Argomento:Letture d'Esoterismo


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L’antro della Coscienza

di Giuseppe Vinci (v. profilo autore)

prodotto per Esonet.it

 

«I discepoli dissero a Gesù, “Raccontaci com’è il Regno dei Cieli”. Egli disse loro “È come un granello di senape, il più piccolo dei semi, ma quando cade su terreno preparato, genera una pianta grande e diventa riparo per gli uccelli del cielo”.» - Vangelo di Tommaso, 20

 

«Tutto quanto esiste è bhraman. [...]è questo Sé [atman] dentro il mio cuore, che è più piccolo di un grano di riso, di un grano di orzo, di un grano di senape, di un grano di miglio, di un nocciolo di un grano di miglio: questo stesso Sé che è dentro il mio cuore è più grande della terra, più grande dello spazio, più grande del cielo, più grande di tutti i mondi.» - Chandogya Upanisad XIV - 1/3

 

 

Riflessioni estemporanee su natura e dinamiche della coscienza

La cavità del nostro cuore è lo scrigno dove è celato l’oro vivo, la coscienza eterna, l’anima universale. Ma può anche trasformarsi nella tana del pavido, dell’illuso che fugge la realtà. È ovvio che parliamo per simboli.

La caverna, nelle raffigurazioni alchemiche ed ermetiche, si apre ai piedi di una montagna. Lo stesso è per la caverna platonica. La montagna - per un verso - è il simbolo del sacro che s’innalza alle più alte vette della conoscenza, ma lo è anche della indomita materia che nasconde, copre la coscienza. È il monolite egoico che va penetrato, dominato e trasceso, per poter ridestare la coscienza assopita in esso imprigionata.

Ogni comportamento contrario agli insegnamenti della saggezza antica, ogni deroga fatta alla verità e alla sua pratica quotidiana, sprofondano la coscienza in un antro sempre più buio e profondo. Del pari, l’orgoglio di sé oscura giorno dopo giorno la luce del Sé auto-risplendente. Questo affondare nell’oscurità sempre più fitta dell’ego ingenera nell’uomo il sonno della coscienza e le continue illusioni da sogno. Come per il mito platonico, le ombre e le apparenze della caverna sono scambiate per realtà. Accade, così, che lo spirito dell’uomo è come ucciso e la caverna del cuore è occupata dall’ego illusorio e proiettivo, il suo assassino: qui si fortificano le catene della prigionia, dell’ignoranza.

Il sonno della coscienza ingenera illusioni e le illusioni sono la più alta forma d’ignoranza: nescienza. Dall’ignoranza, dall’errata conoscenza della realtà nascono il desiderio e l’ambizione, seguiti dall’identificazione con le ombre e con le apparenze, con il mondo dell’impermanenza, con quello che “non è”. L’identificazione con “l’altro da sé”, il successivo attaccamento alle ombre, alle illusioni che sembrano realtà, danno vita al fanatismo e questo sprofonda, sempre più, l’essere nell’ignoranza e nell’oblio della coscienza.

L’uomo che cerca il vero reclama il suo essere: sgombrare la caverna dalle ombre, restituire la vera luce allo spirito dell’uomo!

Il lavoro di rettifica nell’intimo di se stessi, serve a rinvenire la luminosa pietra occultata, a liberare lo spirito dell’uomo. Nella notte della coscienza, nel silenzio della materia, lentamente, a fatica, lo spirito di verità si avvia verso la luce, fuori dalle viscere della montagna.

Ogni affermazione dell’ego è una deroga al lavoro che si va compiendo, è lo stigma del tiranno che, attraverso l’ignoranza, genera la viltà, il pregiudizio, il fanatismo. Questi, a loro volta, rendono schiava la coscienza, relegandola nelle profonde prigioni dell’io-ego proiettivo, illusorio, transitorio, impermanente.

Da questa condizione nascono e si accrescono i vizi più subdoli e le passioni che incatenano l’uomo alle scure pareti della caverna, nell’eterna notte dello spirito. La brama di possesso e la vanità dell’io conducono alla concupiscenza dell’anima, alla errata percezione della realtà ultima e non solo: rendono il cuore pavido e capace di tradire sé stessi e i propri simili, pur di ottenere l’oggetto della lusinga.

Come da un manto scuro e pesante, la coscienza è offuscata da attributi che non le appartengono e che appaiono assoluti, eterni, reali. La fortezza dell’uomo, la montagna del sapere è ormai assediata. La vanità ha immolato l’intelligenza al luccichio della fugace fortuna, ha immolato la coscienza all’ambizione imprigionante. Il lavoro è ormai interrotto e i frutti attesi non giungono più. Affanni, irrequietezza, insoddisfazione, rancori, desideri, prendono il posto della “scienza”. Questi spiriti maligni, come fantasmi, ombre oscure dell’io, albergano nella caverna del cuore, relegano la coscienza ad una vita di illusioni, seminano intorno a sé dolore, sofferenza, ignoranza, oscurità.

L’uomo, da sempre schiavo della dualità e dei mali che ne rivengono, (contrapposizione, separatezza, mancanza) cerca di liberarsene anelando la felicità, la pienezza dell’essere. I più identificano la felicità con altre illusioni, con le proiezioni della mente irrequieta e proiettiva, rimanendo così schiavi di illusioni ancora più sottili e insidiose. Alla realizzazione della coscienza non si perviene attraverso l’identificazione con il senso dell’io, né con le sue condizioni psicologiche più o meno evolute.

La realizzazione coscienziale non è un mero concetto mentale, ma la pratica coraggiosa e costante del trascendimento dell’io, dei suoi attaccamenti, delle sue proiezioni: “io non sono questo corpo, questo avvocato, questo ingegnere, il presidente, l’operaio, il ricco, il povero”.

Dall’India prendiamo in prestito l’immagine allegorica della corda e del serpente. L’errata discriminazione, causata dall’ignoranza, produce l’illusione che imprigiona e costringe l’ignorante alla falsa identificazione, fino a fargli vedere nella corda, arrotolata ai piedi dell’albero, un velenoso e pericoloso serpente. Così è anche per il Sé, per la coscienza.

Che cosa noi siamo veramente e che cosa ci rende davvero felici? Per scoprirlo, è necessario liberare la coscienza dai suoi veli oscuranti, scacciare il carceriere, l’assassino, rompere le catene. Ecco le parole che Tucidide rivolge a Pericle: “giudicando che la felicità è nella libertà e che la libertà è nel coraggio, non guardate con ansia il pericolo che vi recano i nemici”.

Il coraggio è nella libertà, nel sapersi liberare dall’ignoranza, dall’ambizione, dal fanatismo, dall’illusione: resistere al proprio ego, trasmutarlo.

L’acerrimo nemico del nostro essere puro è nascosto in noi stessi e solo un atto di coraggio può generare quel sano rivolgimento interiore che conduce alla liberazione. È necessario avere la forza di resistere agli attacchi che i fantasmi del vizio, le ombre dell’esistenza sferrano contro la nostra fortezza.

Attraverso la pratica quotidiana, costante e incessante della verità, senza licenze e temporeggiamenti, è necessario domare e sottomettere la forza bruta dell’ignoranza, della vanità, della superstizione, dell’ambizione e del fanatismo alla più alta meta, al più sublime dei principi.

È necessaria una forte autodisciplina: forzare il proprio “cuore, muscoli e nervi di là dalle forze”, come indica Kipling nel suo scritto If...

È necessario essere coraggiosi contro le proprie debolezze. La nostra vita si spende in un baleno, a volte senza che l’uomo se ne accorga e il saggio è tale che non può non ricercare il senso della propria esistenza, non può lasciare la propria coscienza schiava, prigioniera, asservita alle ombre egoiche, mentre il tempo scorre e si rincorre inesorabilmente.

Un antico motto latino recita «Festina Lente»: affrettati lentamente, con ponderazione, ma senza perdere tempo, insomma, senza deroghe. La saggezza antica sussurra all’iniziato “affrettati a vedere, a sapere”. Libera il passo dagli ostacoli che impediscono la conoscenza, dagli ostacoli che velano la vista dello spirito prigioniero nella caverna: il corpo impermanente, la mente proiettiva, l’io conflittuale. La verità, la luce della coscienza è oltre la mente, è oltre l’io e il mio, è oltre il tempo e lo spazio, è oltre il nome e la forma, è di là dall’attimo in cui si stende la nostra breve esistenza.

Professare le virtù del saggio e seguire il capriccio infantile dell’io, seminando contrapposizione e separatività, confusione e discordia in sé e intorno a sé, è cosa comune per l’uomo che vive di ombre. Questo è l’essere del demagogo e dell’immaturo, grazie al quale l’illusione genera l’illusione.

In quanti sappiamo rinunciare al nostro ego che reclama ossessiva e irrefrenabile la sua presenza, che non sa tacitare i suoi turbamenti, nell’errore ma soprattutto nella verità, che non resiste agli oggetti materiali e mentali che lo sospingono nel turbinio delle apparenze? Quanti hanno diradato le tenebre dell’ignoranza dalla caverna del cuore, prima di avviare la Grande Opera?

Nello sgombrare il campo è necessario restare imperturbabili e puri di fronte ad ogni difficoltà. Lo spirito deve restare sereno soprattutto nelle avversità. Questo è il momento di esercitare l’arte della trasmutazione del vile piombo, del vizio, dell’ignoranza, nell’oro vivo del “vero”, della conoscenza, della pura coscienza.

Il vizio, l’ambizione, l’ignoranza, il fanatismo, il vano desiderio, l’ego illusorio e proiettivo dei fantasmi del nulla, al pari di una fiera selvaggia, va domato, sottomesso ad un volere più alto, ad un principio superiore, all’emergere della coscienza assoluta.

Il tiranno, come il piombo dell’alchimista, non può essere eliminato, non può svanire nel nulla. Esso muta forma e inganna, e al vecchio tiranno ne succederà uno nuovo: l’illusione genera l’illusione. Il tiranno, come il piombo, va sottomesso a un volere più alto prima di essere trasmutato nell’oro della coscienza. Eliminare il tiranno genera la spirale infinita della vendetta: l’illusione genera l’illusione. Non si combatte l’ignoranza con l’ignoranza, non la polemica con la polemica, non la guerra con la guerra, non l’inganno con l’inganno, non l’illusione con l’illusione.

La conoscenza si conquista solo perseguendo la conoscenza, con calma e senza deroghe, con la pace nell’anima, restando sempre vigili, perseverando, sapendo attendere che il seme maturi, grazie al lavoro, secondo natura e affiori nella coscienza svelata, purificata.

Il lavoro interiore è azione, è innanzitutto azione su sé stessi, sulla propria coscienza, sulla propria mente, sulla propria condotta, sulle proprie pulsioni e passioni. Il lavoro interiore è realizzare l’armonia in sé stessi, svelando la pietra luminosa, purificando giorno dopo giorno la pietra interiore: un lavoro che non ha fine.

Come può realizzarsi la “repubblica luminosa” la “coscienza universale”, il bene e il progresso dell’umanità, se prima non abbiamo realizzato la repubblica armonica nell’antro della nostra coscienza individuale?

Ma allora cos’è la coscienza se non la chiara percezione della pura realtà o, se vogliamo, della verità al di là delle apparenze, dei nomi e delle forme? Cos’è la coscienza se non la realtà stessa, l’unica verità assoluta e permanente dell’essere?

L’essere, come anche dicevano i sapienti dell’antica Grecia e i Rishi dell’india, è assoluto, «è» e non potrebbe non essere. L’essere, dunque, è ben al di là dell’essere uomo e l’essere uomo non è che solo una delle possibili e indefinite sue manifestazioni. Allo sesso modo la vita, che va ben al di la della vita umana, altro non è che una delle possibili e indefinite sue manifestazioni. Così, anche la coscienza umana: una delle possibili e indefinite manifestazioni della Coscienza.

 

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