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Ermetismo: Pitagora ed il suo tempo
Argomento:L'Opera al Rosso

L'Opera al Rosso1. Pitagora e il suo tempo – 2.1. L'Ermetismo pitagorico - 2.2. L'Arte di Vivere - 3. Le influenze Pitagoriche - 4. Oggi

Le città ioniche hanno disposto, sin dall'VIII secolo (750) di un alfabeto nato a Mileto, ben adattato alla lingua “greca” per leggere e scrivere. Questo alfabeto, nato dal fenicio dopo diversi brancolamenti, è già ampiamente diffuso nel VI secolo. Come per le città ioniche, sono governate da oligarchie coperte da tiranni abbastanza liberali. Sono potute nascere, grazie a questo alfabeto, scuole d'insegnamento “laiche” (al di fuori dei templi). La tentazione sarà grande per i Maestri di scuola di scrivere libri per scambiare le loro idee e diffondere il loro sapere. Con il vocabolario povero in “astratto” di cui dispongono, le parole non avranno sempre lo stesso senso. Questi Maestri erano chiamati Saggi (Sophoï), prima che Pitagora, per modestia, si dichiarasse “Amico della Saggezza”, in quanto la Saggezza come la Verità , sono divine.

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Pitagora ed il suo tempo

di Gemile Lefrançois
traduzione di Rino Follien

prodotto per Esonet.it


Sommario: 1. Pitagora e il suo tempo2.1. L'Ermetismo pitagorico - 2.2. L'Arte di Vivere - 3. Le influenze Pitagoriche - 4. Oggi

 

1. Pitagora e il suo tempo

1.1 - Il mondo antico mediterraneo

La navigazione, armata per il commercio o i raid militari, ha svolto un ruolo importante nel Mediterraneo, sin da terzo millennio. Sembra che Troia sia stata fondata prima del 2500 da audaci marinai, venuti dal Basso Danubio, parlanti un “greco proto-ionico” che si è esteso in Anatolia e nell'Egeo. Ma altri marinai del Mediterraneo Centrale e popolazioni scese attraverso l'Illiria nella Grecia Continentale parlavano una lingua veicolare analoga, un “proto-greco” dorico (?), forse di origine “Atlantidea”.

Nel II millennio, la Bassa Valle del Nilo è in contatto con questi “Popoli del Mare” chiamati Haou-Nebout (parlanti il greco) che sono talora amici come alleati mercenari, tal'altra nemici come pirati, talvolta in appoggio a raid venuti dall'Ovest attraverso la Libia o anche dall'Est. Si possono citare i seguenti esempi di alleanze del Basso Egitto con forze « greche ».

È con mercenari Haou-Nebout che il Tebano Ahmosis 1°, fondatore della 18° dinastia, verso il 1590, conquista il Delta (Avaris) battendo il re (faraone) hyksos Apophis, di cui il Giuseppe biblico fu forse ministro. Ahmosis concludeva così la lotta intrapresa da suo padre, Kamosis, con l'aiuto di mercenari libici. Un testo indica Ahmosis, il Liberatore, esortante i suoi soggetti ad acclamare la sua sposa, la “Signora degli Haou-Nebout”.

Questa 18° dinastia termina con l'usurpatore Horemheb, un generale salito al potere dopo un periodo di disordini. Alla morte d'Horemheb (1315), i disordini riprendono fino al 1310, quando un capo di mercenari del Mediterraneo Centrale e della Libia, un “Larthe” etrusco-Zèthos 1° (Seti 1°), fonda la 19° dinastia (quella dei Ramsete). Dopo molteplici disordini dinastici, ed un lungo dominio assiro, un principe vassallo dell'Assiria, Psammetico, fonda la 26° dinastia, detta Saîta (650), facendo largo appello a mercenari della Ionia e della Caria (opliti detti “Uomini di Bronzo”) per assumere il potere.

Questo faraone crea persino un “corpo” d'interpreti di Greco. In seguito ad una fallita guerra, in Libia, contro la colonia greca di Cirene, il faraone Apriès è detronizzato dal suo generale vinto, Amasis, che regnerà per 42 anni (568-526), con il concorso di mercenari e di marinai ionici. Alleato di Polycrate di Samos, la cui flotta è molto potente, Amasis concede a dei Greci, nel 565, la “colonia” di Naucratis accessibile dal mare e resiste alla spinta persiana di Ciro. In queste epoche, gli scambi culturali e religiosi non sono mancati tra il Mediterraneo «greco» e l'Egitto, anche se i “nobili” ed il sacerdozio egiziani “disprezzano” i marinai ed i commercianti “greci” per il loro modo di vivere “impuro” (Erodoto). Apollo è assimilato ad Osiride, Artemide ad Iside. Atena è onorata con un tempio nel Delta.

 

1.2 - Il tempo di Pitagora

La filosofia greca è nata e si è sviluppata nei territori ionici d'Anatolia e del Dodecanneso, prima di emigrare, sotto la pressione dei soprusi dell'imperialismo Persiano, verso le Cicladi, la Grecia continentale (Atene) e la Magna Grecia (Italia del Sud e Sicilia). Dopo la lunga (10 anni) guerra di Troia (verso il 1300) che ha indebolito le città Egee e l'Anatolia, si trovano, verso il 1200, tracce di importanti devastazioni attribuite, in parte, a migrazioni e raid di “Popoli del Mare” ed anche a catastrofi naturali (terremoti e tsunami), notevoli eruzioni e crolli in mare del vulcano di Thera-Santorino. Per tre o quattro secoli queste regioni sembrano archeologicamente vuote, come prive di Storia. Ma nell'VIII e VII secolo le città d'Anatolia, supposte ricostituite da disparate popolazioni ed impoverite, sono diventate abbastanza ricche in uomini per fondare numerose “colonie” sul Mar Nero e nel Mediterraneo Centrale da cui erano, in parte, nate.

Occorre rilevare che le città ioniche hanno disposto, sin dall'VIII secolo (750) di un alfabeto nato a Mileto, ben adattato alla lingua “greca” per leggere e scrivere. Questo alfabeto, nato dal fenicio dopo diversi brancolamenti, è già ampiamente diffuso nel VI secolo. Come per le città ioniche, sono governate da oligarchie coperte da tiranni abbastanza liberali. Sono potute nascere, grazie a questo alfabeto, scuole d'insegnamento “laiche” (al di fuori dei templi). La tentazione sarà grande per i Maestri di scuola di scrivere libri per scambiare le loro idee e diffondere il loro sapere. Con il vocabolario povero in “astratto” di cui dispongono, le parole non avranno sempre lo stesso senso. Questi Maestri erano chiamati Saggi (Sophoï), prima che Pitagora, per modestia, si dichiarasse “Amico della Saggezza”, in quanto la Saggezza come la Verità , sono divine.

 

1.3 - La filosofia ionica

I filosofi più significativi del tempo di Pitagora sono, come lui, ionici. Sono:

Talete (625-535), fenicio di Tiro emigrato a Mileto. Saggio leggendario di origine telide, discendente d'Agenore. Ha frequentato il Sacerdozio Egiziano ed avrebbe detto dell'Apollo di Didimo (Caria) che era il “protettore” del popolo del Nilo. (Apollo non è una parola di origine greca). In Talete, che non ha lasciato opere didattiche, ma massime ed aforismi, appare già Arché, nel senso di Potere dell'Uno, esercitato dallo Spirito (Nous).

Anassimandro di Mileto (610-546) – Allievo di Talete molto rinomato. Per lui nell'Apeiron (l'Indeterminato) che contiene Tutto, l'Arché è il principio unico divino, ineffabile, che fa regnare l'Armonia e la Giustizia con la sua Intelligenza (Nous).

Anassimene di Mileto (580-529) – Allievo di Anassimandro ed amico di Pitagora – Per lui l'Apeiron è chiamato Etere, spazio (infinito) dei “respiri”.

Xenofane di Colophon (576-484) – Rapsodo, allievo di Anassimandro emigrato in Sicilia – Per lui Dio non è per nulla antropomorfo – Disapprova i sacrifici sanguinosi – Parla dell'Essere (nel senso di Noûs) prima di Parmenide.

Eraclito d'Efeso (540-480) – della discendenza di Adroclide, fondatore di Efeso e maestri ereditari del Tempio della Città – Deluso dalla sua Città, si dimette dalla carica sacerdotale per finire i suoi giorni molto modestamente. Ha conosciuto Anassimene e Pitagora – Ha scritto un libro depositato nel Tempio di Artemide – Per lui, “ La Legge Unica e Divina” del Logos, detto anche l'Uno - (al neutro) o anche con la Cosa Saggia , anima e regge ogni Natura, in perpetuo rinnovamento.

Anassagora di Clazomene (498-428) – Allievo di Anassimene e pitagorico discreto – Emigrato ad Atene – Protetto da Pericle – È stato il maestro di Socrate e di Euripide – Insiste sull'Intelligenza (Noûs) o Spirito, che regge ed anima ogni spiritualità.

Tutti questi filosofi condividono, in comune con Pitagora, come vedremo, la credenza nella non-mortalità dello Spirito dell'uomo (per quanto ce ne sia) e, di conseguenza, nel Dio UNO (eterno) e nel Mondo degli Spiriti divini (non mortali).

 

1.4 - La Vita di Pitagora e la sua opera

Pitagora è nato verso il 580, (o 590) nell'isola di Samo. Suo padre, di lontana origine fenicia (Tiro), passando per Vile di Lemnos, è un agiato gioielliere. Il bambino, molto dotato, è affidato ai migliori precettori del tempo, tra cui Pherecide di Syros, iniziato all'Orfismo, Anassimandro di Mileto, sapiente “matematico”, ed anche Talete di Mileto che fu colpito dall'eccellenza dei suoi doni. Ebbe in seguito maestri fenici (Tiro, Sidone). Poi, dietro raccomandazione di Policrate (tiranno di Samo) presso il faraone del Basso-Egitto Amasis, Pitagora seguirà la formazione scientifica ed iniziatica dei collegi sacerdotali di Heliopolis (e forse di Memphis).

Infine Pitagora incontrò dei “maghi” Caldei (in Fenicia?) e fu ospite di Templi Greci, in particolare il Tempio di Apollo a Delo, prima di riguadagnare, dopo un'assenza di oltre 25 anni, la sua isola di Samo, dove la tirannia di Policrate si era indurita. Tentò, senza successo, di aprirvi una Scuola, prima di emigrare circa all'età di 40 anni, nel 540 (532 secondo certe fonti), in Magna Grecia (Italia del Sud). Vi creò, a Crotone, una Scuola “laica” di Saggezza diventata rapidamente famosa, il cui reclutamento, l'organizzazione e l'insegnamento sembrano ricalcati su quelli dei grandi Templi egizi.

Si sa che questi Templi reclutavano, con massima cura giovani dotati intellettualmente e fisicamente per istruirli e formarli al fine di mantenere la loro autorità nelle tecniche, nelle arti, nella medicina e, naturalmente, nelle pratiche sacerdotali, in particolare la divinazione. L'Ordine Pitagorico di Crotone, aristocratico nel senso greco della parola, avrà un'esistenza pubblica di breve durata perché non sarà supportato dai movimenti “democratici” che hanno agitato a quell'epoca le città della Magna Grecia e della Sicilia. Pitagora muore verso il 500, probabilmente ritirato a Metaponto. Dopo la morte di Pitagora l'Ordine ed i Cerchi pitagorici della Magna Grecia sono progressivamente indeboliti, attaccati e dispersi (450).

Ma l'Ordine era rapidamente sciamato nel Mondo Greco ed in Italia. Il suo insegnamento (segreto) si è perpetuato in cerchi chiusi, senza ricostituzione di Scuole di Saggezza, salvo forse a Roma, dove le persecuzioni contro i Pitagorici (Matematici), difensori della Repubblica e del Senato, furono numerose. Cicerone, il cui amico P. Nigidius Figulus animava una Confraternita pitagorica rinomata, poteva scrivere che a Roma “nessuno era considerato come istruito se non era Pitagorico”. Né profeta, né sacerdote, ma sapiente e taumaturgo, Pitagora non è portatore di una nuova rivelazione. È iniziato ai riti e simboli dei Misteri che velano gli insegnamenti dei grandi Templi dove, ad un alto livello iniziatico, è percepita la stessa metafisica e sono coronate le stesse virtù. Disponiamo di parecchie biografie di Pitagora tra cui quelle di Diogene Laerzio, di Giamblico e di Porfirio. Per quanto tardivi questi autori sono preziosi in quanto riprendono le fonti antiche, oggi scomparse.

Pitagora ha scritto poco. Gli si attribuiscono dei Discorsi Sacri “Hieroï Logoï”, di cui si ritrovano, qua e là, dei frammenti. Il poema i “Versi aurei”, di 71 (o 73) versi attribuiti a Lisia, rifugiato a Tebe presso Epaminonda, pare costituito, per più di 2/3, da estratti autentici dei “Discorsi Sacri”. Si conoscono parecchie traduzioni di questo poema, probabilmente restaurato nel III secolo, quelle di André Dacier, Custode dei Libri del Gabinetto del Re (Luigi XIV), di Fabre d'Olivet (1767-1825) e di Mario Meunier (1925). Disponiamo anche di lunghi Commentari dei “Versi Aurei” da parte di Hierocles (V secolo) e degli Esami dettagliati da parte di Fabre d'Olivet. Gli “Esami” di Fabre d'Olivet sono interessanti per la sua grande cultura e la sua acuta sensibilità all'Ermetismo pitagorico. Abbiamo 2 traduzioni dei Commentari di Hierocles, quella di André Dacier (verso il 1700) e quella di Mario Meunier. Hierocles ha conosciuto bene il neo-pitagorismo alessandrino. Egli pensa che i Versi Aurei siano un riassunto autentico dell'insegnamento pitagorico per “l'esterno”, la pratica delle virtù, e per “l'interiore” la conoscenza di sé e, così, quella del divino. Oltre ai “Discorsi Sacri” si attribuiscono a Pitagora numerosi aforismi (acousmata). Un'analisi dei Versi Aurei e degli Aforismi esce dal quadro di questo lavoro.

Ritorniamo per un momento sulla Scuola di Saggezza di Crotone. Questa accoglieva degli auditori liberi, graditi, e l'Ordine Pitagorico propriamente detto è formato da:

Neofiti sottoposti ad un'istruzione preparatoria.

Scienziati (Mathematikoï o Physikoï), riceventi un'istruzione profana.

Venerabili (Sebastikoï), iniziati alle arti “sacre” ed alla metafisica.

Il loro segno emblematico è il pentalfa.

Certi Scienziati e Venerabili, i politikoï, sono formati ai problemi politici ed economici. Sotto il segno emblematico della Bilancia essi possono partecipare al governo delle città, a proprio nome. Tutti i membri dell'Ordine sono tenuti al segreto, cioè che non possono rivelare né l'origine, né le circostanze d'acquisizione delle informazioni che sono loro pervenute dall'Ordine, pur potendone usare a titolo personale.

La Saggezza pitagorica, il cui emblema è una Y (maiuscola), comporta una branca metafisica, la destra ed una branca pratica, la sinistra, che viene consigliato di mantenere di eguale importanza. La parte metafisica è l'Ermetismo, in rapporto col Sacro o col Divino. La parte pratica è l'Arte di Vivere, in rapporto con la Natura.

 

2.1. L'Ermetismo pitagorico

Sull'immortalità dello Spirito (Noûs) l'Ermetismo antico distingue:

il mondo manifestato, la Natura (Physis) dove ogni cosa nasce, vive e muore, in perenne rinnovamento;

il mondo non manifestato, non-mortale, il Divino o Mondo degli Spiriti.

La base di questa metafisica è la credenza fondamentale che una parte dell'uomo, chiamata suo Spirito (Noûs), per quanto ne possieda al momento della sua morte fisica, non è mortale.

Questa credenza, molto antica, si è incorporata dapprima in un culto degli antenati (familiari o tribali). L'esistenza, presso certi uomini, di capacità innate o di reminiscenze inesplicabili, come di altri fatti strani, confortano questa credenza. Se lo Spirito (Noûs) dell'uomo è non-mortale, pur proviene da qualche parte, chiamata Mondo Divino, dove ritornerà, qui o là, modificato oppure no dopo la morte del corpo.

 

2.1.1 - Sul Dio Uno e la Creazione

La causa del Mondo divino e della Natura (vivente) è attribuita ad un Principio Unico, il Dio Uno (o Theos), Padre di Tutto al quale è spesso associato un Figlio, Demiurgo, rappresentante la volontà creatrice del Dio Uno, suo Logos. L'insieme Dio-Logos è al di fuori dello spazio e del tempo (fisico), quindi inconoscibile ed eterno, ineffabile. Governa la Natura secondo leggi immutabili. Queste leggi assicurano il Bene e l'Armonia nella Natura, dove la creazione è continua, secondo ritmi – “generazione-vita-morte”, senza fine. La questione dell'origine e della fine dei Mondi, in altre parole dell'origine e della fine dei Tempi non ha senso poiché la verità e la Vita che governano la Natura sono inesplicabili. La tesi di un big-bang originale, come la prospettiva di una spiritualizzazione globale della Natura che ritorna al Nulla originale, non interessano l'Ermetismo. Sarebbe meno insensato congetturare sull'asteroide che, un giorno, distruggerà brutalmente la nostra terra, fenomeno minuscolo su scala astronomica e conforme alle leggi della Natura. Il Mondo Divino emanato dal Dio-Logos è presentato, allegoricamente, come costituito da divinità a tre livelli:

dalle divinità immortali occupanti le sfere celesti secondo il loro rango;

dagli eroi (glorificati) o santi, non-mortali;

dai daïmons, angeli custodi o geni, non-mortali.

La ragione umana non ha accesso alla conoscenza delle strutture e delle leggi del Mondo Divino. È tuttavia dato all'uomo, che ha potuto acquisire coscienza del proprio Spirito, un accesso al mondo divino attraverso la via (iniziatica) che lo collega al suo daïmon (il suo angelo custode nel linguaggio cristiano). L'insieme “Dio Uno-Logos-Mondo Divino-Natura” costituisce la Tetrade Sacra pitagorica, la Tetractys Sacra.

 

2.1.2 - Sull'uomo

L'uomo ha una triplice natura, corpo (Soma) anima (Psiche) e Spirito (Noûs). Egli può quindi vivere una triplice esistenza, animale (istintiva), animica (cosciente) e spirituale (intelligente, in senso greco). Queste 3 esistenze sono in qualche sorta integrate in una “unità volitiva” per costituire il famoso quaternario umano, la Tetractys umana. Il corpo è mortale, l'anima anche, ma essa non svanisce totalmente sin dalla morte del corpo, mentre lo Spirito, separato dal corpo, raggiunge il Mondo Divino. L'Iniziato Virgilio scrive che dopo la morte il corpo va alla terra, i manes circonvolano, lo Spirito si allontana verso i Cieli.

Ma niente è così semplice. Il corpo fisico, accessibile direttamente ai nostri sensi (sensazioni) è completato dal corpo eterico, non visibile, salvo eccezioni. L'aura umana, che può essere vista da certe persone, è comunemente percepita da degli animali, come i cani. L'anima, la cui parte bassa condivide col corpo la vita istintiva ( La Gana ), è, nella sua parte mediana, la sede delle passioni, dei sentimenti e del giudizio. Nella sua parte alta è connessa allo Spirito con la coscienza morale e la ragione (Logos). Lo Spirito è la fonte delle ispirazioni, della sagacità e dell'Intelligenza (parte alta dell'inconscio nel linguaggio di K.G. Jung). Ad un livello elevato di virtù e di spiritualità, una parte dell'anima alta è supposta poter accompagnare lo Spirito nel Mondo Divino e produrre in caso di “rinascita” un riaffiorare di ricordi di vita anteriore (anamnesia).

 

2.1.3 - Sul Mondo Divino

Il principio dell'unità assoluta di Dio, o del Dio-Logos, ineffabile, riconduce al solo Mondo Divino le rivelazioni religiose e le teologie. Secondo l'Ermetismo possono apparire sulla terra degli esseri dotati di capacità psichiche e spirituali fuori dal comune (sopranaturali), taumaturghi, profeti, teurghi. Se essi lasciano, dopo la loro morte corporea, un campo d'energia spirituale benefica sufficiente per riunire dei fedeli attorno alla loro memoria, sono considerati come degli avatar (incarnazione) d'un Essere Divino, classificato dio, eroe o daïmon. Una Divinità è così nata nella memoria degli uomini dopo un'incarnazione sopranaturale.

Andare oltre è lasciare l'Ermetismo per una gnosi. Notare che nella teologia cristiana la Causa di Tutto, Dio-Logos, Padre e Figlio, forma, con la parte alta del Mondo Divino, chiamata Spirito Santo, la Triade delle 3 Ipostasi, la Trinità , sulla quale le Chiese Cristiane si sono divise, per ragioni umane, fino ad affermare talora la consustanzialità delle 3 Ipostasi, cosa che si richiama ad una teologia del Dio Uno, tal'altra una certa “gerarchia trinitaria” dove lo Spirito Santo rappresenta le Energie Divine a cui l'uomo può sperare di accedere, al suo livello di iniziazione spirituale.

La Chiesa cattolica romana è del 1° tipo. La Chiesa detta Johannita, che si ricongiunge al Prologo del Vangelo di San Giovanni, è del 2° tipo, più vicina all'Ermetismo. I Cristiani ortodossi dicono, con Basilio: “Il Padre si rivela attraverso il Figlio nello Spirito (Santo)”. Come abbiamo detto, l'uomo è “ad immagine di Dio”, o piuttosto divino, solo nella misura in cui possiede lo Spirito (Noûs).

La trasmigrazione degli Spiriti (metempsicosi o palingenesi) è una visione allegorica di una spirale di purificazioni spirituali, dopo la quale lo Spirito può sfuggire ai cicli di rinascite (non necessariamente sul nostro globo) per diventare daïmon, eroe e perfino dio, non-mortale o immortale. Questa visione, comune ai bramani, caldei, egiziani, pitagorici e celti (druidi) è stata ripresa dalla chiesa cristiana primitiva impregnata d'Essenismo, in particolare da Origene. La trasmigrazione è stata condannata, contemporaneamente alla pre-esistenza degli Spiriti, quando l'esoterismo cristiano ha cessato di essere tollerato, salvo il Johannismo.

 

2.1.4 - Sul bene ed il male

L'Ermetismo ignora la dualità Bene-Male ed evita questo ostacolo affermando:

la Potenza della Volontà, centrata sull'anima, dà all'uomo il suo libero arbitrio di fronte alla Necessità del destino che non è ineluttabile.

L'uomo, come tutta la Natura , è sottomesso alla Provvidenza divina che dispensa il Bene.

La fonte dei mali (del corpo, come dell'anima) è nelle vicissitudini inevitabili della vita, alle quali il Saggio sfugge meglio dell'insensato in quanto egli può, prima di agire, conoscere le conseguenze (necessarie) dei suoi atti.

Questa “metafisica” non può essere accettata, senza l'appoggio di una rivelazione religiosa, che da un uomo virtuoso avente delle conoscenze sufficienti. Questo “aristocratico”, stupito osservando la Natura e la Vita , la cui profonda comprensione gli sfugge, sa che la Vita della Creazione (minerale, vegetale, animale) è un miracolo permanente di una Provvidenza che identifica al Bene. L'idea che la Vita non sarebbe che la conseguenza naturale di azzardate scintille (di vita) è pura follia.

 

2.1.5 - Sull'Armonia ed il Numero

L'Armonia regna ovunque nell'Universo che, a causa di questo, è designato come Cosmo. Il Cosmo è retto, naturalmente, dalla proporzione geometrica (Analogia), dall'opposizione all'uguaglianza aritmetica. Nel Gorgia, Socrate, dopo aver ricordato a Calliaco che a dire dei saggi (pitagorici) “il cielo, la terra, le divinità e gli uomini sono raggruppati in una comunità fatta di amicizia, di moderazione e di Giustizia”, curiosamente lo prega di osservare che “la proporzione geometrica ha una grande potenza presso gli dei e gli uomini”. L'uguaglianza (aritmetica) tra gli uomini porta al disordine e all'ingiustizia. È “ingiusto trattare egualmente degli ineguali”. Vi è “simmetria” (Symetria) là dove esistono delle proporzioni armoniche tra gli elementi di un insieme. Vi è “sinfonia” (Synphonia) là dove gli intervalli sono in proporzioni armoniche (in musica, in geometria, in architettura,….). I Pitagorici attribuiscono un grande valore alla musica “solare” (gamma naturale e lira a 7 corde), rigettando la musica “lunare” (flauto dionisiaco). L'Armonizzazione è anche la riduzione del diverso grazie ad una medietà (dualità unità): accordo tra A e B attraverso la medietà di C come A/C = C/B – Proporzione aurea tra A e B quando A/B = (A+B)/A.

 

2.1.6 - Il Numero, Arithmos

Allo stesso modo che tutti i numeri aritmetici procedono da uno, tutte le cose e tutti gli Esseri che procedono dalla Monade (Dio-Logos) sono designati, per analogia, sotto il termine velato nascosto di Numero. Il Numero (con la N maiuscola), vicino all'idea platonica, ha valore di “codice genetico” del Reale. È difficile dire di più al riguardo senza “ingarbugliare il Senso col discorso”. Al di fuori dei sentieri della Saggezza arithmos è stato applicato:

a coppie simboliche come: Pari-dispari, compiuto-incompiuto, stesso-altro, fuoco-acqua, bianco-rosso, destra-sinistra, ecc…;

ad una aritmologia prolissa dei primi numeri;

all'aritmetica, già sviluppata nel VI secolo in Egitto e presso gli Ioni.

 

2.2. L'Arte di Vivere

2.2.1 – Le Religioni

L'Ermetismo, stricto sensu, riduce il “Sacro” ad una relazione diretta ed “arida” tra l'individuo e la frontiera del Mondo Divino. Non c'è dunque affatto religione pitagorica propriamente detta, anche se Pitagora era vicino all'Orfismo, un pensiero religioso rifiutante i sacrifici cruenti e senza templi, impregnato di poesia e di musica, una distensione per lo Spirito. Ebbene, nell'antichità, le città sono poste sotto la protezione di divinità (dei o dee) emblematiche, onorate in Templi da un Sacerdozio che pratica, tra l'altro, la Divinazione.

I poteri politici e religiosi sono ben distinti, ma partecipano insieme a liturgie, ai misteri e a sacrifici. Il Tempio principale della Città è obbligatoriamente interrogato dai poteri politici per sapere se la Divinità è favorevole o sfavorevole ad un progetto. I capi militari sono perfino accompagnati da “indovini”. Non partecipare alla vita religiosa locale fa rischiare l'accusa di crimine spesso punito d'ostracismo o di morte poiché indisponendo la divinità, può portare nocumento alla sicurezza della città, sempre in pericolo da raid nemici, da battaglie perse, da venti sfavorevoli o da tempeste. Pitagora consiglia di sacrificare, con prudenza e con fraternità, agli dei locali, offrendo di preferenza prodotti naturali ed opere d'arte. La partecipazione ai Misteri è raccomandata nella misura del possibile.

La credenza alle protezioni divine, in particolare alle divinazioni, non sembra molto profonda, a giudicare dai sarcasmi del teatro ateniese, con la libertà concessa ai poeti. Ma la Divinità protettrice rimane, come un “palladium”, un “Vessillo”, l'emblema dell'unione amichevole (philia) dei cittadini di fronte al pericolo. In quanto alla divinazione, essa ha, quantomeno, le virtù di essere un'assicurazione dei poteri (politici e militari) contro i rischi ed un freno contro le decisioni troppo affrettate. Nell'Elena di Euripide, il soldato (Socrate?) si beffa degli indovini davanti a Menelao e termina la sua tirata: “Il vero indovino è un giudizio retto e di coraggio”.

 

2.2.2 – L'esame di coscienza

Il mezzo naturale d'accesso alla “Conoscenza di sé” è l'esame di coscienza obiettivo che, secondo i Versi Aurei, dev'essere praticato il mattino al risveglio e la sera prima del sonno. Non si tratta di meditare ma di passare in rivista le proprie attività con lucidità, cogli stessi occhi di quando si considerano gli altri, come in uno specchio. Lo scopo da raggiungere è di essere pienamente se stesso rimanendo moderato (prudente e temperante) pur coltivando l'Amicizia e praticando la Giustizia.

Il pitagorico, di espressione stoica, Marco Aurelio, nei suoi “Propositi per me stesso” ha cura di “non far altro che il suo Principio Direttore, (Hegemon o daïmon) possa disapprovare” e “prega affinché il suo daïmon rimanga retto”. Questo riporta, sul piano spirituale, ad una ricerca esoterica del Senso, via praticabile senza rischio di “sbussolamento” soltanto con un “aristocratico” (in senso greco), colto e virtuoso. Come chiaramente ha detto Plotino la “qualità del daïmon è variabile a seconda della condotta della vita”. L'esame di coscienza obiettivo è il principale mezzo di progresso spirituale, consigliato dall'Ermetismo pitagorico.

 

2.2.3 – Sull'Amore e l'Amicizia

L'Amore Sacro

Per un Saggio, la coscienza che Dio porti un amore (Agapé, Philia) alle creature è insensato. È sufficiente che le sue leggi immutabili siano buone.

L'Amore Sacro o Venerazione, sale dall'uomo verso Dio-Logos in comunione con le armonie della Provvidenza. Questa Venerazione si esprime in Inni. L'Inno a Dio del pitagorico Proclo è stato a lungo attribuito a San Gregorio Nazianzeo. Gli Inni rivolti alle divinità sono delle preghiere.

Un Saggio può essere agnostico, deista o religioso.

L'agnostico è sensibile all'evidenza del carattere “miracoloso” permanente della Vita ma si accontenta della sua relazione iniziatica “amichevole” col suo daïmon. Pochi uomini possono vivere fruttuosamente questa quasi-solitudine spirituale. Molti vanno alla sordità dell'ateismo o si perdono in idolatrie.

Il deista si accontenta di contemplare la Natura e di gioirne. Estendendo l'Amore Sacro verso il basso, fino a quelle goccioline di rugiada, risplendenti dei colori dello spettro del sole del mattino – magro bottino.

Il religioso partecipa alle liturgie e al culto (del suo ambiente) che rompono la sua solitudine spirituale senza incatenarsi ai dogmi.

L'amore profano, carnale, è naturale, quindi legittimo, fintanto che favorisce la salute e la gioia di vivere. Nell'amore profano animico, multiforme, i pitagorici scartano le passioni (malattie dell'anima) e danno grande interesse ad una “fonte benefica che (da sola) rompe l'isolamento del saggio sulla terra”.

 

2.2.4 – La Legge Naturale

Come non c'è che una fisica, non c'è che una metafisica che si può chiamare Teologia (con la T maiuscola) e di cui c'è poco da dire. Il rinomato filosofo Boezio (482-524), un pitagorico (tanto celebre che fu beatificato sulla fede di testi apocrifi), diceva: “Certamente non c'è che un solo Dio; ma possono esistere numerose divinità, per partecipazione”, con le loro proprie teologie. È più difficile, ma ragionevole, ammettere che la natura umana è unica e quindi che una Legge Naturale è adeguata per l'uomo. L'Arte di Vivere pitagorica non fa accezione di persona, ma preconizza, per il bene comune, il regno dell'uguaglianza geometrica: per ciascuno, diritti e doveri “secondo le proprie capacità reali; non secondo i propri meriti la cui misura è troppo soggettiva”.

 

3. Le influenze Pitagoriche

Cosa ci resta di Pitagora? Ci vorrebbe un'intera opera per preparare un quadro dei pitagorici conosciuti, più o meno dichiarati, da 25 secoli. Ma alcuni nomi saranno sufficienti per giungere ad una conclusione.

 

3.1 - Su Socrate ed Euripide

All'epoca di Socrate (469-399), sarebbe stato pericoloso ad Atene, e quasi ovunque nel mondo mediterraneo, riferirsi apertamente all'insegnamento pitagorico, tenuto in sonno o nascosto. Così, in Platone (428-349), quando Socrate evoca i “saggi” bisogna intendere “i pitagorici”. Platone afferma chiaramente, in una lettera a Dionigi di Siracusa, che non ha mai scritto nulla sulla dottrina “segreta”, riservata “alle persone colte”, e che ha soltanto riferito al riguardo alcuni argomenti trattati da Socrate. L'opera di Platone era ancora molto celebre per la sua qualità letteraria nel XVI secolo; ma il vero filosofo greco di cui si dissertava era Pitagora; ci si chiedeva, con insistenza se, sì o no egli “avesse conosciuto bene il Padre, il Figlio e lo Spirito (Santo)”.

Si sa che Socrate ha collaborato strettamente col teatro tragico del suo amico Euripide dove l'Ermetismo è talvolta svelato come in questo estratto “Ciò che è nato dalla carne ritorna alla terra, ma ciò che è germogliato da un seme etereo ritorna verso la volta celeste”. Scritto verso il 425, questo è vicino a Giovanni III – 6.7. Con logica Socrate non parlava del Dio-Logos, ineffabile, ma soltanto dell'Arte di Vivere, non senza ricordare, qua e là, la non-mortalità dello Spirito. Il Maestro d'eloquenza rinomato, Isocrate di Atene, osa scrivere, con malizia, dopo la morte di Socrate: “Ammiriamo di più, oggi, un pitagorico quando tace che gli altri, anche i più eloquenti, quando parlano”. La Saggezza pitagorica ha una vocazione universale e Socrate oserà dichiararsi “Cittadino del Mondo”, pur essendo un vigoroso “oplita” ateniese, temibile in combattimento. I pitagorici di espressione stoica moderata, sono molto vicini a Socrate. San Giustino (100-165), pitagorico cristiano ha detto che avrebbe volentieri canonizzato Socrate.

 

3.2 - Su Ammonio Sacca, Origene, Plotino

Ammonio Sacca, l'“Alfiere Libico” (o l'“alfiere di Ammon”), viveva ad Alessandria nella prima metà del III secolo, contemporaneo di Clemente d'Alessandria. Non ha lasciato opere scritte.

Pitagorico e “Maestro delle discipline filosofiche”, molto colto, probabilmente taumaturgo e teurgo, il suo insegnamento segreto è riservato ad un piccolo numero di allievi. Nella sua Storia Filosofica del Genere Umano, Fabre d'Olivet qualifica Ammonio con “teosofo al quale il Cristianesimo deve i suoi riti sacri e le sue forme”. Due suoi allievi, Origene (cristiano) e Plotino (pitagorico) hanno lasciato importanti opere.

Origene (185-253), nel suo Trattato dei Principi, si sforza di ridurre le divergenze e stabilire delle convergenze tra l'Ermetismo ed i testi biblici interpretati spesso come delle allegorie. Egli afferma chiaramente la preesistenza e la non-mortalità dello Spirito, nonché la “reincarnazione”, che saranno rigettate dalle chiese cristiane quando l'esoterismo cristiano, necessariamente riservato ad una “aristocrazia” spirituale, sarà escluso “per ragioni umane”.

Plotino (205-270), nato in una famiglia patrizia di Alessandria, molto dotato e moderato, si è dedicato tardivamente alla filosofia ed ha seguito per 11 anni, dai 28 ai 39 anni, gli insegnamenti di Ammonio. Diventato maestro di una scuola celebre a Roma, probabilmente dopo la morte di Ammonio, ha lasciato un'opera abbondante, le Enneadi, dove sono raccolti, spesso scritti, o riscritti, dal suo assistente Porfirio (o dagli allievi), i suoi insegnamenti per una ventina d'anni. Questa opera, non dogmatica, disparata e ridondante, è soprattutto ricca di commenti, a giornata, “nello spirito di Ammonio”, su testi greci, per lo più di Platone o di commentatori delle sue opere. Plotino resiste alle tendenze gnostiche e teurgiche. Né Origene, né Plotino hanno svelato espressamente le lezioni di Ammonio, conformemente alla regola pitagorica del Segreto. Ma, dato l'orientamento ben diverso delle loro opere, si può congetturare che ciò che è loro comune, è proprio “nello spirito di Ammonio”, quindi pitagorico.

 

3.3 - Il Prologo del Vangelo di San Giovanni ed il Johannismo

Il Prologo del Vangelo di San Giovanni, scritto in greco (ellenistico) ad Efeso, nel I secolo, ha molto interessato e scombussolato. Si è tradotto Arché con “Inizio” o “Principio”, e Logos con “Parola” o “Verbo”, per compiacere o non scioccare mentre il vocabolario della filosofia ionica invita ad una traduzione più chiara. Arché, per Talete ed Anassimandro è un Potere non limitato, per non dire assoluto [come AL (arconte, monarchia, ecc…). Logos greco] equivale all'UNO per Eraclito. È il Creatore che anima e regge tutta la Natura. Il versetto 5, tenuto conto delle analogie ed equivalenze tra le coppie di contrari Vita-Morte, Luce-Tenebre, Spirito-corpo (carne), può leggersi come un'affermazione della non-mortalità dello Spirito (Luce), che anima il corpo senza seguirlo nella morte. Questa trascrizione in chiaro non cambia il senso dei primi versetti del Prologo. Seguiti dalla testimonianza di Giovanni Battista (l'Esseno) di cui esistevano dei discepoli ad Efeso (Atti 19). Ma il nostro modo di leggere ben raccorda il nascente cristianesimo alla metafisica ionica (pitagorica).

 

3.4 - Sant'Ireneo (130-208)

Nato a Smirne ed allievo di Policarpo che aveva ricevuto un insegnamento diretto da San Giovanni ad Efeso, Sant'Ireneo riferisce, nella sua opera “La pseudo-gnosi smascherata”, ciò che aveva visto e conosciuto delle Chiese cristiane primitive dell'Asia Minore. Secondo Ireneo, Dio, attraverso la sua mano che è Logos, ha creato l'uomo destinato a partecipare all'immortalità ed incorruttibilità divine. L'incarnazione è la prova di questa volontà. Il Logos, creando continuamente, rivela l'eternità di Dio. La realtà divina comporta 3 Ipostasi “gerarchizzate”, Padre, Figlio, Spirito Santo. Questo è conforme al Vangelo di San Giovanni dove il Figlio, Cristo incarnato, che agisce attraverso e per il Padre, annuncia che dopo il suo ritorno alla destra del Padre, i credenti riceveranno luce e protezione dallo Spirito di Verità (Paracleto o Spirito Santo). L'analogia con l'Ermetismo è completa se lo Spirito Santo (Energie Divine) è assimilato alla parte alta del Mondo Divino.

Sant'Ireneo è Johannita. Egli non è Padre della Chiesa perché la sua posizione è stata considerata da Roma come una innocente, ma reale, fonte di eresie. La posizione di Ario, sacerdote ascetico di Alessandria, è analoga. Ma è stata deformata diventando l'Arianesimo.

 

3.5 - La Cavalleria del Tempio

L'ascesi ed i pericoli costringono ad essere chiaro e diretto. Il Figlio, avendo riguadagnato la destra del Padre, è diventato ineffabile, come Dio-Logos. Rimane lo Spirito Santo (Paracleto), designato anche dalla Sophia (Santa Sophia di Bisanzio) alla quale può integrarsi la Santa Vergine. Il Tempio associa sempre nei suoi riti e nelle sue preghiere, “Dio e Nostra Signora”, senza nominare lo Spirito Santo, né la Santa Vergine. È chiaro che la Cavalleria del Tempio è Johannita.

 

3.6 - Il neologismo “Vorsokratiker”

La filosofia tedesca, da Leibniz a Heidegger, ha alzato una diga contro la diffusione della Saggezza pitagorica forgiando il neologismo “vorsokratiker” per separare Ionici (e Pitagora), dal linguaggio sobrio, ed Ateniesi prolissi, Platone, Aristotele, ed altri… Questa separazione riporta alla disputa del Nominalismo e del Realismo. Mescolando Sacro e profano, il Nominalismo tedesco si ciba di lunghe formulazioni ingegnose, attorno a concetti come: l'Essere, il Tempo, lo Spazio, l'Esistenza, la Chose , la Sostanza , ecc… All'opposto il Realista pitagorico, maestro della sua arte, può “pensare in potenza d'agire”. Come Pascal, egli non definisce alcuno dei concetti “generali” come essere, spazio, ecc… “perché questi termini designano così naturalmente le cose che significano, a quelli che capiscono la lingua, che il chiarimento che se ne vorrebbe fare apporterebbe più oscurità che istruzione”. Come aveva detto Plotino a proposito del celebre Longino di Tiro, i nostri Tedeschi si comportano più da “filologi che da filosofi”.

 

4. Oggi

Nelle sue encicliche, “Veritatis Splendor” e quella recente, “Fede e Ragione”, il Papa Giovanni-Paolo II, senza dimenticare la sua responsabilità di capo della Chiesa romana, è molto vicino alla Saggezza pitagorica. Questo mi fa ricordare una celebre opera del giudice rabbinico Baya Ibn Paqûda, scritta in arabo, verso l'anno 1000, in Spagna. L'autore vi distingue nettamente i doveri “esteriori”, di cui è Giudice, e i doveri “interiori”, quelli dello Spirito, di cui ciascuno è giudice per se stesso, praticando l'esame di coscienza. All'epoca di Baya un libro non circolava che tra la gente “colta”. Il suo libro non ha fatto scandalo. Ma cosa ne avverrebbe oggi? Si può, si deve, oggi, davanti ai media, parlare di Ermetismo (metafisica) e di Legge Naturale (Arte di Vivere)? Là dove il “comune dei mortali” che ha bisogno di “sacralizzare” i momenti importanti della vita (morte compresa), si trova privato di partecipazione ai ritmi e ai riti della “buona religione” della sua Tradizione. Tutto avviene, come se mancasse alla Cristianità, erede, che lo voglia o meno, della Saggezza pitagorica, attraverso il canale dell'Ermetismo Johannitico, un Ordine Interiore, riservato ai chierici ed ai laici “colti e di buona volontà”. Se un tale Cerchio esiste, non l'ho incontrato.

 

William Blake - Ekate

 

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