Argomento:Miti e Simboli


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Il Romanticismo

di Antonio D’Alonzo


Il Romanticismo tedesco costituisce la prima risposta alle pretese totalizzanti dell’epoca dei Lumi. In questo periodo si diffondono nuove discipline come la storia dell’arte, la giurisprudenza, la storia della cultura, mentre il punto focale dell’essere umano si sposta progressivamente dalla ragione al sentimento.

Un’enorme enfasi è posta sulle emozioni e sulla soggettività, sull’ideale del genio romantico incarnato simbolicamente dal Faust di Goethe; i poeti di quest’epoca – primo fra tutti Wordsworth – manifestano un egotismo ai limiti della follia [1]: lo stile di vita romantico idealizza il ritiro nella sfera dell’interiorità, il culto dell’individuo isolato nella solitudine della Natura, i blandi rapporti sociali.Quello che il semiologo J. M. Lotman ha indicato come «titanismo romantico», insieme di comportamenti tesi ad ostentare la solitudine e le passeggiate meditabonde nella Natura.

L’atteggiamento da outsider, la melanconia, il satanismo, l’idealizzazione del ruolo del vate [2], esalta inevitabilmente il contatto dell’Io lirico con gli archetipi dell’Inconscio Collettivo e favorisce così il risveglio d’interesse per lo studio della mitologia. Non è un caso che F. Schleiermacher (1768-1834) ha ricondotto la religione al sentimento ed il divino alla forma mitica intesa come «rappresentazione storica del sovrastorico».

Con la subordinazione dell’analisi alla visione e della ragione all’emotività creativa, il romanticismo colloca al centro del paradigma l’enfasi sull’eterno, inteso come verità metastorica, residuo incorruttibile che si sottrae al divenire e si concede al visionario solitario incarnato da W. Blake. È un’epoca di creatività faustiana e prometeica che si rivolge agli dei della psiche greca per rovesciare il mondo cristiano atrofizzato dal senso del peccato e dalla repressione delle pulsioni. La musica di Beethoven esalta la sensualità della vita bucolica, la poesia di Hölderlin invoca gli dei fuggiti, F. W. J. Schelling (1775-1854) scrive la Filosofia della mitologia, esaltando una sorta di concezione proto-olistica della Natura e dell’uomo. Hegel (1770-1831) teorizza l’idea di sistema in cui l’Intero è compreso e raccolto, superando così la dicotomia tra la vera religione cristiana ed i falsi dei pagani.

J. G. Herder scrive molti saggi di mitologia, mentre i racconti dei fratelli Grimm contribuiscono a risvegliare l’interesse per le creature fantastiche che abitano i boschi del Nord.

Se il periodo romantico fornisce la spinta propulsiva alla ripresa delle ricerche sul mito, tuttavia è soltanto nel XIX secolo che le neonate scienze umane iniziano a volgere con insistenza il loro sguardo retroattivo alla religiosità pagana, favorito anche dalla diffusione di documenti e fonti provenienti da civiltà antiche e lontane. Si pensi, ad esempio, alle prime traduzioni del corpus filosofico e letterario dell’India, alla divulgazione delle Upanishad, per esempio.

Nel XIX secolo con la nascita della storia delle religioni come disciplina autonoma, la mitologia dei popoli indoeuropei, fino a quel momento appannaggio quasi esclusivo di filosofi e scrittori, inizia ad essere vagliata con i moderni metodi delle scienze umane. Tra cui, la storiografia comparata e l’antropologia, la sociologia. Finisce, dunque, l’epoca dell’approccio “umanistico” ed inizia la fase scientifica in cui si ricerca la plausibilità del dato storiografico o etnografico. Si tratta, ovviamente, di scienze umane e non esatte, ma lo spostamento dal primo periodo “umanistico” non è irrilevante, giacché si pone l’attenzione sempre più nel confronto dei documenti e delle fonti e non sull’interpretazione soggettiva dell’autore.

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Note

1. Cfr. AA.VV . Modernità dei romantici, Liguori Editore, Napoli, 1988 p. 37. (torna al testo)

2. Cfr. Pagnini , Il Romanticismo , Il Mulino, Bologna 1986. (torna al testo)

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