Argomento:Miti e Simboli


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Proserpina o lo spirito

di Francesco Bacone - (tratto dagli Scritti Filosofici – Ed. UTET – a cura di Paolo Rossi)

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Si narra che Plutone, dopo aver ricevuto in seguito a quella famosa spartizione il regno degli inferi, disperando di sposarsi con qualcuna delle dee, se le avesse tentate con colloqui o modi gentili, si sentì costretto a progettare un rapimento. Pertanto, scelta l’occasione opportuna, con improvvisa incursione, rapì Proserpina figlia di Cerere, fanciulla stupenda, mentre nei prati di Sicilia raccoglieva fiori di narciso; e la portò seco, con una quadriga, nelle regioni sotterranee.

Ivi le fu porta grande riverenza sì che fu eletta regina di Dite. Cerere, sua madre, non vedendo più apparire la sua unica e diletta figlia, disperata e ansiosa, portando una fiaccola accesa in mano, errò per ogni angolo della terra per trovare e riprendere la figlia. Non riuscendovi, avuta per caso la novella che era stata trasportata agli inferi, scongiurò Giove con molte lacrime e lamentele perché gliela restituisse. E tanto ottenne che, se alla figlia non fosse piaciuta nessuna cosa dell’inferno, avrebbe potuto riprendersela.

Quella condizione fu contraria al desiderio della madre: si seppe che Proserpina aveva assaggiato tre grani di melograno. Né per questo desistette Cerere dalle sue preghiere e suppliche. Infine le fu concesso che Proserpina, diviso il tempo in alterni periodi, passasse sei mesi col marito e altri sei con la madre.

In seguito Teseo e Piritoo con grande audacia tentarono di rapire Proserpina dal talamo di Dite. Essendosi seduti nel viaggio agli inferi sopra un sasso, non ebbero assolutamente la possibilità di rialzarsi, e colà rimasero in eterno.

Proserpina dunque rimase regina dell’inferno; ed in suo onore ebbe un privilegio grande: non essendo lecito per chi vi era disceso ritornare dagli inferi, a questa legge fu opposta una singolare eccezione; che se qualcuno avesse portato in dono a Proserpina un ramo d’oro, questi, a causa di ciò, avrebbe potuto andare e ritornare. Questo ramo era unico in un vasto e oscuro bosco e non formava una pianta, ma, come il vischio, cresceva in un’altra e, una volta strappato, un altro ne nasceva.

 

La favola sembra riguardare la natura e scrutare quella forza e potenza ricca e ferace che si trova entro la terra, dalla quale pullulano le cose e nella quale poi ritornano e si dissolvono. Tramite Proserpina gli antichi simboleggiavano quello spirito etereo che è chiuso e trattenuto sotto la terra (rappresentata da Plutone) e separato dal globo superiore, cosa che fu così espressa:

E la terra ancora giovane, sedotta dalle profondità dell’Etere tratteneva i segni del cielo consanguineo. - Ovidio Metam. I, 80-81

Questo spirito è detto rapito dalla terra, perché non si raccoglie mai finché ha tempo e modo di sfuggire, rapprendendosi e fermandosi soltanto per una subita rottura o polverizzazione, come accade allorché qualcuno tenta di mescolare l’aria all’acqua; cosa che in nessun modo può accadere se non per una celere e rapida agitazione: in questo modo vediamo che due corpi si congiungono in spuma, come con aria rapita all’acqua.

Non senza eleganza si aggiunge che Proserpina fu rapita mentre raccoglieva fiori di Narciso nelle vallate; perché il narciso trae il suo nome dal torpore e dallo stupore; ed infine lo spirito è pronto e più preparato ad essere rapito dalla materia terrestre quando comincia a coagulare e quasi a prender torpore.

Giustamente poi è riservato a Proserpina quell’onore che nessuna moglie di Dio ebbe mai: di essere considerata signora di Dite; perché questo spirito governa tutto in quelle regioni sotterranee lasciando quasi ignaro e stupito Plutone. L’etere e l’influenza dei corpi celesti (simboleggiati da Cerere) tentano con infinita assiduità di attrarre questo spirito e di riprenderlo. Infatti quella face di etere o fiaccola ardente in mano a Cerere indica senza dubbio il Sole; che avvolge il suo ufficio di sorgenti di luce girando intorno alla terra ed è più importante di tutti per recuperare Proserpina se pure ciò potesse accadere. Essa rimane tuttavia nascosta: e la ragione è accuratamente ed eccellentemente delucidata in quei patti di Giove e Cerere.

Innanzitutto, infatti, è certo che vi sono due modi di raccogliersi dello spirito nella materia solida e terrestre: l’uno per mezzo della condensazione od ostruzione che è una mera incarcerazione e violenza; l’altro per via della somministrazione di un proporzionato alimento, il che avviene spontaneamente e senza sforzo. Infatti, dopo che lo spirito racchiuso comincia a nutrirsi e a mangiare, non si affretta subito a fuggire; ma si ferma sulla sua terra: e questa è Proserpina e gusta il melograno perché se non fosse accaduto, già da prima sarebbe stata ripresa da Cerere che girava tutta la terra con quella fiaccola. Lo spirito che sta dentro ai metalli e ai minerali è forse soprattutto tenuto assieme dalla solidità della massa; quello che è invece nelle piante e negli esseri animati abita in un corpo poroso e ha libere vie di uscita, se non è trattenuto a suo beneplacito tramite quel modo di nutrizione.

Il secondo patto della periodicità semestrale non è altro che una elegante descrizione della divisione delle stagioni: quello spirito diffuso nella terra durante l’estate resta alla superficie ove fa nascere i vegetali, mentre d’inverno ritorna sotto terra.

Il tentativo di Teseo e Piritoo di portare via Proserpina si riferisce poi al frequente fatto che gli spiriti più sottili che discendono nella terra in molti corpi, non possono mai far sì di succhiare lo spirito sotterraneo per unirsi ad esso e portarlo via; al contrario essi stessi vengono coagulati e non più risorgono; così che Proserpina si vede arricchita di dominio e sudditi per loro tramite.

Riguardo a quell’aureo ramo, ci sembra difficile sostenere l’attacco degli Alchimisti se essi si legassero a questo punto; poiché essi promettono di ricavare dalla loro pietra filosofale e monti di oro e la restaurazione dei corpi naturali come dalle porte dell’inferno. In verità dell’Alchimia e degli eterni corteggiatori di quella pietra, sappiamo che è una teoria senza fondamento e sospettiamo anche che quella pratica sia priva di garanzie. Perciò, tralasciandoli, questa è la nostra opinione su l’ultima parte della parabola. Noi abbiamo scoperto da parecchie allegorie degli antichi che costoro, non ritennero come cosa disperata sino a un certo segno la conservazione e la restaurazione dei corpi naturali, ma piuttosto come cosa astrusa e quasi pregiudizievole.

Anche in questo punto pare abbiano voluto esprimere questa loro opinione allorché han posto questo ramo tra infiniti virgulti di una grande e intricatissima selva: lo rappresentarono d’oro perché l’oro è simbolo della durata; innestato perché dall’arte bisogna sperare un simile effetto e non da una qualche medicina o da un procedimento o semplice o naturale.

 

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