Argomento:Massoneria


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La Sfera Sensibile

di Adriano Nardi

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dedicato al lavoro d'istruzione di Athos A. Altomonte

 

Sommario: La sensibilità dell’Ego e quella della Personalità - La Via naturale e quella iniziatica - La discesa nei mondi inferiori - By-passare la mente - Per uscir fuori bisogna entrare dentro - Il riconoscimento dei modelli

 

Cominciamo a tracciare questo ragionamento, con la consapevolezza che non si tratta tanto di conoscere, sentire, ascoltare certe nozioni, quanto applicarle su noi stessi tra non molto. Quindi faremo questa ricognizione nei termini generali.

In un ente astratto, in una certa regione dello spazio che non vogliamo e non possiamo quantificare, appare un organo di sensazione; sarebbe per noi più semplice chiamarlo di percezione, ma in realtà non è percezione ancora. Un ente sensibile che appare come un punto.

Questa sensibilità è l’aspetto terminale di un qualcosa che allegoricamente potremmo definire un «peduncolo» (ente terminale) di qualcosa che non sta in questa regione, ma in una sua propria. Questo è l’Ego, che «investe», come si dice, una parte della propria energia per iniziare una giornata di lavoro; una giornata di lavoro che passa attraverso un rivestirsi di elementi. Questa giornata di lavoro per l’Ego, è una vita per la Personalità.

Questa minima presenza sensibile per noi è l’embrione di quella che sta diventando la Personalità (sintesi dell’evoluzione dei livelli inferiori) quella parte incarnata che risponde alle necessità della spinta evolutiva.

Sempre parlando “a fumetti”, la Personalità comincia ad essere «sballottata», perché da una parte ha la presenza costante degli elementi fisici - che sono sostanzialmente quattro (Terra, la forma fisica; Acqua, l’astrale; Aria, l’etereo; Fuoco, l’animo, lo spirito) - e dall’altra un qualcosa che potremmo qualificare la reminiscenza. Dall’anno zero al ventunesimo, avvengono una serie di cose per le quali, al settimo anno va perdendosi quasi totalmente questa reminiscenza fino al dodicesimo anno, quando sparisce anche l’ultimo riflesso, con l’immersione nella forma avvenuta attraverso il sesso.

La coscienza ancora non c’è sul piano verticale, quindi queste sensazioni cominciano ad allargarsi sul piano orizzontale (il piano della ragione, della forma concreta).

Questo ente, che chiamiamo Personalità, che cosa incontra nelle sue sensazioni? Ma soprattutto cosa lo muove, e che molla scatta in esso?

 

La sensibilità dell’Ego e quella della Personalità

Un riconoscimento a livello egocentrico; deve prendere il mondo e portarlo verso sé. Prendere, toccare, mettere in bocca. A livello iniziatico ciò avviene per molte vite; perché ci sono due evoluzioni, quella della forma in una vita e quella dell’Ego che ha bisogno di «tante giornate di scuola» per formarsi un carattere.

Ecco che siamo arrivati a idealizzare a livello geometrico una sfera di coscienza. Questa è la prima sfera di coscienza che noi ritroviamo. Abbiamo detto altre volte che il simbolo della prima sfera di coscienza è questo qui raffigurato, ma in realtà è un artifizio.

È un artifizio che la sfera sia realmente una sfera, perché potrebbe essere oblunga, tipo una frittata, perché qui siamo assoggettati alla Legge di Attrazione e Repulsione (mi piace, vengo attratto, non mi piace, mi ritraggo).

Sicuramente la percezione non è al centro, perché se lo fosse sarebbe dominante. Consapevoli quindi di quale sia la realtà, per nostra comodità continuiamo a simbolizzarla come «la sfera di coscienza inferiore».

Questa matura una serie di ricordi, di apprendimenti e di esperienze personali, lette, traslitterate dalle scuole; questo fa la mente inferiore, la mente concreta, che è un bagaglio, un archivio; non è sicuramente né creativa, né pregressa, né può proiettare la propria immaginazione. Vive solamente nel presente, o sarebbe più corretto dire nel passato, perché il presente è difficilissimo da concepire (l’istante); quindi è il passato il mentale inferiore.

Un Ego che si affaccia alla soglia della vita, impara invece a riconoscere tutto dalle sensazioni e dalle percezioni. Per l’iniziato che cerca la percezione superiore è la stessa cosa; crea uno schermo volutamente vuoto, non disturbato da contatti - in una posizione di allineamento, si libera da ogni contatto sensibile con l’esterno, comunemente si dice che ci si rilassa (questa è poi la tecnica basica del training autogeno); il corpo deve stare comodo tanto da dimenticarlo - e va con la sua percezione ad iniziare una visualizzazione. Non ne parliamo in questa sede, ma l’analogia è evidente. Quello che determina il mentale inferiore è un fatto che l’uomo subisce; mentre l’adepto quando va a meditare e a visualizzare a due dimensioni o a tre, in realtà non subisce, ma pone in essere questa realtà, sta andando verso una “tela” o “tavola” vuota.

Questa sfera è una sfera di coscienza presente; egli è presente con i propri sensi di veglia in questa sfera. L’area della sfera è determinata dalla facoltà dell’uomo di percepire panorami sempre più distanti, con una capacità maggiore.

È come una lampadina la mente illuminata di un uomo; illumina con la propria ragione prima e dopo con la percezione e gli altri organi intellettuali, un’area sempre più vasta.

Noi viviamo tranquilli e beati, fino quando ad un certo punto ci mettiamo in testa di andare a vedere cosa c’è oltre. Scegliamo di andare in altre dimensioni. Che cosa scopriamo? Scopriamo in effetti, questa Presenza, chiamata Ego, della quale prima avevamo solo sentito parlare.

Per ora consideriamo come vertice di questa esplorazione il Corpo Causale, anche se c’è molto di più. Il Corpo Causale è la veste mentale dell’Anima. Si parla sempre di Psiche.

Noi come Personalità siamo indisciplinati, e diseducati; siamo sotto l’influenza di questo campo magnetico, chiamato psiche, che poi sarebbe l’aura espressa dall’anima; l’ente inferiore, che è la nostra parte piccola (quella con la quale siamo identificati), non ha coscienza di quanto possa essere grande questo spazio. Adesso, con un certo lavoro l’adepto comincia a percepire, a formare in sé un’idea, di quello che c’è oltre il «primo muro», che potremmo chiamare un «secondo muro» o meglio una veste.

Sa, perché così l’hanno istruito, che questa parte chiamata la sfera metafisica o sfera superiore c’è, però egli non la conosce (egli, nel senso di Personalità); della veste della psiche, di questo panorama, ne ha sentito parlare, ne ha delle percezioni (per esempio nei distacchi onirici, a volte c’è qualcosa che va al di là, della sensazione di una scarica elettrica o di un’emozione del desiderio; si hanno sensazioni che ormai sono state classificate negli ultimi seimila anni, c’è un abbecedario notevolissimo di questi eventi che si ripetono sempre nella stessa forma e modalità), perciò è informato che c’è questa sfera, tanto è vero che lo traversa.

La Via naturale e quella iniziatica

La vuole conoscere e a questo punto si pone il problema: «cosa debbo fare?» È evidente che tutto questo discorso procede se un individuo vuole conoscere la propria sfera metafisica, perché se non è interessato, continua a vivere e a crescere con un’altro metodo, che si chiama: la Linea Evolutiva Naturale.

La Linea che l’adepto ha scelto è la Via Iniziatica, che consiste in un processo di accelerazione della coscienza, per costringere questa a «prenderne atto», in modo più veloce del normale. È evidente che il processo di accelerazione non comporta un saltare doveri o cose spiacevoli; tutto ciò che dovevi fare lo fai in un tempo minore, con maggior «sacrificio», ma con maggior guadagno.

Noi però abbiamo una certezza, ovvero possiamo con più facilità raggiungere e dominare tutto ciò che è “sotto” di noi. Invece di spingerci verso l’alto, noi sappiamo che c’è un’altra sfera più facile da contattare, che è quella inferiore alla nostra soglia di coscienza. Questa certezza per l’adepto, nasce dalla consapevolezza che una piccola parte di coscienza nel subconscio, è in contatto con l’Ego inferiore, così come questo è in contatto con la sfera superiore. C’è un confine tra la porzione che fa parte del regno del metafisico e quella che costituisce il subconscio.

 

La discesa nei mondi inferiori

L’adepto comincia nel silenzio (torna di nuovo la regola del silenzio) ad affondare le proprie radici di percezione, non verso l’alto, come comunemente tutti tentano, attraverso lo studio e la ricerca, ma immergendosi. È chiaro che non scenderà emotivamente nelle pulsioni inferiori, ma utilizzerà una batisfera, immergendosi in una corrente, in un concetto, un’emotività inferiori, anche di gran lunga inferiori, ma protetto da uno scafandro: la ragione.

Si può entrare senza timore nel «trip» di un pazzo folle (gli psicanalisti lo fanno) e stare con lui nella sua sfera, ma sempre protetti dalla propria ragione, altrimenti non si potrebbe aiutarlo.

Potremmo porci la domanda, perché scendere se vogliamo salire?

Perché da questa sfera caratterizzata da minor tensione, noi possiamo uscirne. L’adepto seguendo con una specie di spirale, scende fin quando in un momento particolare e strano, egli con la propria ragione e con la propria coscienza, non essendosi assolutamente amalgamato con gli elementi inferiori, li vede (il proprio astrale); ad un certo punto egli sarà in un silenzio assoluto, perché uscito da questa sfera egli vivrà un incredibile silenzio, che è la veste inferiore della psiche.

 

By-passare la mente

Questo atto in psicosintesi si chiama by-passare la mente. Non si by-passa la mente forandola, così come non si esce dal mondo delle sensazioni come un raggio, per via diretta, ma solamente e sempre seguendo una spirale.

By-passare la mente significa arrivare alla veste inferiore della psiche, per cominciare poi a risalire verso l’alto; in questo processo va notato che ci sono due eventi in atto, un’azione dinamica (che ci consente di immergerci per poi risalire nel corpo psichico) ed un’azione magnetica (perché da un certo punto in poi è l’ente superiore che attrae l’inferiore), complementari ed opposte.

Arrivato ad un certo punto, l’adepto vive lasciandosi portare dal «vento», o dalla corrente, ma è sempre “un’atmosfera” che gl’appartiene di cui si parla. È un viaggio dentro sé stesso. Egli, come ogni individuo, in realtà è tutto questo (e molto di più, ma per ora ci limitiamo a questo). Quello che manca è la coscienza di esserlo.

In altre parole, a livello geometrico, quindi simbolico, abbiamo un’immagine globale dei due meccanismi che si dovranno imparare ad usare: l’evento dinamico e l’evento magnetico; riconoscibili, tecnicamente parlando, il primo nella visualizzazione e il secondo nella meditazione (percezione).

 

I Maestri d’Oriente hanno insegnato in Occidente la tecnica della meditazione; come occidentali a noi interessa usare questa tecnica solo dopo aver applicato quella della visualizzazione. Ciò significa che prima mettiamo in atto una meccanica mentale dinamica, proiettando la volontà, quindi attiva; la meditazione, la percezione che ci raggiunge dopo, è la parte attrattiva, dove ci lasciamo condurre, etc... Quindi, anche in schemi diversi la chiave, o diciamo il gioco, è sempre lo stesso. Perché l’uomo è come un giradischi a due velocità, 45 o 33 giri; l’uomo crede di essere diverso dagli altri per le più varie caratteristiche, ma il meccanismo è lo stesso, il giradischi, la psiche, e due dischi, uno 33 e uno 45, o suoni uno o suoni l’altro, o il mentale inferiore o il superiore.

 

Per uscir fuori bisogna entrare dentro

Abbiamo parlato dell’area operativa nel suo contesto generale, ora dobbiamo andare a guardare i problemi che abbiamo e che ci opprimono. Il primo dei quali consiste proprio nell’uscir fuori.

Per uscire fuori bisogna entrare dentro. Non stiamo infatti parlando di una struttura essoterica, come l’uscire di casa. Qui, ogni volta che vogliamo uscire dobbiamo interiorizzarci; per fare questa pur piccola operazione in una fetta così esigua della nostra coscienza, cioè la coscienza fisica, non possiamo farlo se prima non dominiamo quest’area. Questo “signore” (nell’accezione feudale del termine) - che sono io del mio sé inferiore - non può operare se non diventa il «magister vitae» del suo dominio, del suo regno, la Personalità. Fin quando egli non domina la sua Personalità, se stesso, non può fare nulla. Questo «io» deve affrontare il proprio riconoscimento, attraverso la tecnica del «io non sono questo, io non sono quello», che è quella della via della saggezza e della ponderazione.

Quando consapevolmente nella sfera di coscienza cominciamo a dire «io non sono questo, io non sono quello», ci rivolgiamo ad un modello, che a livello tecnico è definito sub-personalità*.

Usare la ragione, significa riuscire a trovare una mediazione totale ed equilibrata fra tutte le spinte emotive, tra tutte le sub-personalità.

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* Sub-personalità - Insieme di sentimenti, atteggiamenti, rapporti e comportamenti diversi, risultanti dalla combinazione di fenomeni emotivi e mentali, che mettono in moto la realizzazione dei loro scopi, al di fuori della nostra coscienza, e indipendentemente da - e perfino contro - la nostra volontà. Alcune corrispondono ai vari ruoli o funzioni che dobbiamo svolgere nella vita. In pratica agiscono come esseri differenti con caratteristiche diverse e anche opposte, tuttavia è possibile coordinarle in un’unità superiore. Bisogna riconoscerle, non identificarcisi; il secondo compito è quello di utilizzarle opportunamente, il terzo di modificarle e plasmarle. - Roberto Assagioli
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Nel nostro allineamento, come vediamo spuntare un modello, che stiamo imparando a riconoscere, diciamo: «io non sono te»; «tu sei in me, ma io non sono te». Non si tratta di riconoscere solamente banalità tipo, io sono maschio, io sono biondo, io sono italiano; in realtà io sono psiche, io sono mente. Rispetto a queste sub-personalità, io sono il capo; esse devono collaborare con me ed io le gestisco e le nutro comunque. Ma le sub-personalità più importanti, non sono questi piccoli codici tra me e il corpo fisico, tipo «io non sono la fame», ma sono molto più grandi. Essere immersi in un ruolo crea una sub-personalità molto forte. Per esempio, la sub-personalità del figlio, del padre, della madre, del professionista, rimane; queste sono immersioni in ruoli in cui avvengono dei transfert, che portano ad identificarsi con essi (è un transfert interiore con sé stessi). Alla fine di una giornata lavorativa esco e sono convinto di essere quel meccanico che ha lavorato per tante ore fino a poco prima in officina. Lì ho lasciato una sub-personalità, che mi serve per il lavoro che svolgo, ma io sono anche un uomo libero e di buoni pensieri, quindi faccio altre cose (coinvolgendo altri piani della mia sfera sensibile); seguendo questo esempio e così spingendosi sempre più in alto, si capisce che non si è una gran quantità di cose.

 

L’esempio di Gulliver, simbolizza la Personalità che quando non è attenta e cade in sonno, in stato di torpore, viene legata con dei lacci dai lillipuziani, le sub-personalità; quando sei legato (i legami sono come dei ricatti), sei costretto a fare tutto meno quello che vorresti realmente. Questa parabola è significativa, se pensiamo alle imprecazioni che ognuno di noi manda nella vita, ogni volta che deve fare qualcosa che non è interessato a fare, proprio in virtù dei rapporti creati con le sub-personalità, che comunque dobbiamo portare avanti.

L’equidistanza, il distacco esoterico, è il segreto per star meglio ed è il primo passo nel riconoscimento di una Gerarchia Interiore.

Meno sub-personalità uno ha, meno legami subisce. Allora usiamo le sub-personalità, ma senza esser ad esse legati, altrimenti si diventa schiavi di una routine che interessa molto più ad esse che a noi stessi. L’uomo è pensiero, il che non significa correre trafelato da una cosa inutile ad un’altra cosa inutile; ma adoperarsi per fare solo cose necessarie.

Un’altra piccola parabola utile come riflessione, è quella di Narciso. Dove l’Ego guardando nell’acqua, l’astrale, il mondo del desiderio, visto il suo riflesso nel Sé inferiore, con il quale non dialoga, non capendo che è un riflesso e credendo che sia un altro, se ne innamora, cade dentro l’astrale, si reincarna e muore, nel senso che perde la propria coscienza. Per una forma-pensiero perdere la memoria è come per una persona normale perdere la vita.

Anche la tradizione, nelle mitologie di ogni periodo, ha conservato per gli iniziati la morale di ciò che è giusto, e di ciò che non lo è, del bene e del male, che sono le due colonne dell’Albero Sephirotico, fino a raggiungere quello che noi stiamo per intraprendere, che è poi ben rappresentato dalla Psicosintesi.

Il passo successivo sarà prendere atto nella pratica di chi abita in noi.

Se io voglio capire il carattere degli abitanti di una casa, che tipi sono, inizio ad osservare i libri, l’arredo, come è disposto (non considero il disordine perché potrebbe essere un momento particolare), che cosa mangiano, anche guardando credenza e frigorifero. Possiamo fare questa indagine conoscitiva su noi stessi, attraverso i modelli; dobbiamo cominciare a riscoprire i modelli più prossimi a noi, più in evidenza.

Comunemente uno si sente più una certa cosa anziché più una cert’altra, o è attratto più verso una cosa anziché un’altra, o vuole enfatizzare nei confronti degli altri più un certo aspetto (proprio) anziché un altro, o ricerca negli altri più una certa nota anziché un’altra. Questi sono i modelli. Scoprendo i nostri modelli, scopriamo il nostro ego inferiore. Quella è l’unica porta per cominciare ad immergerci. Sono le finestre attraverso le quali entrare per uscire; ecco che per uscire bisogna entrare.

 

Il riconoscimento dei modelli

Quando riconosciamo i modelli, che cosa andiamo a scoprire? Attraverso i modelli, che sono come gli escrementi dell’animale, il cacciatore, che sarebbe lo psicoterapeuta, scopre la bestia. Queste, furbissime come le «volpi», sono le sub-personalità. Sono di una furbizia tale da farci credere ciò che esse vogliono; ci fanno credere di essere tristi per una cosa che a noi in sostanza non interessa per niente, perché non ci serve a niente. La tristezza però la viviamo. Ci adoperiamo allora, per averla a tutti i costi, per accorgerci poi che la tristezza è ancora lì; la conferma che l’oggetto desiderato non ci serviva è dimostrata dal fatto che subito un altro “oggetto” è pronto a sostituirlo nella nostra bramosia.

Allora i modelli sono le tracce.

Studiando l’ordine dei modelli capiremo le tracce da seguire per andare alla ricerca della sub-personalità; quando saremo usciti dal sé inferiore, noi non uccideremo la sub-personalità (e tanto meno la Personalità), ma la svuoteremo. Per svuotare una sub-personalità basta guardarla, prenderne coscienza, che equivale a rimuoverla. Solo che questo, è un atto volontario che va fatto, senza essere succube di un terapeuta; quindi sono io che mi sto forgiando nella mia forza, imparando ad obbedire inconsciamente ad altre. Rimuovere il problema significa lasciare l’immagine come ricordo bidimensionale nell’archivio del proprio mentale concreto, ma «sgonfio» di energia. Rimane il ricordo, non più la sub-personalità. Guardarla, ma non con sfida, perché ogni azione di forza, o di violenza (repressione), nel momento in cui la si usa, vitalizza ulteriormente quella forma-pensiero. Infatti, se io aggredisco una mia sub-personalità negativa (possiamo averne anche di positive, da quella devota, a quella che ama dare cibo ai gatti, a quella che s’intenerisce a baciare i bambini), ed uso la forza, la combatto, la contrasto, così facendo sto dando la mia energia psichica a quella forma-pensiero; quindi ogni volta che io l’assalgo succede come nel mito dell’Idra dalle nove teste che più Ercole attaccava più questa rinasceva.

Bisogna perciò imparare a guardarle; come, lo vedremo altrove. L’importante è che si sappia che si tratta di visualizzazione e non di violenza o di forza - per non parlare della mortificazione del fisico, interpretazione folle di insegnamenti che conducono all’ossessione. Quando il vero guerriero abbatte l’avversario, non lo uccide mai, e nemmeno lo umilia, ma superato l’avversario, fa in modo che divenga suo alleato. La pax romana con questo metodo ha dominato il mondo.

Le sub-personalità, quelle importanti, interessanti, produttive, economiche, devono essere mantenute allineate. Ci sono due alleanze che gli esoteristi chiamano le sante alleanze. Una con i domini inferiori ed una con il dominio superiore; non posso allearmi (arca dell’alleanza) con il “mio Dio personale”, se non quando ho pacificato il dominio inferiore. Se c’è pace nei regni inferiori, può esserci alleanza con la sfera superiore. D’altro canto non può una sfera conflittuale stare accanto ad una sfera armonica, «il silenzio di Psiche».

Su questo si deve lavorare.

Andare a trovare i modelli, scendere verso il basso, scoprire le sub-personalità; questa è la meditazione del Raja Yoga, l’inizio. Si deve cominciare dal Raja Yoga elementare. Con l’uso della visualizzazione diventa molto potente, perché muoviamo energie dentro e fuori di noi, dal momento che il simile chiama il suo simile per attrazione magnetica. Quando una persona emette una nota questa fa il giro del pianeta.

Se non apriamo questo scrigno (che sarebbe la Z dei Maestri segreti), non è possibile ricomporre la chiave d’avorio spezzata, simbolo della perdita della coscienza. Ciò è possibile con questa tecnica dinamica che posso applicare sul Sé inferiore, ma che non posso usare sul Sé superiore.

 

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