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De sapientia veterum: Metide o il consiglio
Argomento:Miti e Simboli

Miti e SimboliNarrano gli antichi poeti che Giove prendesse in moglie Metide il cui nome chiaramente significa Consiglio e che la ingravidase. Saputolo, invece di aspettare il parto se la divorò, onde egli stesso divenne gravido; il parto fu assai strano perché Giove generò dal capo ossia dal cervello Pallade armata.

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Metide o il consiglio

di Francesco Bacone - (tratto dagli Scritti Filosofici – Ed. UTET – a cura di Paolo Rossi)

prodotto per Esonet.it

 

Narrano gli antichi poeti che Giove prendesse in moglie Metide il cui nome chiaramente significa Consiglio e che la ingravidasse. Saputolo, invece di aspettare il parto se la divorò, onde egli stesso divenne gravido; il parto fu assai strano perché Giove generò dal capo ossia dal cervello Pallade armata.

Il senso di questa favola mostruosa, e a prima vista insulsissima, sembra contenere l’arcano mistero del potere, descrivendo con quale arte i re si comportino verso i loro Consigli perché la loro autorità e maestà si conservi non solo integra ma si accresca e si innalzi davanti al popolo.

Infatti i re son soliti, con retto e prudente disegno, legarsi e congiungersi quasi con vincolo coniugale con i loro Consigli e deliberare con essi su i massimi problemi e giudicano non senza ragione che questo non possa affatto diminuire la loro maestà.

Invero quando ci si dirige al decreto, che è alla stregua del parto, non sopportano che gli aiuti del Consiglio vadano troppo oltre, per non sembrare di dover dipendere dall’arbitrio del Consiglio.

Perciò infine i re (a meno che non si tratti di cosa tale che desiderino stornare da sé l’invidia) son soliti avocare a loro stessi tutto ciò che è elaborato da Consiglio e per così dire preformato nell’utero, affinché il decreto e l’esecuzione (la quale, poiché procede con potere e seco porta la necessità, viene elegantemente simboleggiata sotto al figura di Pallade) sembri emanare da essi stessi.

Ma non è sufficiente che il decreto sembri venire dall’autorità dei re e dalla loro libera, sciolta e non assoggettata volontà, se poi i re non si sobbarchino anche questo: che i decreti si pensino nati dalla loro testa, cioè dalla loro prudenza e giudizio.

 

 

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