{"id":1672,"date":"2007-11-30T13:12:20","date_gmt":"2007-11-30T12:12:20","guid":{"rendered":"http:\/\/www.esonet.it\/?p=1672"},"modified":"2023-11-05T11:48:56","modified_gmt":"2023-11-05T10:48:56","slug":"il-bambino-nascosto-1","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.esonet.it\/?p=1672","title":{"rendered":"Il Bambino nascosto \/1"},"content":{"rendered":"<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"alignright\"><a href=\"https:\/\/www.esonet.it\/?cat=73\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/svg+xml,%3Csvg%20xmlns='http:\/\/www.w3.org\/2000\/svg'%20viewBox='0%200%20370%20247'%3E%3C\/svg%3E\" class=\"zeen-lazy-load-base zeen-lazy-load\" data-lazy-src=\"images\/topics\/PsicheMeF.jpg\" alt=\"Psicologia\" title=\"Psicologia\"\/><noscript><img decoding=\"async\" src=\"images\/topics\/PsicheMeF.jpg\" alt=\"Psicologia\" title=\"Psicologia\"\/><\/noscript><\/a><\/figure>\n<\/div>\n\n\n<div class=\"wp-block-group\"><div class=\"wp-block-group__inner-container is-layout-constrained wp-block-group-is-layout-constrained\">\n<p><em>Queste favole non sono per bambini, ma per adulti. Tuttavia, poich\u00e9 attingono ad alcuni nodi di sofferenza nel mondo interno di un bambino, possono far risuonare affetti, emozioni, sensazioni e sentimenti dell&#8217;antico bambino ferito che ognuno di noi adulti si pu\u00f2 portare dentro.\u00a0<\/em><\/p>\n<\/div><\/div>\n\n\n\n<div style=\"height:10px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<h3 class=\"wp-block-heading\" id=\"su\">Il Bambino nascosto \/1<\/h3>\n\n\n\n<p>di Alba Marcoli<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:30px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading\">Favole per capire la psicologia nostra e dei nostri figli&nbsp;<\/h4>\n\n\n\n<p><em>Nota biografica.&nbsp;<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Alba Marcoli, psicologa clinica di formazione analitica, dopo una trentennale attivit\u00e0 nel campo dell&#8217;insegnamento e della psicoterapia, ha raccolto in questo volume parte del materiale di un&#8217;esperienza di formazione psicologica per genitori ed educatori condotta attraverso l&#8217;uso di favole costruite su reali casi clinici. Negli Oscar Mondadori ha pubblicato \u201cIl bambino arrabbiato\u201d (1996).&nbsp;<\/em><\/p>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading\">Capitolo primo. Un&#8217;esperienza di formazione&nbsp;<\/h4>\n\n\n\n<p><em>Sommario<\/em>:&nbsp;<a href=\"#p1\">Avvertenze per il lettore<\/a>&nbsp;&#8211;&nbsp;<a href=\"#p2\">La storia di queste storie<\/a>&nbsp;&#8211;&nbsp;<a href=\"#p3\">Il valore del sintomo<\/a><\/p>\n\n\n\n<p><strong>Ringraziamenti&nbsp;<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Ringrazio tutti i gruppi di genitori e insegnanti, gli amici e i colleghi che nel corso di nove anni hanno contribuito a questo lavoro con materiali, riflessioni, suggerimenti e critiche preziose. Sono ormai troppi perch\u00e9 li possa ricordare singolarmente.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Un ringraziamento particolare, tuttavia, a:&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>&#8211; Velia Bianchi Ranci, per aver rivisto e supervisionato ogni favola come psicoterapeuta infantile, integrando cos\u00ec la mia esperienza di psicoterapeuta di adulti; &#8211; Cesare Viviani, Sandra Massa, Ida Finzi, Francesca Corneli, Germana Gasbarri, Paola Rosselli, Marinella Marcoli, Giovanna De Petris, Antonio Scarlato, Mimma Rossotti e Gianni Cavazzin, per avermi aiutato nella scelta del materiale che \u00e8 confluito in questo libro e nella sua impostazione teorica e pratica; &#8211; Mammola Bianchi Marcoli, per aver tradotto in francese la versione originale di queste favole.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>A tutti loro va la mia profonda riconoscenza. I limiti di questo lavoro, invece, sono miei.<\/p>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading\"><a id=\"p1\"><\/a><a>Avvertenze per il lettore&nbsp;<\/a><\/h4>\n\n\n\n<p><em>Queste favole non sono per bambini, ma per adulti. Tuttavia, poich\u00e9 attingono ad alcuni nodi di sofferenza nel mondo interno di un bambino, possono far risuonare affetti, emozioni, sensazioni e sentimenti dell&#8217;antico bambino ferito che ognuno di noi adulti si pu\u00f2 portare dentro.&nbsp;<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Se tale risonanza ci d\u00e0 o troppo dolore o troppo fastidio \u00e8 forse meglio, direi anzi che sia consigliabile, che chiudiamo il libro e lo mettiamo da parte, oppure che saltiamo la favola che ce li suscita. \u00c8 probabile in tal caso che questo non sia n\u00e9 lo strumento n\u00e9 il momento della vita adatto per entrare in contatto con quel mondo, come \u00e8 altrettanto legittimo che possiamo aver deciso tranquillamente che ci\u00f2 non ci interessa n\u00e9 ora n\u00e9 mai. Oltretutto si tratta di materiale che non ha alcuna pretesa di assoluto o di dimostrabilit\u00e0 e che rappresenta semplicemente una possibile interpretazione di mie esperienze di vita personali e professionali. Se invece queste favole ci suscitano interesse, curiosit\u00e0, il piacere e la tenerezza della scoperta del mondo interno di un bambino attraverso la riappropriazione delle nostre stesse emozioni infantili, anche di sofferenza, allora leggiamole pure, ma piano, una per volta, nel corso del tempo, cos\u00ec come ognuna di loro \u00e8 il prodotto della storia di uno o pi\u00f9 bambini. Nei gruppi sperimentali di genitori, ad esempio, ne abbiamo letta in genere una al mese, per lasciare a ognuna di loro il tempo di decantare dentro. Sarebbe meglio, inoltre, leggere prima la favola, che \u00e8 indirizzata al mondo emotivo, e solo successivamente le riflessioni sul tema sottostante.&nbsp;<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Pu\u00f2 essere allora che a poco a poco possiamo imparare a vedere e ad ascoltare in modo diverso i bambini che ci camminano accanto nella vita e a sfiorare con mano pi\u00f9 leggera e rispettosa il mondo fragile e prezioso dei loro sentimenti e delle loro emozioni.&nbsp;<\/em><\/p>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading\"><a id=\"p2\"><\/a>La storia di queste storie&nbsp;<\/h4>\n\n\n\n<p><em><a id=\"1\"><\/a>\u201cOgni passo avanti nella crescita e nella maturazione comporta non solo nuove acquisizioni, ma anche nuovi problemi. Per lo psicoanalista ci\u00f2 significa che un cambiamento in una parte qualunque della vita psichica sconvolge l&#8217;equilibrio raggiunto in precedenza e che devono essere escogitati nuovi compromessi.\u201d<\/em>&nbsp;Anna Freud [<a href=\"#_ftn1\">1<\/a>].<\/p>\n\n\n\n<p>Le prime persone della mia esperienza che mi sono venute in mente sono stati i bambini e i ragazzi, il fiume di giovani vite che mi sono vista scorrere davanti in tanti anni di lavoro, sia nella scuola che in campo psicologico. Mi aveva sempre colpito moltissimo la scarsa consapevolezza che spesso noi adulti abbiamo della loro sofferenza dal punto di vista psicologico. Mi sono chiesta perci\u00f2 che contributo potessi dare anch&#8217;io verso la ricerca di strumenti collettivi che restituissero un senso alla sofferenza di bambini e adolescenti e le facessero cos\u00ec assumere un significato evolutivo e non involutivo.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>A quell&#8217;epoca tenevo un laboratorio cui partecipavano, fra gli altri, due bambini che presentavano dei sintomi piuttosto frequenti. Il primo aveva una difficolt\u00e0 scolastica dovuta a problemi emotivi e il secondo un vissuto di rifiuto che lo portava a un comportamento di opposizione a tutto e a tutti che lo faceva a sua volta essere sempre rifiutato.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 stato proprio sulle loro due storie che ho scritto le prime due favole pensando di leggergliele in un laboratorio di fiabe, ma le cose sono andate diversamente.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Un giorno si \u00e8 infatti presentata per una consulenza la madre del secondo bambino che era completamente esasperata dagli atteggiamenti oppositivi del figlio ed \u00e8 stato allora che mi \u00e8 venuta improvvisamente l&#8217;idea di leggere la favola a lei. Era una persona con cui non ero mai riuscita a comunicare veramente, sia perch\u00e9 aveva alle spalle una vita cos\u00ec sofferta e difficile che per poterla reggere aveva dovuto erigere delle barriere fra s\u00e9 e il mondo, sia perch\u00e9 io stessa non ero mai riuscita a trovare le parole adatte per aiutarla a capire meglio suo figlio Cos\u00ec, presa dalla mia stessa frustrazione, quel giorno ho avuto l&#8217;idea di provare a leggere la favola a lei invece che al figlio.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Ricordo ancora con sorpresa quello che ho visto accadere sotto i miei occhi Questa mamma, che era venuta cos\u00ec esasperata da voler allontanare il bambino, ha seguito la lettura con estrema attenzione e interesse e alla fine ha esclamato: \u00abAdesso capisco finalmente perch\u00e9 sabato scorso ha fatto il bagno e poi \u00e8 uscito nudo per la strada come se volesse prendersi una polmonite!\u00bb.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Senza che io stessa mi rendessi bene conto di come fosse avvenuto, il linguaggio della favola l&#8217;aveva portata a guardare le cose con gli occhi di suo figlio e a capirlo, il che era esattamente l&#8217;obiettivo che mi ero proposta in precedenza senza riuscirci. \u00c8 stato cos\u00ec che ho provato a ripetere l&#8217;esperimento con altri genitori e in particolare con un gruppo di madri che incontravo gi\u00e0 da un anno settimanalmente per discutere i loro problemi con i figli.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Anche l\u00ec ho osservato che le favole le aiutavano a guardare le cose da un altro punto di vista e a capire dei comportamenti apparentemente incomprensibili. Una di loro una volta mi ha detto: \u00abLa prima volta che lei ha letto una favola non capivo perch\u00e9 l&#8217;avesse fatto, ma la seconda l&#8217;ho capito immediatamente e da allora non ho pi\u00f9 avuto bisogno di spiegazioni!\u00bb. Cos\u00ec, a poco a poco, mentre il gruppo continuava (\u00e8 durato per tre anni) ho preparato delle favole destinate agli adulti e ispirate alla storia reale di uno o pi\u00f9 bambini incontrati sul mio lavoro o nella mia vita personale. Il primo commento che ho quasi sempre sentito all&#8217;inizio di ogni discussione, dopo la lettura, \u00e8 stato: \u00abAdesso capisco perch\u00e9&#8230;\u00bb.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Da allora per me questo \u00e8 diventato uno strumento di lavoro in piccoli gruppi di formazione psicologica per genitori e insegnanti (soprattutto della fascia materna ed elementare) in cui leggiamo e discutiamo la versione originale delle favole di cui ho fatto una prima selezione sintetica in questo libro. Ho sperimentato questo materiale per nove anni, in situazioni varie, con l&#8217;obiettivo di creare uno dei tanti possibili strumenti di prevenzione del disagio psicologico nei bambini. Riporto nell&#8217;ultima parte del libro le osservazioni che ho fatto finora su questi gruppi e le riflessioni delle persone che vi hanno partecipato.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>A nove anni di distanza, mentre l&#8217;esperimento \u00e8 ancora in corso, ho sentito l&#8217;esigenza di cominciare a raccogliere parte del lavoro fatto.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Ho deciso allora di operare una scelta fra le favole scritte finora selezionandone alcune e sintetizzandole per una pubblicazione che spero possa essere utile collettivamente, soprattutto a genitori e insegnanti che non abbiano una formazione psicologica e che quindi non abbiano ancora avuto una possibilit\u00e0 di riflettere teoricamente su questi temi. Ho aggiunto a ogni favola alcune delle osservazioni che di solito introduco nei gruppi perch\u00e9 mi sembra che possano dare un primo contributo alla riflessione basato pi\u00f9 su storie e casi di vita, che su raffinate costruzioni teoriche.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>La cosa che potrebbe sorprendere i lettori \u00e8 l&#8217;uso di un linguaggio e di un mondo infantili in favole destinate agli adulti. In realt\u00e0 \u00e8 stato proprio questo un elemento determinante, anzi forse quello centrale, che ha permesso di trovare un canale di accesso al mondo infantile che l&#8217;adulto si porta dentro, come si vedr\u00e0 nella parte conclusiva.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Le favole hanno infatti inizialmente preso lo spunto dal mondo animale sull&#8217;esempio di un test psicologico, le \u201cBlacky Pictures\u201d, che racconta le avventure di un cagnolino su cui ognuno proietta i propri vissuti, permettendone cos\u00ec il riconoscimento. Il fatto di spostare su un cagnolino le tematiche affettive facilita in genere il racconto sulla propria affettivit\u00e0, evitando l&#8217;intervento della censura che impedirebbe spesso il riconoscimento di questi temi. Lo stesso credo che sia successo per i genitori, nel caso di queste favole. Poich\u00e9 l&#8217;adulto ha costruito delle difese pi\u00f9 raffinate e pi\u00f9 vecchie di quelle di un bambino, \u00e8 infatti spesso molto pi\u00f9 difficile che riesca a entrare in contatto con le emozioni sepolte chiss\u00e0 dove dentro di lui. Il duplice fatto di aver spostato sul mondo animale questi temi dello sviluppo dell&#8217;affettivit\u00e0 e di aver usato un linguaggio infantile, che \u00e8 quello usato in genere con i bambini, credo sia stato l&#8217;elemento determinante che ha permesso ai genitori di evitare l&#8217;interferenza delle proprie resistenze a entrare in contatto con i temi della loro stessa affettivit\u00e0. \u00c8 come se diventasse un po&#8217; un gioco quello di ascoltare e discutere fra adulti di favole che parlano di animali con un linguaggio infantile, ma il gioco pu\u00f2 far calare le resistenze e lasciarci quindi pi\u00f9 liberi di riprovare emozioni e sentimenti lontani nel tempo.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Per quanto riguarda invece la parte esplicativa ho cercato di utilizzare un linguaggio di tipo colloquiale e familiare perch\u00e9 ho sperimentato che i tagli specialistici scoraggiano spesso il profano anche rispetto a problemi che riguardano tutti. Sono consapevole che il rischio che si corre \u00e8 quello di semplificare troppo delle cose che nella realt\u00e0 non sono mai cos\u00ec semplici, come riprender\u00f2 nelle osservazioni finali, ma l&#8217;aver sperimentato queste favole per nove anni mi fa sperare che possano avere una loro utilit\u00e0 per un primo contatto con i problemi.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Il tema intorno a cui ruota questo lavoro \u00e8 generale e accomuna tutti, grandi e piccoli. Si tratta dello scorrere del tempo, della crescita e dei passaggi della vita che riguardano tutte le et\u00e0 e non la sola infanzia. Non a caso ho raccontato come l&#8217;inizio di queste favole abbia coinciso con un momento di passaggio anche per me. Sono state proprio le emozioni suscitatemi dal riconoscimento e dall&#8217;appropriazione di questa esperienza che mi hanno portato a sentirla con maggiore intensit\u00e0 e a ricavarne un ulteriore momento di riflessione e conoscenza. E nessun&#8217;altra epoca della vita ne \u00e8 cos\u00ec quotidianamente e costantemente toccata come lo sono l&#8217;infanzia e l&#8217;adolescenza.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 sempre stato sull&#8217;onda di quell&#8217;emozione che mi sono allora tornate alla memoria le storie di tanti bambini e ragazzi che ho conosciuto attraverso gli anni e che esprimevano con un sintomo la difficolt\u00e0 di crescita e di passaggio.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Queste favole, arricchite dal prezioso contributo datomi dai genitori e dagli insegnanti con cui ho lavorato e filtrate attraverso le emozioni e le sensazioni che hanno suscitato in me, tentano di esserne una testimonianza, per dare la parola a ci\u00f2 che in genere \u00e8 stato e viene vissuto come \u00abindicibile\u00bb e per restituire cos\u00ec alla crisi la sua potenzialit\u00e0 profonda di trasformazione e cambiamento.<\/p>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading\"><a id=\"p3\"><\/a>Il valore del sintomo&nbsp;<\/h4>\n\n\n\n<p><a id=\"2\"><\/a>\u201cSappiamo bene quanta poca luce la scienza abbia saputo proiettare sin qui sull&#8217;enigma di questo mondo e non c&#8217;\u00e8 chiacchiera di filosofo che possa cambiare questa realt\u00e0; solo proseguendo pazientemente il lavoro indefesso che tutto subordina alla ricerca della certezza si pu\u00f2 produrre a poco a poco un mutamento. \u201cQuando il viandante canta nell&#8217;oscurit\u00e0, rinnega la propria apprensione, ma non per questo vede pi\u00f9 chiaro.\u201d Sigmund Freud [<a href=\"#_ftn2\">2<\/a>].<\/p>\n\n\n\n<p>Scopo di queste favole \u00e8 il tentativo di mostrare, a chi non \u00e8 abituato a una lettura psicologica dei fatti, che dietro ogni sintomo \u00e8 possibile trovare una strada che porti al senso e al significato del sintomo stesso, sia per chi ne \u00e8 il portatore, sia per chi gli sta vicino. \u00c8 pi\u00f9 o meno ci\u00f2 che avviene in una psicoterapia che, lungi dal negare il sintomo, lo valorizza e lo lascia parlare affinch\u00e9 possa indicare la strada per riscoprirne il senso e coglierne la potenzialit\u00e0 eversiva di cambiamento Ogni sintomo \u00e8 un messaggio, codificato in un linguaggio di cui oggi solo il clinico pu\u00f2 ricostruire il codice che, nonostante i vari psicologismi imperanti, o forse spesso proprio a causa della loro superficialit\u00e0, sfugge in genere al portatore e all&#8217;osservatore nella sua essenza profonda di manifestazione di sofferenza e di bisogno di cambiamento.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Il sintomo \u00e8 quindi una forma di linguaggio apparentemente anomala rispetto alle usuali leggi della comunicazione perch\u00e9 esiste una codificazione e una trasmissione di messaggio in un codice la cui decodificazione \u00e8 resa difficile dal fatto che le chiavi interpretative non sono socializzate, ma nelle mani di pochi, gli addetti ai lavori, coloro \u00abche hanno orecchie per intendere\u00bb.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Sar\u00e0 proprio la chiave interpretativa quella che restituir\u00e0 il senso del sintomo e ci aiuter\u00e0 a capire un comportamento non fermandoci a scoprirne semplicemente e riduttivamente le cause, ma la finalit\u00e0 che esso persegue, che \u00e8 a sua volta inserita in un processo dialettico di cambiamento, cio\u00e8 di vita.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Si tratta quindi di un linguaggio nato per comunicare un messaggio che resta spesso inascoltato, tranne in poche situazioni ancora privilegiate di ascolto attento e di possibilit\u00e0 concrete di intervento.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Il non ascolto del sintomo e la mancata raccolta della enorme potenzialit\u00e0 creativa ed eversiva della sofferenza umana, ogni volta che essa si manifesta, contribuiscono a impoverire il nostro potenziale di conoscenza perch\u00e9 ci privano della possibilit\u00e0 di decodificazione di un codice che ognuno di noi pu\u00f2, pi\u00f9 o meno inconsapevolmente, utilizzare nella propria vita quotidiana frapponendolo fra s\u00e9 e la realt\u00e0 esterna.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Dietro un comportamento \u00absintomatico\u00bb c&#8217;\u00e8 in genere un messaggio in codice, ma la chiave interpretativa per la sua decodificazione non pu\u00f2 essere meccanicamente stabilita a priori e deve essere ricostruita su ogni singolo caso. Se dietro ogni bambino e ogni ragazzo esistono contemporaneamente almeno tre storie, la sua, quella di sua madre e quella di suo padre (ereditate a loro volta da altri), come \u00e8 oggi comunemente accettato nella pratica clinica, \u00e8 solo a partire dalla loro ricostruzione che ci si pu\u00f2 interrogare per arrivare a una chiave interpretativa del sintomo che ci permetta di capirne il senso, o almeno una parte importante (accettando anche il fatto che non tutto sia spiegabile e riducibile in termini di \u00absenso\u00bb).&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Nel caso della prima favola, ad esempio, la difficolt\u00e0 a imparare deriva da un problema di separazione da un materno depressivo interiorizzato, ma in altri casi lo stesso sintomo pu\u00f2 portare a percorsi completamente diversi. Se queste storie dovessero fornire al lettore cui sono destinate una bench\u00e9 minima chiave interpretativa meccanicistica di un sintomo analogo, allora esse avrebbero fallito il loro scopo che non \u00e8 quello di dare una chiave decodificatrice, ma di mostrare che essa esiste gi\u00e0 potenzialmente, nel sintomo. Sar\u00e0 solo l&#8217;attento e rispettoso ascolto di quest&#8217;ultimo che ci potr\u00e0 condurre a una possibile interpretazione, che dovr\u00e0 essere attentamente e scrupolosamente verificata. Questo non significa che si debba escludere altrettanto rigidamente la possibilit\u00e0 di riconoscerci in qualche tema come si presenta in queste favole, in quanto dietro a ogni storia c&#8217;\u00e8 del reale materiale clinico.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Destinatari di queste storie sono genitori e insegnanti, coloro che si trovano nella loro vita privata o professionale al fianco di un bambino lungo il suo percorso di crescita, ma destinataria pu\u00f2 anche essere semplicemente la parte bambina che spesso ci portiamo dentro, consapevolmente o inconsapevolmente.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Le nostre prime esperienze infantili sono quelle che plasmano il nostro mondo interno e ci forniscono l&#8217;\u201dimprinting\u201d pi\u00f9 duraturo e difficile da modificare con cui entriamo poi in relazione con il mondo esterno e con noi stessi. Ogni bambino che nasce ha una sua progettualit\u00e0 specifica che pu\u00f2 essere potenzialmente diversa da quella dell&#8217;ambiente che lo riceve e lo circonda, a cui si deve tuttavia adattare perch\u00e9 altrimenti morrebbe, privo del suo calore e del suo sostegno.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p><a id=\"3\"><\/a>Il bambino si trova cos\u00ec spesso a dover fare del tutto inconsciamente una scelta fra le esigenze dell&#8217;ambiente e quelle del proprio s\u00e9 potenziale [<a href=\"#_ftn3\">3<\/a>]. Ed \u00e8 in genere quest&#8217;ultimo che si deve adattare perch\u00e9 l&#8217;ambiente \u00e8 innanzitutto rappresentato dal calore e dall&#8217;amore dei genitori che il bambino non pu\u00f2 tradire perch\u00e9 li ama e perch\u00e9 ha bisogno del loro amore per vivere, tanto da arrivare a morire, se neonato, nei casi estremi di totale mancanza d&#8217;amore per abbandono. I genitori, a loro volta, sono il prodotto di una storia simile in epoca diversa, per cui indipendentemente dalla loro volont\u00e0 non possono che rispecchiarla pi\u00f9 o meno inconsapevolmente.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>L&#8217;ambiente che riceve un bambino che nasce tende quindi a riprodursi staticamente nei ruoli e nell&#8217;\u201dhic et nunc\u201d della situazione, determinando spesso una conflittualit\u00e0 fra il divenire della progettualit\u00e0 potenziale del bambino e la rigidit\u00e0 dei ruoli in cui l&#8217;ambiente che lo circonda \u00e8 cristallizzato. Questo significa che se il mondo che ci ha ricevuti da bambini ci ha offerto come modello di relazione privilegiata un rapporto di totale dipendenza (importantissima peraltro nei primi mesi di vita) che invece di evolvere verso l&#8217;autonomia si \u00e8 cristallizzato nel tempo, sar\u00e0 questa modalit\u00e0 di porre noi stessi che segner\u00e0 le altre relazioni della nostra vita.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Ci diventer\u00e0 allora probabilmente insopportabile l&#8217;idea della separazione (che implica inevitabilmente il distacco da qualcosa o qualcuno o qualche periodo che ci si lascia alle spalle), a meno che non intervenga una vera e propria rivoluzione che modifichi il nostro mondo interno. Questa rivoluzione si ottiene in genere attraverso una psicoterapia, in cui si impara non il taglio definitivo che sancisca la separazione, perch\u00e9 questo problema si riproporr\u00e0 ogni volta che la vita stessa ci porr\u00e0 davanti all&#8217;angoscia di morte (sia essa reale, come nella morte fisica, che simbolica, come in tutte le occasioni di separazione da qualche persona o cosa o idea che \u00e8 entrata a far parte di noi formando un tutt&#8217;uno psichico), ma il metodo del taglio. Si tratta cio\u00e8 di prendere la distanza riflessiva entro di noi, riconoscendo e separando ci\u00f2 che appartiene al vecchio rapporto da ci\u00f2 che si riferisce al nuovo, per evitare che la sovrapposizione dei due li confonda e li renda di un&#8217;angoscia non gestibile.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>D&#8217;altra parte, se io sul piano psichico mi concepisco come tutt&#8217;uno con persone, cose o idee che fanno totalmente parte di me come se fossero una mia estensione, non posso accettarne la perdita perch\u00e9, come dice Racamier, \u00e8 come se venissero a mancare i \u00abgaranti\u00bb della mia esistenza, producendo una sensazione di morte, reale o simbolica.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Il problema \u00e8 quindi ancora una volta l&#8217;uscita da questi rapporti intricati e la modificazione profonda del nostro modo di porci e di concepirci sul piano psichico. Quest&#8217;ultima non ha niente a che fare con le nostre opinioni consapevoli al riguardo; anzi, capita spesso di sentir dire a qualche genitore \u00abIo faccio di tutto per renderlo autonomo, lo mando di qua, di l\u00e0, eccetera ma lui \u00e8 sempre attaccato a noi\u00bb, quando in realt\u00e0 l&#8217;essere attaccato del bambino corrisponde esattamente al modello psichico inconsapevolmente proposto dai genitori sul piano profondo in quanto loro stessi fanno fatica ad affrontare le separazioni.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Ma non \u00e8 solo la psicoterapia la strada per curare le ferite del mondo interno di un bambino e per prevenirgli un futuro disagio, sebbene sia questa l&#8217;unica soluzione nei casi in cui il disagio sia gi\u00e0 cos\u00ec rigidamente strutturato da non permettere altre uscite.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Scopo di queste storie \u00e8 anche quello di tentare di mostrare che un attento ascolto del sintomo da parte dell&#8217;ambiente che circonda il bambino pu\u00f2 agire d&#8217;aiuto nella modificazione del suo mondo interno, funzionando da sostegno terapeutico l\u00e0 dove un intervento specifico sia o non necessario o non possibile e rinforzandolo l\u00e0 dove esso invece lo sia.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Il tema qui privilegiato \u00e8 il problema della separazione e del distacco, la cui negazione, secondo la psicoanalisi, gioca un ruolo fondamentale nella depressione e nell&#8217;angoscia di morte che la sottende. Ora, negare la separazione corrisponde a negare la vita che, essendo in continuo divenire, \u00e8 fatta di costanti separazioni da momenti precedenti per quelli successivi, cio\u00e8 di continui distacchi, a partire da quello dal corpo della madre nella nascita. Anche i grandi periodi di crisi esistenziale si articolano intorno a questo nodo, come l&#8217;adolescenza o la mezza et\u00e0, la prima perch\u00e9 \u00e8 il distacco dal mondo protetto e ovattato dell&#8217;infanzia, e la seconda perch\u00e9 porta con s\u00e9 la consapevolezza definitiva della perdita della giovent\u00f9.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Ma se un comportamento depresso \u00e8 facilmente osservabile esternamente (a meno che non si tratti di una depressione mascherata) nell&#8217;adulto e a volte anche nell&#8217;adolescente, nel bambino lo \u00e8 molto di meno perch\u00e9 \u00e8 spesso veicolato da un atteggiamento che apparentemente non ha niente a che fare con la depressione.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Oltretutto noi adulti abbiamo spesso il mito della felicit\u00e0 dell&#8217;infanzia, come se ci fosse insopportabile ammettere che anche un bambino possa soffrire e ci precludiamo cos\u00ec spesso la possibilit\u00e0 di vederlo nella sua complessit\u00e0. Ora, se \u00e8 indubbiamente vero che ogni bambino ha infinite pi\u00f9 risorse di quante gli adulti spesso immaginino (proprio come l&#8217;erba di primavera a cui nessuno pu\u00f2 impedire di crescere), \u00e8 anche vero che il problema della separazione e della perdita \u00e8 un tema che tocca tutti gli esseri umani, bambini compresi, ed \u00e8 altrettanto vero che ognuno ha il proprio modo di viverla.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Allora, davanti a un bambino che fa fatica a crescere, come se volesse restare piccolo per sempre, gli adulti che l&#8217;accompagnano potrebbero cercare di capire quale vissuto della separazione il bambino si porta dentro, e quale sia il tab\u00f9 che non vuole infrangere crescendo.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abQuanti anni avrai quando io ne avr\u00f2 venti ?\u00bb chiedeva un bambino alla madre da cui faticava a staccarsi. \u00abE quando ne avr\u00f2 trenta? E quaranta? E poi? Allora io non voglio crescere perch\u00e9 dopo tu muori!\u00bb Ci\u00f2 che il bambino aveva colto, anche se inconsciamente, era che il problema fondamentale della madre era il mito di un&#8217;infanzia felice cui era rimasta tenacemente legata, quasi come se il tempo fosse trascorso solo nel mondo di fuori e non in quello di dentro.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>A questo punto lei stessa era portata a desiderare inconsapevolmente che il bambino restasse in un mondo magico cos\u00ec affascinante, anche se consapevolmente faceva di tutto per renderlo autonomo e farlo crescere L&#8217;elaborazione del lutto, della separazione, della perdita \u00e8 quindi il nodo intorno a cui ruotano queste storie, nate dal materiale emerso sull&#8217;onda di quell&#8217;emozione. Bisogna accettare di perdere qualcosa per poter accedere a qualcosa d&#8217;altro: ci\u00f2 che il bambino, o l&#8217;adolescente, o anche semplicemente la parte non cresciuta che ognuno di noi si pu\u00f2 portare dentro deve accettare di perdere \u00e8 innanzi tutto la dipendenza, anche espressa dalla controdipendenza reattiva, dal mitico e magico mondo infantile interiorizzato, a partire dalla fusione intrauterina.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Perdere la controdipendenza reattiva vuol dire accedere alla libert\u00e0 interiore di non fare pi\u00f9 delle scelte di opposizione all&#8217;ambiente nell&#8217;illusione di affermare la nostra autonomia e perpetuando in realt\u00e0 un rapporto di dipendenza che continua a condizionarci. Infatti \u00e8 sempre presente dentro di noi ci\u00f2 a cui dobbiamo disobbedire, costringendoci a un comportamento di infrazione che non abbiamo liberamente scelto e che riproduce quindi un modello di mancata libert\u00e0 interiore.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abPerch\u00e9 devo essere sempre condizionata dagli altri? Perch\u00e9 devo andare a un appuntamento alle cinque se fuori c&#8217;\u00e8 il sole e mi viene voglia di fare una passeggiata? Non \u00e8 lo stesso se arrivo mezz&#8217;ora dopo? Perch\u00e9 questa societ\u00e0 deve condizionare tutta la mia vita?\u00bb Questo per anni era stato il ritornello quotidiano di Speranza, che arrivava costantemente in ritardo a tutti gli appuntamenti, di qualsiasi genere fossero. C&#8217;era qualcosa dentro di lei che, per quanto consapevolmente credesse di sforzarsi di fare il contrario, la riportava sulla strada coatta del ritardo sistematico, da lei subito razionalizzato brillantemente con disquisizioni filosofico esistenziali. Finch\u00e9 un giorno, all&#8217;improvviso, le si \u00e8 spalancata una finestrella che, per quanto ovvia, era stata fino ad allora ermeticamente chiusa: \u00abMa era mia madre che mi ossessionava con la puntualit\u00e0! \u00bb&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abEra con lei che non si poteva mai arrivare in ritardo!\u00bb. E cos\u00ec tutte le sue disquisizioni filosofiche sulla libert\u00e0 sono cadute all&#8217;improvviso davanti all&#8217;evidenza di un vero e proprio meccanismo di schiavit\u00f9 interiore, questa madre che lei nel suo mondo interno si portava a spasso da una vita, dovunque andasse, per poterle disobbedire arrivando in ritardo, in un contesto culturale in cui il ritardo stesso era una trasgressione e non un comune codice di comportamento.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Ed \u00e8 stato allora che la sua esigenza di libert\u00e0, che era del tutto genuina, ha potuto farsi finalmente strada dentro di lei, perch\u00e9 Speranza si \u00e8 resa conto che sul piano psichico riguardava anche questo stesso meccanismo di schiavit\u00f9 da lei inconsapevolmente alimentato per anni, proiettandolo sul mondo di fuori.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p><a id=\"4\"><\/a>La strada da percorrere in questo vero e proprio processo di liberazione \u00e8 per\u00f2 lunga e difficile perch\u00e9 l&#8217;interdipendenza (a differenza dall&#8217;intersoggettivit\u00e0) \u00e8 una catena a tanti anelli in cui ognuno dipende da un altro che a sua volta ha ricevuto questo modello relazionale, sigillando cos\u00ec un rapporto di non libert\u00e0 sul piano psichico [<a href=\"#_ftn4\">4<\/a>]. L&#8217;elaborare la separazione aiuta quindi entrambi, chi dipende e colui da cui egli dipende, perch\u00e9 quest&#8217;ultimo non cada nella trappola di riconoscersi e gratificarsi nella schiavit\u00f9 dorata di una relazione che imprigiona anche lui (in cui io mi identifico nell&#8217;aver bisogno di un altro che diventa garante della mia esistenza e che a sua volta si identifica nel fatto che io abbia bisogno di lui, perpetuando la bisognosit\u00e0 come modello di relazione). Un pi\u00f9 libero rapporto d&#8217;amore supera invece questa interdipendenza che \u00e8 necessaria e inevitabile nei primi anni di vita perch\u00e9 risponde al bisogno assoluto del bambino.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Una tale scelta, nel caso del rapporto con un bambino, implica per\u00f2 che anche l&#8217;adulto faccia i conti con se stesso e il suo grado di autonomia sul piano dell&#8217;esistere. Ecco perch\u00e9 queste favole sono non solo destinate a coloro che hanno a che fare con i bambini, ma anche a noi adulti in generale, alla parte fatta di sogni non avverati che spesso ci portiamo dentro come retaggio storico del pensiero magico onnipotente infantile. Se non facciamo i conti con lei corriamo infatti il rischio di sovrapporla arbitrariamente al bambino o all&#8217;adolescente reale che ci stanno di fronte, identificandoci o controidentificandoci in lui nella nostra parte infantile senza riuscire a capire dove finisca l&#8217;uno e dove inizi l&#8217;altro e non riuscendo quindi a riconoscerli nella realt\u00e0 specifica e irripetibile della loro singola storia.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>\u00ab \u00c8 per la paura di morire di sete!\u00bb dice Silvana in un laboratorio per bambini, mettendo un guardiano al suo disegno, una tazza rossa destinata a dissetare una sete inestinguibile.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Silvana \u00e8 stata desiderata e voluta dalla madre, la quale sperava che con la sua nascita il marito, ormai avviato sulla strada dell&#8217;alcolismo, si sentisse legato a una maggiore responsabilit\u00e0 nei confronti della famiglia e che lei stessa potesse uscire da una situazione deprimente avendo una nuova vita in casa, un bambino piccolo di cui occuparsi in tutto e per tutto. Poche altre cose come il nascere di una nuova vita hanno la simbologia profonda della rinascita, della primavera, della speranza che risorge. Invece il padre di Silvana non ce l&#8217;ha fatta a emergere dall&#8217;alcolismo in cui \u00e8 gradualmente precipitato fino a perdere il lavoro e la famiglia e la madre si \u00e8 ritrovata sola, ad andare avanti fra mille difficolt\u00e0, in un alternarsi di depressioni che la isolano dai figli, che pure ama teneramente.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Anche Silvana ama sua madre e l&#8217;aiuta come pu\u00f2, ma portando dentro di s\u00e9 un po&#8217; della sua malinconia depressiva. E cos\u00ec \u00e8 nel sintomo che compare il dramma nascosto che la bambina vive dentro di s\u00e9 e che solo i suoi attacchi d&#8217;asma riescono a far parlare, insieme al suo irrigidimento emotivo, alle difficolt\u00e0 scolastiche e all&#8217;incapacit\u00e0 di piangere. E quando finalmente il sintomo comincia a guidarla e la bambina impara di nuovo a piangere, non \u00e8 solo lei che ne viene aiutata ma anche la madre, che comincia a capire almeno parte di ci\u00f2 che le era oscuro prima, il che non le toglie la depressione ma gliela rende pi\u00f9 tollerabile. La madre di Silvana, che ama sua figlia, \u00e8 stata toccata emotivamente dal sacrificio della bambina che si \u00e8 assunta un carico non suo e ha capito che il modo migliore per aiutare sua figlia \u00e8 quello di aiutare se stessa, affinch\u00e9 la bambina senta che la madre \u00e8 abbastanza forte da farcela da sola. \u00c8 stato per\u00f2 solo l&#8217;ascolto attento del sintomo che ha permesso di capire ci\u00f2 che succedeva, il legame nascosto esistente tra madre e bambina, che imprigionava entrambe in un rapporto di sofferenza psicologica.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Il sintomo \u00e8 quindi l&#8217;emergere delle parti sane, dell&#8217;istinto vitale, ci\u00f2 che viene a segnalare che c&#8217;\u00e8 in atto un processo di interazione latente che sfugge alla nostra comprensione e che dobbiamo imparare a leggere. \u00abNon siamo noi che curiamo la nostra nevrosi,\u00bb diceva Jung \u00ab\u00e8 lei che cura noi.\u00bb L&#8217;idea di preparare delle storie ruotanti intorno al tema della separazione \u00e8 proprio scaturita dall&#8217;osservazione di quanto questa problematica incida in questo momento storico nel processo di crescita di un bambino. Il progressivo ridursi del nucleo familiare da una dimensione allargata a una ridottissima quale \u00e8 quella esistente oggi nel nostro modello culturale, soprattutto nelle grandi aree urbane, ha infatti portato anche al restringimento degli spazi di relazione affettiva, per cui diventano probabilmente tanto pi\u00f9 vincolanti e condizionanti i rapporti familiari ristretti.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Tuttavia i temi accennati dal materiale delle storie non interessano solo il rapporto genitore-figlio, che \u00e8 necessariamente pi\u00f9 stretto, coinvolgente, condizionante di altri, ma pi\u00f9 in generale il rapporto adulto-bambino, che riguarda quindi campi quali scuola, assistenza, sanit\u00e0, dove un&#8217;ottica di lettura pi\u00f9 problematica dei comportamenti pu\u00f2 servire a volte, se non a sbloccare, almeno a non fissare e cristallizzare la sofferenza di un bambino, o un adolescente, che pu\u00f2 un domani sfociare in una patologia psichiatrica vera e propria, o in una grossa sofferenza psicologica, o anche in forme di emarginazione, devianza sociale, disagio.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Elaborare la propria dipendenza affettiva significa compiere ogni volta la separazione non tanto dall&#8217;altro reale (genitore, figlio, partner) quanto dall&#8217;altro immaginario che ci portiamo dentro. \u00c8 un taglio che non ha niente a che fare con la distanza geografica, come dimostrano tante storie di scelte di controdipendenza da parte di adolescenti e anche adulti che riescono a staccarsi dal genitore reale, ma non da quello interiorizzato, che continuano ostinatamente a portarsi dentro ogni volta che fanno una scelta reattiva. Spazio e tempo quali li concepiamo nella nostra realt\u00e0 esterna sono categorie che non albergano nell&#8217;inconscio o cui esso \u00e8 indifferente, perpetuando la presenza di rapporti che nella vita quotidiana possono essere interrotti da migliaia di chilometri di distanza, o da anni di tempo o dalla stessa morte.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abVoglio pap\u00e0 per dirgli tutte queste cose\u00bb urlava durante una crisi un giovane uomo, ad anni di distanza dalla morte del padre reale. Tutte le scelte della sua vita, anche adulta, erano state condizionate dalla presenza di questo paterno persecutorio che si portava appresso da anni, in un regime di vera e propria schiavit\u00f9 interiore. La coazione dei suoi comportamenti \u00e8 stata poi perpetuata nel rapporto con il figlio, desiderato, accolto e destinato nella sua mente a essere la sua arma di riscatto, senza la consapevolezza che nel momento in cui si perpetua inconsciamente questo bisogno di rivincita come meccanismo coatto, si perpetua inevitabilmente anche ci\u00f2 da cui ci si vuole riscattare. Lo si introduce infatti fantasmaticamente nei nuovi rapporti, come poteva essere quello con questo figlio, un bambino non ancora nato e gi\u00e0 cos\u00ec carico di aspettative.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 la paura della morte, della catastrofe, ci\u00f2 che impedisce di elaborare la separazione e ci tiene cos\u00ec saldamente ancorati alla nostra vecchia modalit\u00e0 d&#8217;esistere. Il separarsi dall&#8217;altro implica tristezza, come ogni volta che si abbandona qualcosa, ma la tristezza ha un contenuto e una funzione preparatoria vitale e portatrice di vita. Il non separarsi, il fondersi e il confondersi con l&#8217;altro (sia esso pure una semplice nostra struttura psichica), implicano invece la depressione, che \u00e8 il trionfo dell&#8217;angoscia di morte, dell&#8217;indifferenziato, della negazione del fluire del tempo.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>I ritmi del tempo scandiscono da millenni la vita dell&#8217;uomo sul nostro pianeta, quelli esterni con il susseguirsi del giorno e della notte, delle stagioni, dei prodotti della terra e cos\u00ec via, quelli interni nel suo stesso corpo, con i ritmi circadiani essenziali alla vita, quali il ritmo cardiaco, quello sonno-veglia, quelli ormonali, eccetera e tutti confluiscono nel passare del tempo, segnato costantemente da un inizio e da una fine di qualcosa, cui succedono un altro inizio e un&#8217;altra fine, incessantemente. Per questo il protagonista principale di queste storie \u00e8 il Bosco delle Sette Querce, coi suoi ritmi che si susseguono ciclicamente e che danno un senso anche al vivere, al nascere e al morire, che si alternano incessantemente, nei fiori, nelle piante e negli animali e questo \u00e8 il contenuto delle storie che i cuccioli imparano dagli anziani della Scuola dello Spiazzo. Gli animali del bosco appartengono a un ordine che trascende, complessivamente, le loro singole esistenze, brevi spazi intercorrenti fra alba e tramonto, inseriti nei pi\u00f9 lunghi cicli delle stagioni e degli anni.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abNon \u00e8 la terra che appartiene agli uomini\u00bb dicevano gli Indiani d&#8217;America \u00absono gli uomini che appartengono alla terra.\u00bb Ora, se \u00e8 vero che la tematica depressiva della separazione tocca tutti gli esseri umani, \u00e8 altrettanto innegabile che in determinati momenti della vita e in determinate persone essa raggiunge una intensit\u00e0 di sofferenza tale da assumere una vera rilevanza clinica. Che essa non abbia in genere a che fare con la cosiddetta follia, se non nei casi di forme particolarmente gravi, \u00e8 altrettanto riconosciuto, in quanto di solito non altera il giudizio e il pensiero del portatore, ma lo colora di un pessimismo cos\u00ec nero da influenzare tutta la realt\u00e0 circostante. Molti sintomi somatici spesso l&#8217;accompagnano e ne esprimono la sofferenza, come i disturbi del sonno, del ritmo cardiaco, dolori e disfunzioni gastrointestinali, vertigini, calo di pressione, stipsi intestinale, disturbi digestivi, dolori localizzati in determinate parti, eccetera. La disperazione \u00e8 in genere il sentimento che la definisce meglio e che sintetizza lo stato d&#8217;animo di chi in quel momento ne \u00e8 portatore, producendogli una sofferenza che nessun dolore fisico pu\u00f2 eguagliare.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p><a id=\"5\"><\/a>Indagini sicuramente sottostimate parlano oggi di un tasso dal 10% al 20%, di depressione nella popolazione mondiale, con una apparente prevalenza di donne sugli uomini e un&#8217;alta incidenza negli adulti giovani, dai diciotto ai quarantaquattro anni [<a href=\"#_ftn5\">5<\/a>]. Ora, \u00e8 proprio in tale fascia di et\u00e0 che nella vita una donna sperimenta in genere la maternit\u00e0 e il rapporto con dei bambini che nascono e crescono (sempre nello stesso genere di indagini, seppure prese con molta prudenza, sembrano proprio le casalinghe non occupate fuori casa la categoria che ne appare pi\u00f9 colpita).&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Qualunque possa essere la strada che si segue per cercare di capire il perch\u00e9 dell&#8217;apparente maggiore incidenza di depressione nelle donne rispetto agli uomini, \u00e8 indubbio che nascere e crescere, avendo un rapporto privilegiato e irripetibile nel corso della vita di un individuo come \u00e8 quello con la madre, diventa particolarmente faticoso nel caso di una depressione materna. Il bambino, infatti, con quello che si potrebbe definire anche un commovente atto di generosit\u00e0, se ne sobbarcher\u00e0 un po&#8217; il peso, per sgravare la madre di cui sul piano profondo avverte tutta la sofferenza, vivendosi come parte sua e non separato da lei.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>L&#8217;idea di queste favole \u00e8 proprio partita dal riflettere sugli infiniti colloqui di consulenza psicologica che vengono fatti per bambini che presentano dei sintomi (spesso anche di tipo scolastico) e che hanno in realt\u00e0 alle spalle un problema di depressione materna.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Poich\u00e9 non tutti, evidentemente, sono casi da psicoterapia, ma tutti indistintamente esprimono disagio e malessere a livello psicologico, ci troviamo sempre come insegnanti e come operatori psicologici a chiederci che cosa si possa fare collettivamente e per gli uni e per le altre, possibilmente prima che la cosa si cristallizzi e cronicizzi o anche semplicemente, come per fortuna spesso avviene, per accelerare e favorire il processo naturale di risoluzione.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p><a id=\"6\"><\/a>La prefazione delle favole \u00e8 nata proprio in un laboratorio per bambini che, sul modello di quelli utilizzati a Bonneuil da Maud Mannoni [<a href=\"#_ftn6\">6<\/a>], lavora sull&#8217;angoscia di morte e sulla separazione che sancisce l&#8217;inizio e la fine degli eventi, per aiutare il bambino a elaborarli dentro di s\u00e9. Il messaggio di fondo \u00e8 che \u00e8 importante accettare di perdere qualcosa perch\u00e9 qualcosa d&#8217;altro possa aver luogo e la strada per l&#8217;accettazione di questa perdita \u00e8 in genere indicata dal sintomo.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Solo se ha alle spalle un adulto che non ha bisogno della sua dipendenza un bambino si sente pienamente libero di crescere, altrimenti il suo percorso sar\u00e0 segnato dalla lacerazione fra la scelta di tradire il genitore (o l&#8217;adulto di riferimento) oppure il proprio s\u00e9, ed \u00e8 quest&#8217;ultimo che in genere \u00e8 perdente, finch\u00e9 non trover\u00e0 il modo di uscire alla luce sotto l&#8217;aspetto del sintomo.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Cogliere quest&#8217;ultimo, interrogarsi sul modo di passare dal suo messaggio manifesto a quello latente, cio\u00e8 di rovesciarlo nel suo significato, \u00e8 quindi la strada che pu\u00f2 percorrere l&#8217;adulto che accompagna dei bambini che compiono la conquista, ma anche la fatica di crescere. Una volta trovato il senso del sintomo (o per lo meno di quello dominante, in quanto ognuno \u00e8 a sua volta fatto di una pluralit\u00e0) ciascuno ha gi\u00e0 in mano la chiave per andare avanti: \u00e8 solo il non capire o il negare i messaggi ci\u00f2 che non permette di procedere. Questo significa che l&#8217;inevitabile domanda: \u00abAllora io che cosa posso fare?\u00bb, invece di porla al tecnico (il quale ha il compito di aiutare a capire, non di dare ricette), ognuno la porr\u00e0 a se stesso perch\u00e9 \u00e8 solo lui che sta dentro alla sua storia, alla situazione, alla rete di relazioni, quotidiane o meno, che l&#8217;accompagnano nella sua interazione con il bambino. Il problema non \u00e8 quindi quello di dare delle ricette asettiche di comportamento ideale, verso le quali tutti ci sentiremmo inevitabilmente inadeguati, con l&#8217;aggravio dell&#8217;insorgere del senso di colpa che questo determina, ma esattamente l&#8217;opposto: quello di capire ci\u00f2 che succede. Al contrario, il sentirsi in colpa non fa che aumentare l&#8217;ansia che genera la confusione, impedendo, a quel punto, la vera comprensione delle cose.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Il nodo del problema \u00e8 capire che cosa succede e perch\u00e9, non trovare il capro espiatorio a destra o a manca.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>La psicoanalisi ci ha insegnato che la logica del capro espiatorio \u00e8 solo il meccanismo con cui ci difendiamo dalle cose che ci disturbano dentro di noi, proiettandole sugli altri.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Rendersi conto di questo vuol dire allora viaggiare sulla strada della comprensione delle nostre interazioni con gli altri e dei nostri comportamenti. La struttura di queste storie parte da un sintomo per arrivare a tracciare la strada per la sua lettura e comprensione; la soluzione c&#8217;\u00e8, per tutti, visto che sono favole per individuare la propria strada, ma non \u00e8 cos\u00ec importante, \u00e8 solo accennata e potrebbe essere anche diversa.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Ci\u00f2 che importa non \u00e8 il valore magico della soluzione (la cui spasmodica attesa riprodurrebbe invece ancora una volta una dipendenza e la negazione del conflitto che \u00e8 sempre un elemento vitale), ma il cogliere e il capire il senso del sintomo, perch\u00e9 la strada da percorrere \u00e8 gi\u00e0 scritta l\u00ec, implicitamente, e ognuno la individuer\u00e0 all&#8217;interno della propria storia.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abMi sento pi\u00f9 caldo dentro\u00bb ha esclamato Giovanni, un bambino la cui storia aveva molti spunti in comune con quella dello scoiattolo che non imparava a scuola, di cui aveva sentito una versione ridotta.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abAllora questo vuol dire che uno ce la pu\u00f2 fare anche da solo!\u00bb ha continuato, a met\u00e0 strada fra il parlare a s\u00e9 e il parlare all&#8217;altro, con l&#8217;emozione di una cosa scoperta all&#8217;improvviso e inaspettatamente.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>La storia ha rappresentato per lui una finestrella aperta, una delle stesse che a poco a poco si spalancano, improvvise e inaspettate, nel corso di una psicoterapia riuscita e che ci permettono di vedere e sentire emotivamente delle cose che prima non riuscivamo n\u00e9 a vedere n\u00e9 a sentire, potenzialit\u00e0 sepolte chiss\u00e0 dove dentro di noi. E non importa se quella finestrella si pu\u00f2 chiudere di nuovo per un po&#8217;, altrettanto improvvisamente; l&#8217;importante \u00e8 che essa abbia dimostrato di funzionare e che si sia aperta anche una sola volta. A poco a poco lo potr\u00e0 fare sempre pi\u00f9 spesso e a lei se ne aggiungeranno altre, se facciamo nostro il metodo che non \u00e8 quello di volere la soluzione a tutti i costi, ma di imparare a problematizzare la ricerca, partendo dalla certezza di non sapere e lasciandoci guidare lungo questa strada dalla potenzialit\u00e0 trasformatrice del sintomo.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Solo se riusciremo ad abbandonare il terreno delle false certezze che ci fanno arroccare su posizioni difensive che ci impediscono di capire veramente forse anche noi adulti potremo a nostra volta porci davanti a quell&#8217;avventura cos\u00ec affascinante ma cos\u00ec misteriosa e difficile che \u00e8 la vita, con lo stupore e la meraviglia del bambino che scopre il mondo per la prima volta. Come dire che, se c&#8217;\u00e8 un ambito in cui noi adulti possiamo aiutare un bambino a crescere, ce n&#8217;\u00e8 un altro in cui \u00e8 lui che ci pu\u00f2 insegnare qualcosa: guardare il mondo come se ogni volta fosse una scoperta nuova.&nbsp;<img decoding=\"async\" src=\"data:image\/svg+xml,%3Csvg%20xmlns='http:\/\/www.w3.org\/2000\/svg'%20viewBox='0%200%2015%2015'%3E%3C\/svg%3E\" class=\"zeen-lazy-load-base zeen-lazy-load\" data-lazy-src=\"..\/img_art\/fine_testo.gif\" width=\"15\" height=\"15\"><noscript><img decoding=\"async\" src=\"..\/img_art\/fine_testo.gif\" width=\"15\" height=\"15\"><\/noscript><\/p>\n\n\n\n<p>__________&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Note&nbsp;<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><a id=\"_ftn1\"><\/a>1. A. Freud, \u201cL&#8217;adolescenza come disturbo evolutivo\u201d (\u201cOpere\u201d), Bollati-Boringhieri, Torino 1978. (<a href=\"#1\">torna al testo<\/a>)&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p><a id=\"_ftn2\"><\/a>2. S. Freud, \u201cInibizione, sintomo e angoscia\u201d (\u201cOpere\u201d) Bollati Boringhieri, Torino 1971. (<a href=\"#2\">torna al testo<\/a>)<\/p>\n\n\n\n<p><a id=\"_ftn3\"><\/a>3. Fra le tante definizioni possibili del s\u00e9 mi sembra utile citare quella di Racamier: \u00abIl s\u00e9 \u00e8 la funzione per mezzo della quale l&#8217;essere umano \u00e8 in grado di provarsi come un&#8217;entit\u00e0 individuale, differenziata, unificata, reale e permanente\u00bb. (P.C. Racamier, \u201cDe Psychanalyse en Psichiatrie\u201d, Payot, Parigi 1979). (<a href=\"#3\">torna al testo<\/a>)<\/p>\n\n\n\n<p><a id=\"_ftn4\"><\/a>4. S. Montefoschi, \u00abL&#8217;uno e l&#8217;altro\u00bb, Feltrinelli, Milano 1977. (<a href=\"#4\">torna al testo<\/a>)<\/p>\n\n\n\n<p><a id=\"_ftn5\"><\/a>5. D. Widlocher, \u201cLa depressione\u201d, Mondadori, Milano 1992. (<a href=\"#5\">torna al testo<\/a>)<\/p>\n\n\n\n<p><a id=\"_ftn6\"><\/a>6. M.Mannoni, \u201cUn lieu pour vivre\u201d, Seuil, Parigi 1976. (<a href=\"#6\">torna al testo<\/a>)<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter\"><a href=\"#su\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/svg+xml,%3Csvg%20xmlns='http:\/\/www.w3.org\/2000\/svg'%20viewBox='0%200%20370%20247'%3E%3C\/svg%3E\" class=\"zeen-lazy-load-base zeen-lazy-load\" data-lazy-src=\"..\/img_art\/Uovo_min.jpg\" alt=\"torna su\"\/><noscript><img decoding=\"async\" src=\"..\/img_art\/Uovo_min.jpg\" alt=\"torna su\"\/><\/noscript><\/a><\/figure>\n<\/div>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Queste favole non sono per bambini, ma per adulti. Tuttavia, poich\u00e9 attingono ad alcuni nodi di sofferenza nel mondo interno di un bambino, possono far risuonare affetti, emozioni, sensazioni e sentimenti dell&#8217;antico bambino ferito che ognuno di noi adulti si pu\u00f2 portare dentro.\u00a0 Il Bambino nascosto \/1 di Alba Marcoli Favole per capire la psicologia nostra e dei nostri figli&nbsp; Nota biografica.&nbsp; Alba Marcoli, psicologa clinica di formazione analitica, dopo una trentennale attivit\u00e0 nel campo dell&#8217;insegnamento e della psicoterapia, ha [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":10886,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"wds_primary_category":0,"footnotes":""},"categories":[73],"tags":[],"class_list":["post-1672","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-psicologia"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.esonet.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/1672","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.esonet.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.esonet.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.esonet.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.esonet.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=1672"}],"version-history":[{"count":4,"href":"https:\/\/www.esonet.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/1672\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":10887,"href":"https:\/\/www.esonet.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/1672\/revisions\/10887"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.esonet.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/10886"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.esonet.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=1672"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.esonet.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=1672"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.esonet.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=1672"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}