Argomento:Letture d'Esoterismo


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L’iniziazione ai culti femminili nei Misteri del mondo antico /2

di Alessandro Orlandi

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Passiamo ora ad esaminare alcune immagini provenienti dalla villa dei Misteri di Pompei, luogo di iniziazioni femminili ai Misteri di Dioniso. Queste immagini ci aiuteranno ad approfondire quanto abbiamo detto fin qui.

Cominciamo ricordando che nei sacrifici dionisiaci una parte dell’animale sacrificato veniva conservata dopo lo smembramento e doveva servire alla sua futura reintegrazione e rinascita.

Alcuni, in accordo con il mito della resurrezione di Dioniso Zagreo, sostengono si trattasse del cuore, altri del fallo. [12] È possibile che i due organi incarnassero in modo diverso lo stesso princìpio. Il cuore era infatti per i Greci il primo organo a formarsi nel corpo umano, sede del "fuoco vitale" e dell’intelligenza, mentre il fallo era il segno sensibile delle potenze della fertilità, dominato da energie sia uraniche che sotterranee, dal fuoco celeste di Eros come dalla forza del desiderio, proveniente dal regno di Efesto, situato sotto i vulcani.

In realtà c’era anche un gioco di parole tra l’oggetto mistico che veniva portato in processione durante le feste dionisiache, racchiuso in un setaccio per il grano, [13] e le parole kradìa, "cuore" e krade, "albero di fico". Per questo motivo l’albero del fico ed i suoi frutti erano sacri al dio e durante le stesse processioni venivano esibiti falli in legno di fico inghirlandati con fiori. [14]

Nei misteri dionisiaci gli iniziati prendevano parte ad una cerimonia notturna [15] (nota dall’invettiva di Demostene contro Eschine) durante la quale dovevano indossare pelli di cerbiatto e predisporre un cratere di vino dal quale attingevano.

Venivano quindi imbrattati con una mistura di argilla e paglia mentre dal buio emergeva la sacerdotessa, che portava una maschera da Gorgone, e, tra le urla dei presenti, venivano pronunciate le parole: "Sono sfuggito al male, ho trovato il meglio".

È anche noto che le iniziazioni femminili culminavano con la contemplazione del contenuto di un liknon coperto che racchiudeva un fallo. [16]

L’oggetto che giaceva nel liknon veniva trattato dalle donne, dice Kerenyi, come un bambino al suo risveglio e probabilmente l’anno di Dioniso iniziava con un rito che si proponeva di ridestare il fallo nel liknon.

Il giorno successivo alla cerimonia notturna di cui si è parlato, il gruppo degli iniziati passava per le strade recando la kiste e il liknon, che conteneva il fallo coperto da dolci e frutta. Alcuni brandivano serpenti vivi e la gente era incoronata da finocchio e pioppo bianco.

In un’altra festa sacra a Dioniso, la festa delle falloforie, grandi falli venivano trasportati ed esibiti in pubblico.  Secondo Erodoto il paese originario delle falloforie era l’Egitto. Nei cortei egizi di cui parla Erodoto, le donne portavano in giro delle statue dotate di enormi falli i quali, grazie ad opportuni congegni, potevano muoversi.

Riferimenti al fallo pervadono comunque tutta la sfera dionisiaca.

Falli eretti di pietra comparivano spesso sui sepolcri come simboli delle forze generative primarie e sotterranee del ghenos e della stirpe, forze che l’iniziato era chiamato a riconoscere e affrontare dentro di sé per avere accesso all’Oltretomba. [17]

La potenza generativa, la forza dell’istinto e del desiderio raffigurata dai falli di legno che venivano portati in processione, è l’archetipo della virilità ripartita tra gli uomini.

Questo dono di Dioniso si manifesta anche attraverso la corrente solare e celeste della vita che tutti gli anni si rianima al solstizio d’inverno, allorché le giornate ricominciano ad allungarsi, determinando il risveglio della Natura. Prima in modo occulto e sotterraneo e poi palese, quella stessa corrente primaverile fa salire la linfa lungo i tronchi ed i rami degli alberi, [18] e fa scoccare la scintilla dell’eros. [19]


Fig. 2 – Satiro e menade danzanti

A questa corrente impersonale, universale ed immortale, che i Greci chiamavano Zoì [20], si oppongono le esistenze individuali, circoscritte e tese all’autoconservazione e riproduzione di sé, animate da una forza vitale destinata a estinguersi nella sua unicità, che i greci conoscevano come Bios. Così la Zoì rappresentava la natura divina e immortale dell’uomo, mentre "Bios" era la totalità delle sue estrinsecazioni particolari, destinate prima o poi alle dimore di Ade.

Nelle iniziazioni e nelle feste dionisiache che celebravano il risveglio del principio vitale ed istintuale, fondamentale era il ruolo delle donne. Era infatti compito del polo femminile dell’esistenza risvegliare la Zoì addormentata nel letargo invernale, ridestare il fuoco sopito, rimettere in moto le potenti forze del desiderio e della crescita vitale, paralizzate dal gelo e dalla morte. Alle danze sfrenate e orgiastiche delle menadi [21] in preda all’ebbrezza che, seminude, si inerpicavano nel segreto dei monti per celebrare il sacrificio ed il pasto di carne cruda, brandendo serpenti vivi, possiamo accostare alcuni dei dipinti della Villa dei Misteri di Pompei. [22]

Gli affreschi rappresentano le varie fasi dell’iniziazione di una matrona, novella sposa, ai misteri di Dioniso.

 


Fig. 3 – Scena di iniziazione – Dioniso e Arianna

Al centro della parete frontale Arianna abbraccia un Dioniso seminudo e incoronato d’edera, mollemente adagiato sul grembo di lei.[23]

 


Fig. 4 – Donna che solleva il fallo nel Liknon e Nemesi che frusta l’Inverno

 


Fig 5 – Le quattro stagioni

Accanto a queste due figure una donna è inginocchiata con un braccio teso verso un liknon e, senza toccarlo, fa sollevare come per magia il phallos contenuto nel liknon, che è coperto da un drappo. Con l’altro braccio sorregge una torcia. [24] Vicino alla donna inginocchiata, una figura femminile alata è raffigurata nell’atto di vibrare un colpo di frusta.

Destinataria del colpo è una donna prona, dall’aria afflitta, la quale sembra attendere la sferzata e poggia la testa sulle ginocchia di un’altra donna seduta. Subito accanto una menade nuda, coperta soltanto da un lembo di mantello che assume la forma di una falce lunare e un’altra menade vestita che impugna il Tirso [25] e danza anch’essa, dirigendosi verso la donna seduta.

 


Fig. 6 – Visione di insieme delle figure 4 e 5

Le quattro figure femminili sono disposte in modo da formare un cerchio. La sala è dominata dall’immagine di una matrona la quale, comodamente assisa su uno scranno contempla l’intera sequenza dell’iniziazione. (L’immagine non è riprodotta in questo articolo).

 


Fig. 7 – Fanciulla che si specchia e fanciulla che assiste all’iniziazione

Dall’altro lato dell’entrata sono raffigurate due donne: una delle due, seduta, è una giovane che contempla la scena dell’iniziazione; l’altra, invece, in posizione eretta, guarda in un piccolo specchio sorretto da un  eros alato. 

Le figure vanno considerate nel loro insieme: la donna inginocchiata della fig. 4, portatrice di luce, (la fiaccola), rappresenta il potere femminile, la capacità di evocare le forze generatrici della Natura [26] e di risvegliare ed eccitare gli istinti e la sessualità maschile. Nemesi [27], la figura alata che brandisce la frusta, è l’equivalente celeste della donna che fa sollevare il fallo dal liknon: il colpo di frusta della Dea [28], diretto verso la donna inginocchiata, che rappresenta l’Inverno (cfr. fig. 6), ha l’effetto di far volgere il ciclo del sole al solstizio invernale: le giornate ricominciano ad allungarsi dopo l’occultamento della luce.

Nemesi, l’angelo alato della sofferenza e del lutto, è quindi l’altro volto della fertilità, colei che ha il potere di far volgere il ciclo del sole, consentendo così la rinascita di Dioniso smembrato dai Titani. [29]

Le quattro donne disposte in circolo  sono evidentemente le quattro stagioni in cui è suddiviso l’anno: la donna prona che riceve la frustata "solstiziale" è l’Inverno, la menade nuda e danzante che reca la falce della luna crescente è la Primavera, quella vestita l’Estate e la donna seduta, che guarda verso Nemesi e sembra voler consolare l’Inverno, è l’Autunno.

 Sorella gemella di Nemesi era Aidos, il Pudore, colei che conserva i segreti della notte, dea legata probabilmente al solstizio d’estate e al celarsi del Sole e delle bellezze della Natura nel sottosuolo.

 


Fig. 8 – Aidos, il Pudore

Le due giovani donne accanto all’entrata ci mostrano due aspetti complementari del rito: una assiste alle varie scene dell’iniziazione, mentre l’altra si guarda riflessa nello specchio. Ciò significa che essa riconosce dentro di sé le varie figure del rituale, a indicare che i misteri devono servire per conoscere se stessi. Le due donne stanno quindi compiendo la stessa azione.

Se spostiamo ora lo sguardo sulla parete opposta, un’altra serie di affreschi ci fanno penetrare ancor più nel senso riposto dei misteri di Dioniso.

Accanto allla dea Aidos [30], il Pudore, dal volto velato, un Satiro suona la lira e sullo sfondo si scorgono due Panische, una delle quali ha con sé una pelle di capra nera scuoiata mentre l’altra panisca allatta una capretta. Una terza capra è raffigurata in primo piano.

 


Fig. 9 – Panisca che allatta una capra, panisca che suona la siringa  e satiro che suona la lira

Nella  scena sopra descritta il Satiro suona la lira Apollinea, che fa passare l’anima dal mondo dell’Io e del "qui ed ora" al mondo oscuro delle profondità della psiche. Nel retro il mondo al quale si accede, svelato dalla musica sacra: la prima panisca, quella che allatta la capretta, incarna la sorgente sacra delle energie animali, della vitalità, del Bios e degli impulsi primari.

La seconda, che suona la siringa a sette canne, compone la melodia che costituisce l’essenza sottile di ogni essere vivente. [31]

La vita viene vista come una danza che asseconda il suono di quell’invisibile strumento. La panisca che lo impugna ha il potere di determinare in qualsiasi momento la morte del Bios che le è stato affidato, semplicemente smettendo di suonare.

Attraverso l’ebbrezza e la possessione dionisiaca l’iniziazione doveva svelare a ognuno questo retroscena sacro del "lato animale" degli esseri umani.

I satiri, gli eros, le panische, le ninfe e le altre figure del corteo dionisiaco altro non sono se non oggettivazioni delle sorgenti prime e inaccessibili degli istinti umani, sorgenti divine e sacre alle cui acque l’iniziato, disceso in se stesso, doveva riuscire ad attingere per rigenerarsi e trasformarsi.

Il lato sublime dell’uomo, secondo i Greci, andava dunque cercato proprio nel punto apparentemente più basso dell’essere, là dove gli stimoli hanno origine.

Alla sinistra di Aidos, accanto a Dioniso e Arianna, l’affresco più celebre della Villa dei Misteri: un satiro seduto mostra un recipiente cavo a un giovane che si rispecchia nell’interno lucido della coppa (cfr fig. 3), ma un secondo giovane alle spalle del primo, solleva una maschera da satiro orientata in modo tale che il primo giovane scorga nella coppa le sembianze della maschera anziché il proprio volto.

Dietro ciò che sembra provenire dalla volontà cosciente si nascondono l’inesprimibilità, l’incommensurabilità e la terrorizzante numinosità del divino e del sacro. Ogni uomo porta con sé sia il mondo infero dei dèmoni e dei morti che quello celeste degli dèi. È per ciò che il giovane iniziato, invece di scorgere il proprio volto riflesso nella coppa, contempla il volto di un anziano e barbuto satiro, una maschera, questa, proveniente dalle profondità più abissali del suo inconscio.

Egli prende così coscienza delle vere origini di quel che credeva il suo Io, dell’essere senza tempo da cui è abitato, ed è iniziato al mondo degli uomini adulti, di coloro che sanno come nel monotono scorrere del tempo profano si nascondano mille soglie invisibili che possono condurre al tempo eterno degli dei. Insomma, diventa uomo nel senso più vero e sottile del termine. [32]

Non è estraneo a questa simbologia il fatto che il giovane si rispecchi proprio in una coppa cava, destinata a contenere vino. A generare la sovrapposizione tra Bacco-Dioniso e il dio del vino sono proprio le modalità di preparazione della bevanda, dalla danza arcaica dei pigiatori d’uva, mascherati da Satiri e Sileni, dèi degli istinti che trasmutano l’energia vitale contenuta nel sangue, ai processi di fermentazione e maturazione del vino che "sente" la primavera e ribolle nelle anfore e nei tini, perfezionandosi a opera del fuoco celeste che lo anima. [33]

Il vino, sangue della Terra, induce alla procreazione, alla possessione, all’affratellamento e alla convivialità, alla sensualità e alla perdita delle inibizioni.

Il bere vino facilitava insomma l’insorgere della mania nei posseduti da Dioniso e metteva in moto, scatenava, un aspetto dell’istintualità altrimenti bloccato da mille condizionamenti perché vissuto come pericoloso. Questa esperienza conduceva l’iniziato allo stupore di chi si riconosce abitato da forze invisibili e di origine ignota. "Rotta la sua individualità", dice Colli nella Sapienza Greca, "il posseduto da Dioniso vede quel che i non iniziati non vedono".

In questa nascosta affinità tra le regioni sotterranee della psiche e quelle celesti sta tutto il senso delle iniziazioni femminili e del ruolo di Dioniso come "Soter", ossia "salvatore" e dio delle donne.

Le due iniziazioni dionisiache (i piccoli ed i grandi Misteri) attendevano i morti nell’al di là e, in particolare, si riteneva che le persone morte in giovane età fossero chiamate a nozze dionisiache e che Eros-Dioniso-Ade rapisse le donne alla vita per unirsi a loro in nozze sotterranee. Mentre il suono dei flauti dionisiaci accompagnava le cerimonie funebri, le giovani defunte promesse al dio dovevano trasformarsi in Arianna; [34] e i giovani nello stesso Dioniso.

Sostiene Kerenyi che le donne, attratte fuori dal Bios, dalla loro esistenza individuale, dovevano ricongiungersi nell’al di là con la Zoì, con la corrente cosmica della vita.

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Note

12. Cfr. K. Kerenyi, Dioniso pag. 242, e W.F. Otto, op. cit. (torna al testo)

13. Tale oggetto mistico veniva chiamato Kradaios e il setaccio Liknon. (torna al testo)

14. Gli attori della commedie, spesso travestiti da satiri, "serbano per tutto il V sec. a. C. il segno della loro origine rituale, il fallo, che insieme con la maschera e le imbottiture, dovevano presentarli deformi, indipendentemente dal ruolo del personaggio". [Cfr. D. Lanza, L’Attore in Oralità Cultura e Spettacolo a cura di M. Vegetti, Torino 1992, pag. 137]. Phalês, figura divina e fallica che sfilava nelle processioni in onore di Dioniso, veniva celebrata come suo amico e compagno e appartiene alla preistoria della commedia.
Lo stesso aspetto itifallico avevano i bambolotti articolati che facevano parte dei giocattoli di Dioniso Zagreo, spesso rinvenuti nei corridoi funerari. (torna al testo)

15. Cfr. W. Burkert, Antichi culti misterici, Bari 1987, cap. IV e J. J. Bachofen, Il Matriarcato, Torino 1988. (torna al testo)

16. Attorno ai due recipienti del culto dionisiaco, la kiste ed il liknon, era spesso arrotolato un serpente. (torna al testo)

17. Non si deve però pensare che, in quanto dio fallico, Dioniso avesse solo caratteristiche telluriche.  Viene infatti anche raffigurato come fallo celeste incoronato da stelle. Del resto è proprio Dioniso a condurre in cielo Efesto; il dio dei Vulcani e del fuoco sotterraneo. Talvolta indossa un mantello stellato e fa da guida al coro degli astri come Lunus, il sovrano del cielo notturno, come "lo splendente di notte", "quello delle danze notturne" e come "sole dell’emisfero notturno". (torna al testo)

18. Dioniso Dendrites era anche un dio dell’albero e della linfa, in quanto dio che muore e rinasce. Gli erano sacre l’edera che si arrampica sui tronchi degli alberi e sulle colonne e la vite. Nelle città il dio era talvolta rappresentato da una colonna con edera rampicante alla quale era appesa una maschera. Si appendevano agli alberi statuette di Dioniso (dalle sembianze femminee) o Arianna o Artemide, libere di ruotare per volgersi nelle varie direzioni e fertilizzare i campi e i frutteti (cfr. R. Graves, I miti greci, pag. 316). (torna al testo)

19. Scriveva Arnobio: "Fascinus quo territoria cuncta florescent": "Il fallo che fa prosperare ogni ambito". (torna al testo)

20. Cfr. K. Kerenyi, op. cit., Introduzione. (torna al testo)

21. Dioniso è spesso inteso come "signore della natura umida", accanto a Poseidone, è evocato dal mare e più volte rappresentato con il simbolo del pesce.  Si diceva inoltre che il Tirso impugnato dalle menadi avesse il potere di far scaturire acqua dalla Terra. (torna al testo)

22. Per una trattazione approfondita dei dipinti ed una esauriente bibliografia sulla Villa dei Misteri cfr. S. Villani, I Misteri della stanza n. 5, Roma 1992 e Sauron G., La grande fresque de la Villa des Mystères à Pompei, Paris 1998. (torna al testo)

23. Dioniso (per assonanza: Dio-nisos - "il dio zoppo") ha un solo piede calzato, mentre l’altro sandalo giace accanto allo scranno sul quale Arianna è assisa. Sul Monosandalismo cfr. il cap. 2 parte 3a della Storia Notturna di C. Ginsburg nel quale si sostiene che il monosandalismo di Dioniso, di Giasone, di Persefone, di Hermes e di Perseo e la zoppia di altri dei, eroi e personaggi di miti, fiabe e leggende (una lunga teoria di figure che comprende, tra l’altro, Edipo e Cenerentola) rappresenta un avvenuto passaggio dal mondo dei morti e un legame contratto con il mondo infero. In particolare sull’andamento "saltellante" di alcune danze antiche legate a culti funerari (tra cui la già citata danza delle gru) cfr. E. De Martino, Morte e Pianto rituale, cap. 5 e 7. Lo zoppicare, così come l’aiutarsi con un bastone, ha un significato simbolico ambiguo: può essere il segno visibile di una menomazione spirituale così come può indicare la condizione dell’iniziato, di colui che ha riconosciuto le proprie proiezioni e la propria dipendenza dalle leggi cosmiche.  Si pensi a Giacobbe, zoppicante dopo la sua lotta vittoriosa con l’Angelo, a Vulcano, a Varuna, Odino ed ai fabbri in generale i quali, conoscendo il segreto per forgiare i metalli tratti dalle viscere della Terra, sono spesso raffigurati come claudicanti. Talvolta lo zoppicare è invece una caratteristica diabolica, attribuita al demonio. (torna al testo)

24. L’erezione del fallo nel liknon era anche assimilata alla nascita di un fanciullo divino. Nei riti dionisiaci il fanciullo Iacco era il portatore di fiaccola, di luce, nonché "l’amministratore dei tesori dionisiaci dell’anno che lui stesso dispensa". Prima dell’inizio dei Misteri di Eleusi, sacri a Demetra e Persefone, durante i quali, al tempo della vendemmia, nasceva nel mondo ctonio un bambino divino, Iacco veniva portato in processione e si diceva: "Iacco, oh Iacco, tu dei misteri notturni astro portatore di luce".  Kerenyi sostiene (cfr. op. cit. cap. 3) che era assimilato alla stella Sirio. Simultaneamente al risveglio del fanciullo-fallo un altro rito veniva compiuto nel tempio di Apollo con il Tripode nel quale ardeva il fuoco sacro. Lo stesso Tripode serviva alla Pizia per vaticinare (le "sorti" saltavano da sole verso la mano della veggente). (torna al testo)

25. Un ramo di abete avvolto da edera e tralci di vite e sormontato da una pigna. (torna al testo)

26. Si riteneva che nei tre mesi invernali che precedevano la primavera le danze delle menadi, eseguite in luoghi montani selvaggi ed inaccessibili agli uomini, avrebbero richiamato nel mondo energie sufficienti a risvegliare il dio maschile della sessualità, delle linfe e della fertilità. (torna al testo)

27. I Dioscuri Castore e Polluce ed Elena hanno origine da un uovo partorito da Nemesi che si era trasformata in Oca per sfuggire a Zeus. Zeus, allora, assunto l’aspetto di un cigno raggiunge Nemesi e si congiunge con lei. L’uovo viene poi affidato a Leda da Hermes. Il culto dell’uovo aveva un posto centrale nei misteri dionisiaci, anche considerando che secondo il mito Orfico della creazione l’universo ebbe inizio quando la Notte, unitasi con il Serpente Ofione, partorì un uovo d’argento. (torna al testo)

28. Che aveva come emblemi una ruota ed un ramo di melo carico di frutti. (torna al testo)

29. La dea Nemesi è talvolta identificata con la Fortuna, Vortumna, "colei che fa volgere l’anno" più spesso nota con il nome di Tyche, sorella di Nemesi (cfr. J. J. Bacofen op. cit., pagg. 180-183 e R. Graves, I miti greci, pag. 111). A proposito del significato simbolico del colpo di frusta ricorderemo l’usanza di fustigare le messi e gli alberi dei frutteti per renderli fertili e la festa romana dei Lupercalia durante la quale i giovani luperci correvano per le strade di Roma fustigando le donne che incontravano con corregge in pelle di capro allo scopo di renderle fertili entro l’anno. (torna al testo)

30. Aidos è quasi certamente raffigurata anch’essa nell’affresco della Villa dei Misteri (cfr. fig.8):  è una donna che si copre il capo con un drappo viola e tende una mano in avanti, come per respingere qualcosa. Il drappo sembra essere lo stesso che poi coprirà il phallos, in una delle scene successive. Coprirsi il capo, guardare dentro di sé, corrisponde quindi ad aver occultato e coperto il principio generatore, all’esterno. L’intera sequenza ricorda alcuni aspetti caratteristici della Pasqua Cristiana nel periodo che precede la Resurrezione. L’analogia è rafforzata dal fatto che alcune officianti il rito recano rametti di olivo. Inoltre, una donna in piedi accanto a colei che fa sollevare il phallos, sorregge una patera colma di spighe di grano appena recise. A palazzo Marino a Roma è conservata un’ara del II sec. d. C. che reca l’immagine dei Dioscuri, di Zeus e di due figure identificabili come Helena (che sorregge una fiaccola) e Leda con il cigno, che si copre la testa con il mantello in modo analogo alle donne della Villa dei Misteri che abbiamo ora descritto. La circostanza acquista significato dal punto di vista della nostra interpretazione se si pensa che, nella versione attica del mito della nascita dei Dioscuri e di Helena, colei che si unisce a Zeus in forma di cigno partorendo l’uovo è Nemesi e Leda è solo la custode dell’uovo. Un altro bassorilievo simile è conservato, sempre a Roma, nella basilica dei ss. Quattro. (torna al testo)

31. Cfr. M. Schneider, La musica primitiva, Milano 1992. (torna al testo)

32. Cfr. il saggio Uomo e Maschera in  K.  Kerenyi, Miti e Misteri, Torino 1979. (torna al testo)

33. Cfr. L. Charpentier, I Misteri del Vino, Roma 1981. (torna al testo)

34. Riferisce Kerenyi che a Nasso veniva celebrata una doppia festa in onore di Arianna: una di afflizione per l’Arianna mortale, l’altra di gioia per l’Arianna moglie di Dioniso. Anche Dioniso era celebrato attraverso due diverse figure: una con la maschera di legno di fico, l’altra di legno di vite. (torna al testo)

 

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