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Educazione Esoterica: Conoscere gli stati di crisi
Argomento:Alchimia del Fuoco

Alchimia del FuocoDurante la lunga traversata della vita, ci troviamo a dover affrontare diversi stati di crisi. Le più dolorose sono quelle del “male di vivere” e della “fatica di esistere”.
Il saggio affronta l’evoluzione della crescita interiore attraverso il fenomeno chiamato «stato di crisi».
Partendo dalla prospettiva cosmogonica che si riflette nella dimensione uomo, vengono messi in luce i meccanismi coscienziali di accettazione o di rifiuto a cambiare se stessi. Suggerendo come decidere consapevolmente del proprio destino.

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Conoscere gli stati di crisi

di Athos A. Altomonte

© copyright by Esonet.it


Durante la lunga traversata della vita, ci troviamo a dover affrontare diversi stati di crisi. Le più dolorose sono quelle del "male di vivere" e della "fatica di esistere".

Il saggio affronta l'evoluzione della crescita interiore attraverso il fenomeno chiamato «stato di crisi».

Partendo dalla prospettiva cosmogonica che si riflette nella dimensione uomo, vengono messi in luce i meccanismi coscienziali di accettazione o di rifiuto a cambiare se stessi. Suggerendo come decidere consapevolmente del proprio destino.

 

È necessario distinguere per comprendere. Ed applicare questo postulato diventa un dovere imprescindibile quando si avanza nella progressione iniziatica.

Gli esoteristi sanno distinguere e riconoscere tra immanente e trascendente, perché, vengono educati a riconoscere ciò che comunemente non viene recepito. Dei fini osservatori, dunque. E studiosi di principi non alla portata della ragione fisica.

Gli esempi di questa capacità di "vedere" sono infiniti. Come infinite sono le idee con cui è possibile entrare in contatto. Con l'ausilio della coscienza superiore che illumina la ragione fisica, fino a renderla una mente illuminata.

Tra i temi trattati dall'esoterismo, quello che riguarda lo svolgersi degli «stati di crisi» è forse quello che più dimostra la fondatezza del postulato «come in alto è in basso».

Ecco, a seguire, un breve saggio.

 

Antiche cosmogonie che sono a fondamento della tradizione ermetica, usarono il termine di "Gran Rituale" per indicare i ritmi dell'evoluzione nei suoi diversi aspetti (sottili) ed apparenze (materiali).

Una sorta di calendario evolutivo, al cui apice troviamo il Gran Rituale cosmico che contiene e muove ogni Gran Rituale sottostante.

Tra i più vicini riconosciamo il Gran Rituale sistemico (simboleggiato dal luminare a Sette bracci chiamato Menorah e da quello a nove bracci detto Cannukkà) ed il Grande Rituale planetario. Che, per quanto riguarda il pianeta di cui siamo parte, contiene il Gran Libro di Natura (v. articolo).

Dunque, i Gran Rituali sono "contenitori simbolici" che illustrano l'aspetto operativo del moto evolutivo. In altre parole, sono i calendari che seguono la ciclicità, il cadenzamento e la ritmicità degli eventi che manifestano il progresso cosmico.

 

Detto per inciso, quello che accomuna l'aspetto occulto del "suono" all'evoluzione del creato, vuoi nell'aspetto sottile che in quello naturale, è un sistema basato su cicli, cadenze e ritmi. Inoltre, la combinazione più esoterica è quella che accomuna il suono al "calendario" del proprio destino. Infatti, se nell'armonica sonora è il mutamento dato dall'intervallo d'ottava (la nota silenziosa), in ambito karmico il mutamento è dato dallo stato crisi (il silenzio della vita).

 

Ma tralasciando l'aspetto più sottile del nostro tema ci riavviciniamo all'habitat umano con i cicli, cadenze e ritmi che ne segnano l'esistenza ed il destino.

È scritto che: "dai segni che danno possiamo trarre i nostri auspici…".

Per l'iniziato questo significa la capacità d'intravedere in anticipo i segni del destino, o karma, che incombe. A cui non è possibile sottrarsi. Ma sui quali possiamo "indirizzarci armonicamente", così da armonizzare le cause passate con il destino che via via andiamo costruendo. Creando opportunità di dare o di ricevere. Perché, come ogni fenomeno che appare consegue a cause precedenti, così ogni decisione presa e compiuta muove eventi e crea opportunità, aprendo "finestre del dare" o "finestre del ricevere".

L'iniziato sa distinguere se ciò che insorge è un movimento di vita, a cui non è bene opporsi, ma che bisogna lasciar scorrere verso il suo naturale traguardo. Evitando di resistergli, o peggio di forzarlo verso ciò che, egoisticamente, potrebbe sembrare importante.

Ed è quello che ricorda l'aforisma, "come non ci si pone limitazioni nel prendere, non ci si deve nemmeno porre limitazioni nel dare".

 

Seguire i cicli del progresso interiore comporta disattendere molti propositi personali (estraneità del senso personale). Ciò costa fatica, per questo le "finestre" si chiudono e si riaprono ritmicamente. Dandoci il modo di ricaricarci fisicamente e di ristrutturarci interiormente (v. il passo rituale: "... andare dal lavoro alla ri-creazione e dalla ri-creazione di nuovo al lavoro").

 

Ai non-introdotti ai misteri non è facile avvertire i segni del destino. Se non nella loro ultima forma, che si presentano sotto forma di crisi. A cui non ci si può sottrarre se non superandola. E questo è possibile solo trasformando (trasmutazione) la tensione del Dolore in tensione di Potenza e Volontà.

Un "atto" a cui solo pochi sono preparati. E che inizia con un lavoro paziente. Riconoscendo se stessi (Conosci Te Stesso) dalla confusione di "fili colorati" di desideri, passioni e tensioni emotive che appannano la vista interiore (v. visione cardiaca). Insomma, il cammino interiore ha inizio facendo chiarezza in sé stessi, distinguendo il vero dall'effimero.

Ecco l'utilità dell'Istruttore che guida il viandante sulla Montagna dell'iniziazione. Egli rende agevole il disconoscimento (dis-integrazione) della parte fisico-animale (essenza profana), riconoscendo quella più nobile e sottile della coscienza iniziatica.

 

Cos'è una crisi

La crisi è il "risultato visibile" di un trasferimento di coscienza che, da un punto arretrato (il passato) tende a trasformarsi in punto avanzato (il futuro). Interessando un aspetto che possiamo definire di "logoramento", che altera lo status quo antecedente (il passato). La crisi è l'ultimo segnale di una catena di cambiamenti che giungono ad esteriorizzarsi nella coscienza fisica.

Una crisi forzata, perché, di norma, non si è adusi ad accettare le trasformazioni che noi stessi provochiamo, e ci si pone in difesa dello status quo.

Questa resistenza "al nuovo che avanza" è la massima fonte di conflitti interni. E se c'è una parte che resiste, c'è un'altra che spinge e questo, prima o poi si converte in frattura o crisi interiore.

 

Come rispondere alla crisi

Spesso una crisi è piuttosto uno specchio dove non ci si riconosce. E questo disconoscimento crea conflitto. Ci si può non riconoscere per come eravamo o per come stiamo diventando, oppure, non ci si riconosce nel modello a cui si vuole o s'immagina di assomigliare.

Il riconoscimento o il disconoscimento viene attribuito a come pensiamo di essere, o a come vorremmo o non vorremmo diventare. Calcolando un modello ideale (ragionevole) o solo idealizzato (sognato).

Altri, poi, possono soffrire perché si sentono inadeguati a confronto di un modello ideale, irrealizzabile, perché troppo elevato, avanzato o sottile.

Comunque, a parte i distinguo sull'essenza del modello che si vuole (voglio diventare questo) o si vorrebbe interpretare (mi piacerebbe diventare quello), l'aspetto determinante è come ci si pone davanti al cambiamento che monta. D'innanzi alla trasformazione che procede dall'interno di noi stessi.

Reagendo negativamente (rifiuto, paura), nella speranza che il mutamento non avvenga. Ma avviene sempre. O reagendo positivamente (accettazione, fiducia) collaborando al "parto": alla nascita del nuovo se stesso. La prima presa di posizione è causa di dolori irrisolvibili, di sensi di colpa e senso di disistima parossistica.

Anche la seconda è fonte di dolore. Ma del dolore della "nascita", che si conclude nel sollievo del nuovo riconoscersi migliori.

 

Il canto alla Vita

La fatica di esistere è, dunque, l'impegno di crescere dentro. Che seppure fonte di dolore, è pure causa di gioia e gratitudine ad una "vita" prodiga di nuove occasioni. Significa, allora, offrirsi alla vita, armonicamente, e suonare interiormente con essa.

 

Il canto della morte

Il dolore di vivere, invece, è il negarsi alla crescita interiore. Fonte non solo di disarmonia con se stessi e con gli altri, che si percepiscono come avversari da abbattere, ma di discordanza con la vita stessa. Significa, allora, rifiutarsi alla vita senza possibilità di essere portati dalla sua onda e, quindi, cantare alla morte che incombe a distruggere i rivestimenti di ciò che non è stato trasformato.

 

Cosa decidere

Il bivio dell'esistenza è quello di decidere se offrirsi alla fatica di esistere ignorando il dolore di vivere. Oppure scappare nel dolore di vivere per sfuggire alla fatica di esistere.

Una illusione in cui molti si perdono è quella di rifiutare di trasformarsi credendo di restare se stessi. Così, perdono la parte migliore di se stessi e della propria vita.  

 

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