Argomento:Storia Nascosta


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I segreti di Garibaldi /2

di Luigi Pruneti

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Un Gran Maestro in odore di zolfo

 

Il misconosciuto ruolo massonico dell'Eroe dei Due Mondi

Giuseppe Garibaldi quando partì dallo scoglio di Quarto per la fatidica Spedizione dei Mille aveva con se il brevetto di apprendista libero muratore. Era stato iniziato nel Nuovo Mondo molti anni prima, secondo alcuni a Montevideo, per altri a Rio de Janeiro, nella Loggia Asilo de la Vitud. Nella Capitale dell'Uruguay fu comunque regolarizzato nell'officina “Amis de la Patrie”, dipendente dal Grande Oriente di Francia: era il 18 o il 28 Agosto del 1844.

Preso dalle vicende politiche e militari della giovane repubblica sudamericana frequentò pochissimo la loggia ed anche in seguito, durante gli anni 1848 - 1860, varcò la soglia dei templi massonici saltuariamente, come attestano le scarse testimonianze. Sappiamo inoltre che durante la rocambolesca fuga del 1849, fu aiutato da confratelli, fra i quali Riccioli, appartenente ad una loggia di Grosseto. Più tardi, negli Stati Uniti, ebbe contatti con iniziati italiani, fra i quali Antonio Meucci. Tant'è vero che e ricordato più di una volta nei verbali della loggia “Tompkins”, di Stapleton nello stato di New York dove, ancora oggi, un'officina reca il suo nome.

La storia massonica del Nostro è assai meglio documentata dal 1860 in poi. In Sicilia, durante la Spedizione dei Mille, numerose logge costituirono il Supremo Consiglio dell'Isola che, prima lo “regolarizzò” e quindi lo elevò al 33° Grado. In seguito, grazie agli auspici di Crispi, lo nominò “Sovrano Gran Commendatore Gran Maestro a vita dell'Ordine Massonico di Rito Scozzese Antico ed Accettato”.

In questa veste Garibaldi vergò uno dei suoi primi documenti massonici, datato Palermo 28 luglio 1862. Si tratta di una balaustra indirizzata ai venerabili nella quale sottolineava, fra l'altro, l'importanza del segreto: “poiché il segreto è l' anima di tutte le importanti fazioni, cosi voi, Venerabile Maestro, comunicherete la presente in Famiglia e senza visitatori, raccomandando ai Fratelli il silenzio per il mantenimento del quale hanno replicamente giurato”.

Iniziò da allora, per l'Eroe, un periodo d'intensa attività latomistica e, a dirla con Gustavo Sacerdote, egli divenne, dopo il '60, “un fervido massone”, convinto del valore sociale e politico dell'associazione. Per questo pose i suoi buoni uffici e la propria fama a servizio dell'unificazione massonica, sicuro che ciò apportasse “un gran beneficio per l'Italia”. La costituente fiorentina del 21 maggio 1864, a sua volta desiderosa di un leader carismatico, lo elesse “Gran Maestro dell'Ordine”. Il Generale accettò, senza peraltro rinunciare ad essere Sovrano Gran Commendatore del Supremo Consiglio di Palermo. L'8 agosto successivo però, deluso dalle polemiche e dalle controverse, rassegnò le dimissioni. La breve ed infelice esperienza alla guida della comunione non gli impedì, per altro, di continuare ad operare per la tanto auspicata unificazione e nel 1867 un'ennesima costituente lo nominò “Primo Massone d'Italia e Gran Maestro Onorario”.

Sono noti, inoltre, altri aspetti della partecipazione di Garibaldi alla vita latomistica: l'affiliazione a membro onorario di logge, fra le quali il “Trionfo ligure” di Genova e la “The Philadelphians” di Londra, l'accoglienza attribuitagli nel 1864 dai confratelli inglesi, l'elevazione a Gran Jerofante del Rito Riformato di Memphis e Misraim e quella a Gran Maestro Onorario del Grande Oriente di lingua italiana d'Egitto. È pure documentato l'impegno del Nizzardo a favore dell'iniziazione della donna, da lui considerata un essere eccezionale, per certi versi, superiore all'uomo. Egli fondò logge femminili come la “Luigia Sanfelice”, la “Eleonora Pimentel”, il “Vessillo della carità - Anita” e provvide a crismare di persona numerose sorelle; ricordo, a titolo di esempio, Giulia Caracciolo - Cigala, Rosa Zerbi, la figlia Teresita, Luigia Candia, Susanna Elena Curruthres. È meno conosciuta invece la polemica rabbiosa e violenta fra Garibaldi e i clericali, cosicché per alcuni fu il messia di una nuova era, laica e progressista, per altri una sorta di Belzebù, inviato da Satana per distruggere la vera religione.

Quest'ultima tesi fu avvalorata dal suo astio nei confronti della Chiesa di Roma, cosi radicato da assumere aspetti grotteschi: considerava il papa e i preti causa di tutti i mali del mondo, i “nemici”, insomma, da combattere con ogni mezzo. Già in Sud America aveva mostrato siffatta tendenza e nelle Memorie, riferendosi a quegli anni lontani, annotava: “Il prete, sotto codesto cielo benedetto, striscia da rettile, come dovunque, ma sui nostri non ha dominio, e pochissimo sui figli di quel paese”. Fu però dopo il 1860 che espresse tutto il livore possibile ed immaginabile. Furono quelli, anni difficili per il neonato ed ancora instabile Regno d'Italia, minacciato più dal tarlo dei nostalgici e dei clericali che dal revanchismo austroungarico. Gli uni e gli altri avevano costituito un fronte unito e adoperavano periodici, quotidiani, fogli diocesani e i pulpiti delle chiese per destabilizzare la Terza Italia. La loro voce aveva particolarmente presa sulle grandi masse del sotto proletariato agrario, in gran parte estraneo at processo risorgimentale, di argomenti per infiammare le folle ne avevano a sufficienza. Il fiscalismo, la miseria dilagante, la coscrizione di leva, la grossolana indifferenza verso la pietas popolare erano, in vero, temi che andavano dritto al cuore della povera gente, vittime dell'ignoranza e della miseria. Le forze reazionarie avevano di conseguenza buon giuoco a dipingere il nuovo regime come un'accozzaglia di bestemmiatori, di atei, di corrotti disposti a stremare il popolo pur di assicurarsi ricchezza e privilegi: “Il popolo vede l'abisso delle sue miserie [...] Le gravezze che lo angustiano sono al colmo. Egli non può stentare più oltre il pane della sua esistenza per provvedere più lungamente ai suoi liberatori mense, cantine stalle, veneri, fumo e dame”.

Spesso, usando, un linguaggio dialettale, di facile presa e d'immediata comprensione, ricordavano il felice tempo andato e le promesse dei rivoluzionari miseramente tradite. Riporto, a titolo di esempio, questo dialogo apparso nel 1864 su “La vespa”. I protagonisti sono il “Gocciola”, un popolano disilluso e il liberale “Mignatta”. Il primo rinfaccia continuamente al secondo gli antichi impegni, mutati in amare delusioni: “Tu `un ti rammenti icché tu mi dicesti? I' me ne ricordo sai, di cande tu mi dicei che s'ave 'sta tanto bene, che tutte le Domeniche c'avea entrà la ribotta, ch'e s'avea lavorà poco e guadagna dimorto. Invece caro mio, l'è andata tutta a rovescio. E polli sono diventachi zucche, che prima le si tiraan n'groppone a chi le portà a Firenze”.

Orchestrata dal diavolo in persona la genia dei nuovi padroni: massoni, ebrei, comunisti e banditi da strada, usava come arma privilegiata la corruzione e i loro caporioni solevano raccomandare: “Lasciate da banda i vecchi e gli adulti; uccellate la gioventù e, se possibile, l'infanzia”. Ogni mezzo era adoperato da tenebrosi “figli della vedova” per corrompere le coscienze, ad iniziare dalla divulgazione di opere letterarie di autori blasfemi al pari di Dumas e di Guerrazzi o dalla diffusione della musica che “discesa dal cielo a conforto dei miseri mortali serve [ora] ad accompagnare parole e fatti schifosi come avviene nella Violetta, nel Trovatore e in altre opere”.

Garibaldi, che si trovava dall'altra parta della barricata, di fronte ad una simile controffensiva, dette fuoco alle polveri, sparando ad alzo zero su chiesa e sacerdoti. Combatterli divenne un dovere, anzi “il dovere di ogni onesto” ed “eliminare il prete, bugiardo e sacrilego insegnatore di Dio ed ostacolo primo all'unità morale delle nazioni” fu una missione. Era comunque ottimista, il regno della “nequizia sacerdotale”, sarebbe ben presto crollato e sulle sue rovine, sarebbe sorto il regno de “la ragione e il vero”.

Odiava in particolare Pio IX “il primo nemico d'Italia”, “il pontefice della menzogna”, “il puntello di tutte le tirannidi, il corruttore delle genti” arrivò a chiamare uno dei suoi asini col nome del pontefice e, nel 1869, complimentandosi per l'organizzazione dell'anticoncilio di Napoli, sembra che lo definisse “metro cubo di letame”.

Anche la sua opera letteraria rigurgita di anticlericalismo, cosi nel Poema autobiografico moderati e clericali sono dannati alla stessa gogna: “Moderati! ... e finiamola; il lezzo sgorga / Dalla penna, scrivendo il scellerato / Infame nome. Voi la stessa creta / Veste a color del Vatican simile”. Non contento in una poesia dedicata a Giosue Carducci, vate “illustre di Satana” appellava la Chiesa “lue sacerdotale”. Il meglio di se l'offrì comunque nel romanzo Clelia il governo dei preti. I protagonisti sono patrioti costretti a vedersela con gli sporchi complotti di sacerdoti lascivi e di abietti clericali. La storia ha per protagonista Clelia “la perla di Trastevere” che i preti, “schiuma dell'inferno” desiderano concupire. A latere di siffatta vicenda vi e spazio per tutto, anche per la vicenda del figlio di un papa Farnese che “violò il vescovo di Fano di cui si era innamorato”. Alla fine lo stesso Garibaldi dubitò di aver superato il limite tanto da affermare: “Se la mia penna troppo sovente s'intinge nel fiele e se sovente si tempera non col gentile temperino ma con l'acuto, triangolare, terribile pugnale del carbonaro ne ho ben donde”. Non fu di tenore diverso per stile e contenuto, l'altro faldone narrativo dell'Eroe I Mille: pagine e pagine d'insulti contro tutto ciò che odorasse di clericale e di papalino.

Il passare degli anni e l'accentuarsi degli acciacchi non placarono la vis polemica, anzi da Caprera cercò di far pervenire alla stampa una lettera ove si diceva “che se fosse stata eseguita la condanna a morte pronunciata a Roma contro i dinamitardi Monti e Tognetti, che avevano fatto saltare in aria la caserma Serristori, in ogni città d'Italia due preti avrebbero pagato con la [...] vita”. Quando poi sentì sul collo l'alito della morte, temendo di essere gabbato all'ultimo momento da un'estemporanea conversione, si cautelò, inserendo nel testamento politico il seguente paragrafo: “Siccome negli ultimi momenti della creatura umana, il prete, profittando dello stato spossato in cui si trova il moribondo e della confusione che sovente vi succede, s'inoltra e, mettendo in opera ogni turpe stratagemma, propaga con l'impostura di cui è maestro, che il defunto compì, pentendosi delle sue credenze passate, ai doveri di cattolico. In conseguenza io dichiaro, che trovandomi in piena ragione oggi, non voglio accettare in nessun tempo, il ministero odioso, disprezzevole e scellerato d'un prete, che considero atroce nemico del genere umano e dell'Italia in particolare. E che solo in istato di pazzia o di crassa ignoranza, io credo possa un individuo raccomandarsi ad un discendente di Torquemada”.

I clericali, a loro volta, cercarono di rispondere alle bordate dell‘Eroe, “cinico anticlericale” ed otre di “odio incontenibile contro ogni religione”. Di conseguenza diffusero voci e dicerie, atte ad accreditarlo come un essere demoniaco, in rapporto diretto con l'Inferno. In taluni frangenti, questa strategia si rivelò controproducente. Durante la difesa della Repubblica romana, ad esempio, il nome stesso di Garibaldi bastò a terrorizzare le truppe napoletane. Insomma il mito nero di Garibaldi cangiò in una possente arma psicologica. I fanti borbonici, assai poco motivati, lo temevano quasi fosse un'entità ultraterrena, lo chiamavano “il diavolo rosso” e nei bivacchi si mormorava a bassa voce che fosse supportato da una forza luciferina: le pallottole lo schivavano, le lame delle sciabole levate contro di lui andavano in frantumi. I suoi uomini poi, pervasi da solfurei umori, al pari di novelli berserker, si mutavano in belve assetate di sangue, non conoscevano la paura ed erano insensibili al dolore. Alla fine, qualcuno giunse addirittura a ritenerlo “Belzebù in persona”: l'abbigliamento e l'aspetto ne erano una lampante riprova.

Nonostante siffatta fama la Repubblica Romana cadde e per il Nizzardo iniziò un'epica quanto travagliata fuga, durante la quale, Anita gravida e stremata, perì. Si approfittò allora di un frettoloso esame della salma per dubitare sulla causa della morte. Ma quale setticemia, si sussurrò! Era stato il Generale a strangolare la consorte per sbarazzarsi di un impiccio e forse per carpirle qualche avere.

Passò del tempo e la Chiesa, considerandolo un immondo diavolo, ritenne opportuno riconsacrare, con uno squallido rito, la cappella dove egli e la moribonda compagna si erano fermati qualche ora, tanto per tirare il fiato. Durante e dopo la Spedizione dei Mille l'opera di demonizzazione di Garibaldi fu portata avanti con metodi quasi scientifici. Vescovi e preti, nella migliore delle ipotesi, lo dipinsero come un guerrafondaio, un brigante violento e sanguinario, un sadico, un sacrilego di professione. Di fronte a cotale, inaudita perversione il Regno dei cieli non poteva rimanere indifferente ed ecco perciò abbattersi sulla desolata Italia terremoti, calamità naturali, epidemie. Tutte queste iatture, ad iniziare dal colera, erano solo un assaggio dell'ira divina, scatenata da Garibaldi e dai suoi confratelli settari.

Anche la letteratura popolare d'estrazione cattolica, fu precettata per combatterlo. In racconti, novelle, romanzi a scopo educativo e morale, fu rappresentato come una sorta di mostro assetato di sangue, brando sì ma delle forze delle tenebre. Ne è un esempio singolare Lionello o delle società segrete che dedica un intero capitolo a Garibaldi, vi si leggono passi di questo tenore: “gramo il paese ove [Garibaldi] approda, scaturendogli sotto i passi fuoco e fiamma, e sgorgando sangue da tutto ciò ch'ei tocca colla man micidiale, e disseccando e struggendo e consumando quando egli mira con gli occhi biechi, o sente il mortifero fiato che spira dal suo petto pregno del tossico e del zolfo delle cospirazioni, delle sedizioni, degli ammutinamenti e delle stragi”.

“[Garibaldi] macella iniquamente tanti prodi che combattano per buon diritto de' loro legittimi signori; solleva i sudditi contro l'autorità loro, mette a ruba, a ferro, e fuoco le città fedeli, incrudelisce contro i pacifici e onesti cittadini, si rende il terrore a l'abominazione dei buoni”.

Ogni occasione fu presa a pretesto per denigrarlo. Nel 1875, quando il Nostro accettò, per distribuirlo ai figli, il “dono di gratitudine nazionale” di 50.000 lire offertogli dal governo Depretis, apriti cielo! I clericali lo sbeffeggiano in mille maniere e, poiche l'elargizione corrispondeva alla rendita di 2.000.000 lire oro, “Civiltà Cattolica” lo ribattezzò, “L'Eroe dei due milioni”.

Col passare del tempo la tambureggiante campagna stampa contro Garibaldi genera vere e proprie leggende, come questa apparsa negli ultimi anni della sua vita: a Caprera vi era un sosia di Garibaldi manovrato dai frammassoni, quello vero era ormai morto da tempo e la sua anima nera friggeva nell'Inferno, sotto lo sguardo compiaciuto di Satanasso.

Nella sua Isola il Nizzardo non si curava di siffatte scemenze, ormai paralizzato dall'artrite, pensava soprattutto all'istante fatale ed aveva disposto ogni cosa con cura: le sue spoglie, secondo l'uso massonico, dovevano essere cremate e tumulate “nel muro del sarcofago delle nostre bambine” sotto l'acacia, l'albero sacro ad Hiram, segno di rinascita iniziatica. Invece non fu così, quando spirò, alle 18,20 del 2 Giugno 1882, ragioni di stato imposero altrimenti e sei giorni più tardi, l'8 Giugno, vi furono le solenni esequie. Orazioni funebri furono pronunciate con voce stentorea, seppur venata dalla commozione, da Crispi e da Zanardelli, davanti a stuoli di Garibaldini, a rappresentanti della Camera, del Senato e al duca di Genova inviato appositamente dalla Corona. Il tutto però fu rovinato da un furioso temporale, gli abiti delle signore s'inzupparono, le tube si mutarono in flosci catafalchi, le alte uniformi si coprirono di disdicevole melletta. Secondo alcuni il fortunale fu una sorta di vendetta postuma del Nostro, offeso per il mancato rispetto delle sue volontà. I clericali però alzarono il tiro, altro che spirito di Garibaldi! Era stato l'Onnipotente a dare un tangibile segno della propria terribile ira. Il Buon Dio poi, non contento, qualche mese più tardi, sarebbe andato oltre. Il 9 luglio di quello stesso anno, infatti, la Loggia “Garibaldi” di Montevideo, si riunì per commemorare l'Eroe, nominato anni prima Maestro Venerabile Onorario. L'evento fu organizzato in una palazzina a due piani in via San Giuseppe, vi parteciparono 500 Liberi Muratori con le loro famiglie, ad un certo punto scoppiò un furioso incendio, vi furono 19 morti e numerosi feriti. Ecco gli strali dell'Altissimo, commentò qualcuno, scatenarsi contro chi ha irriso il “Geova de' sacerdoti”.

La morte impedì a Garibaldi di assistere all'offensiva che i clericali avrebbero mosso di lì a poco contro la massoneria e il suo gran Maestro Adriano Lemmi, con l'intento di colpire il primo ministro Francesco Crispi, anch'egli fratello massone. Non lesse quindi le facezie di un certo Leo Taxil, né delle sue creature, rispondenti al nome di Diana Vaughan e del doctor Battaille. La signora dalla falce, insomma lo mise al sicuro da cotanto fango. Niente pero ha potuto ripararlo dal revisionismo storico che ultimamente ha preso di mira anche il Risorgimento. Si iniziò negli anni '90 a tirare nel mucchio, senza risparmiare né l'Eroe dei Due Mondi, ne Mazzini e Cavour. A costoro, presunti padri della Patria – si disse – “sono dedicati [in piazze e viali] monumenti e bronzi [mentre] la città più giusta [ad accoglierli] sarebbe [...] Norimberga ”. Più tardi altri, con meno enfasi e maggior mestiere, cercarono e cercano di demolire la figura di quel “diavolo rosso”, rispolverando i “si dice” di quasi un secolo e mezzo fa. Si tratta di una sorta di processo postumo, assai discutibile, ma probabilmente imposto dalla fama. Forse questo e il fato dei grandi, al quale nemmeno l'Italiano più celebre al mondo sembra potersi sottrarre.

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