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Simbolismo: Biancaneve - Un ritorno all’originale
Argomento:Arte ed Esoterismo

Arte ed EsoterismoAlla fine del 1812 usciva il primo volume delle Kinder und Hausmärchen, le Fiabe dei fratelli Jakob e Wilhelm Grimm. Nel 1815 vedeva la luce il secondo volume. Il terzo è del 1822 e consta di un ampio commento alle fiabe raccolte, opera delle ricerche di Wilhelm. La fiaba di Biancaneve è contenuta nel primo volume col numero 53; cade dunque quest’anno, nel 2012, il duecentesimo anniversario della sua pubblicazione. Si deve a questo evento l’ulteriore proliferare di rifacimenti della famosissima fiaba. È per questo motivo che si presenta l’esigenza di tornare all’originale definito dai Grimm e di ripercorrerne tre interpretazioni relativamente datate.

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Biancaneve - Un ritorno all’originale

di Maria Franca Frola

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Alla fine del 1812 usciva il primo volume delle Kinder und Hausmärchen, le Fiabe dei fratelli Jakob e Wilhelm Grimm. Nel 1815 vedeva la luce il secondo volume. Il terzo è del 1822 e consta di un ampio commento alle fiabe raccolte, opera delle ricerche di Wilhelm. La fiaba di Biancaneve è contenuta nel primo volume col numero 53; cade dunque quest’anno, nel 2012, il duecentesimo anniversario della sua pubblicazione. Si deve a questo evento l’ulteriore proliferare di rifacimenti della famosissima fiaba, anche filmici. Si pensi alla Biancaneve di Tarsem Singh con Julia Roberts e a Biancaneve e il cacciatore di Rupert Sanders con Kristen Stewart. È per questo motivo che si presenta l’esigenza di tornare all’originale definito dai Grimm e di ripercorrerne tre interpretazioni relativamente datate. La prima in ordine cronologico è contenuta in So leben sie noch heute (Continuano a vivere tutt’oggi) [1] del germanista svizzero Max Lüthi, la seconda si legge nel testo Die Mutter im Märchen (La madre nella fiaba) [2] della psicologa junghiana Sibylle Birkhäuser-Oeri, la terza è del teosofo Ar thur Schult nel libro dal titolo Mysterienweisheit im deutschen Volksmärchen (Saggezza misterica della fiaba popolare tedesca) [3].

Sotto un profilo formale, utilizzando il metodo del Propp, che divide gli eroi delle fiabe in cercatori e vittime, si può definire Biancaneve eroina vittima, che si allontana da casa, perché scacciata, viene tradita (dallo specchio), cade nel tranello (della strega), infrange il divieto (dei nani), incorre nella sciagura (la morte), viene salvata e si sposa mentre l’antagonista (la regina cattiva) è punito. La fiaba poi presenta il meccanismo della triplicazione e l’uso dei mezzi magici, ulteriori elementi che la fanno inquadrare nelle fiabe di magia.

Ma penso che non facciamo torto a nessuno se riproponiamo la fiaba nella sua originale interezza [4].

Una volta, nel cuor dell’inverno, mentre i fiocchi di neve cadevano dal cielo come piume, una regina cuciva, seduta accanto a una finestra dalla cornice d’ebano. E così cucendo e alzando gli occhi per guardare la neve, si punse un dito, e caddero nella neve tre gocce di sangue. Il rosso era così bello su quel candore, ch’ella pensò:

«Avessi una bambina bianca come la neve, rossa come il sangue e dai capelli neri come il legno della finestra!» Poco dopo diede alla luce una figlioletta bianca come la neve, rossa come il sangue e dai capelli neri come l’ebano; e la chiamarono Biancaneve. E quando nacque, la regina morì. Dopo un anno il re prese un’altra moglie: era bella, ma superba e prepotente, e non poteva sopportare che qualcuno la superasse in bellezza. Aveva uno specchio magico, e nello specchiarsi diceva:

- Dal muro, specchietto, favella: nel regno chi è la più bella?

E lo specchio rispondeva:

- Nel regno, Maestà, tu sei quella.

Ed ella era contenta, perché sapeva che lo specchio diceva la verità. Ma Biancaneve cresceva, diventava sempre più bella e a sette anni era bella come la luce del giorno e ancor più bella della regina. Una volta che la regina chiese allo specchio:

- Dal muro, specchietto, favella: nel regno chi è la più bella?

Lo specchio rispose:

- Regina, la più bella qui sei tu, ma Biancaneve lo è molto di più.

La regina allibì e diventò verde e gialla d’invidia. Da quel momento la vista di Biancaneve la sconvolse, tanto ella odiava la bimba. E invidia e superbia crebbero come le male erbe, così che ella non ebbe più pace né giorno né notte. Allora chiamò un cacciatore e disse: - Porta la bambina nel bosco, non la voglio più vedere. Uccidila, e mostrami i polmoni e il fegato come prova della sua morte.

Il cacciatore obbedì e condusse la bimba lontano; ma quando estrasse il coltello per trafiggere il suo cuore innocente, ella si mise a piangere e disse: - Ah, caro cacciatore, lasciami vivere! Correrò nella foresta selvaggia e non tornerò mai più.

Ed era tanto bella che il cacciatore disse impietosito: - Va’ pure, povera bambina - «Le bestie feroci faran presto a divorarti», pensava; ma sentiva che gli si era levato un gran peso dal cuore, a non doverla uccidere. E siccome proprio allora arrivò di corsa un cinghialetto, lo sgozzò, gli tolse i polmoni e il fegato e li portò alla regina come prova. Il cuoco dovette salarli e cucinarli, e la perfida li mangiò, credendo di mangiare i polmoni e il fegato di Biancaneve.

Ora la povera bambina era tutta sola nel gran bosco e aveva tanta paura che badava anche alle foglie degli alberi e non sapeva che fare. Si mise a correre e corse sulle pietre aguzze e fra le spine; le bestie feroci le passavano accanto, ma senza farle alcun male. Corse finché le ressero le gambe; era quasi sera, quando vide una casettina ed entrò per riposarsi. Nella casetta tutto era piccino, ma lindo e leggiadro oltre ogni dire. C’era una tavola apparecchiata con sette piattini: ogni piattino col suo cucchiaino, e sette coltellini, sette forchettine e sette bicchierini. Lungo la parete, l’uno accanto all’altro, c’eran sette lettini, coperti di candide lenzuola. Biancaneve aveva tanta fame e tanta sete, che mangiò un po’ di verdura con pane da ogni piattino, e bevve una goccia di vino da ogni bicchierino, perché non voleva portar via tutto a uno solo. Poi era così stanca che si sdraiò in un lettino, ma non ce n’era uno che andasse bene: o troppo lungo o troppo corto, finché il settimo fu quello giusto: ci si coricò, si raccomandò a Dio e si addormentò.

A buio arrivarono i padroni di casa: erano i sette nani, che scavavano i minerali dai monti. Accesero le loro sette candeline e, quando la casetta fu illuminata, videro che era entrato qualcuno; perché non tutto era in ordine come l’avevan lasciato. Il primo disse: - Chi si è seduto sulla mia seggiolina? - Il secondo: - Chi ha mangiato dal mio piattino? - Il terzo: - Chi ha preso un po’ del mio panino? - Il quarto: - Chi ha mangiato un po’ della mia verdura? - Il quinto: Chi ha usato la mia forchettina? - Il sesto: - Chi ha tagliato col mio coltellino? - Il settimo: - Chi ha bevuto dal mio bicchierino? - Poi il primo si guardò intorno, vide che il suo letto era un po’ ammaccato e disse: - Chi mi ha schiacciato il lettino? - Gli altri accorsero e gridarono: - Anche nel mio c’è stato qualcuno -. Ma il settimo scorse nel suo letto Biancaneve addormentata. Chiamò gli altri, che accorsero e gridando di meraviglia presero le loro sette candeline e illuminarono Biancaneve. - Ah, Dio mio! Ah, Dio mio! - esclamarono: - che bella bambina! - Ed erano così felici che non la svegliarono e la lasciarono dormire nel lettino. Il settimo nano dormì coi suoi compagni, un’ora con ciascuno; e la notte passò.

Al mattino Biancaneve si sveglio e s’impaurì vedendo i sette nani. Ma essi le chiesero gentilmente: - Come ti chiami? - Mi chiamo Biancaneve, - rispose. - Come sei venuta in casa nostra? - dissero ancora i nani. Ella raccontò che la sua matrigna voleva farla uccidere, ma il cacciatore le aveva lasciato la vita ed ella aveva corso tutto il giorno, finché aveva trovato la casina. I nani dissero: - Se vuoi curare la nostra casa, cucinare, fare i letti, lavare, cucire e far la calza, e tenere tutto in ordine e ben pulito, puoi rimanere con noi, e non ti mancherà nulla. - Sì, - disse Biancaneve, - di gran cuore -. E rimase con loro. Teneva in ordine la casa; al mattino essi andavano nei monti, in cerca di minerali e d’oro, la sera tornavano, e la cena doveva essere pronta. Di giorno la fanciulla era sola. I nani l’ammonivano affettuosamente, dicendo: - Guardati dalla tua matrigna; farà presto a sapere che sei qui: non lasciar entrar nessuno. Ma la regina, persuasa di aver mangiato i polmoni e il fegato di Biancaneve, non pensava ad altro, se non ch’ella era di nuovo la prima e la più bella; andò davanti allo specchio e disse:

- Dal muro, specchietto, favella: nel regno chi è la più bella?

E lo specchio rispose:

- Regina, la più bella qui sei tu; ma al di là di monti e di piani, presso i sette nani, Biancaneve lo è molto di più.

La regina inorridì, perché sapeva che lo specchio non mentiva mai, e si accorse che il cacciatore l’aveva ingannata e Biancaneve era ancora viva. Ella allora pensò di nuovo come fare ad ucciderla: perché, s’ella non era la più bella in tutto il paese, l’invidia non le dava requie. Pensa e ripensa, finalmente si tinse la faccia e si travestì da vecchia merciaia, in modo da rendersi del tutto irriconoscibile. Così trasformata, passò i sette monti, fino alla casa dei sette nani, bussò alla porta e gridò: - Roba bella, chi compra! Chi compra! - Bianca- neve diede un’occhiata dalla finestra e gridò: - Buon giorno, brava donna, cos’avete da vendere? - roba buona, roba bella, - rispose la vecchia, - stringhe di tutti i colori -. E ne tirò fuori una, di seta variopinta. «Questa brava donna posso lasciarla entrare», pensò Biancaneve; aprì la porta e si comprò la bella stringa. - Bambina, -  disse la vecchia, - come sei conciata! Vieni, per una volta voglio allacciarti io come si deve -. La fanciulla le si mise davanti fiduciosa e si lasciò allacciare con la stringa nuova: ma la vecchia strinse tanto e così rapidamente che a Biancaneve mancò il respiro e cadde come morta. - Ormai lo sei stata la più bella, - disse la regina, e corse via. Presto si fece sera e tornarono i sette nani: come si spaventarono, vedendo la loro cara Biancaneve stesa a terra, rigida, come se fosse morta! La sollevarono e, vedendo che era troppo stretta alla vita, tagliarono la stringa. Allora ella cominciò a respirare lievemente e a poco a poco si rianimò. Quando i nani udirono l’accaduto, le dissero: - La vecchia merciaia altro non era che la scellerata regina; sta’ in guardia, e non lasciar entrare nessuno, se non ci siamo anche noi. Ma la cattiva regina, appena arrivata a casa, andò davanti allo specchio e chiese:

- Dal muro, specchietto, favella: nel regno chi è la più bella?

Come al solito lo specchio rispose:

- Regina, la più bella qui sei tu; ma al di là di monti e di piani, presso i sette nani, Biancaneve lo è molto di più.

A queste parole il sangue le affluì tutto al cuore dallo spavento, perché vide che Biancaneve era tornata in vita. «ma adesso, - pensò, - troverò qualcosa che sarà la tua rovina»; e, siccome s’intendeva di stregoneria, preparò un pettine avvelenato. Poi si travestì e prese l’aspetto di un’altra vecchia. Passò i sette monti fino alla casa dei sette nani, bussò alla porta e gridò: - Roba bella! Roba bella! - Biancaneve guardò fuori e disse: - Andate pure, non posso lasciar entrar nessuno. - Ma guardare ti sarà permesso, - disse la vecchia; tirò fuori il pettine avvelenato e lo sollevò. Alla bimba piacque tanto che si lasciò sedurre e aprì la porta. Conclusa la compera, la vecchia disse: - Adesso voglio pettinarti per bene -. La povera Biancaneve, di nulla sospettando, lasciò fare; ma non appena quella le mise il pettine nei capelli, il veleno agì e la fanciulla cadde priva di sensi. - Portento di bellezza! - disse la cattiva matrigna - è finita per te! - e se ne andò. Ma per fortuna era quasi sera e i sette nani stavano per tornare.

Quando videro Biancaneve giacer come morta, sospettarono subito della matrigna, cercarono e trovarono il pettine avvelenato; appena l’ebbero tolto, Biancaneve tornò in sé e narrò quel che era accaduto. Di nuovo l’ammonirono che stesse in guardia e non aprisse la porta a nessuno.

A casa la regina si mise allo specchio e disse:

- Dal muro, specchietto, favella: nel regno chi è la più bella?

Come al solito lo specchio rispose:

- Regina, la più bella qui sei tu; ma al di là di monti e di piani, presso i sette nani, Biancaneve lo è molto di più.

A tali parole ella rabbrividì e tremò di collera. - Biancaneve morirà, - gridò, - dovesse costarmi la vita -. Andò in una stanza segreta, dove non entrava nessuno e preparò una mela velenosissima. Di fuori era bella, bianca e rossa, che invogliava solo a vederla; ma chi ne mangiava un pezzetto, doveva morire. Quando la mela fu pronta, ella si tinse il viso e si travestì da contadina, e così passò i sette monti fino alla casa dei sette nani. Bussò, Biancaneve si affacciò alla finestra e disse: - non posso lasciar entrare nessuno, i sette nani me l’han proibito. - Non importa, - rispose la contadina, - le mie mele le vendo lo stesso. Prendi, voglio regalartene una. - No, - rispose Biancaneve, - non posso accettar nulla. - Hai paura del veleno? - disse la vecchia. - Guarda, la divido per metà: tu mangerai quella rossa, io quella bianca -. Ma la mela era fatta con tanta arte che soltanto la metà rossa era avvelenata. Biancaneve mangiava con gli occhi la bella mela, e quando vide la contadina morderci dentro, non poté più resistere, stese la mano e prese la metà avvelenata. Ma al primo boccone cadde a terra morta. La regina l’osservò ferocemente e scoppiò a ridere, dicendo: - Bianca come la neve, rossa come il sangue, nera come l’ebano! Stavolta i nani non ti sveglieranno più -. A casa domandò allo specchio:

- Dal muro, specchietto, favella: nel regno chi è la più bella?

E finalmente lo specchio rispose:

- Nel regno, Maestà, tu sei quella.

Allora il suo cuore invidioso ebbe pace, se ci può esser pace in un cuore invidioso. I nani, tornando a casa, trovarono Biancaneve che giaceva a terra, e non usciva respiro dalle sue labbra ed era morta. La sollevarono, cercarono se mai ci fosse qualcosa di velenoso, le slacciarono le vesti, le pettinarono i capelli, la lavarono con acqua e vino, ma inutilmente: la cara bambina era morta e non si ridestò. La misero su un cataletto, la circondarono tutti e sette e la piansero, la piansero per tre giorni. Poi volevano sotterrarla; ma in viso, con le sue belle guance rosse, ella era ancora fresca, come se fosse viva. Dissero: - Non possiamo seppellirla dentro la terra nera, - e fecero fare una bara di cristallo, perché la si potesse vedere da ogni lato, ve la deposero e vi misero sopra il suo nome, a lettere d’oro, e scrissero che era figlia di re. Poi esposero la bara sul monte, e uno di loro vi restò sempre a guardia. E anche gli animali vennero a pianger Biancaneve: prima una civetta, poi un corvo e infine una colombella.

Biancaneve rimase molto, molto tempo nella bara, ma non imputridì: sembrava che dormisse, perché era bianca come la neve, rossa come il sangue e nera come l’ebano. Ma un bel giorno capitò nel bosco un principe e andò a pernottare nella casa dei nani. Vide la bara sul monte e la bella Biancaneve e lesse quel che era scritto a lettere d’oro. Allora disse ai nani: - Lasciatemi la bara; in compenso vi darò quel che volete -. Ma i nani risposero: - Non la cediamo per tutto l’oro del mondo. - Regalatemela, allora, - egli disse, - non posso vivere senza veder Biancaneve: voglio onorarla ed esaltarla come la cosa che mi è più cara al mondo -. A sentirlo i buoni nani s’impietosirono e gli donarono la bara. Il principe ordinò ai suoi servi di portarla sulle spalle. Ora avvenne che essi inciamparono in uno sterpo e per la scossa quel pezzo di mela avvelenata, che Biancaneve aveva trangugiato, le uscì dalla gola. E poco dopo ella aprì gli occhi, sollevò il coperchio e si rizzò nella bara: era tornata in vita. - Ah, Dio dove sono? - gridò. Il principe disse, pieno di gioia: - Sei con me, - e le raccontò quel che era avvenuto, aggiungendo: - Ti amo sopra ogni cosa al mondo; vieni con me nel castello di mio padre, sarai la mia sposa -. Biancaneve acconsentì e andò con lui, e furono ordinate le nozze con gran pompa e splendore.

Ma alla festa invitarono anche la perfida matrigna di Biancaneve. Indossate le sue belle vesti, ella andò allo specchio e disse:

- Dal muro, specchietto, favella: nel regno chi è la più bella?

Lo specchio rispose:

- Regina, la più bella qui sei tu; ma la sposa lo è molto di più.

La cattiva donna imprecò e il suo affanno era così grande che non poteva più dominarsi. Dapprima non voleva assistere alle nozze; ma non trovò pace e dovette andare a vedere la giovane regina. Entrando riconobbe Biancaneve e impietrì dallo spavento e dall’orrore. Ma sulla brace eran già pronte due pantofole di ferro: le portarono con le molle, e le deposero davanti a lei. E lei dovette calzare le scarpe roventi e ballare, finché cadde a terra, morta.

* * *

L’excursus storico di Max Lüthi

Max Lüthi è autore anche di numerosi altri saggi sulla fiaba in generale e di singole interpretazioni in particolare. Il suo approccio è preminentemente storico. I Fratelli Grimm, scrive Lüthi, della fiaba di Biancaneve conoscevano in lingua tedesca ben sei versioni, che in alcuni tratti differiscono profondamente fra loro. La prima fonte di cui i Grimm si sono serviti è il racconto di Jeanette Hassenpflug di Kassel. Il racconto qui stilisticamente piano e scarno verrà modificato dal più giovane Wilhelm secondo il gusto tardo-romantico, che già scivola nel Biederemeier. In questa versione la regina chiede allo specchio chi sia la più bella, non nel suo regno, bensì in Inghilterra. Lüthi ipotizza che l’Inghilterra evochi nel contesto le credenze popolari, le fiabe e le leggende della terra ferma, nelle quali l’Inghilterra è una sorta di regno dell’aldilà. L’acqua che da essa ci separa assomiglierebbe a quella che, nella fantasia del popolo, ci divide dalla terra degli spiriti e dei morti. L’Inghilterra è anche la patria degli elfi, quindi la domanda ci trasporta in un ambito mitico. Ma il particolare ancora più notevole è che nella versione assiana in questione, come anche in altre versioni della fiaba, non è la matrigna, bensì la madre vera a scacciare e a perseguitare Biancaneve. Sembra addirittura che questa possa essere la forma originaria della fiaba e che solo più tardi, per non ascrivere ad una madre vera intenzioni tanto orrende, il personaggio sia stato modificato in matrigna. Ma a contraddire questa ipotesi sono i rudimenti del racconto rintracciabili nel Cimbelino di Shakespeare e la versione del 1780 di Johann Karl August Musäus in cui è presente la matrigna. Risulta allora difficile, anzi impossibile, avere certezze, perché i riscontri più antichi potrebbero a loro volta essere forme derivate. Madre o matrigna, si tratta pur sempre di un essere che tenta di privare un altro di qualche cosa. Ci soccorre la filologia.

Matrigna si dice in tedesco Stiefmutter, dove stief, prima parte del termine composto ed ora non più in uso da solo, deriva dal medio-alto-tedesco bistiufen, che vuol dire appunto derubare, rapinare. Le varianti della fiaba sono molte altre. In alcune Biancaneve non approda dai nani, ma in mezzo a briganti ed assassini; in altre i nani sono orchi che mangiano i bambini ma all’arrivo di Biancaneve iniziano a proteggerla. C’è addirittura una versione nella quale i briganti si convertono ed entrano in convento.

Per Lüthi quindi la fiaba di Biancaneve tratterebbe il problema della identità del singolo, il problema della perversione ed infine, poiché tutto sembra volgersi nel suo contrario, la trasformazione del male nel bene. Le fiabe non cessano di interrogarsi sull’identità dei loro eroi, siano essi animali o figli di re, cenerentole o spose regali, esseri sciocchi o dalla intelligenza superiore. La madre si muta in matrigna, lo specchio spia la bellezza dell’altra, la mela diviene mezzo di morte, la cintura con i suoi lacci e il pettine, fatti per adornare, conseguono scopi letali, e le calzature, che dovrebbero proteggerli, bruciano i piedi. Ogni realtà è pervertita, ma fino ad un certo punto. Infatti la matrigna vuole la morte di Biancaneve, ma sortirà l’esatto contrario e la fanciulla diverrà sposa e regina, mentre la strega finirà con l’annientarsi. Solo perché scacciata e avvelenata Biancaneve troverà il principe a lei destinato. Grazie al fatto che i servi portando la bara inciampano, Biancaneve espelle la mela inghiottita e ritorna a vivere. In una versione albanese una servetta vuole rubare un anello a Biancaneve e togliendoglielo la sveglia.  Questa fiaba non solo racconta che l’invidia è una delle più potenti sorgenti del male, ma anche che attraverso la sofferenza causata dall’infrazione l’essere umano lentamente matura. La figura di Biancaneve acquista il suo splendore e diviene immagine dell’anima umana, che cresce nel mondo, ne conosce la durezza, ma anche la gioia e per gradi sale verso la dignità del regno.

 

L’interpretazione psicologica di Sibylle Birkhäuser-Oeri.

Birkhäuser-Oeri tenta un paragone tra lo snodarsi dell’evento fiabesco e i processi dell’inconscio. Una regina, che dopo poco morirà, desidera una figlia bianca come la neve, rossa come il sangue e bruna come l’ebano. Il suo desidero si compie. Ci troviamo di fronte al rinnovamento di qualche cosa di femminile che potrebbe essere l’immagine dell’anima nell’uomo o il modello della vita femminile per la donna. La regina muore e con lei qualche cosa di vecchio, che può essere nell’area del sentimento, o in qualunque altro ambito, e scompare lasciando il posto al nuovo, a Biancaneve, la quale sarà caratterizzata dal numero tre: dai tre colori, bianco, rosso e nero e dalle tre gocce di sangue. Tre sono le figure femminili nella fiaba: la madre di Biancaneve, Biancaneve stessa e la matrigna. Non pare casuale un rimando alle triadi di divinità dell’antichità classica; si pensi a Demetra, Kore ed Ecate, Demetra come dea madre, Kore la figlia ed Ecate, divinità lunare e notturna, presente al ratto di Kore. Anche le dee del destino formano spesso delle triadi, come ad esempio le Moire.

La madre di Biancaneve rappresenta lo stato in cui si è ancora uno con se stessi, senza contrasti e dunque senza dissidi. Da questa oscura incoscienza sorge come una luce Biancaneve che, bianca come l’innocenza, rappresenta il sentimento nella sua originaria purezza, non ancora frammisto a intenzioni egoistiche. Il bianco è il colore degli spiriti dell’ultraterreno, dell’aldilà. Ma Biancaneve è anche nera come l’ebano e rossa come il sangue. Il nero, scrive Birkhäuser- Oeri, indica oscurità, male, il rosso del sangue significa calore, vita, emozione. Questi aspetti si rivelano in lei dall’esterno, nella passionalità della matrigna che non sopporta che Biancaneve sia più bella di lei. Il carattere della matrigna, vanitoso, geloso ed egoista è il contrario di quello di Biancaneve. La lotta tra il bene e il male ha inizio. Il conflitto tra Biancaneve e la regina cattiva potrebbe quindi essere interpretato come la collusione fra due posizioni nettamente contrastanti nella psiche femminile. La gelosia, personificata nella matrigna, è la negazione dell’amore e finirà col distruggere la regina, così come chi non diviene cosciente del proprio egoismo non può maturare e svilupparsi. La fiaba di Biancaneve, secondo Birkhäuser-Oeri, sarebbe l’illustrazione dello sviluppo dei sentimenti, attraverso il quale l’essere umano diviene dolorosamente cosciente delle sue interne contraddizioni.

La regina ha uno specchio che le dice sempre la verità, una sorta di intelligenza superiore. Uno specchio serve a scandagliare se stessi e a ricavarne autoconoscenza. La regina ne abusa per avere informazioni sugli altri e lo mette al servizio della propria gelosia. Ciò significa che il lato buio della donna, l’"anima dell’uomo", che di per sé è una dote positiva, utilizza qui il dono dell’intuizione per scopi negativi. Il modo in cui lo specchio continua implacabile a dire la verità avrebbe qualcosa di demoniaco. In una variante della fiaba infatti lo specchio è sostituito da uno spirito cattivo. Quando apprende che Biancaneve è più bella di lei, la regina cerca di farla uccidere dal cacciatore, che per mestiere è a stretto contatto con gli animali, i quali a loro volta simboleggiano gli istinti umani. Il cacciatore che si lascia impietosire si può interpretare come quel sano istinto che salva l’essere umano dall’assalto del male. Nel linguaggio psicanalitico il cacciatore personifica il cosiddetto "animus", espressione con la quale si suole definire il lato maschile della donna. Il cacciatore porta alla regina il fegato i polmoni di un animale al posto di quelli di Biancaneve e lei li divora soddisfatta, rivelandosi figura di madre che annienta, anziché far progredire amorevolmente, i suoi piccoli, e rappresenta coloro che distruggono la Biancaneve che hanno in sé.

Biancaneve fugge al di là dei sette monti. Questa fuga rappresenta lo sviluppo personale che ciascuno raggiunge per gradi attraverso il conflitto interiore, passando dalla valle alla vetta e prendendo distacco da sé e dalle proprie passioni. Dopo questo raggiungimento Biancaneve trova protezione presso i nani. Nella mitologia i nani sono esseri operosi, posseggono conoscenze misteriose e saggezza; scavano tesori dal cuore delle montagne, ossia, metaforicamente, valori nascosti nel profondo di ciascuno. Sono minuscoli e personificano le possibilità dell’anima, piccole ma molto efficaci. Nella fiaba sono positivi. Sette piccole luci, tanti piccoli pensieri che soccorrono colui che vuole vincere i propri conflitti. Per poter restare presso di loro Biancaneve deve servirli operosamente, ossia mettersi al servizio della propria spiritualità creatrice. Il mondo dei nani è piccolo, quindi relativo nello spazio, mentre la figura di Biancaneve appartiene ad un’altra dimensione nel tempo, poiché la sua morte non sarà reale. Sembra rappresentare la parte sovratemporale dell’anima. La regina tenta tre volte di uccidere Biancaneve: con i lacci della cintura le toglie il respiro, con il pettine i pensieri inconsci e la fantasia, simboleggiati dai capelli, e con la mela avvelenata interviene nella sfera dei sentimenti. Il veleno è un’arma usata più dalla donna, perché è l’arma del più debole. L’uomo attacca in genere apertamente, solo la sua "anima" è talvolta velenosa. La mela è il simbolo mitologico dell’amore e nel paradiso terrestre lo è della conoscenza morale. Porgendo a Biancaneve la parte rossa avvelenata la regina usa l’eros come simbolo distruttivo e come strumento dell’io privo dell’aspetto divino.

Tornando a casa i nani trovano Biancaneve morta, e la terza volta non c’è davvero più niente da fare. Per tre giorni la piangono insieme agli animali del bosco, fra i quali una civetta, un corvo e una colomba. Al momento di seppellirla nella terra nera s’avvedono che Biancaneve rimane intatta, allora le fabbricano una bara di cristallo e vi scrivono sopra che contiene una figlia di re, ossia un essere che solo apparentemente soggiace alla morte ed è destinato, grazie al suo valore sovrapersonale a raggiungere la regalità, a uscire dal caos e dal disordine incontro all’amore vero.

La morte di Biancaneve descrive un evento solo in apparenza contraddittorio. Da un lato una grande sventura, dall’altro la condizione per sorgere a nuova vita. Simbolicamente la morte non significa mai uno stato definitivo, bensì una situazione provvisoria che prelude ad una trasformazione. Si pensi ai misteri della morte e della rinascita nella mitologia e nella storia delle religioni, come ad esempio la morte di Attis e di Osiride e il ritorno di Kore nel mito di Demetra. Anche l’essere umano vero deve talvolta passare attraverso una morte simbolica per progredire. In questa fiaba è il principio originario dell’eros che passa per lo stato della morte. È la morte che toglie l’uomo dall’isolamento nel quale si trova durante la sua esistenza corporea nel tempo e nello spazio. La morte è il ritorno alla madre, l’entrata nel grande Amore, la cessazione della solitudine. C’è quindi una morte che non può essere evitata, che è simbolica e trasforma la fanciulla ingenua nella sposa regale. In linguaggio psicologico si può dire che il sentimento, che prima era vero ed innocente per ingenuità, si è sviluppato ed è giunto a maturazione. Biancaneve viene solo apparentemente toccata dal veleno e dalla morte e poiché non si decompone raffigura quel quid eterno che è dell’uomo. La bara di cristallo è un involucro freddo ed invisibile che impedisce la partecipazione attiva alla vita, simbolo anch’esso del principio materno che dà la morte (nell’antico Egitto l’interno del sarcofago veniva dipinto come una figura materna che abbraccia il defunto).

A conclusione della fiaba il principe salva Biancaneve, ma è un caso fortuito quello che conduce alla sua liberazione; una scossa, causata da un servo che inciampa in uno sterpo è metafora per uno shock a livello psichico che provoca l’eliminazione di ciò che non è essenziale, di ciò che è estraneo, qui il torsolo della mela, e consente il ritorno in se stessi. Secondo Birkhäuser-Oeri ciò che più colpisce nella fiaba è la passività dell’eroina, che cerca di sfuggire alla propria distruzione senza esserne in grado. Deve lasciarsi avvelenare e solo dopo potrà vivere. Le nozze simboleggiano l’unione feconda della parte femminile con la parte spirituale maschile, ossia l’unione della donna con il suo "animus", che trova naturalmente riscontro nell’unione dell’uomo con la sua "anima". Interpretando il topos al maschile il principe salvatore è il sé, l’interiore personalità dell’uomo, chiamata a reggerne l’esistenza. Sia che la si legga al femminile, sia che la si legga al maschile la fiaba rappresenta il collegamento fra comprensione spirituale e sentimento vero.

Fin qui giunge l’interpretazione di Sibylle Birkhäuser-Oeri che colpisce per la sua acutezza. Biancaneve sarebbe l’anima dell’essere umano, immagine che già avevamo trovato in Max Lüthi. Il principe è il principio spirituale. Ambedue sono degni di congiungersi solo quando conoscano e comprendano l’amore vero. A quel riconoscimento giungono coloro che, aiutati nella lotta e nel superamento dei propri limiti dalle forze delle qualità personali intrinseche, abbiano saputo sopportare, senza soccombere, l’aspro cammino che conduce alla maturità. La psicologa, autrice di questa interpretazione, osserva acutamente, ma senza spiegarla, la mancanza di volontà nel personaggio principale della fiaba. Ora illustriamo la terza delle interpretazioni annunciate, preparandoci a salire un altro scalino di intensità e di proposito.

 

L’interpretazione teosofica di Arthur Schult

Nel suo testo sulla saggezza misterica nella fiaba popolare tedesca Arthur Schult attribuisce ad ogni festività religiosa cristiana e ad ogni segno zodiacale una o più fiabe, statuendo un singolare intreccio tra religione e astrologia e incardinando la fiaba tedesca in un costrutto  esoterico. Le sei feste scelte sono: Natale con La chiave d’oro, fiaba numero duecento della collezione; Pasqua con Il ginepro (n. 47); alla Pentecoste sono attribuite La regina delle api (n. 62) e I tre linguaggi (n. 33); alla festività di San Giovanni è attribuita la fiaba Il fedele Giovanni (n. 6); a quella di S. Michele, che cade il 29 settembre, Il grifone (n. 165). Quest’ultima viene abbinata anche al segno della Bilancia, con il quale Schult apre il suo particolare Zodiaco, che non parte come di consueto dall’Ariete, bensì dal suo opposto polare, la Bilancia appunto, e termina in Vergine anziché in Pesci. La fiaba di Biancaneve è assegnata all’Ascensione. Schult sceglie La chiave d’oro per il Natale come simbolo del valore esoterico delle fiabe in sé e per l’evidente significato iniziatico che essa contiene. È un fiaba di poche righe nella quale un ragazzino povero esce in inverno per raccogliere della legna. Mentre sgombera il terreno dalla neve alta trova una piccola chiave d’oro. Allora scava in terra e trova una cassettina di ferro. Pensando che contenga cose preziose spera di poterla aprire con la piccola chiave d’oro. Solo dopo aver a lungo ispezionato la cassettina trova un foro minuscolo, nel quale la chiave funziona benissimo; la gira nella serratura, e adesso noi dobbiamo aspettare che abbia aperto del tutto il coperchio per sapere che cose meravigliose esso celi.

Non potrebbe esserci rimando più chiaro al valore misterico delle fiabe. La saggezza si trova anche in un rozzo contenitore, ma si può acquisirne conoscenza solo dopo lunga attesa, preziosa ricerca e adeguata preparazione.

I colori bianco, rosso e nero con i quali Biancaneve fa il suo esordio, dice Arthur Schult, erano i colori del ciclo delle tre stagioni nell’età della pietra. In molte antiche culture, presso i popoli germanici, presso gli Ebrei e gli Egiziani l’anno aveva tre stagioni. I luoghi sumerici antichi del culto della virginale madre del dio, il tempio di Tell el Obeid vicino a Ur e l’interno del tempio di Uruk erano adorni di colonne e mosaici in bianco, rosso e nero. Particolarmente belle sono le rosette di Tell el Obeid istoriate di fiori di questi tre colori che caratterizzavano nel triplice corso dell’anno la vita, la morte e la resurrezione del dio dell’anno cosmico. La fanciulla bianca, rossa e nera può essere dunque una rappresentazione dell’essere umano completo. Il bianco della neve simboleggia lo spirito e la saggezza, il rosso l’anima e il sentimento, il nero, colore della terra, sta per il corpo e la volontà. Presso i Germani era sacra la cicogna, l’uccello bianco, rosso e nero, nel quale essi vedevano il simbolo dell’immagine originaria dello spirito. Non per nulla si dice tutt’ora che le cicogne portano i bambini.

Biancaneve, la fanciulla dai tre colori, simbolo dell’essere umano cosmico totale, nasce da una madre ultraterrena nell’atmosfera invernale della neve che cade in larghi fiocchi di cristallo che, quali forze celesti a forma d’esagono e quindi di stelle a sei punte, avvolgono la terra. Presso i popoli celtici e germanici la sacra notte, madre dell’anno, era casa natale ed insieme tomba del figlio del sole, caverna e fonte di vita. È qui che l’essere umano sperimenta la discesa nel regno delle Madri e a mezzanotte gli è concesso sollevare il velo dell’originaria madre del tutto. La madre terra nel solstizio d’inverno partorisce nella notte oscura il luminoso figlio del sole. Procopio ne La guerra Gotica racconta che presso i popoli scandinavi il solstizio d’inverno era la festa più alta per gli abitanti di Tule. La regina buona, anima materna collegata al divino, muore e al suo posto subentra la matrigna che simboleggia la materia, ossia ciò che nell’essere umano è strettamene aderente al mondo concreto, la natura umana materiale che inizia la contesa con lo spirito. Lo specchio conduce la regina cattiva non solo alla conoscenza di sé, ma anche alla conoscenza del mondo; simboleggia quindi la ratio, la mente concreta, la conoscenza terrena che, dopo il paradiso terrestre, ha perduto la luce del divino ed è divenuta cieca al suo splendore. Un altro simbolo della mente concreta è il cacciatore presso il quale le forze della conoscenza uccidono le forze della vita, come egli uccide gli animali. Sia lo specchio, sia il cacciatore sono in potere della regina cattiva. Ma da Biancaneve emanano amore, innocenza, purezza e luminosità tali, che il cacciatore non riesce ad ucciderla. Biancaneve è più forte di lui e supera il potere mortale della fredda ragione. Né le forze mentali, simboleggiate nel cacciatore, né le forze emotive del mondo sensitivo, raffigurate negli animali, possono nulla contro Biancaneve, che rimane pura in anima e spirito.

Poi Biancaneve fugge e trova rifugio nella casetta dei sette nani, al di là dei sette monti. Per giungere nel regno dei nani, i quali altro non sono che spiriti elementari della terra, come le fate, le silfidi e gli elfi lo sono dell’aria, le ondine dell’acqua e le salamandre lo sono del fuoco, Biancaneve ha superato la soglia ed è giunta in un altro mondo, in un’altra dimensione. In questo viaggio verso l’interiorità dell’essere i sette monti sono il crinale che separa il mondo degli istinti da quello delle forze vitali. Se è difficile dominare l’ira e l’invidia, la gioia e il dolore ed altre emozioni, sulle forze della vita l’uomo ha ancora minore potere e non si può avvicinare a loro alla coscienza del giorno. Gli animali che Biancaneve incontra sono l’espressione delle forze passionali in parte cattive e non decantate, mentre il mondo degli spiriti elementari è descritto qui come un regno puro ed innocente nel quale l’essere umano viene accolto solo quando, dopo aver purificato i propri istinti, tende alla conquista della purezza dell’anima. La matrigna, che può entrare nel regno degli elementali, o forze elementari, solo sotto mentite spoglie, tenta di operare in modo distruttivo in quel mondo con i mezzi della magia nera.

Il solitario e silenzioso mondo dei nani viene descritto minuziosamente in forza del numero sette. Entrando in casa i nani pongono ognuno una domanda che contiene un riferimento a ciascuno dei corrispondenti sette pianeti. La seggiolina è il simbolo di Saturno, il piatto, la ciotola stanno per la Luna; il pane veniva fatto rotondo ad indicare il Sole;  il verde è il colore di Venere; la forchetta è il simbolo di Giove; coltello, così come spada e pugnale appartengono a Marte: la coppa è il simbolo di Mercurio. I nani aiutano Biancaneve. Essi sono spiriti nei quali la capacità di conoscenza passa attraverso la testa sproporzionata, senza mediazione intellettuale; in qualità di forze elementari, essi sono attivi, durante il giorno, alle radici delle piante e nel cuore della terra sono a contatto con i cristalli e i metalli. Di notte invece escono dal loro elemento, così come le forze spirituali dell’uomo, attive di giorno nella mente, si staccano nel tempo notturno dai legami della corporeità. La matrigna ha come unico intento quello di imporsi e di dominare. I suoi tentativi di annientamento nei confronti di Biancaneve si rivolgono al sentimento utilizzando la cintura, che toglie il respiro, al pensiero avvelenando col pettine la coscienza, alla volontà con la mela che toglie la vita. I nani riescono a sventare solo i primi due. Il terzo è al di là del loro potere. Ma Biancaneve, pur avendo mangiato la mela avvelenata, simbolo della morte spirituale nell’Eden e del potere umano, rimane la fanciulla bianca, rossa e nera. Le forze della decomposizione non contaminano il figlio del sole e della luce che permane vittorioso in ogni contesa degradante e distruttrice. E gli animali giungono e piangono: la civetta, l’uccello di Atena, vede nella notte, ed è simbolo della conoscenza superiore, il corvo, l’uccello di Wotan, indica quanto di più oscuro lega l’uomo alla terra, la colomba, simbolo dello spirito, è espressione della forza dell’amore dell’anima purificata. I tre uccelli sono anche rappresentativi delle tre religioni: la greca, la germanica, la cristiana. Tutti gli animali poi indicano la partecipazione della natura alla morte di Biancaneve

Alla fine compare il figlio di re. Vede la fanciulla nei suoi tre colori e in lui s’accende l’amore; poiché i nani non venderanno mai la bara di cristallo, egli chiede ed ottiene che essa gli venga donata. Il figlio di re rappresenta la forza più potente nell’uomo e nel cosmo, l’Amore, il cui inno risuona nel Cantico dei cantici e che, per Dionigi l’Aeropagita, è il nome più consono alla divinità originaria. Nel figlio di re si manifesta la forza divina superumana e trascendente che sconfigge la morte. Le nozze sono la festa della sacra comunanza di coloro che si amano, immagine, simbolo e promessa delle nozze eterne fra l’essere superiore spirituale e l’umanità. La matrigna giunge alle nozze, spinta dalla curiosità; riconosce Biancaneve e la paura e il terrore la paralizzano. Potrebbe fuggire, nessuno la costringe dall’esterno; è lei a compiere in una macabra danza rovente di invidia e gelosia la sua morte di fuoco. Per Arthur Schult Biancaneve diviene parabola trasparente che esplicita il mistero del viaggio che l’essere umano spirituale compie per raggiungere la perfezione.

Le tre interpretazioni proposte si muovono su tre piani diversi, ma contengono un’immagine in comune; appena accennata dallo storico, scandagliata dalla psicologa e usata con disinvolta ovvietà dal teosofo: Biancaneve rappresenterebbe l’anima umana in cammino dalle tenebre verso la luce, dal dolore verso la gioia, dalla disperazione verso la serenità. Trasmetterebbe quindi un messaggio che fortifica la psiche e la rassicura, aiutandola ad uscire dalle panie dell’angoscia verso la certezza della definitiva realizzazione del Sé. Nel compiere questo viaggio quotidianamente vissuto con lenta e buia fatica dall’essere umano alla ricerca di sé, l’anima incontra ostacoli di ogni genere, subisce sconfitte, si rialza, dispera, giunge all’orlo del precipizio, quasi muore, poi si riscuote, riconosce la durezza ma anche la positività della lotta necessaria, si rinfranca, comprende che non può lasciarsi sopraffare dalle forze negative e che deve combattere e vincere. In fondo al cammino irto di spine e di dolore c’è l’unione spirituale, c’è l’autorealizzazione.

È possibile anche definire Biancaneve fiaba di Alchimia. In essa sono reperibili alcuni capisaldi dell’arte dei filosofi ermetici, che è opera di trasmutazione, la quale si attua tramite le fasi attraverso le quali passa la materia per trasformarsi da piombo in oro. Esse sono un massimo di dodici. A volte se ne contano sette, una per pianeta, ma la consuetudine le riduce a quattro. Esse vengono denominate: nigredo, albedo, citrinitas o viriditas e rubedo. Biancaneve, oltre a rappresentare la materia stessa che deve passare attraverso le operazioni di trasmutazione, porta in sé tre dei colori dell’opera: il nero della prima fase, il bianco della seconda e il rosso della quarta. A ciascuna fase presiede un pianeta col metallo corrispondente: al nero corrispondono Saturno col piombo, al bianco la Luna con l’argento, al rosso il Sole con l’oro. Al colore della terza fase, la più perigliosa, o fase al giallo/verde, anche chiamata coda del pavone presiede Venere col rame. A fornire all’opera alchemica di trasmutazione il colore della terza fase provvede dunque la matrigna della quale la fiaba dice esplicitamente che divenne verde e gialla d’invidia. È evidente che il ruolo della regina cattiva è essenziale nello svolgimento degli eventi e causa la trasformazione di Biancaneve da bimba indifesa in sposa regale. La fiaba infatti si conclude con nozze che coniugano i due principii, il femminile e il maschile, ora pronti per la congiunzione e ad esprimere nell’unione reciproca lo splendore dell’oro.

Ripercorrendo ancora una volta questa fiaba che ha molte ragioni, oltre a quelle proppiane, per essere definita fiaba di magia, alcuni altri particolari colpiscono la comune sensibilità. Si riassumono in cinque parole: solitudine, paura, morte, volontà, dono. Dopo essere stata abbandonata nel bosco dal cacciatore Biancaneve è completamente sola e ha tanta paura che si guarda anche dalle foglie degli alberi. La casetta dei nani è deserta quando lei vi giunge, e di giorno la fanciulla vi trascorrerà tutto il tempo in solitudine. Ciò potrebbe significare che l’anima alla ricerca di sé percorre un sentiero sottile, aspro e accidentato dove corre il rischio di perdersi e come compagna ha la paura dai mille tentacoli. Paura del futuro, dell’ignoto, della sofferenza, delle privazioni, paura della vita e paura della morte. Biancaneve viene accolta dai nani, ma anche presso di loro è sola e in quella casetta supera la paura. È nella solitudine che, per assurdo, va vinta la paura. Nella solitudine l’anima entra in contatto con se stessa e attraverso maldestri tentativi e ripetuti errori giunge a trovarsi. È nella solitudine che fiorisce l’arte, che la natura parla, che la voce interiore si fa strada, che la lampada della visione s’illumina. La morte può essere letta come sventura, come simbolo, come resurrezione, come superamento in forza dell’amore. Biancaneve giace a lungo nella bara e sembra dormire. La sua morte in effetti non esiste, è solo un lungo periodo di assenza dall’attività fisica, un passaggio da uno stato di coscienza ad un altro, più ampio e completo, nel quale diviene possibile il primo atto di libera volontà, descritto così in breve e con tale discrezione da passare inosservato. Il principe chiede a Biancaneve di seguirlo nel castello di suo padre e di divenire la sua sposa e lei acconsente e va con lui. Non c’è adesione a un credo, a un rito, ad un evento sacro se non con l’espressione della libera volontà esente da qualunque costrizione ambientale, sociale, psicologica ed emotiva. La precedente passività dell’eroina si spiega con l’inesperienza dell’anima nel conoscere la propria entità e le forze misteriose che in essa albergano. È con il lungo viaggio delle ripetute esperienze che Biancaneve conquista una maturità tale da poter esprimere liberamente l’aspetto della volontà insito in lei e sbarrato prima d’allora alla coscienza. È attraverso l’amore che l’anima acquisisce l’ulteriore capacità di esprimersi. Vi è un ultimo particolare, eclatante nella sua semplicità simbolica. Il principe chiede ai nani la bara e offre in compenso tutto ciò che essi possano volere. Ma essi non sono disposti a cederla neppure per tutto l’oro del mondo. Allora il principe chiede che gliela regalino. E così accade. L’amore non si compera, perché non è in vendita. Lo si può solo dare e ricevere gratuitamente in dono. Non c’è conoscenza, non c’è coscienza, non c’è avanzamento nel cammino verso la luce senza il dono, senza la dimenticanza del proprio personale egoismo, senza la libera scelta della rinuncia, senza lo spontaneo non esigibile moto del cuore che dà senza chiedere e miracolosamente riceve quando ha cessato di sperare.

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Note

1- Max Lüthi,  Schneewittchen, in So leben sie noch heute, Vandenhoeck & Ruprecht, Göttingen 1969, pp. 56-69. (^ torna al testo)

2- Sibylle Birkhäuser-Oeri, Die eifersüchtige Stiefmutter in "Schneewittchen", in Die Mutter im Märchen, Bonz, Stuttgar t 1976, pp. 51-78. (^ torna al testo)

3- Ar thur Schult, Sneewittchen, in Mysterienweisheit im deutschen Volksmärchen, Turm-Verlag, Bietigheim/Wür tt.1980, pp. 31-37. (^ torna al testo)

4- Jakob e Wilhelm Grimm, Fiabe, Einaudi, Torino 1951, pp. 185 -191. (^ torna al testo)

 

 

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