Argomento:Miti e Simboli


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Sfinge o la scienza

di Francesco Bacone - (tratto dagli Scritti Filosofici – Ed. UTET – a cura di Paolo Rossi)

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Tramandano che la Sfinge fosse un mostro dai molteplici aspetti: dalla faccia e dalla voce di vergine, dalle penne di uccello dalle unghie di grifone e occupava poi un giogo montano nella campagna tebana e ne impediva le vie d'accesso, perché era solita porre insidie ai viandanti per prenderli e, avutili in proprio potere, proporre oscuri ed insolubili enigmi che si dicevano offerti e dettati dalle Muse. Se i poveri catturati non potevano scioglierli ed interpretarli e si mostravano esitanti e confusi, li dilaniava con grande ferocia. Durando a lungo questa calamità, i tebani proposero come premio lo stesso dominio di Tebe all'uomo che potesse svelare gli enigmi della Sfinge, poiché non v'era altro modo di vincerla.

Edipo, uomo astuto e prudente, spinto da una sì gran ricompensa, ma con i piedi lesi e perforati, accettò il patto e stabilì di cimentarsi. Dopo che con animo coraggioso e fidente si era posto dinanzi alla Sfinge, costei gli domandò quale fosse quell'animale che quadrupede al momento della nascita diventa un bipede, poi un tripede e di nuovo infine un quadrupede. Edipo, con presenza di spirito rispose che si trattava dell'uomo che, appena partorito e durante l'infanzia si trascina da quadrupede, e appena tenta di strisciare, e non molto tempo dopo cammina eretto e su due piedi; nella vecchiaia si appoggia e sostiene a un bastone si dà sembrare tripode; nell'estrema vecchiaia poi, vecchio decrepito senza che più i nervi lo sostengano, ricade quadrupede e giace nel letto.

Così, ottenuta la vittoria con la risposta, uccise la Sfinge il cui corpo posto su di un asinello fu condotto in trionfo: e secondo i patti fu creato re di Tebe.

 

 

La favola è elegante e non meno saggia; e sembra scritta per la scienza, specialmente quella applicata alla pratica. La scienza invero può essere chiamata senza assurdità un mostro, essendo causa di ammirazione per gli ignoranti e gli inesperti. Per figura ed aspetto è poi il multiforme per l'immensa varietà di temi nei quali si muove. Viene rappresentata con volto e voce femminile per la sua grazia e loquacità; sono aggiunte le ali perché le scienze e le loro scoperte fuggono e volano in un attimo, essendo la comunicazione della scienza come la luce che si comunica da un lume all'altro.

Con straordinaria eleganza le sono attribuite unghie acute ed adunche; poiché gli assiomi e gli argomenti della scienza penetrano la mente e la trattengono e la carpiscono in modo che non possa né muoversi né sfuggire, cosa che notò il santo filosofo: «Le parole dei sapienti - disse - sono come aculei e come chiodi piantati in alto» (Ecclesiaste, 12, 11-12).

Inoltre ogni scienza sembra posta sulle alture e sommità dei monti, poiché è giustamente considerata cosa sublime ed eccelsa, che guarda l'ignoranza dall'alto in basso, che pure spazia e osserva in lungo e in largo come si suol fare dalle sommità dei monti. La scienza sembra inoltre precludere ogni scampo, perché in quel viaggio o pellegrinaggio della vita umana, ovunque si trova o si mostra materia od occasione di studio. La Sfinge sottopone questioni ed enigmi vari e difficili ai mortali che ricevette dalle Muse. Questi enigmi, fino a che restano presso le Muse, forse mancano di crudeltà. Infatti fino a che non ci si propone alcun altro fine dalla meditazione e dalla speculazione che non sia lo stesso sapere, l'intelletto non è tormentato o posto in strettoie, ma vaga e spazia e nella stessa varietà e dubbio avverte una certa giocondità e diletto. Ma allorché tali enigmi sono trasmessi dalle Muse alla Sfinge, cioè alla pratica, perché incalzi ed urga l'azione, la scelta e il decreto, allora gli enigmi cominciano a divenire molesti e crudeli e, se non sono risolti e spiegati, tormentano ed oberano in mille modi gli animi umani e li distraggono in varie direzioni, e quasi li torturano.

Perciò negli enigmi della Sfinge si propone sempre una duplice possibilità: la lacerazione dell'intelletto per chi non li risolve; il potere per chi li risolve. Chi infatti è pratico nella sua attività, si impadronisce del suo obiettivo, come ogni artefice è padrone dell'opera sua. Due sono le specie degli enigmi della Sfinge: quelli sulla natura delle cose e quelli sulla natura umana. Similmente due differenti poteri seguono come premio della soluzione: quello sulla natura e quello sugli uomini. Il fine proprio e ultimo della vera filosofia naturale è infatti il dominio sulle cose naturali: i corpi, le medicine, le cose meccaniche ed altre infinite; sebbene la filosofia della Scuola contenta di ciò che ha e ripiena di sermoni, disprezzi e quasi rigetti le cose e le opere. In verità l'enigma sottoposto ad Edipo e per la soluzione egli ottenne il dominio di Tebe riguardava la natura dell'uomo: chiunque infatti vede ben addentro nella umana natura, può essere quasi fabbro della sua fortuna è nato per comandare.

Cosa che fu ben detta a proposito delle arti romane: «Ricorda o Romano che tu reggerai con l'impero i popoli, queste saranno le tue arti» (Virgilio, Aen., VI, 851-852).

E qui torna a proposito ricordare che Cesare Augusto, sia a caso sia ad arte, usava una sfinge per sigillo. Questi infatti (se alcuno mai lo fu) fu eccelso in politica e, durante il corso della sua esistenza, risolse in modo assai felice molti nuovi enigmi sulla natura umana. Se non li avesse risolti da uomo destro e pronto, parecchie volte non sarebbe stato lungi da imminenti e mortali pericoli.

Nella favola si aggiunge che il corpo della Sfinge uccisa fu posto su di un asinello. Certamente in modo assai elegante, perché non c'è niente di tanto sottile ed astruso che non appena è chiaramente compreso dall'intelletto, non sia poi divulgato, e non possa essere spiegato anche a un tardo. Non si trascuri neppure quel particolare che la sfinge fu vinta da un uomo dai piedi bucati: difatti gli uomini sono soliti avvicinarsi agli enigmi della sfinge con passo veloce e in fretta, onde avviene che (prevalendo la sfinge) invece di dominare sulle opere e gli effetti, essi finiscano col dilacerare i loro animi e i loro ingegni nelle dispute.

 

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