Argomento:Miti e Simboli


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Orfeo o la filosofia

di Francesco Bacone - (tratto dagli Scritti Filosofici – Ed. UTET – a cura di Paolo Rossi)

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La favola di Orfeo che, sebbene divulgata, non ha ancora avuto una completa e sicura interpretazione, sembra riportare l’immagine della filosofia universale. Infatti, la figura di Orfeo uomo ammirevole e chiaramente divino, ed esperto di ogni armonia sì da vincere tutte le cose con i suoi soavi accordi e trascinarle seco, facilmente può riferirsi alla descrizione della filosofia. Le imprese di Orfeo, infatti, superano in dignità e potenza le fatiche di Ercole, come le opere della sapienza superano quelle della forza bruta.

Orfeo, per amore della moglie rapitagli da morte immatura, decise di scendere agli Inferi confidando nella potenza della lira, per scongiurare i Mani; e non si distolse da questa sua speranza. Infatti, placati i Mani e addolcitili con la dolcezza e le modulazioni del canto, tanto poté presso di loro che ottenne la restituzione della moglie; a questo patto però: che ella lo seguisse da tergo e che egli non si volgesse a guardare prima di essere giunto a contatto con la luce. Nondimeno egli, per impazienza dell’amre e dell’affanno, ruppe il patto (quando era già quasi al siuro) e la donna fu rigettata precipitosamente agli Inferi. Da quel momento Orfeo immalinconito e nemico delle donne si riturò in solitudine ove, con la stesa dolcezza del canto e della lira, dapprima attrasse a sé ogni specie di animali. Le belve smarrivano la loro feroce natura e, dimentiche della rissosa crudeltà, non più infuriate dagli stimoli e dai furori della libidine, non si curavano più di saziare le loro fauci o di bramare prede, ma solo gli stavano intorno come ad un teatro, fatte tra di loro mansuete e benigne, attente soltanto al suono della lira.

E questo non è tutto, tale fu la forza e la potenza della musica che smuoveva boschi e rocce, faceva loro cambiare il posto e le disponeva nell’ordine e modo voluti attorno a sé. Questi fatti continuarono ad avvenire felicemente e con grande ammirazione per lungo tempo, ma alfine le donne della Tracia, eccitate da Bacco, soffiarono in un corno dal suono roco e fortissimo: a causa del suono la musicale melodia non poté più a lungo essere udita. Allora infine, rotta l’armonia che era vincolo dell’ordine della società di Orfeo, tutto cominciò a turbarsi, ciascuna fiera ritornò ai suoi istinti e, come prima, si perseguitarono l’un l’altra; le pietre e le selve non rimasero più ove erano: Orfeo stesso infine fu dilaniato dalle donne furenti e sparso per i campi. Per il dolore della sua morte l’Elicona (fiume sacro alle Muse), indignato nascose le acque sotto terra e in altri luoghi solamente rialzò il capo.

Questo sembra essere il senso della favola. Duplice è il canto di Orfeo: l’uno per placare  i Mani l’altro per guidare a sé le selve e gli animali. Il primo si riferisce in modo chiarissimo alla filosofia naturale, l’altro alla filosofia morale e civile. Infatti, il più nobile scopo della filosofia naturale è la restaurazione e la restituzione delle cose corruttibili e (come gradi minori di ciò) la conservazione dei corpi e del loro stato e il ritardo della dissoluzione e della putredine. Dato che questo scopo si possa raggiungere, esso non può certo essere attuato in altro modo che per i debiti e raffinati temperamenti della natura, come con una perfetta armonia e modulazione della lira. Tuttavia, essendo l’impresa di gran lunga più ardua di tutte, spesso è frustrata nell’effetto (come par verosimile) non per altra causa che per una intempestiva e curiosa impazienza e avventatezza. Pertanto, la filosofia, incapace di tanto e perciò a ragione immalinconita, si rivolge alle cose umane ed insinuandosi nell’animo degli uomini con la persuasione e l’eloquenza vi porta l’amore della virtù, dell’equità e della pace, riunisce gli uomini nella società, fa loro assumere i gioghi della legge, li induce alla sottomissione al potere, a reprimere desideri smodati, ad ascoltare i precetti della disciplina ed a obbedirvi. Onde poco dopo son costruiti gli edifizi, son fondate le città, si piantano gli alberi nei campi e nei gradini; come nella favola è detto non senza ragione che massi e selve mutavan posto e si avvicinavano.  A ragione e con ordine però, questa cura delle cose civili viene posta dopo il tentativo di ridar vita ai corpi mortali, perché l’inevitabile necessità della morte, proposta con maggior evidenza, costringe gli animi degli uomini a cercare l’eternità nei meriti e nella fama del nome.

Nella favola si aggiunge anche prudentemente che Orfeo fosse insensibile alle donne e ai connubi, perché le dolcezze del matrimonio e della paternità distolgono per lo più gli uomini dai grandi ed eccelsi servigi verso lo Stato mentre inducono a ritenere che si possa avere l’immortalità con la discendenza e non con i fatti. Invero le stesse opere della sapienza, sebbene eccellano tra le cose umane, sono sempre chiuse in certi particolari periodi. Avviene infatti che ad una momentanea fioritura dei regni e degli Stati faccian seguito perturbazioni, sedizioni e guerre; negli strepiti delle quali per prime tacciono le leggi, e gli uomini tornano alle connaturate depravazioni e si vede la desolazione anche nei campi e nelle città. Non molto tempo dopo (se tali furori sono continui) anche le lettere e la filosofia son sicuramente fatte a pezzi: così che i loro frammenti si trovano soltanto in pochi luoghi come le tavole di un naufragio, e sopravvengono i tempi di barbarie (allorché le acque dell’Elicona si sommergono sotto terra). Alfine, per la naturale vicissitudine delle cose, le tavole riemergono e restano, forse non negli stessi luoghi, ma presso altre nazioni.

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