Argomento:Miti e Simboli


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Proteo o la materia

di Francesco Bacone - (tratto dagli Scritti Filosofici – Ed. UTET – a cura di Paolo Rossi)

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I poeti narrano che Proteo fosse pastore di Nettuno, ed anche vecchio e vate; vate però eccezionale e tre volte eccellente; infatti conosceva non soltanto le cose future ma anche le passate e le presenti; cosicché, oltre che capace di divinazione, era anche interprete e nunzio di tutti i segreti e di tutta l'antichità.

Viveva sotto una grande grotta ove era solito, sul mezzogiorno, contare le foche del suo gregge ed infine addormentarsi. Chi poi voleva usufruire della sua opera in qualche occorrenza, non poteva servirsi di lui in altro modo che legandolo e ammanettandolo. Egli invece, volendosi liberare, soleva trasformarsi in tutte le guise ed i più strani aspetti delle cose: in fuoco, in acqua, in animale; fino a che in ultimo, ritornava nel suo aspetto originario.

Il senso della favola sembra riguardare i misteri della natura e le condizioni della materia.

Sotto la figura di Proteo, è simboleggiata infatti la materia che è, dopo Dio, la più antica di tutte le cose. La materia abita sotto il cielo concavo come in una grotta. È schiava di Nettuno, perché ogni operazione e distribuzione della materia avviene principalmente sotto forma di liquido. L'armento poi, o il gregge di Proteo, non sembra essere altro che l'insieme delle specie ordinarie degli animali, delle piante, dei metalli, nelle quali cose la materia si diffonde e pare quasi consumarsi, sì che, dopo aver generato e posto in libertà queste specie (come ad opera compiuta), par quasi addormentarsi e riposarsi, senza più tentare, apprestare o generare ulteriormente specie.

Questo è il senso della enumerazione del gregge di Proteo e del suo improvviso sonno. Si dice che questo avvenga verso mezzogiorno, non all'aurora o al vespero, perché è il tempo opportuno e legittimo per trarre dalla materia, debitamente preparata e predisposta, le specie naturali; cioè il tempo intermedio tra la prima formazione e la morte.

Sappiamo a sufficienza dalla storia sacra che quel tempo intermedio fu il tempo stesso della creazione. Allora infatti per virtù del Verbo divino Producat, la materia ubbidì al comando del creatore (immediatamente, non per tergiversazioni) e condusse a compimento l'opera sua e generò le specie.

In tal modo è spiegata quella parte della favola, in cui Proteo è ancor libero e giace insieme al suo gregge. Infatti l'universalità delle cose, con l'ordinaria disposizione e struttura delle specie, è l'aspetto che assume la materia quando è libera ed incontrastata col suo gregge di cose materiali.

Nondimeno se un qualche esperto ministro della natura, violenta la materia vessandola e pressandola con questo deliberato proposito di ridurla al nulla iniziale, allora la materia (poiché l'annichilimento o la vera distruzione non può essere realizzata che dall'onnipotenza di Dio) posta in tale necessità, si commuta in varie guise ed in ammirevoli trasformazioni: così che al fine si muta come in cerchio e, compiuto l'intero giro, se la violenza permane, quasi si ricostituisce.

Il modo della costrizione o il vincolo più facile e sicuro è di afferrare la materia con le manette, cioè alle estremità.

Il fatto che nella favola si aggiunga come Proteo fosse vate e conoscitore del presente, del passato e del futuro, si accorda meravigliosamente con la natura della materia. È, infatti, necessario che colui che indaga i processi e le manifestazioni della materia, capisca la totalità delle cose: quelle accadute, quelle che accadono, e quelle che accadranno, anche se la sua conoscenza non potrà estendersi fino alle parti e alle cose singole.

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