Argomento:L'Opera al Rosso


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Simbolismo del fuoco

di Neli Di Pisa

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“C'era una volta……” incalzavano i bambini: “racconta, racconta...c'era una volta?…..”

Con pazienza il Maestro riprese il racconto: “Dovete sapere, cari fanciulli che c'era una volta un ragazzo, giovane, curioso, spericolato, un poco avventato di nome Fetonte.

Egli desiderava tantissimo una cosa sola: guidare almeno per una volta il carro di suo padre, il Sole. Helios, questo è il suo nome nella tradizione greca, aveva promesso di esaudire qualsiasi richiesta del figlio e non sapeva come fare per dissuaderlo.

Gli aveva parlato dei pericoli, dei rischi e di tutto ciò che sarebbe potuto accadere, se non avesse avuto le debite attenzioni.

Ma Fetonte insisteva ed il padre non seppe imporsi e dire “no”.

Prevedeva infatti come sarebbe finita l'avventura, e fece del suo meglio per insegnare al capriccioso e cocciuto Fetonte come fronteggiare i pericoli in agguato ad ogni passo della via.

E proprio come Helios temeva, Fetonte non riuscì a controllare i cavalli, uscì di strada creando una confusione incredibile: non una costellazione rimase al suo posto e la Terra venne arsa orribilmente.

Si legge in Ovidio che Giove dovette intervenire poiché i cieli erano in fiamme dall'uno all'altro polo e, se il fuoco li avesse consumati, l'universo stesso sarebbe caduto in polvere.

In questo spaventoso cataclisma si piegò perfino l'asse che passa per il centro de cieli ruotanti.

A stento il libico Atlante, puntellato sulle ginocchia, poté sostenere il firmamento delle stelle!

Nel “Timeo o Della Natura” (   ) Platone parla di questo evento ed asserisce che tutto ciò ha l'aria di una favola.

Crizia di Callescro, uno degli amici presenti oltre a Socrate, a Timeo di Locri ed a Ermocrate di Siracusa, accenna ad un racconto udito, quando aveva dieci anni, dal suo nonno novantenne, a cui l'aveva narrato Solone, che a sua volta lo aveva appreso in Egitto da un sacerdote di Sais: il mito di Atlantide, già dimenticato dai greci “che sono eterni fanciulli”.

Secondo l'antico racconto i vecchi ateniesi avevano, in un tempo ormai remoto di 9.000 anni, primeggiato per sapienza di leggi e per potenza guerriera, sconfiggendo il potente impero che aveva il suo centro nell'immensa isola Atlantide, che si trovava aldilà delle colonne d'Ercole, e che un cataclisma mostruoso, di immane potenza, aveva poi inabissato nel mare cancellando così l'occasione, per gli Ateniesi, di ricordare il glorioso passato.

La verità scientifica però sarebbe, sempre secondo Platone, concludendo “Una deviazione dei corpi che ruotano in cielo attorno alla terra ed una distruzione, che avviene a lunghi intervalli di tempo, delle cose sulla terra in una grande conflagrazione.”

A questo punto i ragazzi, con gli occhi sbarrati, chiesero cosa fosse il Fuoco. Quale grande potere avesse da poter distruggere ogni cosa dal momento che loro lo conoscevano benevolo solo attraverso l'uso che se ne faceva tra le pareti domestiche.

Il Maestro riprese, paziente, il suo racconto.

 

Timeo parla dell'origine dell' universo. Distingue tra essere e divenire.

Il primo immobile, attingibile dal puro pensiero, il secondo mutevole e percepibile con i sensi.

Distingue una terza specie “difficile ed oscura” ma necessaria alla creazione. La chiama “substrato”, “madre”, “sito”, “accoglitrice” di ogni cosa.

Per essa il divenire uscì dal kaos, per essa si attuò la genesi dei quattro corpi detti elementi, che in realtà non sono che aggregati mutevoli della materia, composta di elementi più semplici di forma triangolare: dal triangolo infatti si formano le figure stereometriche di cui si servirono gli dei per costruire i quattro corpi: il cubo per la terra, l'icosaedro regolare per l'acqua, l'ottaedro regolare per l'aria, il tetraedro regolare per il fuoco.

II Fuoco è dunque uno dei quattro elementi dell'universo.

Per esistere ha bisogno della Terra cui si appoggia, dell'ossigeno dell'Aria per vivere.

Ma l'Acqua e la Terra lo possono spegnere, uccidere.

La prima parola dei Veda è “agni”, fuoco e sul sentiero spirituale si è illuminati dal fuoco acceso nell'interiorità, poiché il fuoco è luce e la luce è fuoco.

Le antiche tradizioni parlano di tre fuochi principali:

Il primo è il fuoco solare nei cieli, situato nei più elevati centri di coscienza. È un fuoco che si autoalimenta e non ha bisogno di essere acceso.

Il secondo è quello della superficie della terra e degli oceani, che viene acceso dalle forze del prana interne al calderone ombelicale. Tale fuoco dona vitalità ed impeto a vayu, l'onnipresente respiro di energia che si distribuisce sia nel nostro sistema fisico che in quello più sottile.

Il terzo, di cui parlano i testi antichi, è quello al di sotto della superficie terrestre, assorbito all'interno di forme luminose come l'oro ed i gioielli risplendenti delle miniere.

Quando l'uomo si risveglia alla sua vera natura, questo risveglio è chiamato “fuoco” e, guidato dalla luce della conoscenza, potrà percepire la Realtà assoluta dentro di sé.

 

“Il fuoco è eterno. Il fuoco è intimo e universale. Vive nel nostro cuore. Vive in cielo. Sale dalle profondità della materia e si offre come l'amore. Vi ridiscende e cova, latente, come l'odio e la vendetta. Fra tutti i fenomeni è l'unico cui possono essere veramente attribuiti valori contrari talmente netti come il bene ed il male.

Brilla in Paradiso. Brucia all'inferno. È delizia e tortura. È creazione e distruzione. Conforta il fanciullo seduto saggiamente dinanzi al focolare. Punisce severamente chi gioca troppo vicino alla sua fiamma.

Dà benessere ed incute rispetto. È un dio tutelare e terribile, buono e cattivo. Può contraddirsi e quindi è uno dei principi di spiegazione dell'universo.” (G. Bachelard 1999)

 

* * *

Dai Catlo'ltq della Columbia Britannica si racconta che un uomo aveva una figlia che possedeva un arco ed una treccia meravigliosi, con cui poteva abbattere tutto quello che voleva. Ma era pigra e se ne stava sempre a dormire. Il padre un giorno si arrabbiò e le disse di rendersi utile usando arco e freccia per colpire l'ombelico dell'oceano così da ottenere il fuoco.

L'ombelico dell'oceano era un vasto gorgo in cui andavano alla deriva i bastoncini che, sfregati, davano il fuoco.

 

“Davanti alle porte di Pohjola,

sotto la soglia di Pohjola ricoperta di colore,

là i pini rotolano con le loro radici,

i pini cadono a capofitto nella strozza del gorgo”

(Vainamoinen, vecchio e verace, signore del canto magico finlandese, che con la barca di rame si spinge nel “gozzo del Maelstrom”

Väinämöinen si tuffa:

Negli abissi del mare,

nel mare fino in fondo,

fino alle viscere più profonde della terra,

fino alle contrade più profonde dei cieli,

fino alle porte della gran bocca della morte.

Oppure naviga:

Nella gola del Maelstrom,

Nella bocca del Maelstrom,

nella strozza del Maelstrom,

nel gozzo del mostro del mare.

 

Il vortice che inghiotte tutte le acque, il suo nome più antico è Eridu.)

 

Tornando a noi cari ragazzi, riprese il Maestro, dopo questa piccola digressione, sappiate che in quei tempi gli uomini non possedevano ancora il fuoco.

La fanciulla dunque prese l'arco, colpì l'ombelico dell'oceano e gli arnesi per accendere il fuoco balzarono a riva.

Il vecchio fu contento, accese un gran fuoco e, poiché voleva tenerlo solo per sé, costruì una casa per proteggerlo con una serratura a scatto che avrebbe ucciso tutti gli intrusi che si fossero messi in testa di rubarlo.

La gente sapeva che il vecchio possedeva il fuoco e Cervo decise di rubarlo per darlo anche a loro. Prese del legno resinoso, se lo infilò tra i capelli e riuscì con uno stratagemma, intonando canti e danzando, ad impadronirsi del fuoco e a donarlo alla gente.

I Catlo'ltq raccontano così la storia di Prometeo.

Ma devo dire di più.

Nel mondo arcaico il cervo è diffuso con gli stessi connotati.

Impersona anche l'arcaico Prometeo-Kronos: “tu che tutto consumi e di nuovo accresci… secondo l'infinito ordine dell'Eone, scaltro… dal consiglio tortuoso, venerabile Prometeo (   )”

L'invocazione orfica a Kronos lo definisce “venerabile” e lo accosta al nome di Titano Kronos.

Lo scoliaste (= annotatore di testi classici) di Sofocle cita Polemone e Lisimachide, fonti oggi perdute, per spiegare che nell'Accademia c'era un altare su cui era raffigurato che “Prometeo fu il primo ed il più antico a tenere nella destra lo scettro; ma Efesto fu più recente e il secondo”.

Per molto tempo il cervo è stato il simbolo di Kronos.

Nella tradizione dell'India egli è Yama, Yama Agastya che, “seguendo il corso dei grandi fiumi ha scoperto il cammino per molti”.

* * *

 

“In Xanadu Kubla Khan fece innalzare

Di delizie una maestosa dimora:

là dove scorreva l'Alph, il fiume sacro,

per caverne insondabili dall'uomo

fino ad un mare senza sole”

(Coleridge, Samuel Taylor Kubla Khan, “Visione in un sogno”)

 

Gli Accadi formavano una unione di 65 popoli affratellati, pur essendo di etnie diverse. Il linguaggio “akkadu”, che adottarono per capirsi tra loro, era semplice, chiaro, conciso. Le radici di questa lingua erano legate agli Archetipi, cioè funzioni del pensiero.

L'archetipo 22.ma lettera dell'alfabeto ebraico “TAU” ha un suo codice ben preciso. La sua funzione è Reazione Ad Ogni Azione , la sua forma è la croce o il patibolo, il suo mito è quello di Prometeo.

Le 22 funzioni del Codice, che per l'origine si perdono nella notte dei tempi, sono poste tra loro in relazione ciclica. Da una si passa all'altra fino a che l'ultima, che è questa Funzione Del Reagire (karma), invertendo ogni azione nell'infinito spazio, ci riporta al primo segno del Codice.

Esiste una piccola statua al British Museum di Londra, che è la copia di una antichissima statuetta. L'originale era in basalto nero di proprietà di un esploratore di nome Fawcett.

Rappresenta un sacerdote che regge sul petto una targa su cui sono incisi dei caratteri.

È la statuetta dell'“El Dorado” che rappresenta Utnapstim (Noè) che regge la tavola con le 22 Autiut dell'alfabeto di Atlantide.

Le 22 Autiut corrispondono alle 22 lettere dell'alfabeto ebraico.

Prometeo, nell'antico mito, salì al cielo a rubare la Vita eterna, cioè il fuoco divino dell'Alef, che mai si consuma, per donarla all'Uomo. Ma l'Uomo con la sua vista sdoppiata, spezzò in due parti quel dono.

La Vita non tollera di essere divisa e reagisce attraverso il dolore ad ogni mutilazione.

Questa funzione rappresenta quindi, la dolorosa reazione che si manifesta quando il flusso vitale, la grande pulsione, viene arrestato. Da questo squilibrio nascono la malattia e il dolore rappresentati dall'incatenamento di Prometeo alla roccia e dall'aquila che lo strazia. Di uguale significato è la rappresentazione simbolica del patibolo e quella della croce di Gesù.

Nel ciclo che si chiude, da questo segno sacro si passa, di nuovo, alla divina Alef.

Tra i Fenici TAU si esprime con una

In Ebraico

Nell'alfabeto di Atlantide:   ad indicare il patibolo

Prometeo ( ) è un personaggio di misteriosa vastità.

È il protettore degli uomini, un semidio una via di mezzo tra l'Arcangelo, strumento della potenza divina e Adamo, punito da Dio per aver voluto gustare il frutto dell'albero della conoscenza.

Prometeo è il protettore degli uomini, rappresenta il loro genio inventivo e le illimitate capacità speculative del loro ingegno.

Non cerca la “sapienza”, poiché è più sapiente di Giove, tanto da potergli preannunciare la fine, ma, attraverso la sapienza, vuole giungere all'essenza del divino e dell'eterno, al dominio del mondo dello spirito, simboleggiato dal fuoco.

Prometeo non è un uomo ma l'espressione universale del genio umano, che mai soddisfatto della meta raggiunta, sale di conquista in conquista e lotta contro i limiti imposti dal Fato.

È un ribelle e contiene tutta la maestà di una ribellione che non potrà mai essere vinta, perché è la manifestazione essenziale della libertà dello spirito umano, ma che non sarà mai vincitrice perché non può infrangere l'ordine delle cose, che pure comprende.

“Il Signore viene con il fuoco, i suoi carri sono come il turbine.” (Isaia)

Il fuoco è davvero una parola-chiave, tuttavia non è essenziale capire tutto ciò che riguarda le diverse norme e misure, regole e regolamenti che devono essere procurati dagli dei o dagli eroi destinati ad aprire nuove vie.

Come nubi che cambiano forma

Così presto si muta anche il mondo,

ogni cosa compiuta ritorna

alle sue origini più antiche.

(Rilke: Die sonette an Orpheus)

 

* * *

Frazer, antropologo, si muove alla ricerca di culti e simboli preistorici nel mondo classico. Afferma che esistono ragioni sotterranee per cui un mito greco improvvisamente emerge in piena luce fra le tribù degli indiani di America miracolosamente conservato.

In un istante il Gorgo emerge come portatore dei bastoncini da fuoco di Pramantha e di Texcatlipoca.

Ma perché si trovano nel vortice?

Il mito ha una propria logica per rapportare questi bastoncini galleggianti al vortice cosmico. E questa logica continua a legare i temi di base: l'arco e la freccia della regalità celeste, l'arco e la freccia che prendono di mira Sirio, lo Sciacallo celeste, mentre la freccia egizia è puntata sulla stella che è sul capo della vacca Sothis, come si vede nella rappresentazione del cosiddetto “Zodiaco circolare” di Dendera.

Ancora Sirio.

In India Sirio è l'arciere stesso Tistrya e la sua freccia è rappresentata dalle stelle della Cintura di Orione. Pare che anche Stella Maris sia Iside/Sirio:

Ave, maris stella

Dei mater alma

Atque semper virgo

Felix caeli porta.

 

Il canto e la danza del cervo sono legati in modo assai complesso con un tema protopitagorico, che appare in tutto il suo sviluppo in un altro racconto proveniente dal Nordovest americano.

Il Figlio di Picchio, come si legge in un racconto proveniente dal Nordovest americano, prima di usare l'arco, intona un canto, e non appena trova la nota giusta, le frecce in volo si piantano l'una dentro l'altra e arrivano a formare il ponte di frecce fino al cielo.

Frazer identifica questo tema con quello della scalata all'Olimpo nella Gigantomachia.

 

E c'è dell'altro. Benché non si affermi esplicitamente che le “porte cozzanti” (gli equinozi in precessione) del vecchio proprietario del fuoco cessarono di cozzare, è innegabile che il cervo, oltrepassando la porta al momento giusto, predestinato nella sua ricerca del “fuoco”, aprì un nuovo passaggio.

Sui grandi temi l'immaginazione conserva una certa libertà.

 

Come possiamo valutare l'inerte pigrizia della Figlia del Vecchio? Potrebbe essere questa Figlia il prototipo di Istar che “sommuove l'apsu davanti ad Ea”?

Le donne-arciere sono una specie rara e salta in mente di considerare il grande testo astronomico babilonese detto “Serie Stella-aratro” dove la Stella-aratro è il Triangolo e con questo triangolo comincia la lista delle stelle della via di Anu.

A proposito della costellazione dell'Arco si legge: “L'alta divinità Istar. Figlia di Enlil”.

La costellazione dell'arco è formata dalle stelle di Argo e del Cane Maggiore.

La incontriamo ancora nell'Enuma Elis, il poema della creazione babilonese, dove viene designata come figlia di Anu e dove gioca un ruolo significativo quanto oscuro:

“La rete che egli aveva fatto videro gli dei suoi padri,

videro l'arco, come era ben fatto,

e lodarono l'opera che egli aveva compiuto...

Lo sollevò Anu nell'assemblea degli dei... E baciò l'arco: è... mia figlia”

 

Nominò i nomi dell'arco come segue:

“Lungolegno è il primo, il secondo... .

Il suo terzo nome è Stella-Arco in cielo.

Fissò il suo posto”.

 

All'accadico Qastu corrisponde l'ebraico Keset: l'arco da guerra. E proprio questo arco da guerra viene posto dopo il diluvio quale segno del patto con Noè.

Non ci dovremmo infine congedare dall'“arcobaleno”?

Gli Aztechi consideravano Castore e Polluce i primi bastoncini da fuoco, quelli da cui l'umanità aveva imparato come produrre il fuoco per confricazione.

Anche i Tasmaniani si ritenevano debitori a Castore e Polluce per il primo fuoco.

Non va dimenticato che il cloruro equinoziale dell'Età dell'Oro passava attraverso i Gemelli (e il Sagittario), i bastoncini nei Gemelli rimano esattamente con il verso di una preghiera nuziale mongola, che dice:

“Nacque il Fuoco, quando Cielo e Terra si separarono”

in altre parole, prima dell'allontanamento dell'eclittica dall'equatore, il “fuoco” esisteva: il primo venne acceso nell'Età aurea dei Gemelli...

 

Del cosidetto dio del fuoco mesopotamico si afferma:

“Gibil, l'eccelso eroe che Ea rese adorno di terribile splendore, che crebbe nel puro apsu, che in Eridu, il luogo dei fati, viene infallibilmente preparato, la cui luce giunge fino al cielo-balena come folgore la sua lingua fulgida. La luce di Gibil divampa come il giorno”.

 

L'epopea di Erra, testo edito e tradotto nel 1955 da Felix Gossmann, tratta di un fosco poema la cui ferocia corrisponde   all'essenza del dio.

Erra non è altri che Marte.

Le cinque tavole che ci conservano il poema parlano della minaccia portata da Erra alla pace del “Mondo”.

Nel corso di un provvisorio soggiorno di Marduk (Giove) agli inferi, Erra governa l'universo e distrugge numerose città, in particolare Babilonia, la città di Marduk.

 

Si potrebbe ancora continuare... ma va notato che tutte le avventure degli dei hanno luogo nel cielo come si può dedurre dal fatto che il determinante cuneiforme per “dio” è costituito da una stella.

Ed è appunto con dei che abbiamo a che fare.

È passato il tempo.

Con Erra diciamo: “Apri la via, mi metterò in viaggio, i giorni sono terminati, il tempo stabilito passato”.

 

Le sfere dei pianeti narrano la gloria di Dio ed il firmamento proclama l'opera delle sue mani. Nel nostro mondo i pianeti svolgono un ruolo molto più umile e quello che un tempo era l'“Ottavo”, il “Firmamento” che tutto avvolgeva, si è trasformato in uno spazio infinito brulicante di galassie, che si sottrae alla forza dell'immaginazione. Solamente Canopo, verso cui si ritiravano gli dei ed i re antichi al termine della loro era e che per i nostri antenati segnava il “fondo del mare”, svolge una funzione di grande rilievo: è stella di orientamento per i razzi interplanetari.

Ma prima che le antiche luci si spengano, ascoltiamo la dichiarazione esplicita sulla precessione che ci è conservata dall'Epopea di Erra.

Marduk dice ad Erra:

“Quando mi alzai dal mio seggio e lasciai irrompere il diluvio,

allora si scardinò il giudizio della Terra e del Cielo... .

Gli dei che tremavano, gli astri del cielo

Mutò la loro posizione e io li ricondussi indietro.”

 

Prometeo

(di Goethe -Trad. di G. Baioni)

Copri il tuo cielo, Giove,

col vapor delle nubi!

E la tua forza esercita,

come il fanciullo che svetta cardi,

sulle querce e sui monti!

Che nulla puoi tu

contro la mia terra,

contro questa capanna,

che non costruisti, contro il mio focolare,

per la cui fiamma tu

mi porti invidia.

Io non conosco al mondo

nulla di più meschino di voi, o dèi.

Miseramente nutrite

d'oboli e preci

la vostra maestà

ed a stento vivreste,

se bimbi e mendichi

non fossero pieni

di stolta speranza.

Quando ero fanciullo

e mi sentivo perduto,

volgevo al sole gli occhi smarriti,

quasi vi fosse lassù

un orecchio che udisse il mio pianto,

un cuore come il mio

che avesse pietà dell'oppresso.

Chi mi aiutò

contro la tracotanza dei Titani?

 

Chi mi salvò da morte,

da schiavitù?

Non hai tutto compiuto tu,

sacro ardente cuore?

E giovane e buono, ingannato,

il tuo fervore di gratitudine

rivolgevi a colui

che dormiva lassù?

Io renderti onore? E perché?

Hai mai lenito i dolori

di me ch'ero afflitto?

Hai mai calmato le lacrime

di me ch'ero in angoscia?

Non mi fecero uomo

il tempo onnipotente

e l'eterno destino,

i miei e i tuoi padroni?

Credevi tu forse

Che avrei odiato la vita,

che sarei fuggito nei deserti

perché non tutti i sogni

fiorirono della mia infanzia?

Io sto qui e creo uomini

a mia immagine e somiglianza,

una stirpe simile a me,

fatta per soffrire e per piangere,

per godere e gioire

e non curarsi di te,

come me.

(Autunno 1774)

 

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