Argomento:Letture d'Esoterismo


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L’opposizione di vita-morte

di Antonio D’Alonzo


È indubbio che il tempo lineare dell’escatologia cristiana sia intrecciato ad un rimando ultramondano, ad una dimensione ultraterrena e che questo renda l’attesa per la fine della propria esistenza, una sorta di “vivere-per-un-altrove”, in cui il presente è sempre traslato in un futuro messianico (ebraismo) o dell’avvento del regno di Dio (cristianesimo).

Il tempo greco, circolare, l’eterno ritorno dell’identico comporta la dissoluzione del soggetto che s’infrange contro la Scilla e Cariddi dell’oblio della propria identità.

Nel cristianesimo, l’identità personale sopravvive dopo la morte, nel tempo greco, al contrario, l’Io che ritorna non è più lo stesso. C’è ancora esistenza, ma il soggetto non è più lo stesso, perché ha perso la memoria. La Damnatio Memoriae della metempsicosi greca è davvero preferibile alla resurrezione giudaico-cristiana?

Per Platone conoscere è ricordare. Nella tradizione ebraica si parla prevalentemente di resurrezione finale dei corpi, più che d’immortalità dell’anima (che il cristianesimo ha assimilato proprio dal pensiero di Platone, ma che compare già con Pitagora ed ancora prima con l’orfismo). Credo che il tempo circolare favorisce la possibilità di esperimentare la completezza della vita-morte, o meglio ancora – per completare il concetto – il superamento del terrore per la morte (tanto già si sa che si ritornerà ancora, anche se non ricorderemo).

Però, se il tempo lineare porta al terrore per la morte, presagita come giudizio ultraterreno e remunerazione in base ai meriti e demeriti terreni, il tempo circolare, come insegna la tradizione brahmanica, evidenzia nell’infinita concatenazione delle rinascite, la nausea per la vita. Non dimentichiamo che la prima delle quattro nobili verità del Buddha è che tutta la vita è sofferenza. Se ritorno milioni di volte come essere umano e come verme della terra, dove risiede il vantaggio rispetto al tempo lineare giudaico-cristiano? Da una parte la possibilità di ritornare sotto forme infide per poi morire di nuovo, accumulando sofferenze e delusioni. Dall’altra, le fiamme dell’inferno i fiumi di miele del paradiso...

Sinceramente non vedo una grande differenza sotto il profilo etico tra i due sistemi cosmologici. Altra questione, invece, è il superamento della dicotomia bene-male, del Dio buono e provvidente e dell’angelo decaduto e ribelle, principe degli inferi. Pensando alle due facce della dea terribile e misericordiosa, Ecate o Kali che crea e distrugge, si arriva a capire che tutto quello che accade è necessario, anche se non imprescindibilmente legato ad una colpa o ad un peccato originale. L’utopia filosofica sarebbe riuscire a identificarsi con la tigre che ti divora (inno del Cibo dello Yajurveda Nero: tu sei quello che mangia ed è mangiato). Se si riuscisse a fare nostro questo pensiero inumano, si potrebbe anche tornare tranquillamente al tempo circolare, sicuri di provare ribrezzo per la vita, intesa come ritorno perenne, cui soltanto la Liberazione (Moksha) può mettere fine.

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