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Il Bambino Nascosto: Il Bambino nascosto /7
Argomento:Psicologia

PsicologiaLe favole e i gruppi di formazione per genitori - Riflessioni sulla sperimentazione: I perché difficili

Credo sia importante ribadire ancora una volta il concetto che l'alleanza con il genitore è fondamentale per il lavoro clinico con i bambini, perché è lui che vive quotidianamente con loro, li ha a cuore come nessun altro e li può aiutare meglio se viene aiutato lui stesso a capire.

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Il Bambino nascosto /7

di Alba Marcoli

prodotto per Esonet.it


Favole per capire la psicologia nostra e dei nostri figli

 

Sommario: Le favole e i gruppi di formazione per genitori - Riflessioni sulla sperimentazione: I perché difficili

 

Capitolo settimo. Sperimentazione nei gruppi

Le favole e i gruppi di formazione per genitori

Credo sia importante ribadire ancora una volta il concetto che l'alleanza con il genitore è fondamentale per il lavoro clinico con i bambini, perché è lui che vive quotidianamente con loro, li ha a cuore come nessun altro e li può aiutare meglio se viene aiutato lui stesso a capire.

Rispetto alle consultazioni psicologiche mi sembra utile ricordare, fra le possibili infinite citazioni, ciò che la Marks Mishne riporta da Arnold:

I genitori stanno cercando di migliorare la situazione del bambino da più tempo dello specialista.

I genitori di solito hanno una qualche ragione per fare quello che fanno, per quanto sconsiderato   possa sembrare a prima vista.

Qualunque intervento per riuscire ha bisogno della loro collaborazione.

Prima di poter collaborare i genitori hanno bisogno di capire e accettare le indicazioni.

È improbabile che una qualsiasi indicazione risulti comprensibile o accettabile, se lo specialista che   la formula non capisce prima empaticamente la situazione di partenza dei genitori.

La mancata ricognizione della situazione non facile dei genitori dal loro punto di vista impedirà allo specialista di tagliare gli interventi a misura dei bisogni specifici di quella famiglia, rivelandolo come teorico dispensatore di consigli prefabbricati.” [1]

Il preconcetto che circola spesso è quello di colpevolizzare il genitore o di fare l'operazione del “mother killer”, come si dice in certi ambienti americani.

Ma tra il compiere l'operazione di colpevolizzare il genitore e quella di mettere la testa sotto la sabbia facendo finta che il problema non esista o che sia solo del bambino, c'è forse una via di mezzo praticabile, ed è quella di aiutare il genitore a capire ciò che succede nella relazione e ad affrontare con più serenità le sue stesse difficoltà psicologiche col figlio, partendo dal presupposto che anch'esse facciano parte della vita quotidiana, insieme ai limiti e alle imperfezioni inevitabili di ognuno di noi.

Non a caso, in campi molto diversi, due illustri personalità dei nostri tempi hanno recentemente proposto questo stesso tema dei limiti e delle imperfezioni inevitabili del vivere: Bettelheim nel suo “Un genitore quasi perfetto” [2] (che insiste proprio sul “quasi” per correggere l'idea di un ideale di perfezione inesistente) e Rita Levi Montalcini nel suo “Elogio dell'imperfezione”. [3]

Forse il pensare di essere onnipotenti è uno dei rischi che viviamo noi uomini del ventesimo secolo, abituati come siamo nel nostro mondo occidentale ad avere sempre più risposte dalla tecnologia, che interviene in aiuto nella maggior parte dei bisogni spiccioli quotidiani, dalla lavatrice al macinacaffè.

Ma, quando ci troviamo davanti ai normali problemi emotivi della vita, purtroppo nessuna tecnologia può intervenire ad aiutarci e siamo dunque costretti a confrontarci con la limitatezza delle nostre risorse.

L'obiettivo diventa allora quello di utilizzare al meglio i nostri stessi mezzi e questo possiamo farlo quanto più siamo liberi dall'ansia paralizzante.

Ecco perché è importante aiutare il genitore a uscire dalla spirale innescata dall'essere colpevolizzato: egli già si sente colpevole dal momento in cui si rende conto di non poter far nulla per il suo bambino che soffre nonostante il suo amore.

A questo punto il senso di colpa aumenta l'ansia che a sua volta aumenta la confusione e le difficoltà di comprensione, le quali a loro volta rinforzano il senso di colpa.

Dice la Mishne:

“L'obiettivo nel lavoro coi genitori sarebbe quello di aiutarli a vedere il collegamento fra i loro problemi personali e quelli del bambino, così da reclutarli nella ricerca dei mezzi per rimuovere gli ostacoli che ne impediscono la crescita.” [4]

Anche la Dolto insiste su questo punto:

“Quando la madre può esprimere a parole le sue angosce, il bambino ne riceve un impatto meno traumatico e, all'improvviso, si sente meglio. [...] Ma cercare di manipolare o colpevolizzare coloro che non sono nella norma significa fare più male che bene. [...] È qualcosa di terribile questa colpevolizzazione che è stata inoculata nelle coppie in nome della psicoanalisi e in realtà non si tratta d'altro che di una cattiva applicazione della psicoanalisi, di una perversione (inconscia) dell'utilizzazione conscia delle scoperte delle leggi dell'inconscio.” [5]

Forse si tratta anche di uscire dall'ottica causale che vede tutto in termini di causa-effetto, con definizioni nette: o tutto bianco o tutto nero.

Non è che l'interesse del bambino e quello del genitore stiano da parti opposte: anche il terapeuta del genitore ha in mente l'interesse di entrambi, cioè li fa “coesistere” nella sua mente e, lavorando per aiutare l'uno, tiene presente anche l'interesse dell'altro, nonostante in certi momenti ci possa essere un conflitto vero e proprio fra i due.

Là dove ad esempio un genitore aderisce totalmente a dei comportamenti che, nonostante l'affetto che li lega, fanno soffrire sia lui che il suo bambino, il compito del terapeuta è quello di cercare di aiutare a disinnescare questa adesione dannosa per entrambi, oppure semplicemente quello di aiutare a vederne l'esistenza, il che è già una presa di distanza.

È quindi non solo possibile, ma del tutto naturale che l'interesse del genitore e quello del bambino normalmente coesistano, ma questa coesistenza deve avvenire all'interno di una differenziazione e non di una simbiosi, attraverso l'elaborazione di un conflitto, che sul piano psichico significa “vita” e non “morte”.

Abituarci cioè a reggere la tensione degli opposti dentro di noi, visto che questa dialettica sembra caratterizzare il vivere; nessuno di noi è mai soltanto questo o quello, noi siamo in genere un po' questo, un po' quello e un po' qualcos'altro ancora.

«Che bello sarebbe se anche noi avessimo qualcosa come la pagliuzza che ci aiutasse!» ha detto un giorno una mamma ascoltando una favola non compresa in questa raccolta.

«Ma noi l'abbiamo!» le ha risposto un'altra. «È l'aiuto che ci viene da questo gruppo quando discutiamo insieme le cose.»

«È vero,» ha ribadito un'altra ancora «perché è come se ogni volta ci portassimo via qualcosa. E poi ci accorgiamo che in fin dei conti abbiamo tutti gli stessi problemi.»

Ecco, discutere insieme, accorgerci che ciò che spaventa perché sembra unico e troppo difficile da affrontare da soli, è invece un problema comune, di cui si può parlare senza esserne schiacciati e su cui ci si può confrontare, aiuta a trasformare dei fantasmi minacciosi in parole e a dar loro dei contorni e dei limiti.

Se io ne posso parlare con altri vuol dire che:

1- Questo problema forse non è solo mio, ma una cosa oggettiva che può esistere anche per altri.

2 - Ne posso parlare con delle “parole” a qualcuno che mi ascolta e capisce.

3 - Le parole lo rendono più concreto e limitato.

4 - L'averlo reso concreto e limitato mi aiuta a viverlo come difficile ma affrontabile, come tutte le altre cose del vivere.

Mi sembra quindi che dai gruppi di formazione venga ai genitori un aiuto veramente prezioso per quanto riguarda la prevenzione e il trattamento del disagio psicologico nei bambini.

Credo che interventi che vadano in questo senso dovrebbero essere valorizzati in tutti i progetti sull'infanzia, se vogliamo tentare di fare qualcosa di realmente costruttivo in questo senso.

Quanto alla riflessione sulla mia stessa esperienza, mi sembra interessante notare che è stato proprio il partire dal bambino, il percorso che mi ha portato a occuparmi del genitore.

È stata cioè la sofferenza psicologica che ho incontrato nei bambini che mi ha spinto a ricercarne le radici e mi ha fatto scoprire la parte infantile sofferente del genitore.

Credo che uno dei vantaggi di questo materiale derivi proprio dal fatto che sia a questa parte infantile dell'adulto che la favola riesce a parlare, come ha detto una volta un giovane padre in un gruppo.

Ecco perché io trasformerei il concetto di “mother killer” in “mother healer”.

Il problema non è quello di colpevolizzare la madre o i genitori in generale, ma di aiutarli a star meglio.

Proprio perché il bambino è figlio di “quella” madre e di “quel” padre e non di altri, si porta dentro anche le loro storie, seppur vivendole in modi diversi, anche tra fratelli, perché ognuno ha la propria storia e il proprio patrimonio genetico.

Come un bambino assorbe e impara dai genitori le cose più evidenti (a camminare, a parlare la loro lingua e non un'altra, a nutrirsi, lavarsi, vestirsi, eccetera), così è da loro che impara anche le cose meno evidenti, come l'uso dei meccanismi di difesa e le modalità relazionali...

Dietro un bambino che impara un uso di difese che a lungo andare gli si ritorcono contro, ci sono dei genitori che forse fanno inconsapevolmente la stessa cosa.

Mi sembra perciò che aiutare questi ultimi a prendersi cura della loro parte infantile sofferente in modo diverso, che non si ritorca contro di loro e i loro figli, sia uno dei terreni più fertili e gratificanti per chi opera nel campo della terapia e della prevenzione del disagio psicologico, sia nei bambini che negli adulti.

 

Riflessioni sulla sperimentazione: I perché difficili

“Il bambino: «Mamma, perché Gesù è risorto e mio nonno no?».” Fulvio, anni 5, in chiesa alla madre.

“Il poeta: «Perché dovrebbe un cane, un cavallo, un topo aver vita e tu non respirare più? Tu non tornerai mai più, mai più, mai più, mai più, mai più, mai più!»“ W. Shakespeare, “Re Lear”.

La modalità con cui ho sperimentato la versione integrale di queste e altre favole che ho scritto (in questo libro ne compare solo una scelta parziale e ridotta) sono state la lettura e la discussione in piccoli gruppi di genitori e insegnanti, soprattutto di scuola materna ed elementare.

Credo che sia fondamentale ed essenziale che chi conduce questo lavoro abbia una specifica formazione e un'esperienza nel campo della psicologia clinica.

Uno dei possibili rischi di una lettura che non abbia un taglio clinico è infatti quello di rendere apparentemente semplici e banali delle cose che in realtà sono molto complesse. Una persona che affronti questo materiale dicendo: «Io avevo già capito tutto!» potrebbe fare un'operazione difensiva di tipo razionale per evitare qualsiasi cambiamento mentale.

Al contrario, mi sembra che possa essere fecondo se cominciamo a interrogarci entrando in contatto sia col livello emotivo che con quello razionale. Mi pare infatti che il vantaggio e lo svantaggio di questo materiale derivino dal fatto che esso agisca proprio su questi due livelli attraverso la favola e la riflessione sul tema sottostante.

Lo svantaggio consiste nella constatazione che non tutti tollerano di essere messi così a contatto con entrambi i mondi. In questo caso, come ho detto, nel leggere questo libro è meglio tralasciare le parti che ci creano disagio e scegliere quelle con cui ci sentiamo più in sintonia in quel momento. Oppure lo si può chiudere semplicemente e mettere da parte se ci disturba troppo.

Il vantaggio per chi non rifiuta il contatto con questi due mondi mi sembra invece consistere in una progressiva diminuzione della rigidità mentale.

In tutti i gruppi che ho sperimentato nel corso di nove anni, è lentamente avvenuto nei partecipanti qualche cambiamento nel modo di guardare le cose.

Quasi tutti sono concordi nel dire che ora vedono dei particolari che prima non vedevano.

Una madre, ad esempio, alla fine di un anno in cui si è lavorato su otto favole ha detto: «Quello che mi sorprende è che ora io penso a mio figlio in modo differente. Mi sono resa conto che prima lo vedevo come un ragazzo diverso dagli altri, quasi anormale. Adesso lo vedo come un ragazzo normale, con i suoi problemi, ma come tutti gli altri».

Il cambiamento avvenuto nella mente della mamma significa che ora il ragazzo riceve da lei il messaggio profondo che anche lui è come tutti gli altri e non diverso. E il dato interessante è che una cosa analoga è avvenuta parallelamente nella mente dei genitori che hanno acquistato una maggiore autostima e si sono sentiti capiti e rassicurati dal gruppo.

Le riflessioni più frequenti che ho sentito fare dai partecipanti sia sulle favole che sui gruppi, nel corso degli anni sono state:

1.

La sofferenza è molto più accettabile se si sa perché si soffre, piuttosto che soffrire senza sapere.

2.

Le reazioni di una persona alla stessa storia sono diverse secondo gli stati d'animo con cui l'ascolta, questo aiuta a capire che è il nostro stato d'animo che ci fa vedere e sentire le cose in un modo oppure in un altro.

3.

Il rendersi conto che anche gli altri affrontano gli stessi problemi aiuta a sentirsi meno soli e ridimensiona le cose.

4.

La partecipazione a questi gruppi determina, poco a poco, dei piccoli cambiamenti nelle dinamiche familiari. Una madre ha notato una volta: «In questi tre anni di gruppo è cambiato moltissimo il rapporto fra mio marito (che NON partecipava al gruppo) e mia figlia. Lei ha detto che ha riscoperto suo padre all'età di vent'anni. Ma io mi sono resa conto che finalmente mi sono intromessa meno fra loro due. Prima ero sempre io a mediare, ero io al centro di tutto».

5.

Il non sentirsi al centro di tutto ciò che accade intorno e l'accettare di avere dei limiti è una cosa difficile agli inizi, ma che a lungo termine fa stare infinitamente meglio. Se accettiamo di avere dei limiti ci scarichiamo dell'ansia faticosissima di ritenerci responsabili di tutto e di tutti.

6.

Un elemento che aiuta molto i genitori nella relazione con i figli è il rendersi conto per davvero che loro sono delle persone diverse. Una mamma ha detto di essersene resa conto a più di venticinque anni dalla loro nascita.

7.

Parlare delle emozioni accomuna, anche perché di solito è difficile trovare altri ambiti in cui se   ne possa parlare liberamente e senza giudizi.

8.

Man mano che i gruppi procedono, i partecipanti si interrogano sempre di più e giudicano sempre di meno. Questo aiuta ciascuno a non sentirsi giudicato dagli altri, ma semplicemente aiutato a capire anche attraverso gli occhi di un altro e viceversa.

9.

Sembra che poco a poco migliori anche il rapporto con lo scorrere del tempo per chi prima faticava ad accettarlo. Un padre una volta ha detto: «Prima l'idea di invecchiare mi dava una tale angoscia che non ci potevo neanche pensare. L'altro giorno ho notato il mio primo capello bianco e ho scoperto con sorpresa che la cosa mi lasciava quasi indifferente!».

10.

È come se poco a poco si vedessero delle piccole cose che prima non si notavano. Si impara a osservare la realtà anche da altri punti di vista.

11.

I gruppi aiutano a riequilibrare il rapporto «fra essere e avere», ha detto un altro padre. E ha soggiunto: «Adesso so decidere quando è meglio un'ora di straordinario, oppure una con mio figlio!».

12.

Si riesce a intuire meglio che sotto l'aspetto esterno ci può essere anche un'altra realtà che da fuori non si vede.

13.

Se si guardano in faccia le cose che ci fanno paura invece di scappare, è probabile che ci diventino più affrontabili. Nel far questo ci è di aiuto l'appoggio del gruppo che sappiamo stare dalla nostra parte.

14.

Partire dall'ascoltare le emozioni che proviamo è una cosa che in genere aiuta.

15.

Nel gruppo si impara ad ascoltare. L'essere ascoltati per davvero senza sentirsi giudicati   fa star bene e aiuta ad avere più sicurezza e autostima.

16.

Se si riesce a non usare la scuola come strumento di relazione fra genitori e figli («TU vuoi che io faccia i compiti, allora IO non studio!») a volte migliora il rapporto dei ragazzi con lo studio.

17.

Il rendersi conto che il proprio figlio sta vivendo una crisi evolutiva, aiuta i genitori a sdrammatizzare le cose e a non sentirsi in colpa. Questo in genere evita che l'ansia degli uni   rinforzi quella degli altri e viceversa.

18.

Pare che un ostacolo superato serva d'aiuto all'evoluzione successiva. Nei bambini i momenti evolutivi sembrano essere preceduti da un periodo di crisi. Questo sembra succedere anche agli   adulti.

19.

L'essere ignorato appare una delle cose più difficili da tollerare per un bambino. Persino l'essere picchiato è più accettabile. Ci sono comportamenti che possono fare molto più male di uno sculaccione.

20.

Spesso i genitori vorrebbero che i figli riempissero dei vuoti delle loro stesse storie. Una   mamma un giorno ha detto:«Io, per motivi particolari, ho dovuto saltare due passaggi nella vita, l'adolescenza e la gioventù. A mia figlia voglio far capire che ci sono queste fasi della vita che io ho saltato ma che lei non deve saltare!».

21.

Il rapporto maternità - lavoro casalingo - lavoro esterno sembra essere fonte di conflitti, tanto più se la donna vive solo in funzione degli altri estraniandosi da se stessa. «Io in certi momenti non esisto, non mi sento esistere» ha detto una volta una mamma. «È come se esistessero gli altri in funzione mia.»

22.

Il rendersi conto che ciò che si è fatto era quello che in quel momento si pensava fosse     meglio, aiuta a non darsi le colpe.

23.

Più il genitore trova delle sicurezze sue e meno ha bisogno di trovarle nei figli.

24.

Anche l'accettare che i figli diventino autonomi e abbiano sempre meno bisogno di accudimento diventa più facile se non chiediamo loro di riempire i nostri vuoti. Questo di solito li rende più autonomi e sicuri.

25.

Il riflettere sui temi delle favole ha accomunato nei gruppi persone di età, scolarità, condizione sociale o professionale molto diverse tra di loro. Più le esperienze di vita sono differenti, più questo diventa fonte di arricchimento reciproco per i partecipanti e per chi conduce il gruppo.

26.

La favola, usando il linguaggio infantile, parla al bambino che ogni adulto è stato. Un giovane padre ha detto: «Ogni volta che io ascolto una di queste favole, non penso mai a mio figlio, ma a me bambino. È questo quello che mi aiuta a non far confusione fra i due». Se riconosciamo i nostri bisogni infantili non soddisfatti, forse è più facile che ce ne prendiamo cura noi stessi in altro modo invece di cercare di soddisfarli inconsapevolmente attraverso i bambini («Io non ho avuto giochi, allora mio figlio ne deve avere tantissimi!»).

27.

Una maggiore integrazione fra il nostro mondo interno e quello esterno fa star meglio noi adulti e sembra avere dei benefici effetti sui bambini.

28.

Questi gruppi aiutano ad accettare i bambini, e gli altri in generale, per quello che sono e non per quello che noi vorremmo che fossero. «Questa» ha detto una mamma «e la stessa difficoltà che abbiamo verso l'accettazione di noi stessi.»

29.

«Il conoscere meglio noi stessi, aiuta a capire di più chi ci sta vicino» ha detto un papa. Nel far questo la favola, anche quando suggerisce un possibile percorso di conoscenza, sembra essere un mezzo più accettabile di una interpretazione che è spesso giustamente vissuta come invasiva e minacciosa. [6]

30.

Alcune storie restano più impresse di altre e a volte riescono a liberare delle emozioni vecchie.

A chiusura di quest'ultima riflessione riporto la testimonianza di una mamma che è riuscita a rivivere un episodio doloroso della sua infanzia, emerso a poco a poco nel corso di tre anni di   gruppo.

Ecco il suo racconto:

Mentre ero bambina, non avevo ancora otto anni, mio padre è morto tragicamente in un incidente stradale. Quella mattina mi sono sentita svegliare da grida e pianti disperati. Ho capito che era successo qualcosa di tragico... Subito dopo mi hanno accompagnato a scuola e non ho più avuto a che fare con i miei familiari, perché, dopo la scuola, sono stata portata da una vicina. Mi hanno riaccompagnato a casa dopo il funerale. Quella sera, mentre stavo per apparecchiare la tavola, i miei familiari mi hanno chiesto per quanti lo stavo facendo. Io sapevo perfettamente che di solito mettevo cinque posti, ma ho risposto senza esitare: «Per quattro!» e nessuno mi ha contraddetto.

In quel preciso momento - ha raccontato questa ex bambina trent'anni dopo - io ho capito che le urla di quella mattina volevano dire che il mio papà era morto, ma non ho detto niente. Non ho più chiesto niente da allora e non ho versato neanche una lacrima. E così sono andata avanti facendo finta di niente, come se il mio papà non fosse morto...

Ho fatto finta di niente, ma questo grosso peso è rimasto dentro di me. Credo sia stato il lavoro di gruppo a permettermi di lasciar venire a galla questo grosso dolore represso e mai vissuto [la giovane donna partecipava a un gruppo di formazione per genitori in cui si leggevano e discutevano queste favole].

È emerso gradualmente, nel corso del tempo, attraverso i miei sogni. Ora racconto come è successo. Ho vissuto quanto mi è successo come una scoperta e non posso tenerlo solo per me. Può darsi che la mia esperienza possa servire a qualcun altro.

Primo sogno: Ho sognato una tomba. Su quella tomba c'era una foto che rappresentava due bambine che giocavano. Svegliandomi con questa immagine ho intuito che quella tomba fosse di mio padre e che quelle due bambine fossimo mia sorella e io. Ho pensato che la morte di mio padre volesse tornare a galla e ho semplicemente lasciato che ciò accadesse senza sapere dove mi portasse. Ho detto infatti ad alcune amiche: «Sto rivivendo la morte di mio padre».

Secondo sogno: Ho sognato che era morto il padre di un'amica a cui voglio molto bene e nel sogno ho pianto moltissimo e sempre nel sogno era come se avessi detto: «Che bello è stato piangere!». Svegliandomi, ho capito che avevo pianto per la morte di mio padre. In quel momento mi sono resa conto che “non avevo mai pianto” per la sua morte.

Terzo sogno: Eravamo in ufficio, io e i miei colleghi, e dalla finestra guardavamo un uccellino solo in un nido posto su di un ramo. Con noi c'erano il direttore e una signora molto distinta. L'uccellino si agitava molto nel nido e sembrava implorare aiuto e lo faceva con grinta, ma inutilmente. Per un po' di giorni ho pensato a questo sogno. Ero sicura che avesse un significato preciso e importante per me, ma non riuscivo a capire.
Quest'immagine visiva dell'uccellino nel nido continuava a scorrere davanti ai miei occhi... Finalmente un'intuizione... Quell'uccellino potevo essere io che chiedevo aiuto, il direttore poteva essere il parroco che mi aveva ospitato a pranzo e poi accompagnata dalla vicina, la donna distinta era forse la mia maestra, che quella mattina, pregando, si era coperta il volto con le mani...
Ho preso coscientemente nota e sono stata semplicemente ad aspettare... Non sapevo cos'altro avrei dovuto vivere.

Quarto sogno: Ho sognato un'amica che piangeva dicendo: «Sta morendo il papà di un mio alunno, lascia tre figli ancora piccoli». Svegliandomi ho avuto la sensazione che quello che stava morendo era mio padre. Dopo aver verbalizzato quest'intuizione ho vissuto la morte di mio padre, ho risentito nelle orecchie le grida di quella mattina e ho pianto.

Ho pianto, ho pianto forte, avrei voluto gridare, ho pianto ancora per due ore e mezzo! Sono andata al lavoro con degli occhi enormi, ma mi sentivo liberata da un grosso peso. Ho capito che avevo tenuto dentro quell'enorme dolore per non appesantire quello di mia madre. Lei soffriva troppo, io per lei dovevo far finta di niente.

Ho provato tanta tenerezza per me: che grosso peso avevo tenuto dentro per tanti anni. Ho pensato a coloro che soffrono per problemi psichici e li ho amati profondamente, avrei voluto essere psicologa per aiutare altri come io sono stata aiutata...

Il lavoro di gruppo ha incrinato pian piano la corazza, seppur non troppo spessa, che mi permetteva di non vivere le emozioni con l'intensità dovuta. Non vivevo il dolore, ma nemmeno la gioia. Ora le vivo e talvolta sono depressa, ma altre volte sono felice perché mi sento proprio bene! Tra le altre cose ho scoperto che ero una «brava bambina» che faceva tutto ciò che si doveva fare, che non dava torto quasi a nessuno, che non si permetteva di far emergere l'aggressività che aveva dentro.

Anche quest'aspetto in me si è modificato, prima nell'ambito dell'attuale nucleo familiare, poi anche all'esterno. Certamente pian piano troverò un equilibrio nuovo e se tornerò a essere una brava bambina, lo farò per scelta.” Come sempre succede, chi ha più da insegnare in questi casi è chi ha fatto l'esperienza di vita.

Credo che le difese che la bambina e la sua famiglia hanno trovato in quel momento siano state le migliori che entrambi abbiano saputo trovare, tanto più che l'ambiente affettivo in cui la bambina è cresciuta era sicuramente caldo e affettuoso. Ciò non toglie però che nella vita di questa giovane donna fosse rimasto un «carico sospeso», che imprigionava parte delle sue energie vitali, le stesse che lei ha potuto usare nuovamente quando questo peso è stato deposto.

Dice Ancona nella prefazione a “Muore il genitore di un bambino”:

“La negazione del lutto infantile alla morte di un genitore che si verifica ogni volta che in famiglia non se ne parla nemmeno, oppure si tenta di uguagliare la perdita a quella di un oggetto prediletto o alla semplice separazione (per rifiuto o per divorzio) da uno dei genitori, oppure alla morte di un amico e al limite di un fratello, si costituisce come la negazione di un fatto traumatico unico dal punto di vista psicologico.” [7]

Aggiunge Furman:

“È un errore comune credere che un bambino a cui «non gliene importa nulla» quando i genitori lo lasciano o quando egli li lascia, abbia affrontato bene la separazione. Il bambino che realmente la fronteggia bene si permette di esprimere la mancanza dei suoi cari, di essere triste, solo, forse rabbioso, e di esprimere i suoi sentimenti in modo appropriato all'età.” [8]

La cosa interessante è che ciò che ha dato inizio al lento processo di questa mamma è stato il riflettere sul rapporto con la figlia maggiore, verso la quale sentiva di aver avuto delle difficoltà.

«Adesso capisco le difficoltà che ho avuto dopo la sua nascita» ha detto in seguito. «Il problema era che io vedevo in mio marito un altro padre e non potevo di certo permettere che qualcuno me lo portasse via una seconda volta! Mi rendo conto che anche il rapporto con mia figlia è molto migliorato da quando mi sono scaricata di questo enorme peso. Un giorno lei mi ha abbracciata ridendo e ha detto al piccolo: “La mamma si è finalmente accorta che ‘ anch'io sono nata ‘!”.».

__________

 

Note

1. J. Marks-Mishne, “Il lavoro clinico con i bambini”, Martinelli, Firenze 1985 (torna al testo)

2. B. Bettelheim, “Un genitore quasi perfetto”, Feltrinelli, Milano 1987 (torna al testo)

3. R. Levi Montalcini, “Elogio dell'imperfezione”, Garzanti, Milano 1987 (torna al testo)

4. Marks-Mishne, “Il lavoro clinico con i bambini”, Martinelli, Firenze 1985 (torna al testo)

5. F. Dolto, “Le parole dei bambini e l'adulto sordo”, Mondadori, Milano 1987 (torna al testo)

6. C. Viviani, “Il sogno dell'interpretazione”, Costa & Nolan, Genova 1989 (torna al testo)

7. E. Furman, “Muore il genitore di un bambino”, Edizioni Il Pensiero Scientifico, Roma 1976 (torna al testo)

8. E. Furman, “Muore il genitore di un bambino”, Edizioni Il Pensiero Scientifico, Roma 1976 (torna al testo)

 

Bibliografia

 

Sulla separazione, differenziazione e identificazione di sé.

 

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