Libertà in prigione: l’arresto di Assagioli

Psicosintesi

Nel giugno del 1940 Roberto Assagioli fu arrestato per attività pacifiste e internazionaliste, invise al regime fascista. Anziché uno spiacevole contrattempo o una tragedia, questa fu per lui un’occasione fondamentale di crescita e rinnovamento interiore. Pubblichiamo qui un estratto da uno scritto a cura del Centro Studi “Roberto Assagioli”: Roberto, Nella e Luisa di Luisa Lunelli, un’amica di famiglia, che fu presente all’arresto. In fondo all’articolo, alcune riflessioni dello stesso Assagioli su questa vicenda.

Libertà in prigione: l’arresto di Assagioli

di Luisa Lunelli (dal “Giornale di Psicosintesi” n. 2 – 1991)

Nel giugno del ’40 l’Italia entrò nel conflitto europeo. Mio marito indossò la divisa di ufficiale degli Alpini e fu mandato sul Fronte Occidentale. Era un uomo generoso, e mi lasciò con un saluto generoso: “Ritornerò, certo. Non ho nessuna intenzione di morire, ti assicuro”, il giorno prima di partire mi disse con sicurezza. Ma un poco più tardi, ritornando di nuovo da me, aggiunse: “Però, se dovesse capitarmi, non fartene un lutto; sei giovane, rifatti una vita; io ne sarò contento”. Fu protetto, e potei rivederlo cinque anni dopo.

Partito mio marito, decisi di lasciare Trento e di andare a Roma dai miei genitori. Il viaggio, allora, prendeva molte ore di treno. Mi trovavo al sesto mese della seconda gravidanza e scrissi a Nella che avrei avuto bisogno di riposarmi una notte da lei. In quei giorni essi si trovavano nel Chianti, nella bella villa di Roberto chiamata Villa Serena. La villa era a pochi chilometri da Firenze, e per me proprio a mezza strada fra Trento e Roma.

Alla stazione di Firenze presi il taxi. Giungendo, entrai dal grande cancello che era spalancato, e anche la porta d’ingresso della villa era aperta. Mi parve insolito. Entrai e mi trovai davanti allo studio di Roberto pure aperto. Dentro lo studio c’erano lui, che era seduto alla scrivania, e tre signori in piedi, alle sue spalle. Uno gli andava porgendo dei fogli che lui leggeva molto attentamente. Alla fine della lettura, uno dei tre gli disse in tono di deciso comando: “Dottore, sono spiacente – ma lei deve seguirmi senza ritardo”. “Non ho difficoltà” rispose Assagioli alzandosi. Soltanto chiese: “Per favore, mi lasci salire di sopra per il rasoio e un cambio di biancheria”.

Io, nell’ingresso, cercavo di non farmi vedere, incerta su che cosa pensare di quanto vedevo succedere. Dopo alcuni minuti Assagioli riapparve. “Sono pronto” disse in tono amichevole. Il signore che dava ordini si mosse, Assagioli lo seguì, poi gli altri due. Passandomi davanti solo allora mi vide. “Sei qui, Luisa?”, esclamò e subito aggiunse: “Vai di sopra, da Nella. Ha bisogno di te”. Uscì con loro, prese posto in vettura e la grossa macchina della polizia si mosse velocemente verso Roma.

Di sopra trovai Nella in lacrime, sconvolta per quanto era accaduto in brevi minuti. Era angustiata per la fragile salute di suo marito, che vedeva in una cella angusta, soffocante nel caldo estivo di Roma, senza nessuna comodità, con chissà quale scarsa igiene. La impensieriva la scadente qualità del cibo.

Era indignata per la rapidità con cui glielo avevano strappato. Ma non perse tempo, telefonò agli amici di Roma. Telefonò subito anche alle carceri per chiedere se era possibile fare entrare cibo per i detenuti. Quando le fu risposto di sì, telefonò alla trattoria che ne era autorizzata, ordinando un pasto giornaliero, come concesso.

Poi stese un telegramma per gli amici della psicosintesi di New York e lo fece portare immediatamente all’Ufficio postale del paese da un ragazzo della famiglia colonica.

Compiute queste prime cose ci fu una pausa. Allora finalmente ci buttammo una nelle braccia dell’altra, l’abbraccio dell’incontro, della gioia di rivederci e insieme della grave ansia del momento.

Eravamo tutte e due molto emozionate. Però ci sentivamo anche decise a non perderci d’animo, proprio perché in quel frangente appartenevamo a Roberto più che mai. Proprio perché nella sua prova, il nostro coraggio gli offrisse aiuto da lontano. Ma non ci dicemmo questo in parole; anzi facemmo un lungo silenzio. Ad un certo momento Nella trasse un sospiro e si domandò a mezza voce: “Roberto mio, quando mi ritornerai?”. Allora io le presi la mano, l’invitai ad aiutarmi, intanto, a mettere in ordine le sue cose. Le carte di Roberto erano rimaste sparse qua e là nel suo studio, alla mercé forse di occhi indiscreti. Questo, infatti, tutte e due facemmo nel pomeriggio e verso sera tutto era pronto per il suo ritorno. “Che cosa può aver fatto Roberto?”, dicevo a Nella. “Niente di sbagliato ha mai fatto”, le ripetei un paio di volte. “In pochi giorni lo rivedremo”.

La sera prima di coricarci pregammo a lungo. Pregammo con fervore per Roberto e per l’Italia in guerra. 

Rimasi con Nella anche il giorno seguente. Il terzo giorno lei mi accompagnò al cancello della villa. Ci salutammo ancora una volta; lei mi abbracciò quasi maternamente e mi disse: “Sta tranquilla, tutto ti andrà bene, e sarà un bel maschietto”.

Alla stazione di Firenze presi il treno per Roma, dove insieme ai nonni mi aspettava la mia prima figlioletta.

Roberto fu trattenuto agli arresti circa un mese. Uscito si fermò a Roma presso amici circa un altro mese, poi ritornò in Toscana. Mesi dopo Ida Palombi [la segretaria – ndr.] mi disse che la denuncia parlava di attività pacifista.

Rividi Roberto qualche mese più tardi e naturalmente gli chiesi di quell’agosto a Regina Coeli. Ebbene… pareva averlo dimenticato! Ci ripensò, e accondiscendendo rispose: “Sì, non è stato comodo, inconvenienti ce n’erano, ma è stato un periodo molto interessante e utile”. Aveva avuto l’opportunità del contatto con una categoria di persone che è difficile poter incontrare. Gli inquirenti dovevano conoscere le sue idee, perciò egli aveva avuto la possibilità di parlare della psicosintesi. Lo ascoltavano attentamente. Alla fine gli fu detto che le sue idee erano “interessanti”. Roberto ne fu felice. Infatti si trattava proprio di uno dei primi riconoscimenti della psicosintesi!

Sottolineò l’importanza di aver avuto a disposizione ore e giorni per una rilettura della Divina Commedia e delle opere minori. L’approfondita conoscenza del Poeta e dei perfetti simboli con i quali esprime la sua esperienza, gli aveva dato ottimo materiale per gli esercizi della psicosintesi spirituale.

Inoltre le giornate in carcere diventavano alla fine esercizi, magari involontari, di psicosintesi ‘personale’. La distribuzione del cibo, quando lo si aspetta affamati, strappa un ringraziamento, sia pure inespresso, verso chi lo ha cucinato e chi te lo porge. Un pensiero di gratitudine verso l’animale che lo aveva fornito, con sacrificio della propria vita, cosa che si dovrebbe fare quando ci si ciba di carne, non incontrava obiezione neanche da parte dei più rozzi detenuti, ricordava Roberto.

A lui, i pasti che Nella gli aveva ordinato, cominciarono a giungere soltanto diversi giorni più tardi, per lungaggini burocratiche.

Sereno sorrideva, ricordando la ‘scomoda’ situazione. La sua descrizione mi risultava ben diversa da quella che avrei avuto da qualsiasi altra persona che si fosse trovata nella stessa situazione oggettiva. Mi rendevo conto che in quel mese aveva vissuto una coraggiosa ‘collaborazione con l’inevitabile’.

Ma c’è di più: Roberto non aveva pronunciata una sola parola amara contro alcuno.

* * *

Dagli appunti di Assagioli

“Capii che ero libero di assumere uno fra molti atteggiamenti nei confronti di questa situazione, che potevo darle il valore che volevo io, e che stava a me decidere in che modo utilizzarla.

Potevo ribellarmi internamente e imprecare; oppure potevo rassegnarmi passivamente e vegetare; potevo lasciarmi andare ad un atteggiamento malsano di autocompatimento e assumere un ruolo di martire; potevo affrontare la situazione con un atteggiamento sportivo e con senso dell’umorismo, considerandola un’esperienza interessante (quella che i tedeschi chiamano ‘Erlebnis’). Potevo trasformare questo periodo in una fase di riposo, in un’occasione per riflettere tanto sulla mia situazione personale – considerando la vita vissuta fino ad allora – quanto su problemi scientifici e filosofici; oppure potevo approfittare della situazione per fare un allenamento psicologico di qualche genere; infine, potevo farne un ritiro spirituale. Ebbi la percezione chiara che l’atteggiamento che avrei preso era interamente una decisione mia: che toccava a me scegliere uno o molti fra questi atteggiamenti e attività; che questa scelta avrebbe avuto determinati effetti, che potevo prevedere e dei quali ero pienamente responsabile. Non avevo dubbi su questa libertà essenziale e su questa facoltà e sui privilegi e le responsabilità che ne derivavano.”