
Cassandra o la franchezza del parlare
La favola sembra proprio riguardare l’inutile ed intempestiva libertà di fornire consigli e ammonimenti. Coloro infatti che sono d’animo così caparbio e pervicace da non volersi sottomettere ad Apollo, cioè al dio dell’armonia, per osservare ed imparare le modalità e le misure delle cose – come i toni ora acuti ora gravi; le differenze con cui strutturare il discorso secondo che esso sia ascoltato da orecchie di dotti o di plebei; il momento opportuno ora di parlare ora di tacere – costoro, per quanto siano spigliati e prudenti e suggeriscano buoni e saggi consigli, non riescono tuttavia quasi mai a giovare con il loro impeto persuasivo, né sono efficaci nel trattare le cose, anzi affrettano la rovina di coloro a cui si rivolgono, e vengono poi esaltati come vati lungimiranti dopo il verificarsi dell’evento e della catastrofe. Una esemplificazione esauriente di questo fatto è M. Catone l’Uticense. Costui infatti previde, come da una specola, assai prima che gli avvenimenti si verificassero, e predisse, come da un santuario, la rovina della patria e la tirannide derivata dapprima dalla cospirazione e poi dalla lotta di Cesare con Pompeo: ma nel frattempo a nulla giovò, anzi fu di danno e accelerò i mali della patria. Cosa che saggiamente avverte M. Cicerone ed elegantemente narra così scrivendo ad un amico: «Catone ha ragione, ma nuoce talvolta alla patria: parla come se si trovasse nella repubblica di Platone, non tra la feccia di Romolo». (Cicerone, Ad Att ., 2, 16.) |


