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Dalla filosofia Vedanta alla religione universale

di Swami Vivekananda

Estratto dal sito Ramakrisna Mission Italia

prodotto per Esonet.it

 

Presentazione dell'Induismo di Swami Vivekananda al Parlamento delle religioni / Chicago, 19 settembre 1893

Al giorno d’oggi, esistono al mondo tre religioni che provengono dai tempi preistorici: l’induismo, lo zoroastrismo, il giudaismo. Ognuna di esse ha ricevuto degli urti formidabili, ed ognuna ha dimostrato, attraverso la sua resistenza, quale ne fosse la forza interiore. Ma, il giudaismo non è riuscito ad assorbire il cristianesimo, ed è stato cacciato dal suo luogo di origine dal proprio figlio vittorioso.

Un pugno di parsi è oggi tutto quanto rimane per narrare la grande e bella religione di Zoroastro. Al contrario, nell’India, è nata una setta dopo l’altra, che sembrarono far vacillare la religione dei Veda sin dalle fondamenta; ma, similmente alle acque del mare sottoposte ad un formidabile terremoto, la nostra religione si è ritirata per un solo momento; per riapparire, in seguito, rinvigorita mille volte, in un maremoto che prima aveva spazzato tutto. Appena l’agitazione scomparve, tutte queste sette si ritrovarono aspirate, assorbite, assimilate nel corpo immenso della fede, da cui erano uscite.

Dai più arditi voli spirituali dei Vedanta, le cui ultime scoperte scientifiche sembrano essere una eco, sino alle concezioni inferiori e idolatre, con le loro diverse mitologie; l’agnosticismo dei buddisti e l’ateismo degli jainisti, tutto conserva una collocazione nella religione degli indù.

Dove si trova, quindi, il centro comune verso il quale vanno a convergere tutti questi raggi tanto discosti uno dall’altro? Qual è la base sulla quale si accordano tutte queste contraddizioni in apparenza insolubili? È la domanda alla quale cercherò di rispondere.

Swami Vivekananda

Gli Indù hanno ricevuto la loro religione tramite rivelazione, attraverso i Veda. Essi sostengono che i Veda siano senza inizio, né fine. A voi potrebbe apparire ridicolo che un libro venga ritenuto senza inizio e privo di una fine. Ma, con il termine "Veda" non viene inteso un semplice libro. Ci si riferisce invece ad un tesoro accumulato delle leggi spirituali scoperte da differenti persone in diverse epoche. Proprio come la legge gravitazionale esisteva prima che la si scoprisse, e continuerà a persistere anche se l’intera umanità la dimenticasse, succede lo stesso delle regole che reggono il mondo spirituale. I rapporti morali, etici e spirituali tra un’anima e l’altra, e quelli tra gli spiriti individuali ed il Padre di tutti essi esistevano ancor prima di venire scoperti da noi e continueranno a persistere pur se dimenticati.

Coloro che hanno scoperto queste leggi vengono chiamati Rishi, e noi li veneriamo come esseri perfetti. Sono felice di poter dire a chi mi ascolta oggi che qualcuno dei più grandi tra di essi furono delle donne.

 

Potrebbe venire sostenuto che codeste leggi, in quanto leggi, possono ben non avere una fine, ma che debbono comunque aver avuto un inizio. Ora, i Veda ci insegnano che la creazione è senza inizio, né fine. La scienza ha provato – ci si dice – che il totale assoluto dell’energia cosmica resta sempre lo stesso. Se mai vi fu un tempo ove nulla esisteva, dove mai si trovava allora tutta questa energia ora manifesta? In tal caso, Dio sarebbe allo stesso tempo potenziale e cinetico; fatto che lo renderebbe di natura mutevole. Ma, tutto ciò che cambia è composto, e tutto ciò che è composto deve subire quella trasformazione che si chiama distruzione. Così Dio dovrebbe morire; cosa assurda. Di conseguenza, non v’è mai stato un tempo in cui la creazione non esisteva.

Voglio qui utilizzare un paragone: la creazione ed il creatore sono due linee parallele, senza inizio, né fine. Dio è la provvidenza sempre attiva, attraverso il cui potere i sistemi scaturiscono dal caos gli uni dopo gli altri, evolvono per un certo tempo, e vengono nuovamente distrutti. È quanto il bimbo bramino ripete quotidianamente: "Il Signore ha creato il sole e la luna, come i soli e le lune dei cicli precedenti".

Sono qui davanti a voi. Se chiudo gli occhi e cerco di visualizzare la mia esistenza personale: "io, io, io," quale idea mi si presenta? Quella di un corpo. Sono, quindi, alla fin fine, una combinazione di elementi materiali? I Veda affermano il contrario: sono uno spirito che vive in un corpo. Non sono il corpo. Il corpo morirà, ma io no. Eccomi, dunque, in questo organismo, che soccomberà; ma, io continuerò a vivere. Ho anche un passato. L’anima non è stata creata, poiché creazione significa combinazione ed implica una dissoluzione certa nell’avvenire. Se, dunque, l’anima è stata creata, essa dovrà morire. Ora, certuni nascono felici, in perfetta salute, con un bel corpo, uno spirito vigoroso, e vedono ogni loro bisogno soddisfatto. Altri nascono sfortunati; delle persone non possono usare le loro membra, alcuni sono idioti, e vivono per trascinare una miserevole esistenza. Se ognuno è stato creato, perché un Dio giusto e compassionevole avrebbe fatto l’uno felice e l’altro infelice? Perché mai Egli mostrerebbe una simile parzialità? E d’altronde non si potrebbe in alcun modo attenuare la difficoltà sostenendo che coloro che sono infelici in questo mondo saranno felici in un’altra vita. Perché mai un uomo dovrebbe essere infelice quaggiù, sotto il regno di un Dio giusto e compassionevole?

In secondo luogo, il concetto di un Dio creatore non risolve l’anomalia; esso non fa che esprimere il fattore crudele di un essere onnipossente. Se un uomo è felice o infelice, ciò deve dipendere, di conseguenza, da cause precedenti la sua nascita, e queste sono le sue azioni passate.

Le nostre attitudini ereditarie non spiegano tutte le tendenze del nostro spirito e del nostro corpo? Qui, troviamo due linee parallele dell’esistenza; una del corpo, ed una dello spirito. Se la materia e le sue trasformazioni sono le sole responsabili di tutto ciò che possediamo, non v’è alcuna necessità di supporre l’esistenza di un’anima. Ma, non è possibile provare che il pensiero sia nato dalla materia; e se un certo monismo è inevitabile, quello spirituale è sicuramente logico, ma di sicuro non è meno desiderabile di un monismo materialista. Nessuno dei due, ora, ci è necessario.

Non si può, d’altronde, negare che il corpo acquisisca certe tendenze per via ereditaria, ma esse attengono solo alla natura fisica, attraverso la quale un dato spirito può solo comportarsi in un certo modo. Esistono, tuttavia, altre tendenze peculiari dell’anima, causate dalle sue azioni anteriori. Ora, un’anima con certe propensioni nascerà, a causa delle leggi di affinità, in quell’organismo che si mostrerà il migliore strumento atto ad esprimere le sue tendenze. Codesta, è una spiegazione conforme alla scienza, poiché quest’ultima vuole spiegare ogni cosa con l’abitudine, e l’abitudine si acquisisce con la ripetizione. Ecco, quindi, che la ripetizione si dimostra necessaria per spiegare le abitudini naturali dell’anima che nasce. E poiché tali abitudini non si sono formate nella vita attuale, esse debbono provenire da vite anteriori.

Ancora un’analisi. Se ammettiamo tutto quanto detto sin qui, perché mai io non mi ricordo nulla della mia vita precedente? Ciò si spiega facilmente. In questo momento, io parlo inglese. Non è la mia lingua materna, ed in effetti nessun vocabolo di essa attualmente è presente alla luce della mia coscienza; ma, appena io cerco di richiamarli, essi vi si affollano. Ciò dimostra che la coscienza non rappresenta che la superficie dell’oceano mentale, nelle cui profondità sono immagazzinate tutte le nostre esperienze. Sforzatevi accanitamente, e potrete farle emergere; potrete anche divenire coscienti della vostra vita anteriore.

Ciò rappresenta una prova diretta e convincente. La verifica è la prova perfetta di una teoria, ed è a questo punto che noi rintracciamo la sfida lanciata al mondo dai Rishi. Noi abbiamo scoperto il segreto attraverso il quale è possibile rimuovere anche le profondità oceaniche della memoria. Provateci ed otterrete un ricordo completo della vostra vita precedente.

L’Indù crede, di conseguenza, di essere uno spirito. La spada non può trafiggerlo, il fuoco non riesce a bruciarlo, l’acqua non lo dissolve, l’aria non lo dissecca. L’Indù crede che ogni anima sia un circolo, la cui circonferenza non appare in alcun luogo, ma il cui centro è situato nel corpo; per lui, la morte significa semplicemente che tale centro passa da un corpo all’altro. E l’anima non è costretta alle condizioni della materia. Tuttavia, in un modo o nell’altro, essa si trova avvinta alla materia, e s’illude di essere materia.

Perché mai l’essere libero e puro deve trovarsi alla mercè della materia? È l’enigma che dobbiamo ora esaminare. Come mai l’anima perfetta può venire ingannata e credere di essere imperfetta? Ci viene detto che gli Indù eludono la domanda, e sostengono che ivi non appare un problema d’alcun genere. Alcuni pensatori vogliono rispondere con l’esistenza supposta di uno, o diversi esseri quasi perfetti, ed impiegano dei grossi termini scientifici per colmare le lacune. Ma, etichettare con dei nomi non significa spiegare alcunché. Il problema continua ad esistere: in quale modo l’esistenza perfetta può mutare una particella, per quanto infima essa sia, della propria natura? Tuttavia, l’Indù è sincero. Egli rifiuta di cercare un rifugio nel sofisma. Ed è ben coraggioso per fissare la questione direttamente, comportandosi da uomo. E ci risponde: "Non lo so. Non so come mai l’essere perfetto, l’anima, è giunto a considerarsi impefetto, avvinto alla materia e sottomesso alle sue condizioni". Ed il fatto rimane pur sempre un fatto. È possibile riscontrare in qualunque tipo di consapevolezza, che l’uomo si considera un corpo. Rispondere che si tratta della volontà di Dio non significa spiegare nulla. Ha lo stesso valore di quando l’Indù afferma: "Non lo so".

Così l’anima umana è eterna ed immortale, perfetta ed infinita, e la morte significa solo che il centro passa da un corpo all’altro. Il presente è condizionato dalle nostre azioni passate e l’avvenire dal presente. Di nascita in nascita, o di morte in morte, l’anima proseguirà la sua evoluzione, oppure il suo regresso. Ma, a questo punto, si pone un altro interrogativo: l’uomo è solamente un fragile battello, sballottato dalla tempesta, innalzato per un istante sulla schiumosa cresta di un’onda, per venire subito immerso in un gorgo spalancato, alla mercè delle buone e delle cattive azioni, relitto impotente, abbandonato ad inesorabili correnti, continuamente furiose, sempre impetuose, di causa ed effetto? Non è altro che un insetto sotto la ruota della causalità, che gira schiacciando ogni cosa che incontra sul cammino, senza che l’arrestino neppure i pianti delle vedove, o le grida degli orfani? Ad una simile idea il cuore si arrende; tuttavia, si tratta della legge della natura. Non v’è alcuna speranza? Non appare alcuna via d’uscita? È, questo, un grido che scaturisce dal punto più profondo di un cuore disperato. Esso ha raggiunto il trono della misericordia. E delle parole di speranza e di consolazione ne sono discese, ed hanno ispirato un saggio vedico. Costui si è alzato davanti al mondo, e, con voce altissima, ha dato la felice novella: "Ascoltate, figli della beatitudine immortale! Ed anche voi che risiedete nelle sfere superiori! Ho incontrato l’Antico, che si trova al di là di ogni oscurità e di ogni illusione; soltanto nel conoscerLo voi verrete salvati da una nuova morte".

Figli della beatitudine immortale! Che soave appellativo e pieno di speranza! Lasciate, fratelli miei, che io vi chiami con questo dolce nome: eredi della beatitudine immortale. Poiché l’Indù rifiuta di vedere in voi dei peccatori. Voi siete i Figli di Dio, fate parte della beatitudine immortale, siete spiriti santi e perfetti. Voi, che rappresentate delle divinità scese sulla terra, sareste dei peccatori? Il vero peccato è chiamare così un uomo. Venite, voi che siete dei leoni, e sbarazzatevi dall’illusione di essere dei montoni! Siete anime immortali, spiriti liberi, benedetti ed eterni. Non siete materia, non siete corpi. Essa è la vostra schiava, non voi i suoi.

Ecco quel che proclamano i Veda: non una spaventosa combinazione di leggi inesorabili, né un’eterna prigione di causa ed effetto, ma quanto segue: a capo di ogni legge, in ogni particella di materia e di forza ed attraverso ognuna di esse, si erge l’Unico, "sotto l’ordine del quale il vento soffia, il fuoco arde, la nuvola si scioglie in pioggia, e la morte misura la terra. E qual è la Sua natura? Egli è ovunque, l’Uno puro e senza forma, l’Onnipossente e pieno di compassione per il tutto. Tu sei nostro Padre, Tu sei nostra madre, Tu sei il nostro beneamato amico, Tu sei la sorgente di ogni forza; donaci la forza. Tu sei Colui che sostiene i pesi dell’Universo; aiutaci a portare il minuto fardello di questa vita". È quanto cantano i Rishi dei Veda. E in qual maniera l’adorano? Con l’amore. "Egli deve venir adorato come l’amante più caro di ogni cosa in questa vita e nell’altra".

Ecco la dottrina dell’amore che proclamano i Veda. Guardiamo, ora, come è stata pienamente sviluppata ed insegnata da Krishna, che gli Indù considerano un’incarnazione di Dio sulla terra.

Krishna indicò che l’uomo deve vivere in questo mondo come un fiore di loto, che cresce nell’acqua, ma non ne viene bagnato. Ecco come deve esistere l’uomo nel mondo, con il proprio cuore volto a Dio e le sue mani immerse nel lavoro.

È cosa buona amare Dio, per la speranza di una ricompensa in questa terra, o nell’altra vita; ma, meglio è amarlo per amore dell’amore. La nostra preghiera dice: "Signore, non chiedo né ricchezza, né discendenza, né sapere. Se questa è la Tua volontà, che io continui pure a passare da nascita a nascita; ma, accordami la grazia che io ti possa amare senza speranza di ricompensa, amare senza egoismo, per amore dell’amore". Uno dei discepoli di Krishna, che allora era imperatore delle Indie, venne cacciato via dal proprio regno dai suoi nemici, e dovette cercare rifugio, con la sua sposa, in una foresta dell’Himalaya. Lì, un giorno, la regina gli chiese come mai lui, il più virtuoso degli uomini, avesse dovuto subire tutti questi tormenti. Yudhisthira rispose: "Guarda, mia regina, la catena himalayana, com’è grandiosa e magnifica. Io l’amo. Non ne ricevo nulla in cambio, ma la mia natura m’impone di amare quanto è grandioso e magnifico, ed è per questo che io l’amo. Ed amo il Signore nello stesso modo. Egli è la sorgente di tutto quanto è bello, di tutto ciò che è sublime. È la sola cosa che si possa amare. La mia natura è di amarlo; di conseguenza, lo amo. Non imploro nulla, né nulla domando. Che Egli mi collochi dove vorrà. Bisogna che io lo ami per amore dell’amore. Per me l’amore non può divenire un mercanteggiamento".

I Veda insegnano che l’anima è di natura divina, ed è solo asservita alla materia; quando questa schiavitù verrà annientata, allora sarà raggiunta la perfezione. Di conseguenza, la parola che viene utilizzata per indicare questa perfezione è Mukti, libertà, liberazione dai legami di imperfezione, affrancamento dalla morte e dalla miseria.

Codesto servaggio non può venire eliminato se non attraverso la grazia di Dio, e tale grazia è data ai puri. La purezza, di conseguenza, è condizione della Sua grazia. E come agisce, quest’ultima? Dio si rivela a coloro che possiedono un cuore puro; il puro e l’immacolato Lo vedono, anche in questa stessa vita. Allora, e soltanto allora, tutto quello che in essi è ritorto viene raddrizzato. Allora, ogni dubbio scompare. L’uomo non è più l’oggetto del capriccio di una terribile legge di causalità.

Ecco il cuore stesso, la concezione vitale dell’Induismo. L’Indù non intende nutrirsi di frasi e di teorie. Se mai vi sono delle esistenze al di là di quella ordinaria dei sensi, egli vuole trovarsi faccia a faccia con esse. Se mai esiste un’anima che non sia fatta di materia, se esiste un’Anima universale e pietosa verso tutto, egli andrà, diretto, verso di Essa. Deve vederLa, e solo ciò potrà dissipare ogni suo dubbio. Di conseguenza, la migliore prova che un saggio Indù possa dare dell’anima, di Dio, è: "Ho visto l’Anima, ho visto Dio". Ed è la sola condizione di perfezione. La religione indù non consiste in lotte e in sforzi per credere ad una certa dottrina, oppure ad un determinato dogma, ma in una realizzazione. Essa non ci domanda di credere, ma di essere e di divenire.

L’intero scopo del sistema è, dunque, attraverso una costante lotta, di diventare perfetto, di diventare divino, di raggiungere Dio, e di vedere Dio. La religione degli Indù consiste nel raggiungere Dio, nel vedere Dio, nel divenire perfetti com’è perfetto il Padre che risiede nei Cieli.

Cosa accade ad un uomo che ha raggiunto la perfezione? Vive un’esistenza di beatitudine infinita. Gioisce di una beatitudine infinita e perfetta, poiché ha ottenuto la sola cosa attraverso la quale l’uomo deve trovare la felicità; ossia, egli gioisce della beatitudine con Dio.

Sin qui ogni Indù è d’accordo. Questa religione è comune ad ogni setta dell’india. Ma la perfezione è assoluta, e l’assoluto non può essere né uno, né due, né tre. Non può avere alcuna qualità. Non può essere un individuo. Quindi, quando un’anima raggiunge la perfezione assoluta, essa deve diventare una con Brahman. Essa non può altro che realizzare il Signore come la perfezione, la realtà della sua propria natura e della sua propria esistenza; come esistenza assoluta, conoscenza assoluta, beatitudine assoluta. Sovente abbiamo letto di autori che chiamano tutto ciò la perdita dell’individualità; che dicono si divenga, allora, come un ceppo, oppure come una pietra.

"Ride delle cicatrici solo colui
 Che non è stato mai ferito".

Posso ben dirvi che la verità è del tutto differente. Se è felicità godere la coscienza di questo debole corpo, deve essere una più gran gioia vivere la coscienza di due corpi; e il grado di questa felicità si eleva sempre più a misura che si è consapevoli di un maggior numero di corpi; e la meta, la sommità della beatitudine sarà raggiunta quando si arriverà alla coscienza universale.

Per conquistare tale personalità universale ed infinita è necessario, di conseguenza, che sparisca quella funesta piccola individualità-prigione. Solo quando sarò uno con la vita potrà smettere di esistere la morte; solo quando sarò uno con la felicità medesima potrà cessare la miseria. Solo quando sarò uno con la stessa conoscenza potranno sparire tutti gli errori. È la scientifica conclusione inevitabile. La scienza mi ha documentato che l’individualità fisica è un’illusione; che in realtà il mio corpo è un piccolo assieme, che cambia di continuo, in un oceano di materia, e l’advaita (continuità) è la conclusione necessaria, sincronizzata alla mia altra controparte: l’anima.

La scienza non è altro che la scoperta dell’unità. Non appena avrà raggiunto l’unità perfetta, essa cesserà di fare dei progressi, perché avrà raggiunto il suo scopo. Ad esempio, la chimica non potrebbe proseguire se dovesse scoprire un elemento con il quale tutti gli altri potessero venir costruiti. La fisica si arresterebbe, se dovesse accorgersi d’aver riempito lo scopo della sua missione, scoprendo una energia di cui ogni altra è manifestazione. E la scienza della religione diverrebbe perfetta se rintracciasse Colui che è la vita unica in un universo di morte; Colui che costituisce la base di un universo cangiante; l’Unico, che rappresenta la sola Anima, di cui tutte le altre anime non sono che delle manifestazioni illusorie. Ecco come, attraverso la molteplicità e la dualità, si giunge all’unità estrema. La religione non può andare oltre. Questo, è lo scopo di ogni scienza.

Ogni scienza deve, alla fine, arrivare a questa conclusione. Manifestazione, e non creazione, è la parola d’ordine della scienza di oggi. Di conseguenza, l’Indù non può che gioire nel vedere che quanto ha carezzato nel proprio cuore da lunghi secoli, viene ora insegnato in un linguaggio più convincente, alla nuova luce che ci viene dalle conclusioni più recenti della scienza.

 

Scendiamo, ora, dalle aspirazioni filosofiche alla religione dell’uomo ignorante. Per cominciare, posso dirvi che non esiste nell’India alcun politeismo. Se ci si sofferma ad ascoltare, in qualunque tempio, si constata che gli adoratori applicano alle immagini tutti gli attributi di Dio, ivi compresa l’onnipresenza. Questo non è politeismo; e neppure conviene il termine enoteismo. "La rosa, qualunque nome le diate, avrà sempre un buon profumo". Il nome non spiega nulla.

Ricordo di aver ascoltato, quando ero piccolo, un missionario cristiano pregare in pubblico, in India. Tra le altre cose amabili, diceva: "Se con il mio bastone do un colpo al vostro idolo, cosa mai potrà farmi?" Uno degli ascoltatori gli replicò, senza indugio: "Se ingiurio il vostro Dio, cosa mai potrà farmi?" - "Sarete punito quando morirete", rispose il predicatore: "Ed anche il mio idolo vi punirà quando morirete", esclamò l’Indù, di rimando.

È dai frutti che si conosce l’albero. Quando trovo, tra coloro che vengono chiamati idolatri, degli uomini che non ne hanno di simili altrove, in fatto di morale, di spiritualità, d’amore, mi fermo e mi domando: "Il peccato può mai generare la santità?"

La superstizione è una grande nemica dell’uomo, ma la bigotteria è ancora peggiore di essa. Perché un cristiano va in chiesa? Perché la croce è santa? Perché il cristiano volge il proprio viso in cielo, quando prega? Perché vi è tale quantità di immagini nelle chiese cattoliche? Perché vi sono tante immagini nello spirito dei protestanti quando essi pregano? Fratelli miei, proprio come non possiamo vivere senza respirare, così ci è impossibile pensare a qualche cosa senza farci un’immagine di questo qualche cosa. Per la legge di associazione, l’immagine mentale evoca l’idea mentale, e viceversa. Ecco perché, l’Indù utilizza un simbolo esterno quando adora la divinità. Egli vi spiegherà che ciò l’aiuta a mantenere fisso il suo spirito sull’essere che è oggetto della preghiera. Egli sa tanto bene quanto voi che l’immagine non è Dio, che essa non è onnipresente. E, dopo tutto, cosa significa l’onnipresenza per l’immensa maggioranza della gente? È unicamente una parola, un simbolo. Dio ha mai una superficie, che possa venire misurata? Se Egli non ne ha, quando ripetiamo la parola onnipresente, noi pensiamo solamente al cielo, oppure ad uno spazio ingrandito; è tutto.

E constatiamo che, per una ragione o per l’altra, per le stesse leggi della nostra costituzione mentale, siamo costretti ad associare le nostre idee di infinito con l’immagine del cielo blu, o del mare; come, pure, che associamo spontaneamente la nostra idea di santità all’immagine di una chiesa, di una moschea, o di una croce. Gli Indù hanno legato le loro idee di santità, di purezza, di verità, di onnipresenza, ecc., a delle immagini e a delle forme diverse. Tuttavia, mentre certe persone consacrano l’intera loro vita all’idolo che per essi rappresenta la loro chiesa e non si elevano mai più di tanto, perché, per essi, religione significa dare un assenso intellettuale a certe dottrine e a fare il bene del loro prossimo, la religione degli Indù è differente da costoro, poiché concentra il proprio sforzo sulla realizzazione. L’uomo deve trasformarsi in divino realizzando il divino; gli idoli, i templi, le chiese ed i libri non sono che dei supporti, degli aiuti, all’inizio dell’evoluzione spirituale. L’Indù deve proseguire ancora, sempre.

Non deve mai arrendersi. "L’adorazione esteriore, l’adorazione materiale, - dicono i Veda, - rappresenta il grado inferiore. La lotta per elevarsi più in alto, la preghiera mentale è il grado seguente; ma il grado più elevato è quello in cui si è realizzato il Signore". E fate ben attenzione, quel medesimo uomo che s’inginocchia davanti ad un idolo vi dirà: "Il sole non può esprimerLo, né la luna, né le stelle, né i lampi, né quanto noi chiamiamo fuoco: è grazie a Lui, difatti, che tutti essi brillano". Però, egli non ingiuria l’idolo di nessun altro, e non chiama peccato il culto reso a questo idolo. Vi riconosce una tappa necessaria della vita. Il bimbo è padre dell’uomo. Un vecchio avrebbe mai ragione a dire che l’infanzia è peccato, che la gioventù è peccato? Se un uomo può realizzare la propria natura divina servendosi di un’immagine potremo mai sentirci in diritto di vederci un peccato? Anche quando si sono superate queste tappe, non bisogna mai dire che si tratta di un errore. Per l’Indù, l’uomo non passa da un errore ad una verità, ma da una verità ad un’altra verità; da una verità più bassa ad una più alta. Per lui ogni religione, dal feticismo più elementare sino all’assolutismo più alto, sono altrettanti tentativi dell’anima umana per cogliere e per comprendere l’infinito; ognuna è determinata dalle condizioni di nascita e dalle associazioni, ed ognuna marca uno stadio di sviluppo. Ogni anima è come un aquilotto, che si innalza sempre più alto, aumentando le sue forze sino a che non raggiunge il Sole glorioso.

Unità nella varietà, tale è il piano della natura. E l’Indù se n’è reso conto. Tutte le altre religioni pongono certi dogmi precisi, e vogliono costringere la società ad accettarli. Esse ci danno un solo costume, che deve andar bene indosso a Giovanni, a Piero ed a Giacomo, senza distinzioni. Se Giovanni, o Giacomo non riescono ad indossarlo, non ne dovranno portare nessun altro. Gli Indù hanno compreso che l’assoluto non può venir realizzato, pensato o enunciato se non che attraverso il relativo; e che le immagini, le croci e gli stendardi sono dei semplici simboli, dei supporti per agganciarvi le idee spirituali. Non è che tali sostegni siano necessari a tutti; ma, coloro che non ne hanno bisogno non si devono sentire in diritto di condannarli. E nell’induismo nulla è obbligatorio.

C’è una cosa che voglio dirvi. In India l’idolatria non contiene nessun significato orribile. Essa non è "la madre delle impudicizie". Al contrario, rappresenta un tentativo espresso da spiriti non evoluti per cogliere delle alte verità spirituali. Gli indù hanno i loro difetti; vi sono dei fatti che non ammettono, ma, pensateci bene, è sempre il loro proprio corpo che fanno soffrire, e non hanno alcuna inclinazione a tagliare la gola al loro prossimo. Se l’indù fanatico si getta nelle fiamme della pira funeraria, d’altro canto egli non accende mai il braciere dell’inquisizione. E, tuttavia, neppure questo suicidio può venire imputato alla religione, non più di quanto si possa rendere responsabile il cristianesimo per la morte delle streghe, quand’esse vennero bruciate.

Per l’Indù, di conseguenza, l’intero mondo delle religioni non rappresenta che un viaggio, un’ascesi di uomini e donne diversi, i quali, in svariate condizioni e circostanze, avanzano tutti verso la stessa meta. Ogni religione non è che un mezzo per fare emergere un Dio dall’uomo materiale, ed è il medesimo Dio che le ispira tutte. Perché dunque, vi sono tante contraddizioni? Ebbene, codeste non sono che un’apparenza, ci rivela l’indù. Le contraddizioni nascono dal fatto che la stessa verità si adatta alle circostanze multiple di nature differenti.

È la stessa luce che attraversa dei vetri di vari colori. Queste piccole varianti sono necessarie all’adattamento. Però, nel cuore delle cose è la medesima verità a regnare. Quando era incarnato come Krishna, il Signore dichiarò all’Indù:

"Io sono presente in tutte le religioni, come il filo in una collana di perle".

"Ovunque tu veda una santità ed una potenza straordinarie elevare e purificare l’umanità, sappi che Io è lì che mi trovo".

E qual è il risultato? Sfido il mondo intero a trovare, in tutto il sistema filosofico sanscrito, una frase che implichi che solo l’Indù verrà salvato, a detrimento degli altri. Vyasa scrisse: "Troviamo degli uomini perfetti anche al di fuori della nostra casta e del nostro credo".

Ancora una cosa. Come mai l’Indù, la cui trama del pensiero vortica attorno a Dio, può credere al buddismo, che è agnostico, oppure allo jainismo, che è ateo? I buddisti e gli jainisti non contano su Dio, ma l’intera forza della loro religione si dirige verso quella che rappresenta la grande verità centrale di ogni religione: fare apparire Dio nell’uomo. Non hanno visto il Padre, ma hanno veduto il Figlio. E colui che ha visto il Figlio, ha pure visto il Padre.

Ecco, fratelli miei, un rapido cenno alle idee religiose degli Indù. Forse, l’Indù non è riuscito a realizzare ogni suo progetto, ma se mai dovesse esistere una religione universale, sarà necessario che essa non venga localizzata né in un tempo, né in uno spazio; dovrà essere infinita, come il Dio che pregherà, ed il suo sole dovrà splendere parimenti sia sugli adepti di Krishna che su quelli del Cristo, sui santi e sui peccatori; non dovrà essere bramina, né buddista, né cristiana, né maomettana, ma dovrà rappresentare la totalità d’ognuna di queste concezioni, e prevedere ancora delle infinite possibilità di sviluppo; nella propria cattolicità dovrà abbracciare, in un abbraccio infinito, ogni essere umano, e conservare un posto per lui, dal selvaggio più involuto, che si arrampica ancora e somiglia ad un bruto, sino al più nobile degli uomini, le cui virtù intellettuali e del cuore lo elevano ben più in alto dell’intera umanità, intimorendo questa stessa umanità, la quale si domanderà se è veramente un uomo. Sarà una religione la cui politica non prevedrà alcuno spazio per la persecuzione, o l’intolleranza. Essa riconoscerà il divino in ogni uomo e donna, e l’intera sua forza, l’intero suo dominio avranno come scopo essenziale di aiutare l’umanità a realizzare la sua vera e propria natura divina.

Proponete una tale religione, ed ogni popolo vi seguirà. Il concilio di Ashoka era un concilio buddista. Quello di Akbar, benché rispondesse già meglio alle nostre preoccupazioni, non si trattava che di una conferenza. Era all’America che spettava proclamare ai quattro angoli della terra che il Signore risiede in ogni religione.

Possa Colui che è il Brahman degli Indù, l’Ahura-Mazda dei Zoroastriani, il Budda dei Buddisti, lo Jehovah dei Giudei, il Padre che sta nei cieli dei Cristiani darvi la forza di realizzare il vostro nobile ideale! La stella si è innalzata in Oriente. Ed è avanzata senza posa in Occidente, a volte oscurata, a volte lampeggiante, sino a che ha compiuto il giro intero del mondo. Ora, si alza di nuovo all’orizzonte stesso dell’Oriente, ai bordi di Sanpo, mille volte più brillante che non lo sia mai stata.

Salve, Colombia, madre della libertà. Ti è stato concesso – a te, che non hai mai immerso la mano nel sangue del tuo prossimo, che non hai mai pensato che il modo più rapido di arricchirti fosse di distruggere il tuo vicino – è a te che è stato concesso di marciare all’avanguardia della civiltà, con la bandiera dell’armonia.  

 

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