Argomento:Letture d'Esoterismo Orientale


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Morte: la grande avventura - Parte VII

a cura di Adriano Nardi

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Dagli scritti di Alice A. Bailey e del Maestro D. K.

 

Il miglior concetto che ci si possa fare della morte è considerarla come un'esperienza che ci libera dall'illusione della forma...

 

I Tibetani parlano del processo della morte come dell'«entrare nella chiara luce fredda». Probabilmente il miglior concetto che ci si possa fare della morte è considerarla come un'esperienza che ci libera dall'illusione della forma; ciò ci permette di comprendere chiaramente che quando parliamo della morte ci riferiamo ad un processo relativo alla natura materiale, il corpo, con le sue facoltà psichiche ed i suoi processi mentali.

L'errore dell'uomo sta, oggi, nell'atteggiamento di fronte alla morte, per cui interpreta come catastrofe la scomparsa della vita dalla percezione visiva e il disintegrarsi della forma.

La distruzione della forma in battaglia (che fa tanta paura a molti di voi) ha poca importanza per coloro che sanno che la reincarnazione è una legge fondamentale della natura e che la morte non esiste. Oggi le forze della morte circolano, ma è la morte della libertà di parola, la morte della libertà nell'attività umana, la morte della verità e dei valori spirituali superiori. Questi sono i fattori vitali della vita dell'umanità; la morte della forma fisica è un fattore trascurabile rispetto a quelli, e vi si rimedia facilmente con il processo di rinascita e nuova opportunità.

Si è propensi a credere che la morte sia la fine, mentre, per quanto riguarda il termine, i valori di cui trattiamo sono persistenti, non ammettono interferenze che del resto sarebbero impossibili e hanno in sé i semi dell'immortalità. Pensateci, e sappiate che tutto ciò che ha vero valore spirituale è duraturo, senza tempo, immortale ed eterno. Muore solo ciò che è privo di valore, e per quanto concerne l'umanità muoiono gli elementi pertinenti alla forma o che da questa traggono importanza. Ma i valori che si reggono su un principio e non sull'apparenza hanno in sé quel principio immortale che guida l'uomo «dalla porta della nascita, attraverso le porte della percezione, fino alla porta del proposito», come dice l'Antico Commentario.

Morte e limitazione sono sinonimi. Quando la coscienza è accentrata nella forma e si identifica del tutto con il principio di limitazione, vede come morte la liberazione dalla vita formale; ma, per evoluzione, essa di continuo sposta la focalizzazione e diviene consapevole di ciò che non è forma, e del regno del trascendente o dell'astratto, o meglio di ciò che è astratto dalla forma e focalizzato in sé. Per inciso, ciò definisce la meditazione come scopo e conseguimento. Si medita veramente quando si usa la mente, riflesso della volontà, nei suoi tre aspetti: per aprire l'ingresso nel mondo dell'anima, per influire sulla vita personale e infine per imporre e ottenere la piena espressione del proposito egoico.

La morte stessa è parte della grande illusione ed esiste soltanto a causa dei veli addensati attorno a noi.

La Paura della morte, del futuro, del dolore, dell'insuccesso, e altre, minori, cui l'umanità soccombe, e la Depressione, sono, per l'uomo di quest'epoca, il Guardiano della Soglia. Sono sintomo di una reazione senziente ai fattori psicologici, e non si possono curare con altri fattori dello stesso genere, come il coraggio. Ma, tramite la mente, si possono vincere con l'onniscenza dell'anima non con l'onnipotenza. Queste parole contengono un cenno occulto.

La preparazione per questo regno, è compito del discepolato, e costituisce l'ardua disciplina della quintuplice via dell'iniziazione. Il lavoro del discepolo consiste nel fondare il regno e la caratteristica fondamentale dei suoi cittadini è l'immortalità. Essi sono membri della Razza Immortale, e l'ultimo nemico che debbono superare è la morte; essi agiscono coscientemente dentro e fuori del corpo e non se ne preoccupano; essi hanno la vita eterna perché hanno in loro ciò che non può morire, essendo della stessa natura di Dio.

 

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