Argomento:Miti e Simboli


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Della Sapienza degli Antichi

di Francesco Bacone - (tratto dagli Scritti Filosofici Ed. UTET a cura di Paolo Rossi)

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Prefazione

Oblio e silenzio (se si eccettua ciò che abbiamo nelle Sacre Scritture) avvolgono la primitiva antichità, dal cui silenzio sono sfuggite le favole dei poeti, alle favole seguirono gli scritti che abbiamo, sì che le latebre e i recessi dell'antichità sono separati come da un velo favoloso dalla evidenza e dalla memoria cosciente dei secoli seguenti, velo che si interpose, si introdusse tra ciò che è andato smarrito e ciò che resta. [1] Io ritengo che parecchi saranno di questa opinione, che io scherzi e giuochi e usurpi, nell'interpretare le favole, una licenza quasi simile a quella che gli stessi poeti si erano assunti nel crearle, dato che invero, con mio diritto, potrei fare in modo di cospargerle delle speculazioni più ardue per il piacere della mia meditazione o dell'altrui lettura.

Non mi sfugge quanto versatile materia sia la favola, che può essere compresa e giudicata o in un modo o in un altro e quanto possano necessità e compiacenza a far sì che ad essa siano tranquillamente attribuite cose mai pensate.

Anche questo pensiero mi si pone, che già una siffatta interpretazione è stata tentata negativamente: infatti molti, per procacciare la venerazione dell'antichità alle opinioni ed invenzioni loro, si sforzarono di piegare ad esse le favole dei poeti. Né poi è nata ora o di rado usurpata quella vecchia e frequente vanità. Così pure anticamente Crisippo soleva ascrivere le opinioni degli Stoici agli antichi poeti [2] come un interprete dei sogni; in modo più insulso gli Alchimisti trasferirono agli esperimenti della fornace i sogni e le profezie dei poeti sulle trasmutazioni dei corpi. Tutto questo, dico, l'ho abbastanza soppesato ed esplorato e ho valutato e constatato ogni superficialità e leggerezza di questi ingegni circa le allegorie, ma non ho tuttavia del tutto cambiato parere. Innanzitutto non mette conto che l'arbitrio e l'insipienza di pochi tolga credito al prestigio delle parabole. Questo invece suona ancora, per così dire, profano ed audace perché la religione si avvale di ombre e veli di tal fatta così che colui che li sopprime interdice ogni rapporto di cose divine ed umane.

Tuttavia veniamo alle cose umane. Confesso volentieri e in tutta semplicità di essere di questa opinione: che in non poche favole degli antichi poeti si celi fin dall'origine un mistero e un'allegoria; sia perché preso dalla venerazione del tempo passato, sia perché in alcune favole scorgo tale e tanta evidente similitudine e parentela con la cosa specificata (ora nella stessa struttura della favola, ora nella proprietà dei nomi con i quali personaggi e attori della favola si mostrano insigniti e quasi marcati), che nessuno fermamente potrebbe negare che quel senso non sia stato precostituito e pensato dall'inizio.

Chi è infatti così duro e chiuso all'evidenza che all'udire della Fama, dopo la morte dei Giganti generata come loro sorella postuma, non riporti quel significato al mormorio delle parti e alle voci sediziose che sogliono lungamente vagare dopo che le rivolte sono state sopite? O udendo come il Gigante Tifone tagliò ed asportò i nervi a Giove (che poi Mercurio a lui restituì dopo averli rubati) non comprenda subito che ciò riguarda le rivolte irruente che recidono ai re i nervi del denaro e dell'autorità in tal modo però che, non molto tempo dopo, con editti prudenti e compiacenti profferte, gli animi dei sudditi sono riconciliati quasi furtivamente e le forze regali rinvigorite? O ancora, udendo di quella famosa spedizione degli dèi contro i Giganti, quando il raglio dell'asino di Sileno fu di grandissima importanza per sconfiggere i Giganti, che non potrebbe pensare che tutto questo sia stato fatto per raffigurare i vasti conati di ribellione che per lo più si dissolvono per vani terrori e sciocche dicerie? Anche la conformità dei nomi a ciò che rappresentano, a quale degli uomini può infine rimanere oscura? Metide, moglie di Giove, significa chiaramente consiglio; Tifone il turbine; Pan l'universo; Nemesi la vendetta e così via. E non vi sia nessuno sconcertato da questo: se un qualche tratto di storia vera si introduce nelle favole, o alcuni lenocini stilistici sono stati aggiunti, e se le cronologie si confondono, o se da una favola alcunché sia trasferito in un'altra sì da introdurre una nuova allegoria, ciò di necessità accade perché tutte queste poetiche fantasie appartennero ad uomini che erano separati dal tempo e diversi per indirizzo, alcuni più antichi, altri più recenti. Alcuni si proposero la speculazione sulla natura delle cose, altri lo studio della vita civile.

Abbiamo anche un altro segno non trascurabile di un senso occulto di queste favole, cioè che alcune di esse si rivelano, per la stessa narrazione, tanto assurde che anche di lontano ostentano e quasi proclamano la parabola. Infatti quella favola che è verosimile si può immaginare sia stata pensata per diletto ed a somiglianza della storia vera; quello che invece non sarebbe mai venuto in mente a nessuno di pensare o raccontare, sembra esser stato ricercato per altri usi. Che fantasia è mai questa? Giove prese per moglie Metide e non appena la seppe gravida subito se la mangiò per cui egli stesso cominciò a diventar gravido e partorì dal capo Pallade armata. Io ritengo che a nessun mortale capiti di conoscere un sogno così mostruoso e tanto lungi dalle vie del pensiero. Ma la considerazione più importante per me, e che ha avuto maggior peso è questa: che parecchie favole in nessun modo mi sembrano state create da quelli che le raccontavano e le hanno rese celbri, Omero, Esiodo e gli altri; se infatti fosse chiaro che erano sgorgate da quell'età e da quegli autori dai quali sono state attestate e che a noi pervennero, nulla di grande e di eccelso mi aspetterei da una siffatta origine (come comporta la mia ipotesi) né mi sarebbe venuto in mente di sospettarlo. Di fatto se uno soppesasse la cosa, apparirà chiaro che quelle favole ci sono state tramandate e riferite come già prima credute e accolte, non come da allora per la prima volta escogitate e narrate. Che anzi, allorché sono riferite in diversi modi da scrittori coevi, facilmente puoi capire che ciò che hanno in comune è desunto da una antica reminiscenza; ciò in cui si diversificano è stato aggiunto per ornamento. Questo fatto poi aumentò la mia ammirazione verso di esse, attestando come non fossero invenzioni del tempo e degli stessi poeti, ma quasi auree reliquie e tenui sospiri di tempi migliori che dalle tradizioni delle antiche stirpi erano passate alle zampogne e ai flauti dei Greci.

Se poi uno sostenesse con animo pervicace che nel mito l'allegoria fu sempre estranea ed imposta, e non mai del tutto nativa e genuina, a questi non recherò danno, ma gli lasceremo tutta la gravità del giudizio ostentata (per quanto sia piuttosto stolta e ottusa); lo aggredirò in altro modo, e per così dire per intero, se pure ne valga la pena. Presso gli uomini, sorse e si sviluppò un doppio senso delle parabole, ma ciò che è più incredibile, utilizzato a fini antitetici. Infatti le parabole servono a fine di involucro e velame; come luce chiarificatrice ed illustrazione. Quindi, lasciato da parte il primo uso (piuttosto che attaccare lite), e messe da parte le favole antiche come cose vane e composte a fine di diletto, resta tuttavia pur sempre questo secondo uso, che nessuna violenza intellettuale ci potrà stappare, né alcuno (che sia mediocremente dotto) potrà impedirci di accogliere questo modo di insegnare come cosa grave e sobria al di fuori di ogni leggerezza, quindi utile alle scienze ed anche necessaria: specialmente nelle nuove scoperte lontane dalle opinioni e del tutto estranee per cercare un accenno più facile e benigno all'umano intelletto tramite le parabole.

Pertanto negli antichi secoli, quando le scoperte e le conclusioni dell'umana ragione, anche quelle che ora sono trite e divulgate, allora erano nuove e disuete, tutto era pieno di favole, di enigmi di ogni genere, di parabole, di similitudini. Per mezzo di queste cose si cercava la maniera d'insegnare, non l'artifizio di occultare, poiché a quei tempi le umane menti erano rozze e insofferenti, per cosi dire incapaci di sottigliezze se non di quelle che cadevano sotto i sensi. Infatti come i geroglifici sono più antichi delle lettere, così le parabole son più antiche delle argomentazioni. Ancor oggi se uno vuol diffondere nuova luce in determinate menti umane senza ostacoli e difficoltà, bisogna battere proprio la medesima via e ricorrere come aiuto alle similitudini.

Chiudiamo dunque in tal modo quanto detto: la sapienza del tempo primitivo fu o grande o felice; grande se la metafora o la allegoria fu ideata scientemente; felice se gli uomini, altro facendo, hanno offerto materia e occasione a meditazioni di tale importanza.

Giudico poi che in nessuno dei due casi l'opera mia sarà mal collocata, se pur vi sia in essa alcunché di utile. Di fatto illustrerò o la realtà o l'antichità. Non posso ignorare che questa impresa è stata tentata da altri, ma per dire il mio pensiero liberamente senza tediare, l'importanza e il pregio dell'impresa in siffatti lavori, per quanto ponderosi e laboriosi, è andata quasi del tutto perduta. Difatti gli uomini ignari della realtà e dotti nel limite dei sicuri luoghi comuni, applicarono il senso allegorico delle parabole a certe nozioni generiche non raccogliendo la loro vera forma, la loro genuina proprietà, la loro profonda dimensione. Io, al contrario, se non mi inganno, sarò originale nelle cose note a tutti e mi lascerò alle spalle le cose chiare e semplici mirando a più alti e nobili concetti.

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Note

1. Sulla diffusione dei grandi manuali mitologici (Boccaccia, Conti, Cartari) ai quali Bacone attinge largamente e sul problema dei miti e dell'allegorismo dall'antichità al tardo Rinascimento cfr. J. Seznec, La survivance des diux antiques, Londra, 1940; M. Praz, The seventeenth century Imagery, Londra, 1939; F. A. Yates, The French Academies of the XVIth century, Londra, 1947 (il cap. VIII); D. Bush, Mythology and the Renaissance Tradition in English Poetry, Londra, 1932; D. T. Starnes and E. W. Talbert, Classical myth and legend in Renaissance dictionaries, Chapel Hill, 1955. In particolare su Bacone: Ch. Lemmi, The classical Deities in Bacon, Baltimora, 1933; Rossi, 130-212. (torna al testo)

2. Cfr . Cicerone, De nat. deor ., I, 15. (torna al testo)

 

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