Argomento:Miti e Simboli


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Nemesi o la vicenda delle cose

di Francesco Bacone - (tratto dagli Scritti Filosofici – Ed. UTET – a cura di Paolo Rossi)

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Si tramanda che Nemesi fosse una dea venerata da tutti e temuta anche da fortunati e potenti. Era figlia della Notte e dell’Oceano. La sua effige era questa: alata e coronata, con nella mano destra un’asta di frassino e nella sinistra una fiala nella quale stavano gli Etiopi; stava poi seduta su di un cervo.

Questo sembra essere il significato della parabola; il nome stesso Nemesi abbastanza chiaramente significa vendetta o retribuzione. Infatti l’ufficio e lo scopo di questa dea era il seguente: interrompere, ponendo il suo «veto» come i tribuni della plebe, la felicità costante e perpetua degli uomini beati. Non castigava solo l’insolenza, ma colpiva anche la prosperità più innocente e moderata travolgendola nelle avversità: come se nessun uomo potesse essere ammesso ai simposi degli dei se non per esservi beffato. Io, quando leggo in Caio Plinio quel capitolo nel quale egli raccolse tutte le miserie e gli infortuni di Cesare Augusto - che io reputavo il più fortunato di tutti gli uomini, perché aveva una certa abilità di usare e usufruire della fortuna, e perché nel suo animo non è dato notare niente di superbo o di leggero o di molle o di confuso o di triste (si era pure destinato di morire di sua volontà) - giudico che grande ed onnipotente sia questa dea alla cui ara fu trascinata una tal vittima.

I suoi genitori furono l’Oceano e la Notte cioè la vicenda delle cose e il giudizio oscuro e segreto di Dio; difatti quelle sono ben simboleggiate dall’Oceano a causa del suo perpetuo flusso e reflusso; la provvidenza occulta è giustamente rappresentata dalla Notte. Anche presso i Gentili questa misteriosa Nemesi era ben nota (allorquando specialmente l’umano giudizio era discorde dal divino).

Cadde pure Rifeo il più giusto che ci fosse tra i Troiani ed osservantissimo della giustizia ma gli dei diversamente lo giudicarono. - (Virgilio Aen. , II, 42)

La Nemesi è rappresentata alata per i mutamenti improvvisi ed imprevisti delle cose; infatti in ogni ricordo di avvenimenti di solito accade che uomini famosi e prudenti perirono per quei pericoli che avevano oltremodo disprezzato. Così M. Cicerone essendo stato avvertito da Decimo Bruto dell’insincera fede e dell’animo vendicativo di Cesare Ottaviano, rispose semplicemente: «Ti sono poi assai grato, mio caro Bruto, perché mi hai voluto far sapere questo, quantunque si tratti di una sciocchezza». (Cicerone, Ep. Ad Brutum, XI, 21)

Nemesi è insignita anche di una corona per la natura invidiosa e maligna del volgo: quando infatti i fortunati ed i potenti rovinano allora il volgo esulta e così incorona Nemesi. L’asta posta nella destra riguarda coloro che Nemesi percuote e trafigge. A quelli che non colpisce con la calamitosa disgrazia, mostra con la sinistra uno spettro spaventoso ed infausto: fuor di dubbio infatti per i mortali, anche se posti nel sommo culmine della felicità, son riservati morte, malattie, infortuni, tradimenti di amici, capovolgimenti di situazioni e cose simili, simboleggiati dagli Etiopi nella fiala. Virgilio infatti, nella descrizione della battaglia di Azio, aggiunge elegantemente a proposito di Cleopatra: In mezzo la regina col patrio sistro, invoca le schiere e non ancora scorge alle spalle due serpenti. (Virgilio - Aen., VIII, 696-697)

Non molto dopo, ovunque si volgesse, era infatti perseguitata da schiere di Etiopi. Al fine giustamente si aggiunge che Nemesi è assisa su di un cervo; perché il cervo è un animale oltremodo vivace e può forse darsi il caso che colui il quale giovane sia rapito dal fato sfugga da Nemesi in anticipo; colui che ha goduto invece una lunga felicità e potenza, fuor di dubbio si sottomette a questa dea e, per così dire, se la porta sulle spalle.

 

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