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Gelli, un'anomalia italiana

di Athos A. Altomonte

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D: Egregio Fr. … ho letto l'intervista a Licio Gelli "Giustizia, tv, ordine pubblico, è finita proprio come dicevo io" di Concita De Gregorio (28 settembre 2003, n.d.r.) e, vista la tua esperienza personale nella questione, ho pensato di chiederti di commentarne le parole...

 

R: L'intervista al rag. Gelli è stata pubblicata da molti quotidiani; con un'ampia carrellata sulle idee-guida del gruppo para-massonico chiamato Propaganda 2 (P2). I cui progetti, a suo dire, sono in corso d'attuazione con l'attuale governo.

Avevo già scritto di questo sospetto. E nell'intervista, Gelli lo ha ribadito e confermato fin nei dettagli.

Ma tutto questo non è una vera sorpresa. Perché, come lascia intendere Gelli, il presidente del Consiglio e molti dei suoi collaboratori, sono piduisti "non pentiti".

Però il personaggio Gelli, pur al negativo, vale di più di quello che appare.

Infatti, se Gelli fosse solo una "anomalia massonica", il suo non sarebbe un caso unico. Accanto alla sua potremmo ricordare quella del prof. Salvatore Spinello e della sua (ex?) compagna Anita Garibaldi. La Duomo connection. L'avv. Muscolo. Il principe Alliata, morto in detenzione per brogli elettorali. Poi, per par condicio, quella dei fuoriusciti Di Bernardo (GOI) e Canova (GLdI).
Per non parlare del sottobosco paramassonico meridionale, che prolifera di gran maestranze aliene e millantate. E di altre "estrosità italiche" come quella di Bruni, "regolare" in forza di una sentenza di un Tribunale civile.

Gelli, però, non è solo una (altra) anomalia massonica. È anche il più illustre rappresentante dell'anomalia italiana. Per cui l'italiano nel mondo è generalmente mal considerato. Giudicato con palese diffidenza ed incredulità. E questo, a mio giudizio, è la colpa che più addebito a Gelli.

Non quella di essere stato un pessimo massone (ce ne sono tanti), ma l'indegno rappresentante del suo paese. Contribuendo a fornire un altro alibi all'insofferenza e all'atteggiamento di superiorità che il mondo mostra spesso nei nostri confronti.

In questo il suo è un caso emblematico.

Il caso Gelli non andrebbe considerato solo dal punto di vista politico e giudiziario, ma pure sotto il profilo psicologico. Per capire lo spirito di cattiva considerazione e di sufficienza che si ha nei nostri confronti.

Certo è che Gelli è stata l'icona dell'intrallazzo e dell'illegalità portata a sistema. Della commistione tra massoneria (deviata), potere politico (deviato), apparati militari (deviati) e chiesa (deviata). Commistione che, a quanto pare, godeva di ampie simpatie, complicità e protezioni. Ed è questo il dato da analizzare.

Gelli, medaglia d'oro della guerra franchista, vuole mantenere la sua aureola d'eroe, anche pagandone un conto salato. Assume su di sé ogni colpa pur di mantenere la gloria del capo. Del regista occulto.

Ma, a mio giudizio, Gelli non è il vero "puparo", ma un "pupo" più grande.

Mosso da chi lo ha finanziato. Garantendolo presso il potere economico. Il potere politico. La criminalità. La finanza vaticana.

Da chi gli ha fornito il passi delle grandi connessioni internazionali. Facendogli ottenere le credenziali diplomatiche e la sua immunità.

Da chi lo ha tenuto sempre "fuori dai guai".

E tutto questo "aiuto" non gli è arrivato per complicità o per solidarietà nell'inganno. Ma perché è stato l'elemento visibile (spendibile), di un progetto più grande di quello di una Loggia di affaristi e arrampicatori sociali.

Gelli è furbo, lo so, ma non così intelligente. Possiede un carisma naturale, lo so, ma non quello di muovere grandi eventi. La sua corte, lo so, è quella di fedeli arrampicatori. Approfittatori sociali e politici. Non di eroi, se non per caso.

L'anomalia italiana è l'ambiguità levantina, un po' banderuola, che ha sempre segnato ampi interessi dei poteri nazionali. E la retorica che definisce un popolo di santi, poeti, eroi e navigatori non riesce a nascondere i tanti voltafaccia servili di quanti, come scrisse Flaiano: … "sempre pronti a correre in soccorso dei vincitori".

L'infedeltà e il servilismo, non a torto, sono la critica più gettonata dai nostri detrattori. Che hanno gioco facile nell'affossare la nostra credibilità nazionale, ricordando la nostra storica infedeltà ai patti. Alla parola data. E, salvo casi davvero eccezionali, la nostra predisposizione alla defezione.

Troveremmo giovamento da una coraggiosa autocritica. Da una valutazione storica meno accomodante. Allora, guardandoci con gl'occhi degli altri, scopriremmo le molte cause sulle quali basa la diffidenza nei nostri confronti. Senza più bisogno di esaltare le malefatte di pupi o pupari per esorcizzare i nostri difetti nazionali.  

 

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