Argomento:Miti e Simboli


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Della Sapienza degli Antichi

di Francesco Bacone - (tratto dagli Scritti Filosofici Ed. UTET a cura di Paolo Rossi)

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Cassandra o la franchezza del parlare

Narrano che Cassandra sia stata vivamente amata da Apollo e sempre deludesse con vari raggiri i suoi desideri, e continuasse nondimeno a dargli speranza finché riuscì ad estorcere dal dio il dono della divinazione. Allora, ottenuto ciò che fino dall'inizio aveva cercato di ottenere con la dissimulazione, respinse apertamente le sue profferte.

Apollo, bramoso di vendetta, non potendo in alcun modo revocare il privilegio che le aveva troppo sconsideratamente promesso e poiché non voleva esser ludibrio di un'astuta femmina, al suo dono aggiunse una pena: che essa sempre avrebbe predetto il vero e nessuno le avrebbe creduto.

Pertanto nei suoi vaticini la verità c'era, ma mancava la fiducia, cosa di cui essa dovette trarre esperienza in perpetuo, anche in occasione della distruzione della sua patria, che più volte aveva predetto senza che alcuno l'ascoltasse.

La favola sembra proprio riguardare l'inutile ed intempestiva libertà di fornire consigli e ammonimenti.

Coloro infatti che sono d'animo così caparbio e pervicace da non volersi sottomettere ad Apollo, cioè al dio dell'armonia, per osservare ed imparare le modalità e le misure delle cose come i toni ora acuti ora gravi; le differenze con cui strutturare il discorso secondo che esso sia ascoltato da orecchie di dotti o di plebei; il momento opportuno ora di parlare ora di tacere costoro, per quanto siano spigliati e prudenti e suggeriscano buoni e saggi consigli, non riescono tuttavia quasi mai a giovare con il loro impeto persuasivo, né sono efficaci nel trattare le cose, anzi affrettano la rovina di coloro a cui si rivolgono, e vengono poi esaltati come vati lungimiranti dopo il verificarsi dell'evento e della catastrofe.

Una esemplificazione esauriente di questo fatto è M. Catone l'Uticense. Costui infatti previde, come da una specola, assai prima che gli avvenimenti si verificassero, e predisse, come da un santuario, la rovina della patria e la tirannide derivata dapprima dalla cospirazione e poi dalla lotta di Cesare con Pompeo: ma nel frattempo a nulla giovò, anzi fu di danno e accelerò i mali della patria.

Cosa che saggiamente avverte M. Cicerone ed elegantemente narra così scrivendo ad un amico: «Catone ha ragione, ma nuoce talvolta alla patria: parla come se si trovasse nella repubblica di Platone, non tra la feccia di Romolo». (Cicerone, Ad Att ., 2, 16.)

 

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