Argomento:Letture d'Esoterismo


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Occidente, addio /1

di Antonio D'Alonzo

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È passato quasi un secolo da quando ne Il tramonto dell'Occidente Oswald Spengler vaticinava il lento crepuscolo della civiltà occidentale. Il fulcro centrale del pensiero spengleriano era rintracciabile nell'equiparazione tra organismo biologico e Kultur: come l'organismo anche le culture nascono, si sviluppano, invecchiano e muoiono.

L'Occidente al tempo in cui usciva l'opera – a dire dell'autore – viveva l'ingresso nella prima vecchiaia, il progressivo e declinante tramontare.

La previsione di Spengler si riferiva prevalentemente alla vecchia Europa borghese-cristiana, portatrice di valori conservatori e orientata a proporsi come modello di civiltà nei confronti dell'Asia e dell'Africa. La vecchia Europa coloniale che sfruttava le terre del terzo mondo, ma anche educava e formava le nazioni asiatiche fondate sull'autoritarismo politico-religioso e quelle africane ritenute completamente estranee al rispetto dei diritti umani e alle più elementari norme di civilisation .

L'America wasp (White Anglo-Saxon Protestant) – nella corrente di pensiero nata dalle teorie spengleriane – era portatrice di una cultura barbaricamente improntata al mercantilismo capitalistico più sfrenato, monopolio di una nazione priva di storia e di grandi beni artistici (naturalmente la storia americana non contemplava quella dei nativi, così come gli intellettuali europei hanno sempre sottovalutato l'arte americana). Ad un abitante del vecchio continente gli americani sembravano ignoranti ed impreparati a capire la cultura e l'arte europea, certamente potenti dal punto di vista economico ma fatui e privi di profondità.

Dall'altra parte del blocco ferro si trovava la «vecchia» Russia, diventata Urss, con tutti i suoi paesi satelliti, Ungheria, Romania, Cecoslovacchia, Polonia, Bulgaria. La vecchia «Madre» Russia di tante indimenticabili pagine letterarie e musicali, nazione eurasiatica che tante volte aveva incrociato il destino di tanti stati europei. Da una parte il blocco atlantico, dall'altro quello sovietico: una dicotomia rassicurante nella sua brutale semplicità.

Nessuno fino a trenta anni fa avrebbe potuto pensare alla fine dell'Unione Sovietica e del patto di Varsavia, nessuno fino a diciotto anni fa avrebbe potuto mettere in discussione la plausibilità del nuovo secolo americano, il ruolo dell'America come unica superstite superpotenza mondiale. Si pensava che la storia fosse finita e con essa i grandi conflitti mondiali. Invece, nel giro di pochissimi anni l'orso russo è tornato a fare sentire il peso dei suoi muscoli, mentre gli USA si avviano verso la recessione economica e la perdita definitiva del ruolo di gendarme e guida del panorama mondiale.

Nel 1991 s'infrange il sogno della perestroika di Mikhail Gorbaciov sotto i duri colpi della crisi economica e del nazionalismo interno. Le difficoltà economiche disgregano l'impero sovietico e provocano la «balcanizzazione» di tutti quei paesi che fanno parte della «Santa Madre» dal tempo degli Zar. Sul fronte interno si rimprovera a Gorbaciov – oltre alla balcanizzazione delle province dell'ex impero – anche la rinascita della Germania unificata, che si presenta più forte che mai, come non era più stata dai tempi del Terzo Reich. Gorbaciov si accorge che le forze controrivoluzionarie stanno per ordire un golpe e chiede aiuto ai paesi occidentali per modernizzare economicamente l'Urss, promettendo in cambio appalti industriali e forniture energetiche a prezzi favorevolissimi. In pratica si chiede all'Europa e all'America di apportare un nuovo piano Marshall per l'Unione Sovietica, ma – errore gravissimo – viene lasciato solo ed in balia dei vecchi apparati reazionari che cavalcano il malcontento diffuso.

Nell'Agosto del 1991, la vecchia nomenklatura sovietica rapisce Gorbaciov e tenta il colpo di stato: il leader della Perestroika si rifiuta di firmare la lettera di dimissioni. Il golpe fallisce, sale al potere il Presidente della Federazione Russa, Boris Eltsin, acclamato dalle democrazie occidentali, ma in realtà alquanto limitato dal punto di vista intellettuale. Nel giro di pochissimo tempo, Eltsin avvia l'implosione definitiva dell'Urss e la separazione delle ex repubbliche sovietiche diventate indipendenti. Ma Eltsin fa di più: circondato da una corte di cattivi consiglieri (la «famiglia») svende fabbriche, terreni e risorse naturali a privati che acquistano a prezzi vantaggiosissimi senza garantire la necessaria copertura economica e bancaria.

L'Occidente non sta soltanto a guardare, ma attraverso le sue banche e società di consulenza accelera e si rende correo del tracollo economico dell'ex impero sovietico. Da questa rapinosa svendita nascono i nuovi miliardari russi che hanno la prontezza di trovarsi al posto giusto nel momento giusto: la generazione degli Abramovich e dei nuovi padroni del vapore. Si crea presto una forbice economica tra la generazione dei nuovi miliardari – per lo più uomini vicini agli apparati del Kgb e del vecchio Pcus – ed il popolo dei salariati e pensionati. Quando i deputati russi denunciano il propagarsi di questa economia mafiosa, Eltsin ordina l'assalto al parlamento, nato con le libere elezioni del 1989. L'Occidente ancora una volta tace, spianando la strada all'avvento di Vladimir Putin. Sotto Eltisn, il paese è sull'orlo del collasso, l'Occidente abbandona la Russia a se stessa, ma la Santa Madre ha un territorio troppo esteso e ricco di idrocarburi per morire definitivamente. Con la «cura Putin» la Russia inizia la sua rinascita, avallando un'idea della democrazia come potere dei ricchi, concezione che non a caso nell'UE trova emuli soprattutto nell'Italia berlusconiana. È soprattutto per gli idrocarburi, forniti abbondantemente a tutta l'Ue, che la Russia diventa di nuovo una superpotenza. La difesa dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia dall'aggressione georgiana, con la conseguente invasione territoriale di quest'ultima, dimostra che la Russia si sente pronta ad alzare la voce nei confronti dell'America e dell'Ue: specialmente dopo che, con la «scusa» dello scudo spaziale antiterrorismo, Bush ha cercato di accerchiare la Russia facendo entrare anche Georgia ed Ucraina nella Nato. In ogni caso, la Russia ha un territorio immenso e, a differenza della Cina, scarsamente popolato: può ridistribuire i redditi pro capite più rapidamente ed effettuare così il sorpasso economico nei confronti dell'Occidente in tempi brevi.

L'America è tramortita dalla crisi dei mutui subprime e dal dollaro debole: troppi investimenti familiari affrettati senza le necessarie coperture economiche e bancarie. L'Ue è una pseudo-comunità debole fin dalla nascita, priva di risorse energetiche proprie. L'Europa comunitaria che dipende interamente dai rubinetti di Gazprom, la potente fornitrice russa del gas europeo, non può avere voce in capitolo per influenzare la politica internazionale: citando un vecchio slogan maoista, si potrebbe dire che l'Ue è una tigre di carta. E l'Ue non dipende dalla Russia soltanto per il gas, ma anche per il petrolio. Se l'America è in crisi, se l'Ue è un progetto incompiuto, si capisce come l'Occidente si stia avviando definitivamente alla fase crepuscolare prevista da Spengler. Se fino ad ieri, il 90% delle risorse economiche ed energetiche erano nelle mani di una ristrettissima aristocrazia occidentale – il 10% della popolazione mondiale – adesso sembra arrivato il momento del grande rovesciamento da parte dei paesi emergenti «Bric» (Brasile, Russia, India, Cina) + il Messico.

Prendiamo l'India. Ha una classe dirigente, politica ed industriale, molto giovane; al vertice di tante multinazionali si trovano managers indiani di vent'anni o poco più. È senza dubbio una democrazia: votano tutti; il primo ministro è una donna indiana di origini italiane. Alcuni ministri appartengono alle caste inferiori: una ministra addirittura a quella dei dalit , gli «intoccabili». Non sono fattori irrilevanti: la possibilità di avere un primo ministro donna è ancora impensabile per certi paesi occidentali come dell'Italia. L'accesso alle università ed ai posti di lavoro importanti sono regolati dalle quote che garantiscono per le caste inferiori, per i dalit ed i tribali. Le elezioni si svolgono regolarmente e secondo parametri democratici, nemmeno lontanamente paragonabili alla realtà russa (pensiamo alla elezione di Medvedev) e cinese. Tuttavia, la nazione indiana non ha ancora il potere economico della Russia, né la forza produttiva della Cina. Il sistema castale, perno sul quale si regge il potere dei brahmani, ha ultimamente allargato le maglie, anche per l'influenza delle altre religioni presenti sul subcontinente indiano (in particolare, del buddismo, cristianesimo, islam), ma sussiste l'apharteid e la discriminazione razziale tra le diverse caste.

L'apharteid non è tanto un prodotto dello stato, quanto della società civile: ancora oggi un numero imprecisato di donne dalit è sottoposto a stupri e a violenze che restano impunite da parte dei maschi appartenenti alle caste ariane. La società civile indiana non è stabile, come dimostrano le violenze fondamentalistiche o nazionalistiche nei confronti dei missionari cristiani, in particolare dei protestanti evangelici che osano mettere in discussione il principio religioso della disuguaglianza. Se si mette in discussione che rinascere in una casta inferiore o superiore non sia frutto del caso ma del karman , si mina di colpo le fondamenta dell'induismo brahmanico. Se tutti gli uomini sono uguali dalla nascita tanto vale passare al cristianesimo dove tutti sono figli di Dio, o al buddhismo dove tutti possono raggiungere l'illuminazione. Ma non è soltanto il fondamentalismo religioso – da notare che alcuni studiosi preferiscono parlare di nazionalismo indù in luogo del primo termine – a minare le basi della società civile indiana.

All'interno del subcontinente operano diversi gruppi guerriglieri di estrazione marxista come i maoisti naxalita che cercano di colpire i trasporti e la logistica per abbattere l'economia indiana e rovesciare il potere brahminico. Il nazionalismo indù è fomentato soprattutto da il Rashtriya Swayamsevak Sangh (Associazione dei Volontari della Nazione, RSS), all'origine dell'associazione internazionale di propaganda dell'induismo Vishva Hindu Parishad (VHP) e del Bharatiya Janata Party (BJP), il partito di maggioranza relativa oggi all'opposizione. Nel 2004, il partito del Congresso guidato dall'indiana di origine italiana Sonia Ghandi ha riconquistato il potere sconfiggendo il BJP e riportando una grande vittoria per la democrazia del subcontinente. Ma Il Sangh Parivar che deriva dal RSS e di cui fanno parte il BJP e la VHP è l'organizzazione che si occupa di difendere in modo aggressivo l'identità nazionale indù.

Gli eccidi di cristiani e musulmani sono il segnale che la democrazia indiana sta pericolosamente scricchiolando sotto la spinta nazionalistica. Inoltre, molto dipende anche dalla stabilità politica del vicino-rivale Pakistan, altro stato nell'area dotato dell'atomica oltre all'India. Il nuovo presidente pakistano riuscirà a preservare il territorio da infiltrazioni talibaniche e qaidiste? Il Pakistan ha le armi atomiche: che cosa accadrebbe se Al- Qā'ida o un gruppo jahdista se ne impadronisse?

L'autentico spauracchio dell'Occidente è tuttavia la Cina, sebbene il suo reddito e Pil pro-capite siano inferiori a quello americano, russo ed a quello italiano (da Limes 4/08: reddito pro-capite americano: 44.070 dollari; cinese: 4.660 $; italiano: 28.970 $. Pil pro-capite americano: 45.000 $; italia: 30.000 $; Cina: 5.000 $; Russia: 15.000 $). Dunque per quanto riguarda il Pil, l'Impero di Mezzo è molto lontano dall'avvicinarsi anche soltanto ad un paese dall'economia dissestata come l'Italia.

La Cina fa paura soprattutto perché ha una forza-lavoro di tipo «asiatico» (senza diritti sindacali e con turni di lavoro inumani), con bassi costi, non rispetta le procedure ambientali, immette sul mercato prodotti prevalentemente copiati di scarsa qualità e di scarso valore commerciale. Senza il Made in China oggi molti americani ed europei troverebbero grandi difficoltà nell'acquistare vestiti o generi alimentari. Con gli Usa in recessione e con la recessione ormai alle porte dell'Ue per mangiare o per vestirsi c'è bisogno del Made in China. Inoltre, la Cina acquistando ingenti quantità di buoni del tesoro americani ha permesso agli Stati Uniti di continuare la disastrosa guerra irachena, fino al collasso economico a stelle e strisce. Così come è vero che se gli Usa ancora non sono entrati del tutto in una nuova Grande Depressione come quella del 1929 è proprio grazie alla copertura economica che la Terra di Mezzo continua ad assicurare alle banche americane.

(1-continua)

 

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