Argomento:Dialoghi Filosofici


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«Second Life»

di Antonio D'Alonzo

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Second Life: utopia del secondo millennio o nuovo centro commerciale globalizzato?

Si parla molto di Second Life e della libertà espressiva che garantisce ai suoi utenti. Ma questa «libertà» è veramente tale o, al contrario, rimane sottoposta ai vincoli socio-economici che regolano la coscienza dell'uomo contemporaneo? Second Life è un multiverso virtuale della libera soggettività o piuttosto si deve vedere in essa l'ennesimo simulacro della volontà di massificazione della società globalizzata? L'autore tenta di dare una risposta, indicando la strada per un cyberspazio veramente «libero» e non sottoposto soltanto alle strategie di marketing delle multinazionali.

 

Il faro di Esonet su Second Life

 

Credo che oggi non si tratti tanto di dichiararsi positivisti, quanto di prendere finalmente coscienza che il cyberspazio ed il virtuale costituiranno l'ambiente futuro (se non già presente) dell'esperienza umana. Personalmente ho attraversato una lunga fase in cui la tecnica mi è apparsa come uno spauracchio da eludere o da ritardare, magari cercando rifugio nelle filosofie orientali o nei bastioni iniziatici della «Tradizione»; tuttavia se la tecnica è un destino in quanto essenza in fieri dell'uomo, se il cyberspazio è soltanto una superfetazione della tecnica come elaborazione del comportamento antropologico carente di istinti o di potenti organi biologici, se nell'inferiorità naturale dell'homo sapiens si deve cogliere in nuce la cifra del tecnocentrismo contemporaneo, se la clava ed il fuoco precorrono come prototipi le macchine ed i computer, se questo volens nolens è il nostro mondo, l'ambiente che ci-viene-incontro, è pressoché impossibile ipotizzare uno scenario alternativo a quello dominato dalla surmodernità e dalle tecnoscenze.

La tecnica è il destino del mondo globalizzato: concerne l'Occidente come l'Oriente. La percezione di un Oriente tradizionale avulso dall'individualismo contemporaneo è anacronistica. Paesi, un tempo depositari della «Tradizione» come India e Cina, poveri sotto l'aspetto materiale ma ricchi sotto quello spirituale, rivelano ormai il loro volto di nuove potenze economiche in grado di gestire imperi industriali o di competere sul mercato globale con prezzi più competitivi di quelli occidentali. Dovremo fare a lungo i conti con «Cindia» – formula coniata da F. Rampini – che determinerà il futuro status socio-economico del mondo globalizzato: altro che guardare all'Oriente per ritrovare la «Tradizione», come ancora oggi pensano gli esponenti del pensiero «tradizionale»!

Tuttavia anche i mercati asiatici risentono della grave crisi economica statunitense causata dai mutui subprime e dalla voragine nei conti Usa che rischiano d'innestare una grave recessione mondiale (nel momento in cui sto scrivendo anche la Bank of China potrebbe contabilizzare una perdita di oltre due miliardi di dollari). Ai problemi globali si deve rispondere con soluzioni globali: è inutile cercare di trovare soluzioni locali a problematiche innestate dalla globalizzazione. È insopportabile pensare che il 90 per cento della ricchezza totale sia, ancora oggi, concentrata nelle mani dell'1 per cento degli abitanti del pianeta. Se l'Occidente ricco non riuscirà finalmente a ridistribuire le risorse e le materie prime, difficilmente sfuggirà all'avverarsi delle cupe previsioni spengleriane sul tramonto ed il declino. Questo gigantesco macigno, che è il mondo surmoderno, incrina la cupola delle nostre certezze: non è possibile sfuggire o voltarsi indietro senza correre il rischio di essere travolti e schiacciati.

A maggior ragione questo si verifica per un paese gerontocratico come l'Italia, afflitto da una «mucillaggine» politico-istituzionale e del tutto incapace di un vero rinnovamento strutturale. È questo il tempo – come scrive Barman – della paura «liquida» che avvolge tutto e sfugge subdolamente a qualsiasi identificazione che prescinda dalle proiezioni xenofobiche o mixofobiche. La paura di un nemico-fantasma – l'immigrato clandestino o la mescolanza etnica nelle metropoli – diventa un'arma di conservazione del potere politico che tenta d'indirizzare sul capro espiatorio (scapegoat) l'inquietudine derivata dallo smantellamento del welfare. La domanda di sicurezza, d'incolumità personale è lo stratagemma con cui i governi locali indirizzano le paure «liquide» dei cittadini sugli immigrati extracomunitari (dove il prefisso «extra» richiama bene l'Altro contrapposto al Noi dei rassicuranti bastioni dell'identità comunitaria). La capitalizzazione della paura è una risorsa per i governi-fantoccio manovrati dalle forze della globalizzazione che attraverso gli scapegoat sono dispensati dal rispondere delle vere fonti dell'insicurezza collettiva: la «flessibilità», la deregulation economica, la perdita degli ammortizzatori sociali. In questo contesto creato dal turbocapitalismo ed in cui le tecnoscenze finiscono per assumere il ruolo di testa d'ariete delle forze della globalizzazione non ha molto senso rifugiarsi acriticamente in un passato aureo che non può tornare.

È necessario – per dirla con Evola – «cavalcare la tigre», trasformare il pericolo in una risorsa, tantralicamente il «veleno» in «cibo». In questo senso le analisi della Scuola di Francoforte e quelle di Umberto Galimberti – pur puntuali, rigorose ed ineccepibili – finiscono per presentare uno sfondo aporetico. Certamente la tecnoscienza è strumento delle procedure massificatrici dell'Apparato, è una sorta di «cavallo di Troia» del nichilismo: ma dall'orizzonte autoreferenziale ed annichilente si deve comunque uscire. In ogni caso si deve tentare di decostruire l'ordine costituito del nostro orizzonte dall'interno, come insegna il decostruzionismo. Il circolo vizioso deve essere interrotto da una rottura epistemologica intrinseca all'aporia, se l'orizzonte è onnipervasivo la re-azione deve sorgere da dentro, non da fuori. Si deve cercare la via di fuga dall'interno della visione del mondo dominante, «cavalcando la tigre» e cercando la salvezza dentro il tunnel della realtà condivisa. In altre parole, come pensa Heidegger, la tecnica è un compimento, ma è anche un «nuovo» inizio. Mi sembra inevitabile pensare che l'uomo surmoderno – che non voglia arrendersi al Pensiero Unico – debba cercare il suo «nuovo» inizio all'interno dell'episteme dominante.

 

In questo spazio mi occuperò prevalentemente di Second Life (da ora SL). Con questo termine s'indica il Linden Scripting Language, un mondo digitale online in 3D condiviso da residenti virtuali («avatar»). Il programma – originariamente denominato Linden World – è stato creato e lanciato da Philip Rosedale nel giugno 2003. SL è un multiverso digitale che permette di trasformare le «immagini mentali in una realtà fatta di pixel» (1), una rappresentazione del mondo in forma di proiezione virtuale individuale e collettiva. Individuale perché per muoversi in SL è necessario creare un «avatar», un'identità virtuale che nasce dalla proiezione ideale dell'Io che decide se mantenere sembianze umane, assumere connotati teriomorfi o cambiare genere sessuale.

Naturalmente l'«avatar» rappresenta il modo in cui il soggetto ha scelto di apparire e correlarsi nel cyberspazio, l'identità con la quale vorrebbe essere avvicinato e conosciuto anche nel mondo reale. Come ricorda A. Stasiuk, il desiderio contemporaneo di cambiare identità è un survival del mitologema della salvezza o della redenzione (2): l'aspirazione ad un «nuovo» inizio incontaminato, innocente, non ancora corrotto dalle scorie del divenire mondano, che non si articola in un eone ultratemporale o in un paradiso ritrovato, ma rimane a disposizione nell' hic et nunc del click di un mouse.

Nelle filosofie dell'India, l'Avatar è la forma con cui Brahman – lo spirito «oggettivo» dell'universo (correlato ad Atman lo spirito «soggettivo» dell'universo) – discende nel mondo della manifestazione.

Attraverso l'«avatar» di SL il soggetto discende nel mondo virtuale e mostra l'identità con la quale desidera presentarsi nel cyberspazio: un'identità molte volte radicalmente antitetica rispetto a quella del mondo «reale». Così è usuale che il timido assuma l'avatar aggressivo di un vampiro o la ragazza poco sensuale un avatar seducente dalle fattezze esplosive ed affascinanti. Ma per arricchire l'avatar con nuovi abiti e gadgets , per dare all'alter ego virtuale una certa originalità e ricercatezza, si deve investire nella sua immagine. Dal momento che le operazioni per la strutturazione «fai da te» dell'avatar sono limitate – l'iscrizione «basic» consente di accedere soltanto ad una gamma ristretta di tipologie – per investire sull'immagine virtuale si devono acquistare gli accessori necessari pagandoli in Linden Dollar, la moneta di SL (300 L$ = 1 euro). Se per socializzare con gli altri avatar si deve avere un look particolarmente curato ed acquistare degli abiti originali pagandoli in L$, in che cosa SL si distingue dalle dinamiche consumistiche del mondo «reale»? In SL gli accessori da acquistare non si limitano al look dell'avatar, ma comprendono terreni su cui costruire ville o castelli. Per acquistare un'isola le tariffe possono arrivare anche a 5000 dollari Usa, ma più in generale acquistando un abbonamento «premium» (9,95 dollari Usa), si può comprare terra spendendo mensilmente da 5 dollari Usa per 512 mq e 195 dollari Usa per 65.536 mq. Naturalmente per fare nuove amicizie in SL è necessario, oltre ad un look sofisticato, un contesto adeguato per fare colpo:

«Procedendo nella vostra vita virtuale, ponetevi questa domanda. Dov'è che voglio invitare questa gente: in un castello, in una villa, in un ufficio o in una baracca? Per tanta gente, c'è un punto oltre il quale queste cose cessando di essere giocattoli e diventano strumenti per la loro interazione online: la trama di una vita online che per loro assolve a molte delle stesse funzioni che ha la parte offline della loro vita» (3)

 

Ma se questo è lo scenario, viene da chiedersi in che cosa si distingua SL dal mondo reale – «offline» – dominato dal profitto e dalle logiche del mercato. Dove si cela la «libertà» e la «felicità» promessa da SL se l'universo virtuale non è altro che una riproduzione fedele del mondo quotidiano dominato dal capitalismo reale? Addirittura su SL si possono trovare dei grandi proprietari terrieri, immobiliaristi e speculatori come la «donna» d'affari Anshe Chung il cui guadagno annuo è stimato intorno a 150mila dollari Usa. Per chi non possiede grandi risorse economiche è possibile fare soldi giocando d'azzardo, sedendosi su una sorta di «sedia da campeggio» e guadagnando 3 L$ ogni 15 minuti, cercando una sorta di albero che elargisce L$ chiamato «money trees» (che però funziona presentemente con avatar che hanno meno di un mese di permanenza in SL), facendo business o cercando un impiego virtuale. Per chi aderisce all'abbonamento premium lo stipendio settimanale è di circa 400 L$; se non bastano (ed effettivamente non bastano) non rimane che cercare un lavoro virtuale come campeggiatore, elargitore di saluti, guardia del corpo, commesso/agente di vendita, organizzatore di eventi, spogliarellista, accompagnatrice:

«Sgombriamo però il campo da possibili equivoci: è altamente improbabile che i vostri costi su SL possano essere coperti del tutto dai “soldi gratis” che potete procurarvi. Come si suol dire, “l'appetito vien (sic) mangiando”, ed è matematico che prima o poi finiate col farvi sedurre da qualche oggetto il cui costo viaggia intorno alle migliaia di Linden dollar. Raccogliere un tale gruzzolo mettendo pazientemente da parte lo stipendio è un delirio, e a quel punto l'unica possibilità è mettere mano al portafoglio vero per comprare i Linden dollar necessari» (4)

 

Come si può leggere SL riproduce in tutto e per tutto il mondo globalizzato. Con il lavoro virtuale non si riesce ad emergere, l'«albero» dei L$ e la «sedia da campeggiatore» sono scelte sporadiche e marginali: per divertirsi nell'universo virtuale è necessario mettere mano al capitale reale. La possibilità d'inventarsi una seconda vita non concerne tanto le modalità socio-relazionali ed economiche – dal momento che SL resta un mondo sottoposto alle stesse leggi del profitto e del mercato – quanto l'identità personale, consiste nell'avere un look da vampiro o da divinità egizia piuttosto che un aspetto ordinario in giacca e cravatta per le tristi mattine in ufficio.

In altre parole, SL è più simile ad un ballo in maschera che ad una rivoluzione intersoggettiva: considerando che – al di fuori della realtà italiana – nel mondo civile e democratico il transgender ed il queer-theory non costituiscono più un problema. SL è un nuovo universo (multiverso) retto dalle stesse regole del capitalismo avanzato e «liquido», più simile ad un centro commerciale globalizzato che ad una nuova utopia. Se SL intende proporsi come un «nuovo mondo libero da molti dei vincoli cui siamo abituati e che mette il potere nelle mani degli individui» (5) allora deve prescindere dalle varie multinazionali, case produttrici e catene alberghiere come Toyota, Adidas, la 20th Century Fox, Starwood Hotel, ecc., che la utilizzano per lanciare le loro piattaforme di marketing.

A mio avviso, se la posta in gioco non è soltanto il fatturato ed il marketing, se SL vuole essere «un nuovo mondo libero dai vincoli» deve adottare un altro progetto, riferirsi ad altri obiettivi. Perché sorga un «nuovo mondo libero» è necessario provare a cambiare il modo di pensare: giacché la prassi non è nulla senza la teoria e l'azione senza il pensiero conduce alla ghettizzazione o alla omologazione massificante come è successo per molti laboratori contro-culturali degli anni Sessanta e Settanta. SL è come un infante che ha enormi potenzialità e margini di miglioramento: può aspirare ad essere un prototipo di sistema sociale alternativo, di cui fare uso «regolativo» per il mondo reale: ma per fare questo si deve lasciare fuori il business.

Esonet su Second Life

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Note

1. Cfr. Second Life, la guida ufficiale , la biblioteca di Repubblica e l'Espresso, Roma, 2007. (torna al testo)

2. Cfr. Z. Bauman, Modus Vivendi. Inferno e utopia del mondo liquido, Laterza, Roma, 2007. (torna al testo)

3. Cfr. Second Life, la guida ufficiale , op. cit., p. 312. (torna al testo)

4. Ivi, p. 220. (torna al testo)

5. Ivi, p. 306. (torna al testo)

 

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