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Teologia degli antichi sacerdoti Catari - Parte 13

di Luigi G. Navigatore
coordinamento editoriale Athos A. Altomonte

Simon-Pietro e Giuda: due traditori redenti

Nel Nuovo Testamento, degli apostoli Giuda e Simone non viene redatta una storia antecedente alla chiamata di Gesù. Per cui, se gli evangelisti non ne ritennero importante la storia ma solo il nome, potrebbe significare che dovrebbero rivelare un significato. Non a caso, infatti, Giuda e Simone non sono nomi qualunque, ma alludono a due tribù, che appartenevano al regno di Israele, sorto dalla suddivisione del regno di re Salomone.

Il Regno di Giuda, ed in particolare la tribù omonima, era la più ricca e numerosa tra le XII tribù di Israele, e si identificava con il popolo eletto da Dio , incaricato a rifondare il mondo afflitto dal peccato originale. Pretendendo l’esclusività, però, finivano per trasformare il ruolo di eletto in “privilegio razziale”. Peccando di orgoglio, perchè, avrebbe dovuto essere trasmesso a tutta l’umanità, e non restare prigioniero dell’egoismo di una etnia particolare.

I “Nomi” sintesi di antico e di nuovo

I valori fonetici dei nomi “Giuda” e “Simone”, aggiungono alla ricerca altre considerazioni.

“Iou da” significa Terra dell’Unico cioè terra di Dio, altrimenti terra del solo eletto, oppure terra del veleno (ios). Mentre “Simon” deriva dal verbo “simao” che significa ripiegato su sé stesso.

Seguendo la logica dagli evangelisti, questi “Nomi” vengono utilizzati come metafora di un significato particolare: Giuda simbolo del più forte e Simone, simbolo del più debole. Indicando che nel regno del Cristo, il più forte (la forte e popolosa tribù di Giuda) s’impegnava a servire il più debole (l’umanità), invertendo l’ordine esistente all’interno del Regno materiale degli Eletti.

La novità consisteva nell’attribuire una dimensione totale al cosiddetto “popolo eletto”, comprendendo tutti gli uomini, anche quelli che gli eletti consideravano “esseri inferiori”, chiarendo come non ci fossero uomini privilegiati, tanto meno per ragioni di sangue.

Attraverso l’uso dei “Nomi”, gli evangelisti ribadivano che nella Chiesa nascente non ci fosse posto per privilegi dati dall’appartenenza ad una certa discendenza . E che “Giuda”, che si vantava di essere l’unico eletto (vedi le polemiche fra Gesù e i Giudei), non poteva più vantare nessuna pretesa sulla Chiesa affidata a Simone (l’umanità).

Giuda, simbolo di quanti si ritengono gli unici eredi di Abramo , diventa l’anonimo servo della «Mensa del Pane e del Vino», mentre Simone, simbolo dell’umanità insignificante, assurge al ruolo di Pastore Universale col “Nome” di Pietro.

Ma al di là di questa metafora, sia Simone che Giuda divennero immeritevoli di svolgere funzioni ecclesiali, per aver disatteso il patto di amicizia con Gesù, Dio incarnato, a cui erano stati chiamati per grazia della “divina misericordia”.

Il pentimento di Simone detto Pietro

Nei racconti evangelici, Simone non è descritto migliore di Giuda. Anche ammettendo la grande perfidia di Giuda, come dimenticare Pietro che tradì il Dio incarnato, rinnegandolo pubblicamente tre volte?

Gesù aveva qualificato Simone detto Pietro “uomo di poca fede e poi satanasso”. Forse proprio a lui andava applicato il giudizio di Gesù sui rinnegati: Non ti riconoscerò davanti al Padre mio perché mi hai rinnegato davanti agli uomini”. Né si può credere che il suo pianto alleggerì il suo tradimento. Infatti, Pietro non si schierò mai apertamente con Gesù, preferendo rintanarsi al sicuro fino alla sua morte sulla croce.

Poiché gli evangelisti non chiariscono la causa di quel pianto, forse si potrebbe trarne un segno di suo ravvedimento, oppure, uno sfogo di rabbia, o delusione. Il dubbio resta. Simone-Pietro, sentendosi destinato ad essere il Capo, aveva già discusso con gli altri discepoli su chi fosse il più importante tra loro, nel ricordo della promessa fattagli da Gesù: “… tu sei Pietro e su questa pietra costruirò la mia Chiesa…”.

Ma Simone- Pietro scappa vigliaccamente, e non si mostrerà neppure sotto la croce, durante tutto il supplizio, né alla morte del Cristo, né all’atto della sua deposizione. Saranno delle donne a scovarlo, dandogli la notizia della resurrezione di Gesù.

Questo è Pietro: un rinnegato scandaloso, protagonista di una latitanza ingloriosa e di una ripresa d’interesse solo alla resurrezione di Gesù, e al delinearsi di una posizione prestigiosa nel “Nuovo Regno di Dio”.

Tre momenti negativi che si anticipano nella triplice richiesta che Gesù gli rivolse al lago di Tiberiade: “Pietro mi ami tu…?” Dunque, mentre il pianto di Simone detto Pietro gli viene accreditato come assoluzione dopo il pentimento; il pentimento di Giuda (che l’evangelista annota: “Egli si pentì”) non lo libera dall’accusa di aver tradito Gesù, e Dio stesso. Ma così facendo, i redattori dei Vangeli pare usino due pesi e due misure. Riducono a momento di debolezza umana il tradimento di Simone detto Pietro, mentre, seppur grave, condannano per l’eternità quello di Giuda.

Non è stato facile per i redattori dei Vangeli assolvere il rinnegamento dell’apostolo Pietro. Ma è comprensibile quanto fosse per loro importante, visto che il suo tradimento nei confronti del Figlio di Dio poteva trasmettersi alla Chiesa ed al papato, mettendo in discussione la sacralità del Pontefice in quanto suo prosecutore.

La testimonianza nei Vangeli

I Vangeli raffigurano una Chiesa ancorata a Pietro quale supremo Pastore di Unità, e presidio di Verità dei XII apostoli. A Pietro, però, manca la designazione a sacerdote eucaristico. E senza eucarestia non c’è Chiesa, togliendo senso al suo magistero di verità e di santificata unità . Come è possibile che nelle scritture evangeliche, non vi sia traccia di quel santo ufficio?

Gli evangelisti hanno definito il sacerdozio come ministero anonimo, servendosi di strumenti omologhi, come l’anonimato e il silenzio.

Il silenzio diventa eloquente quando si considera che, a differenza di altre funzioni teologiche, il sacerdote eucaristico, operante “in persona Christi”, è un ministro senza nome, perciò, di una dimensione non identificabile con quella degli apostoli.

Presentare il sacerdote eucaristico come soggetto nominato, però avrebbe avuto conseguenze molto negative; perchè, quella persona sarebbe stata equiparata al Cristo, unico sacerdote di una Chiesa che non aveva sacerdoti carismatici. E non doveva accadere che i fedeli provassero un senso di appartenenza nei confronti di questo o quel ministro eucaristico.

Come disse Paolo l’evangelista, «loro appartengono solo a Cristo». Dunque, la condizione di anonimato, che sembra impoverire il sacerdote, in realtà serve ad esaltare la funzione eucaristica che s’identifica direttamente col Cristo.

La funzione eucaristica fu coperta dall’anonimato, come fu velato in quel generico discepolo che Gesù amava, al quale affidò sua Madre Maria, il simbolo della comunità eucaristica. Uno “discepolo” speciale ma non “apostolo” identificabile nella figura di Giuda: l’Eletto, in altre parole il Giudeo ravveduto.

In conclusione, con le figure di Giuda e di Simone, gli evangelisti vollero sottolineare che nonostante Gesù sia stato tradito dal suo popolo di adozione, con misericordia, dallo stesso popolo che lo tradisce e lo rinnega, chiama i suoi “servitori eucaristici”.

La rivelazione di Giuda

Emerge come nella narrazione evangelica il ruolo di Giuda oltrepassa la storia, usato per descrivere come Gesù possa eleggere in situazioni anche drammatiche; risollevando nel silenzio che eclissa sia la persona che i suoi peccati, adesioni allo Spirito cristico (e cristiano) difficili e controverse. Così a dire, che ognuno può trasformarsi in “discepolo amato”, attraverso l’investitura incognita della «misericordia di Dio», capace di superare ogni colpa.

Quella stessa misericordia che, con la morte di Gesù sulla croce, volle conoscere la miseria interiore dell’uomo fino a toccarne il fondo, accettando anche al malfattore, non importa chi sia e cosa abbia fatto, per introdurlo nel Giardino dell’Eden della Chiesa spirituale.

Collegamento tra funzione pastorale e funzione eucaristica

Esiste un’intima relazione tra funzione pastorale e funzione eucaristica. Esse debbono coesistere, perchè, in maniera evidente o enigmatica, queste due figure scorrono parallelamente fin dal momento in cui è Pietro a decidere della sostituzione di Giuda. Scindere queste due sagome, allora, è pericoloso, perché scompagina il pensiero teologico sottinteso dalla narrazione.

Vedere i due apostoli solo in veste di personaggi storici ne impoverisce il valore teologico, e riduce l’investitura data da Gesù a carica istituzionale, trasmissibile secondo i criteri di una mera successione. Strutturando in tal modo la narrazione, invece, gli evangelisti si preoccuparono di porre un freno alla superbia che segue talvolta l’esercizio delle funzioni ecclesiali. In questo modo la commedia umana tace, facendo emergere solo Cristo incarnato, il mondo e la sua misericordia che abbraccia tutti, nessuno escluso.

Ma l’universalità della redenzione non sottomette l’uomo: egli è libero di scegliere. L’uomo è libero di scegliere, anche la stessa libertà non è stata estesa alle icone della teologia.

La promessa di Dio ad Abramo è resa. Per via di “misericordia” i ruoli capitolari della Chiesa vanno a Simone detto Pietro, elevato a principio di unità («… pasci i miei agnelli»), ed a Giuda, diventato l’anonimo “discepolo che Gesù amava”, chiamato a custodire la Chiesa eucaristica di Maria, non già donna da cui nacque il corpo del Messia, ma Madre che continuerà a generarlo spiritualmente.

A questo punto, a meno che non ci si sottometta al volere teologico della Chiesa di Roma, emerge come ogni ragione teologica redatta nei Vangeli possa diventare discutibile. E questo gli antichi sacerdoti catari lo avevano compreso perfettamente. Anche se il loro operato non era rivolto alla autonomia del sacerdozio eucaristico, ma all’indipendenza dalla funzione pastorale.

Il “discepolo amato” non può rimanere solo un personaggio letterario, né una nota drammatica che gli evangelisti hanno inserito nei loro Vangeli. È tanto meno possibile considerarlo un riverbero della psicologia di Gesù. Troppo fatale è il contesto in cui si presenta l’ultima cena, e troppo allusivi gli eventi sia quelli sul lago di Tiberiade e fin sotto la croce. E resta difficile da comprendere come la Chiesa lo abbia completamente dimenticato, nonostante la presenza di attestazioni evangeliche molto forti. In questo senso la sua identificazione con l’evangelista Giovanni resta improduttiva, sia sul piano della comprensione del messaggio di Gesù, che sul piano della struttura ecclesiale . E questa identificazione crea non pochi problemi. Di Giovanni, infatti, non è chiaro il motivo perché venga “ preferito”, visto la sua assenza nella struttura operativa della Chiesa. L’apostolo Giovanni (non l’evangelista Ireneo) è nel gruppo degli XI apostoli che, uniti a Pietro, formano quel concilio Ecumenico da cui sono esclusi i sacerdoti eucaristici. Da questo è possibile intravedere la umana tendenza ad accentrare la funzione pastorale e quella sacerdotale, in una unica figura ed in una unica colonna portante.

Viceversa, la figura di Giuda (che col suo nome evoca il popolo eletto) ha un suo substrato teologico ed uno specifico spazio operativo nei Vangeli. Per collocarlo nella Passione di Gesù, tutti gli evangelisti usano vocaboli diversi, ma tutti derivanti dal verbo Paradidomi che indica offrire, consegnare. Inoltre, in tutti i libri del Nuovo Testamento mancano termini, o formule, che esprimano inequivocabilmente una sua condanna. C’è poi, il ripetersi del riferirsi a lui attraverso la formula “eis ton dodeka o mateton” (uno dei dodici o uno dei discepoli) che proprio per quel “eis”, sembra gli voglia riconoscere una posizione “nominata” all’interno del collegio. Una dichiarazione che fa riferimento ad una “diaconia” o “episcopia”. A questo s’aggiunge che, nel racconto di Matteo, la collocazione della sua morte è impropria. Come si vedrà in seguito.

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