
Se è vero che per Müller gli dei sono soltanto dei nomi e la mitologia non è altro che una «malattia del linguaggio», la condivisione della mentalità positivista – caratteristica dei filologi del primo Novecento – impedisce all’indologo di avvicinarsi all’interpretazione psicologistica del mito, propugnata dalla scuola junghiana e, più recentemente, da J. Campbell. Per Müller, dietro ai miti non è celato nessun sostrato psichico importante da reintegrare nella coscienza, nel tentativo di riannodare il filo di Arianna della produzione “onirica” dell’immaginario collettivo. La mitologia è una “malattia” da cui si deve guarire e basta. Questa posizione, generalmente conosciuta come «appercezione personificatrice» entra in crisi, quando ci si accorge che allo stesso epiteto possono corrispondere diverse interpretazioni da parte degli studiosi [2]. Intanto, accanto alla scuola filologica, si viene affiancando la scuola “etnologica”, fortemente concentrata sull’evoluzionismo darwiniano. Sui limiti di quest’approccio abbiamo già dedicato una scheda a parte, perciò non insisteremo oltre sull’argomento. È essenziale invece rilevare come la scuola etnologica – che ha avuto in E. B. Taylor il suo massimo esponente – propugni uno schematismo lineare e progressivo, attraverso cui sono passate tutte le civiltà umane. La sfera del sacro dell’intera umanità attraverserebbe, dunque, necessariamente tre fasi: l’“animismo”, il “politeismo” ed, infine, il “monoteismo”. La fase animistica deriverebbe dalla credenza primitiva che lo spirito compie dei viaggi “astrali” durante il sonno, la malattia e la morte. Deve, dunque, esserci un’entità che si stacca dal corpo per attraversare regioni meravigliose, regni celesti o infernali. Confondendo l’anima con la produzione onirica, col tempo tutti gli animali, le piante e gli oggetti inanimati furono dotati di un’anima. Il successivo passaggio fu quello di considerare tutti gli enti “animati” come divinità dotate di personalità autonome: conclusione che avrebbe condotto – sempre secondo gli etnologi – alla fase “politeistica”, ed infine a quella “monoteistica” con l’evoluzione del pensiero filosofico e dell’approccio spirituale nei confronti del numinoso. Oltre a tutte le critiche del caso sull’idea scientista di “progresso indefinito” – per le quali, come abbiamo detto, rimandiamo alla relativa scheda – un’altra difficoltà si presenta con la constatazione che la rilevanza “primitiva” della fenomenologia della morte non è equiparabile ai fenomeni del sonno e della malattia. In altre parole, perché l’anima si divinizza dopo la morte e non durante il sonno e la malattia, se tutti questi fenomeni sono speculari e correlativi per la mentalità “primitiva”? È evidente, dunque, che il concetto di spirito individuale non può essere stato prodotto dalla mentalità “primitiva”. __________ Note1. Cfr. N. Turchi, Storia delle religioni , Sansoni. (torna al testo) 2. Cfr. N. Turchi, Storia delle religioni , Sansoni (torna al testo) |


