Argomento:Letture d'Esoterismo Orientale


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Karma: espressione ciclica di giustizia, equilibrio
e distributore di pari opportunità

di Athos A. Altomonte

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È opinione di alcune correnti di pensiero che l'uomo per raggiungere la sua meta finale, abbia a disposizione una sola vita. Ma non tutte le filosofie abbracciano questa ipotesi.

Le più antiche tradizioni concepiscono l'apparenza della vita come un'espressione ciclica dell'esistenza, la cui forma materiale è solo l'espressione formale di una progettualità più vasta ed articolata, attinente non solo a sé stessa ma a quel complesso sistema chiamato «creazione universale».

Ad ogni comparsa vengono attribuite opportunità di crescita e di miglioramento che vengono distribuite gradualmente con ciclicità e in più esistenze a quel frammento di coscienza individuale chiamato “uomo”.

Secondo tali tradizioni, lo sviluppo del frammento coscienziale immedesimato nelle forma fisica, fornisce l'impulso evolutivo all'habitat materiale in cui viene posto. Ma se per completare il proprio progresso a quel frammento venisse destinata un'unica occasione, allora, diventerebbe preponderante l'influenza fortuita del caso e della sua imponderabilità.

Il caso fortuito finirebbe, così, per essere annoverato tra gli elementi fondamentali della conduzione materiale. Ma ciò destinerebbe una causa fortuita e paradossale alla nascita di ogni evento che, a causa dei sobbalzi dell'imponderabilità, toglierebbe ad ogni esperienza terrena il sostegno di regole quali la gradualità dell'evoluzione, la cosciente espansione del proprio progresso, così come la consequenzialità dell'elevazione individuale attraverso il superamento di sé stessi, dell'attrazione della propria materialità e dell'influenza delle sensazioni fisiche [1].

Reprimere la complessità di tanti passaggi evolutivi nei confini di un unico fotogramma, finisce per escludere dall'apparizione fenomenica il criterio di sequenza e di ciclicità. Anche se nell'universo, tutto sembra evolversi attraverso cicli di apparizioni e sparizioni. Nella comparsa o ricomparsa di uno stesso evento, sotto forma di un rinnovato fenomeno di medesima natura, ogni livello di manifestazione appare regolato da sequenze ritmiche e cadenzate che riflettono gli armonici della vita cosmica (i suoni delle strutture energetiche).

Suono e moto sono principi analoghi, perché ogni presenza cosmica è prodotta dal proprio moto e, filosoficamente, movimento significa anche la presenza di “un prima” e di “un dopo”. Quindi, pur nel rispetto del principio di atemporalità che distingue i piani sottili dell'esistenza cosmica, nulla osta dal considerare il moto evolutivo del piano fisico come una sequenza di eventi e condizioni, piuttosto che un irripetibile frammento di unicità senza prima né dopo. Inoltre, il criterio di unicità (il fotogramma) vedrebbe escludere il principio del moto a favore di un ineluttabile quanto apparente stato di nichilismo spirituale.

Con questo, la coscienza individuale verrebbe racchiusa nei limiti invalicabili del proprio campo d'azione. Confinata nelle sole esperienze materiali della propria vita fisica.

Ma laddove un'entità di natura puramente energetica ed atemporale come la coscienza dell'anima, fosse subordinata al fenomeno temporale della propria condizione apparente si produrrebbe una contraddizione che può esprimersi in una domanda; la natura dell'anima può essere condizionata dai limiti della propria esperienza fisica?

A questa domanda il nichilismo spirituale fa corrispondere un criterio di unicità. Ma bisogna fare attenzione, perché affidandosi alla funzionalità fortuita del caso, privo di ragione definita, si finisce per avvalorare il principio di disparità nella condizione individuale. E per non affidare la comparsa di ogni evento al destino, al caso o alla fatalità, si dovrà determinare una coerenza nei termini di disparità, per cui alcuni sono favoriti da condizioni di vita ottimali mentre altri, invece, attraversano un'esistenza densa di condizioni difficili se non tragiche.

Se condizioni e qualità di vita fossero di natura esclusivamente fortuita, questo segnerebbe una sostanziale ingiustizia nella distribuzione delle opportunità e degli strumenti con cui la coscienza individuale dovrà affrontare il cammino terreno.

L'insegnamento karmico si richiama a termini di giustezza e di equità nell'attribuire qualità, caratteristiche e condizioni di vita. Senza equa causa ogni attribuzione verrebbe a cadere sotto auspici o malefici che discriminerebbero individuo da individuo. Come quella di chi “si trova” a disporre di un alto quoziente d'intelligenza rispetto ad un altro, meno “fortunato” condizionato da limiti mentali decisamente più angusti. Tra le tante disparità a cui trovare una spiegazione c'è quella economica, di razza e di ceto. Quella che nega o consente l'accesso a modelli educativi, culturali, tecnologici e terapeutici da cui dipenderà vivere o meno una vita in condizioni protette.

Cosa consente di accedere o meno a condizioni ideali per sviluppare l'intelletto e per espandere le qualità dei sentimenti tanto da accrescere la propria sensibilità interiore? Come spiegare le disparità fisiche e sociali che favoriscono od ostacolano i percorsi individuali? Potrebbe essere tutto frutto del caso?

Queste non sono domande peregrine, perché sull'accertamento delle proprie condizioni ogni individuo s'interroga più volte durante la propria vita. Che, per certi aspetti, a volte parrebbe inesplicabilmente fortunata mentre in altre condizioni sembrerebbe influenzata da una intollerabile ingiustizia.

Per l'insegnamento karmico non esiste la fatalità né l'evento occasionale e fortuito. Tutto è mosso da cause determinate che agiscono per scopi precisi, individuabili e prevedibili. Insomma, l'insegnamento karmico sembrerebbe essere il trionfo del buon senso e della ragione.

Per avvicinarsi al concetto d'esistenza possiamo confidare che l'inizio di tutto possa essere riassunto in questi termini.

Se l'uomo è essenzialmente anima e questa è il riflesso di puro spirito, dire che l'anima s'incarni nella condizione fisica per migliorare se stessa è un'affermazione stupefacente ed assurda. Infatti che senso avrebbe per un'entità costituita di sostanza perfetta discendere “nell'imperfezione” dell'apparenza fisica? Cosa avrebbe da guadagnare nel ridurre sé stessa nei limiti di un attributo materiale? Che senso avrebbe materializzare un'entità spirituale, per poi affermare ch'è colpevole d'imperfezione, perché nel corso della materializzazione ha perso la propria condizione primigenia? Sarebbe bastato farla rimanere al suo posto, senza discendere in un piano che oltretutto le è innaturale, perché tutto rimanesse “giusto e perfetto”. Senza scendere nell'imperfezione la coscienza spirituale sarebbe rimasta perfetta. Ma come può una sostanza perfetta provare sentimenti di attrazione o simpatia per una condizione che le è estranea e perciò del tutto impercettibile? E siccome la cecità spirituale non è condizione auspicabile né appagante, perché l'anima ha deciso d'infliggersi questa pena, cosa ha voluto fare davvero? Cosa l'ha spinta a manifestare una forma fisica mossa da una parte di sé? Questo è quello a cui vorrebbe dare una risposta l'insegnamento karmico. Per cui è probabile che chi parla di “caduta dell'anima” nell'imperfezione per colpa o per peccato, sia all'oscuro di certi meccanismi della realtà cosmica.

Se l'anima appartiene ai piani metafisici ed è generata da un'entità spirituale, è inverosimile che possa peccare, per il semplice motivo che non possiede alcun attributo che lo consenta.

L'anima non conosce il tatto, gusto, vista ed odorato come animalmente vengono intesi, ma ne conosce solo la controparte sottile. L'anima non conosce passioni ira, golosità, lussuria, gelosia, invidia o senso di possesso, cose che può provare solo la coscienza integrata nell'animalità del corpo fisico. Allora è difficile immaginare come un'anima immateriale possa sentire o pensare le sensazioni che assillano l'animo di un cosiddetto “peccatore”. È la ragione fisica che nel tentativo di scrutare oscuri significati, proietta sull'anima la propria immaginazione riducendola al proprio riflesso. La stessa operazione fu fatta al Principio Divino, ridotto ad immagine dei propri ideatori. Questo per colpa del narcisismo umano che si è posto arbitrariamente al centro dell'universo e del Progetto divino. Mentre, usando una parafrasi, è detto che: un Angelo senza peccato, con sacrifizio di Sé, si è immerso nella materia del Servizio Divino, determinando la comparsa della coscienza spirituale nei piani dell'apparenza, dove ancora risiede per attuare il proprio progetto.

Il significato dell'incarnazione è molteplice come molteplici sono i problemi che l'essere cosciente dovrà affrontare e risolvere. Ma lo scopo è univoco. Quello di dominare e poi governare sui piani fisici.

Questo significa che attraverso l'anima il piano spirituale dovrà giungere a riflettere il Principio Divino (Dio) in ogni atomo della materia, sino ai piani più oscuri della manifestazione.

L'obiettivo dell'Uomo spirituale (l'Operaio Divino) è quello di spiritualizzare la propria controparte materiale così da sacralizzare la “porzione di pianeta” da cui ha tratto la propria materia-energia corporea.

Ciò significa che con la sua evoluzione, l'umanità, ovvero la parte di coscienza che vi è incarnata, giungerà ad integrarsi col piano divino di cui è portatrice, così che attraverso l'individuo si manifesti il Principio spirituale. A questo sottintende la metafora dei Figli dell'uomo che attraverso l'iniziazione diventano Figlio di Dio.

Far “risorgere in carne” la sostanza del Principio divino è la definizione simbolica del traguardo finale dell'umanità. La sacralizzazione del pianeta è la realizzazione della Grande Opera. Mentre lo scopo della Via iniziatica è quello di riunire la personalità alla coscienza dell'anima, risvegliandone le condizioni della sua vera natura e ricordandole la discendenza divina della propria essenza spirituale, che è antecedente e preponderante alla ciclicità fenomenica delle proprie apparizioni “in abiti” materiali.

Per giungere a riconoscersi come sostanza spirituale, la coscienza fisica deve compiere un percorso fatto di fatica e dal dolore impostogli dai limiti della propria inconsapevolezza.

Per liberarsi dallo stato di soggezione nei confronti dei sensi fisici l'iniziato comincia a dis-integrare i condizionamenti dei modelli psicologici prodotti dalla sua mente inferiore. Così facendo, distaccando e disintegrando l'uno dopo l'altro ogni forma di condizionamento, e disconoscendone la presunta priorità sull'essenza spirituale, l'anima prende possesso del “suo uomo” scacciandone la “bestia” [2]. Ma questo processo scatena tensioni formidabili. Perché diverse forze si contrastano cercando di prevalere. Tra loro appare il Karma che, come elemento super partes , attribuisce, distingue, corregge per raggiungere lo scopo.

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Note

1. Il superamento degli ostacoli impliciti nella densità della natura fisica, dà vita ad una scala di valori che alcuni amano definire: una scala di meritocrazia iniziatica . Un termine che nonostante l'apparenza, non sottintende tanto una graduazione di valori morali quanto le condizioni d'efficacia, di valore e priorità che permeano di equilibrio e giustezza (giustizia) l'intero sistema creativo individuale, con una selezione costante di ogni attributo che gli appartiene. (torna al testo)

2. La Bestia è una delle denominazioni simboliche coniate per indicare la coscienza collettiva dell'umanità, mentre quella individuale è detta dèmone.
La coscienza si è animalizzata col protrarsi del contatto esclusivo con gli istinti delle forme fisiche a cui s'è via via dovuta integrare. Ma la parte istintuale da cui progressivamente ci si distacca non va disprezzata, perché ha protetto la vita dell'individuo sino al risveglio dell'autocoscienza.
L'istinto ha protetto la sua vita fisica, facendolo sopravvivere durante la fase incosciente del primo tratto di materialità, con tutti i suoi fenomeni e le sue avversità. Fin quando, con i primi barlumi d'intelligenza, l'istintualità inferiore (si parla anche di un istinto spirituale che stimola l'attività della mente superiore o Ego) è stata sospinta nel subconscio.
Ma l'istinto passionale, con le sue emozioni e desideri, resta l'ostacolo da superare prima di passare all'espansione ed all'illuminazione di quella stessa coscienza che l'istinto di sopravvivenza aveva così tenacemente protetto. Al momento giusto il dèmone va scisso dalla personalità senziente, trasmutando le pulsioni passionali ed egocentriche, in tensioni di pensiero dotato di strutture mentali intelligenti e di sentimenti superiori. E saranno queste condizioni a condurre l'uomo al “senso dell'anima”. L'educazione iniziatica che sviluppa il senso dell'anima produce quel fenomeno chiamato “rivelazione interiore”. Ciò a dire, il protrarsi della mente intuitiva sin nei piani superiori dell'anima, a contatto con lo spirito. La rivelazione che avviene nella coscienza inferiore, è la comparsa nei piani mentali della personalità, dei primi segni d'attività spirituale.
Il rivelarsi dell'intelligenza dell'anima e della potenza del suo spirito (la monade) è un evento di tale intensità, da essere stato confuso da non-Iniziati con la presenza stessa di Dio. (torna al testo)

 

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