempio di Salomone.

Il Tempio di Salomone in Jerusalem, contiene il segreto per edificare giorno per giorno il nostro proprio tempio, attraverso la parola persa. L'arrivo a Jersualem, ci porta, coi profeti, il ricordo dell'alleanza eterna simbolizzata nel calice come atto di restaurazione. Quello che esce dal seno di Dio deve donarlo. Jerusalem è il calice nel quale devono fondersi le nazioni.

 

Abram è chiuso, nascosto. Abramo è aperto, scoperto. L'incorporazione dell'acca nel suo nome sta ad indicare "ciò che è nascosto si apra". Con la fisica moderna possiamo intenderlo come il momento dell'esplosione o big-bang. Tra il non manifestato e la prima manifestazione c'è un abisso che la letteratura chiama caos o nulla. La corona, Kether, è il viso di profilo, vuole dire che una parte di essa è ancora nel non manifeso. Questa apertura o big-ban la troviamo nella cabala tardiva corrispondente ad Isaac Louria, mentre nella Genesi è contenuto nel simbolismo dell'acca del nome Abramo. Prima dell'acca non aveva discendenza con sua moglie Saray. Dopo l'acca in Abramo ed in Sarah, ebbero Isaac.

Abbiamo l'idea che all'inizio tutto era caos, oscurità, col risultato che si interpreti l'origine della creazione come "nulla". Tuttavia, tra i cabalisti più antichi si interpreta che la luce bianca e primitiva è pertanto quella che è invisibile, ad essa sarebbe attribuibile l'idea di nulla. Essi parlano del nome di Dio scritto in lettere di fuoco nero e di lettere di fuoco bianco. È il contrasto della dualità quello che ci fa percepire qualcosa, ma nel Principio Dio era impresso nel fuoco bianco, per questo motivo era impercettibile.

Seguendo con la chiave che cerchiamo di svelare, possiamo dire che i nomi propri degli elementi del Genesi, hanno vari significati che dipendono dal livello di lettura che facciamo di essi. In realtà, tra i mistici ebrei tutta la torà ha quattro significati o livelli di lettura. Usano un acrostico di quattro lettere ebraiche che si leggerebbe "pardes" castiglianizzandoli: La P è della parola "pesat" che va intesa nel senso letterale del testo. La R viene dalla parola "remez" che indica il senso allegorico della Torah. La D deriva da "derasa" che indica l'interpretazione talmudica o agádica. E la S viene da "sod" che manifesta il senso mistico della Torah. Chi legge la Bibbia rimane nei due primi stadi: il letterale e l'allegorico. Gli ebrei indottrinati includono quello dell'interpretazione talmudica. Mentre i mistici, siano ebrei o no, sono quelli che cercano il senso mistico del testo. In modo che dicendo Abram o Abramo, includono una differenza sostanziale relativamente al livello della creazione.

Si dice che nel II sec, quattro anziani penetrarono nel senso della torá attraverso la speculazione sul "pardes". Corsero distinta fortuna, uscì vivo solo quello che seppe trovare la chiave del significato delle lettere ebraiche. Le distinte discendenze di Abram ed Abramo, più quelle di Jacob ed Esaú rappresentano cinque rami o prima umanità in esilio. Possiamo riferire questi cinque rami con le cinque punte della stella che si trova sull'altare del Tempio di Salomone, che è velata da una tenda. Questa stella si trova fuori del "devir", dal Santo dei Santi e rappresentano giustamente l'umanità in esilio.

L'Adam Kadmon e la distribuzione delle Sephirot

 

L'uomo come centro della creazione

Come vedemmo in precedenza, l'uomo nella Genesi appare nel sesto giorno della creazione. Appare anche nel sesto giorno il pronome "egli", che noi utilizziamo sia come articolo che come pronome. Questo pronome si riferisce all'uomo come alla cosa che dice il testo dicendo che Dio colloca l'uomo di fronte alla creazione affinché si impadronisca e stabilisca il nome a tutte le cose. La possibilità dell'uomo di dare un nome alle cose collegandolo a Dio.

 

Le allusioni dello Yetzirah agli atti creativi dell'uomo sono numerose. Lo Yetzirah allude anche alla creazione dall'uomo universale attraverso le sephirot e le lettere ebraiche. Le sephirot, (al singolare sephira), sono una serie di emanazioni successive che in un totale di dieci formano lo schema dell'albero della vita. Relativamente all'uomo, esse si riferiscono ad aspetti della mente e del corpo.

Da parte sua lo Zohar, benché il suo nome indichi splendore che è un'allusione alla luce, colloca l'uomo come centro della creazione. La presenza dell'uomo in questo trattato di cinque volumi crea tutta una dottrina e la sua filosofia abbraccia vari aspetti ontologici.

Abbiamo anche visto che il sostantivo uomo ha vari significati distinti in relazione al livello dell'uomo al quale ci riferiamo. Dicemmo che la prima idea è l'Adam Kadmon o uomo primordiale il quale rappresenta l'archetipo dell'umanità. Da questa idea si sviluppano le altre fino a raggiungere la realtà dell'uomo perituro come si evince dall'espressione "figlio di donna". C'è tuttavia un'idea posteriore relazionata all'uomo realizzato o restituito che la letteratura mistica chiama il Messia.

Dicono anche i testi recensiti che l'uomo è il microcosmo, una rappresentazione in miniatura del macrocosmo. Così come stabilisce che le trecentosessantacinque ossa del corpo umano corrispondono ai giorni dell'anno, ed i duecentoquarantotto organi col numero di proibizioni della Torah.

Dio, uomo e natura, sostantivi di significato letterale differenti, sono contemplati nei testi come sinonimi. La natura, la terra in sé, non solo è l'ambiente nel quale ci districhiamo ma ambedue, uomo e terra, sono la stessa cosa.

Cielo e terra appaiono come opposti, l'uomo è tra tutti e due il mediatore. Questa idea di tesi, antitesi e sintesi, la troveremo in molte occasioni. Possiamo parlare anche di un uomo celeste ed un uomo terrestre ed il Messia che media tra i due.

 

Il suo primo habitat

L'uomo celeste vive nel Paradiso o Giardino dell'Eden. Nei termini e nel modo in cui li concepiamo torniamo a manifestare un problema di linguaggio. Per esempio, la parola giardino la uniamo con Eden, come se il giardino corrispondesse a qualche posto nello spazio chiamato Eden. Il significato ebraico di giardino (gan), indica, tuttavia, la fonte del corpo e dell'anima.

Eden, da parte sua, indica la totalità dei poteri celestiali o forze che da lì fluiscono e dal quale emanano le leggi che sostentano tutto l'universo, il cielo come la terra. Un terzo aspetto è la via o il mezzo per il quale tali forze si esprimono. Detta via è il "fiume" che irriga il "giardino" dell'"Eden". Notiamo che ogni sostantivo contiene in se stesso un'idea e, come la combinazione di essi contiene un'idea che supera l'interpretazione letterale del passaggio della Genesi che dice: "...Ed uscì un fiume dall'Eden per irrigare il giardino."

Diremo la stessa cosa usando il nostro linguaggio. C'è un insieme di leggi che concepiamo in perfetto ordine ed armonia dal punto di vista umano che possiamo denominare la cosa Cosmica. Egli è la fonte della vita, la fonte della luce e dell'amore. È il centro dal quale emanano tutte le forze, quelle che sostentano la natura e quelle che fanno parte dell'uomo in tutti i suoi aspetti: fisico, mentale e spirituale. Perché, quando lo Zohar si riferisce ai Poteri del Cosmo, alla fiamma dell'Eden, o quando si riferisce ad Esso come fonte del Nous che impregna tutto con la sua doppia energia, lo denomina giardino, e quando si riferisce alla via per mezzo della quale fluiscono dette energie, lo denomina fiume. Pertanto, l'espressione "il fiume che irriga il giardino dell'Eden", fa allusione ai canali da dove fluiscono le forze del Padre, dal suo centro di potere. Questo è il primo ecosistema nel quale si trovava l'uomo primordiale. Pertanto, Uomo, Cosmo o Dio, sono la stessa cosa.

 

L'uomo e gli uomini

Dal punto di vista della psicologia e da quello della comunicazione, l'uomo che affiora in noi è uno delle dieci parti di cui siamo fatti. Solo un dieci per cento di noi stessi è quello che ogni essere umano trattiene. Immagini Immaginate il grande depistaggio che questo crea nel momento di auto identificarci. Crediamo di essere solo una piccola parte di quello che siamo realmente. È questa decima parte quella che ragiona, stabilisce giudizi, stabilisce valori, concepisce il bene ed il male e paragona. È quella che vive sommersa nella dualità costante. Si trova prigioniera delle sue credenze, della sua educazione, delle relazioni sociali e gli avvenimenti che succedono alla sua periferia Può un essere così, avere libero arbitrio?

Se l'uomo in coscienza è come un iceberg, la cui parte preponderante è quella sommersa, perciò nascosta, deve interpretare la propria vita e le espressioni di sé stesso in prevalenza come un sonno, benché da un punto di vista mistico si dica che lì si trova la realtà vera e che la chimera sia nella parte sensibile.

Un uomo che medita o sogna, in realtà sta comunicando con la propria parte nascosta. Se è capace di approfondire il proprio mondo interiore scoprirà che in esso la coscienza è unitaria. Quando esce dallo stato di meditazione, dopo aver raggiunto un livello profondo, ritorna alla coscienza della sua decima parte, ma ora avrà un intendimento che tutto è l'Essere o l'Assoluto che si manifesta in molte forme.

Per Ibn Arabi ci sono due categorie di uomini, quelli che arrivano a catturare la cosa Assoluta e quelli che no. Riferendosi ai primi li colloca in un rango superiore rispetto alle altre creature ed elementi che formano il nostro universo, vale a dire, i minerali, i vegetali e gli animali. Quello sarebbe l'Uomo superiore. Ma se parla di un uomo individualizzato, lo colloca sotto i minerali, i vegetali e gli animali, perché la sua ragione, la sua educazione, i concetti che acquisisce ed il governo che dà alla sua vita dovuto al suo proprio pensare, lo collocano sotto le altre specie, le quali, non avendo l'aspetto di auto coscienza, manifestano più fedelmente le funzioni dell'Assoluto.

Quando ripetiamo l'espressione "Conosci te stesso" ci stiamo riferendo all'azione da intraprendere per riuscire a conoscere ciò che siamo, nello studio si dice che per imparare bisogna disimparare tutti i concetti sbagliati che la nostra ragione ed educazione ci ha creato. Il profeta Maometto dice nel Corano che chi conosce sé stesso conosce il Suo signore, con ciò vuole dire, relativamente al signore, il fatto di arrivare ad avere l'esperienza dell'Uno stesso. Per questo motivo dobbiamo essere disciplinati col lavoro di sanctum e cercare tutti i giorni di agire per noi. Usiamo anche un'espressione la quale dice che quando il discepolo è pronto il maestro appare. Interpreto che il maestro è l'uno stesso nella sua più estesa realizzazione, ma nonostante ciò abbiamo bisogno dell'azione giornaliera.

Come uomo sociale osserviamo tuttavia cose che vorremmo cambiare, potendo pur esercitare verso l'esterno un'azione minima che possa impregnarsi negli altri attraverso il nostro esempio. Non possiamo cambiare un giorno grigio, o che il vicino sia nervoso, o che il cielo sia nuvoloso o azzurro. Abbiamo, nonostante molte opportunità per cambiare il nostro mondo interno, la possibilità, ogni giorno, di essere un po' meglio. Possiamo provare a cambiare con pazienza e con accortezza molte cose in noi. Il cambiamento della società non può avvenire senza il nostro cambiamento personale.

A che cosa si riferisce il cambiamento nell'uno stesso? Magari possiamo indicarlo come l'abbandono dell'uomo individualizzato (gli uomini) ed il recupero del primo stato di coscienza, l'Uomo. Nel principio l'uomo primigenio aveva nel suo nome l'indicazione di Primo Stato: Adam Kadmon. Quindi questo uomo perse la corona, cioè, scese di livello fino ad arrivare all'individualizzazione. Ora vogliamo recuperare quello che siamo ancora, ma che a causa dell'uso della ragione e per l'educazione ricevuta, sembra abbiamo perso. Ibn Arabi propone come cambiamento personale, l'auto annichilazione, questo vuol dire cancellare in noi l'ego che individualizza. Mi piace l'espressione che usa Chuangzí come metodo per ottenerlo: "Sedersi sulla dimenticanza". In scritti cristiani si dice che Adam disintegra e Gesù il Cristo restituisce, perché tutto il ministero di Gesù lo si trova negli insegnamenti volti al Padre.

L'uomo è fatto ad immagine e somiglianza di Dio, ma l'uomo individualizzato dista molto dal somigliare al Primo Stato. Lì non ci sono dualità né punti di paragone. Nell'individualizzazione, la dualità è sempre presente ed i paragoni proliferano. Quando l'anima dell'uomo viene percepita solo come la personalità individuale non ci sembra l'anima pura dell'Eden, non è neanche Neshamah, l'Assoluto, Ruach o Compendio della vita interna che Dio insuffla nel naso dell'Uomo, e neanche riconosciamo nell'individualizzazione di Nephesh come Forza Vitale che ci dona impulsi per comunicare con l'ambiente. La divisione che rileviamo tra il Primo Stato e la coscienza che esibiamo è quella chiamata peccato originale.

La tradizione, sia per questo motivo, che per la cultura che la desidera, ci impone ad agire su noi stessi. In una scuola a noi vicina si dice che per non cadere nei suoi opposti in noi lavorano sette aspetti. Questi sette aspetti sono: Saggezza, Ricchezza, Seme (germinazione), Vita, Dominio, Pace e Grazia, questi sette aspetti sono rapportati con le sette lettere doppie dell'alfabeto ebraico.

Rispetto al termine "somiglianza" (selem in ebraico) si riferisce al fatto che Dio crea l'uomo a sua immagine e somiglianza, dobbiamo ricorrere a Maimónides ed alla sua "Guida Deviata" per capire l'intenzione del termine. Egli dice che se interpretiamo somiglianza come forma, possiamo pensare che Dio ha una determinata forma, ma non è così. Il termine "somiglianza" (selem) si riferisce all'idea, in modo che "nell'uomo", la forma o idea sia quell'elemento che gli concede una concezione umana, e, in ragione della sua percezione intellettuale, si impiega la parola "selem" nel versetto. In modo che fare l'uomo ad immagine e somiglianza di Dio si riferito alla sua parte interiore e non a quella esteriore. È precisamente questa la capacità intellettiva dell'uomo nel suo Primo Stato, quello che poi perde, passando alla coscienza multipla.

Il passaggio dall'Essere assoluto all'aggiornamento fenomenico Ibn Arabi lo descrive usando una parola araba che è sinonimo di "emanazione" o manifestazione. Un suo seguace, Al Qasani, formula questo passaggio dalla cosa assoluta fino alla molteplicità attraverso una serie di strati. Trascriviamo prendendo come base l'opera di Toshihiko Izutsu, delle Edizioni Siruela, che ha per titolo "Sufismo e Taoismo":

L'Essere è un'unica realtà (ain) ed è l'Assoluto.

L'Essere nel primo stato continua ad essere libero dalle limitazioni, è Adam. Per il momento non si produce nessuna manifestazione. L'Essere, continua ad essere l'Essenza assoluta, ma è il punto di partenza di tutti gli stadi ontologici susseguenti. Non è più oramai per Lui l'essenza nella sua oscurità metafisica.

Nel secondo stato l'Essere si risolve in una specie di determinazione globale. Si riferisce all'attività e passività degli aspetti divini dell'Essere. Ma in questa fase l'Uno continua ad essere Uno, non si è ancora diviso nella molteplicità, ma la cosa Assoluta è potenzialmente articolata.

Il terzo stato si trova nella fase dell'Unità divina. Qui, tutta l'auto-determinazione, attiva ed effettiva si realizza come insieme integrale.

Il quarto stato è la fase in cui l'Unità divina dallo stato anteriore si divide in auto-determinazione indipendente. È in questa fase in cui assegniamo nomi a Dio.

Il quinto stato include sotto forma di unità tutte le determinazioni di carattere passivo. Rappresenta l'unità delle cose create e possibili del mondo del divenire.

Nel sesto stato l'unità dello stato anteriore si dissolve e si trasforma nelle cose e nelle proprietà esistenti. È lo stadio del mondo. Tutti i generi, specie, individui, parti, relazioni, etc., si attualizzano in questo stadio.

Questo stato possiamo applicarlo anche all'Uomo che continua a passare da uno stadio ad un altro fino ad arrivare all'individualizzazione, gli uomini.

Per Ibn Arabi l'Uomo è il conoscitore (arif); stesso termine che usa Luria per descrivere la creazione dell'Uomo. Rispetto al divenire della cosa Assoluta, dice il sufi, che la prima tappa nella sua manifestazione è la Sacra Emanazione, è la fase in cui la cosa Assoluta si manifesta a sé stesso. In termini moderni, è l'apertura dell'autocoscienza dell'Assoluto. Come disse qualcuno "è l'eterna manifestazione di sé stesso, dell'Essenza."

Nella mistica sufi di Ibn Arabi, le leggi corrispondono e sono soggette ad archetipi stabili e determinati dal proprio Assoluto, in modo che Dio risponda ed agisca secondo questi archetipi. Allo stesso modo, l'uomo non può contravvenire a ciò che è stato stabilito. In modo che tutte le nostre discussioni sul bene e sul male, viste all'improvviso all'interno della cornice degli archetipi stabiliti, spariscono. Se un uomo fa qualcosa di sconveniente non sta uscendo dagli archetipi prefissati e neanche sta contravvenendo a nessuna legge divina. Quando un uomo ottiene qualcosa di buono è lui stesso che se la concede. Quindi, quando fa qualcosa di male è lui stesso che decide la punizione da subire. È come quanto conosciamo attraverso la legge del karma. Abbiamo detto sempre che il karma non è altro che qualcosa di personale, una conseguenza della nostra realizzazione; ma sia la conseguenza, conveniente o sconveniente, è sempre dentro la legge, cioè, si effettuerà conseguentemente col nostro pensiero, parola ed opera. Pertanto, l'uomo, facendo il bene o facendo il male, agisce sempre nella legge, perché ella darà come effetto il risultato conseguente all'azione prodotta.

Visto ciò che è stato detto sopra, quello che l'Uomo ha attraversato nel suo Primo Stato per poi passare all'uomo individualizzato, quindi alla molteplicità e poi allo stato di errore dell'auto-identificazione, non ha in sé alcuna forma di peccato, ma corrisponde al proprio divenire proveniente dall'Assoluto. Chi ha perseguito con ostinazione a diffondere la teoria del peccato originale, pare siano state proprio le religioni che devono controllare il proprio gregge. Esse hanno venduto l'idea del peccato originale senza capire che, sebbene non sia stato opportuno separarci da Dio, non c'era altro rimedio, perché questo passaggio è qualcosa che è dentro la legge, si è prodotto dentro la propria legge. Ora dunque ci troviamo nella situazione di doverci nuovamente riconvertire in conoscitori (arif), cioè, di recuperare lo stato di coscienza pura che faremo sempre dentro la legge.

La caduta dell'uomo lo Zohar la spiega come il divorzio tra Adam e la particella accusativa alef-tau, perché dal punto di vista ortodosso, ogni creazione al di fuori dell'alfabeto ebraico, è peccato. Tuttavia, Nella visione di Ibn Arabi, la caduta appare come un fatto irrimediabile perché è parte del divenire dell'Assoluto.

Ritornando ad Ibn Arabi, vediamo un'interpretazione più profonda di questioni di questo tipo: "Tutte le cose 'possibili' hanno la loro radice nell'inesistenza. Quello che normalmente si considera come ‘esistenza' non è altro che l'esistenza dell'Assoluto che appare nelle diverse forme dei modi di essere propri delle cose 'possibili' in se e nella sua essenza. Grazie a ciò capirai chi gode realmente e chi soffre realmente… Allo stesso modo capirai quindi qual è la conseguenza reale di ogni stato o azione dell'uomo."

 

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