Argomento:Domande e Risposte


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Integrare spirito e materia

di Athos A. Altomonte

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D: Perché dobbiamo soffrire così tanto? Sembra che chi decida di mettersi sul Sentiero debba essere una persona sola, debba essere una persona che si sacrifica, che debba rinunciare a tante cose eppure la vera rinuncia non è semplicemente rinunciare ai frutti di un'azione che si compie? Non possiamo fare le cose con più dolcezza?
La lotta che vivo è tra l'amore apparentemente diverso di un rapporto di coppia e l'altro amore, quello incondizionato, quello che devo rispolverare all'interno di me stessa; eppure sono un'unica cosa!

 

R: A prima vista, si dovrebbe rispondere che l’integrazione è impossibile. Perché «lo spirito che diventa materia non è più spirito, come la materia che diventa spirito non è più materia».

Allora non se ne esce? Ma la risposta questa volta è affermativa.

L’integrazione avviene attraverso la "costruzione" di un modello superlativo di mente (detta personalità intergrata), adatto a "comprendere e racchiudere" entrambi i tipi di pensiero: il pensiero fisico (l’illusorietà del quotidiano, del fittizio e del passeggero) e quello spiritualmente illuminato (dal reale e dal permanente).

Una mente, insomma, che sia ancora abbastanza materiale da seguire le necessità e le aspettative della vita fisica e, al contempo, sia già abbastanza sottile da porsi in "contatto" con il piano spirituale, a-fisico e a-temporale della natura interiore dell’Essere umano.

Stiamo parlando della mente egoica. Ovvero, quando la ragione della personalità, si integra con l’intelligenza dell’Ego superiore, o vero Sé.

Questo tipo di pensiero (o meglio, quest’evoluta capacità di pensare) si pone tra Manas e Buddhi.

È «la Via di Mezzo», il cui "Ponte" è sostenuto dall’intelligenza intuitiva (v. Il Dharma: 3 fasi dell'Iniziazione), di cui, le "vocazioni e le spinte (voci) interiori" sono i "segni premonitori". Segni che però, andranno educati e sviluppati parecchio, prima di poterli considerare "operativi" (sviluppo delle facoltà latenti [i cosiddetti siddhi] della mente [non del cervello]).

Allora, il compito sarà quello di trovare quel sottile filo che permette di seguire questi "segni e spinte interiori", nonostante tutte le naturali e lecite attrazioni dell’aspetto fisico; che rappresentano lo strumento per attraversare le esperienze karmiche che attendono ognuno di noi.  

A questo punto, allora, non resta che sperare nella sensibilità del compagno/a di vita. Che trattenga almeno in parte, il proprio naturale egoismo ed istinto di possesso. Così da permettere all’altro compagno/a di realizzare le proprie esperienze interiori, anche se dovessero avvenire al di fuori "dall’utero di coppia".

Fraternamente

 

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